Caterina De Nardi è nata a Trebisacce (Cosenza) dove risiede e lavora. Insegna Inglese nel Liceo locale. scrive racconti e poesie. Collabora come traduttrice, con la rivista letteraria Le Fiacre n° 9 (già La colpa di scrivere) Edizioni La Mongolfiera. Ha pubblicato alcune poesie e racconti on line. Si occupa di questioni femminili e partecipa alla vita sociale della sua cittadina organizzando incontri di carattere culturale, in collaborazione con la rivista già citata. Inoltre è stato recentemente pubblicato un suo intervento sull'esperienza dell'insegnare in un lavoro di ricerca della propria scuola. Binari Regina abitava lungo la ferrovia, nel versante del mare, non avrebbe mai immaginato che la sua vita sarebbe cambiata proprio lì, alla stazione, a poche decina di metri da casa sua. Lei che aveva sempre sognato di dare una svolta alla sua esistenza: un netto taglio di forbici al nastro che le cingeva il collo, la vita, i fianchi come un bel pacco di Natale e la legava al suo ambiente. Quel giorno sentiva che qualcosa di straordinario sarebbe accaduto. Pensare alla grande era istintivo per lei, non immaginava mai cose mediocri, situazioni normali, quelle facevano parte della realtà. La sua vita sotterranea era e doveva restare esclusiva, forte, immaginifica, la via intermedia non aveva letteratura. Gran problema conciliare questi opposti aspetti. Conduceva una vita normale e monotona: un amabile marito, niente figli, genitori premurosi che la richiamavano con muto rigore ai suoi doveri di figlia e moglie esemplare. Ma l’esemplari-tà è normali-tà o è straordinarie-tà? Tà, tà, tà, un tà trasforma gli aggettivi in sostantivi, categorie che ingabbiano e vogliono essere definitivi. Spesso sfogliava il dizionario della lingua italiana alla ricerca di aggettivi iperbolici, ne aveva fatto una lista, e a volte, troppo raramente purtroppo, segnava una crocetta su questo o quel aggettivo che le si era mostrato nel suo splendore, nella bruma della mediocre sua quotidianità, anche se per un breve tempo. Non sarebbe stato sempre così, perché come abbiamo annunciato, una moltitudine di eventi stava per riversarsi sulla nostra amica. Regina, nome aristocratico, statura piccola e minuta, spalle strette e pienotte, collo corto, rigido e giovanile, nuca perfetta, orecchie bellissime che inanellava con orecchini preziosi e di buon gusto. Il viso proporzionato e gradevole, la pelle bruno-olivastra; le ciglia lunghe e curve tratteggiavano il bianco-blu degli occhi grandi e profondi. La fronte alta e stempiata ricordava nella curvatura quella di Elisabetta I d’Inghilterra, la regina. Altezzosa e ambiziosa, un po’ lo era anche la nostra signora, il sussiego le sottolineava il mento pronunciato e le rughe d’ espressione le si erano impresse come uno stampo ai lati della bocca piccola e cattiva. L’arricciatura del naso lasciava intendere che ella aveva, come si dice dalle sue parti, “la puzza sotto il naso”. Se in Regina c’era un po’ di stile Elisabettiano è certo che questo rappresentava il suo carattere distintivo. L’ambizione era in lei innata. Anche qui la definizione di ambizione ci spiazza, è ambizione o è sogno? Parliamo quindi dei suoi sogni, meglio sarebbe se ne parlasse lei. Passera’ mai da qui l’Orient - Express? Correranno su questi binari i ferri che hanno attraversato le foreste, le steppe innevate, i ponti e le praterie delle grandi terre d’oriente? I baci le carezze furtive di nobildonne bulgare o russe, i grandi baffi ricurvi degli uomini volitivi e bramosi solleticano il naso delle giovini e delle più attempate dame dalla pelle di burro e gli occhi di giada. Il ristorante con le tazze cifrate e i valletti che all’occorrenza sanno placare i morbosi desideri delle signore con lascivo interesse. I fiori dai mille colori e i loro profumi irrompono sulla monotonia del paesaggio salgono dai finestrini semichiusi e vincono l’odore della ferraglia scaldate dal sole e dall’attrito. Le rotaie infinite, ho speranza! Scambi, semafori, fischi palette alzate sono i riti che uniscono la grande via ferrata, tutti i binari si incrociano, si congiungono, mi porteranno lontano, ho speranza! Un giorno partirò per scendere alla prima stazione segnata al mio destino. Le vetture blu e oro rincorrono il vento e vanno verso est ad incontrare il sole. Sono sul Venise - Simplon Orient Express, la vasca da bagno nella suite, i sali profumati che fumano come una vaporiera. Toc, toc, il valletto ora mi avverte che l’aperitivo è pronto nella carrozza venti. Troverò seduto al bar quel giovane sportivo? Alzerà gli occhi dal suo libro per guardarmi il passeggero dall’accento francese e dai modi femminili? Mi immergo nell’acqua calda e morbida e la mia pelle ha un brivido di caldo piacere, dal finestrino appannato scorgo le valli semi-innevate, e mucche, e bambini festanti, e orti, e baracche tenute su con rami, legni e fili di ferro. Il treno è tutto questo: la casa- luogo; il viaggio- tempo- distanza. Ho lo sguardo fisso sulla lampada in stile Liberty, luce smorzata, musica zigana sapientemente diffusa, suono il campanello e ordino un altro drink. “Cara se ti sposi un po’ apro il frigo e preparo l’aperitivo, dov’è il ghiaccio? L’Aperol è finito, l’acqua tonica l’hai comprata?” Lei pensa: che gusto c’è, offrire l’aperitivo così? Lui pensa: che magica atmosfera del cavolo è questa se per offrirle un aperitivo devo fare tutti questi traffici? Niente aperitivo dunque, i nostri due coniugi Regina e Patrizio consumano la cena curando di non parlare dei problemi correnti che pur circolano nelle loro menti, non vogliono finire la giornata in rovina. Si sforzano di essere amabili, di comprendersi oltre le parole, i loro sguardi si accarezzano, valutano i loro sorrisi, si amano e sono sinceri. Un comune intento mai svelato completamente, sommessamente raccontato nell’intimità, nel frattempo dimenticato; ecco cosa li tiene ancora uniti. Istanbul, Rustschuk, il porto bulgaro sul fiume Danubio, vi è nato Elias Canetti se non sbaglio, ah, quelli erano tempi! Una vita votata alla lettura, un mondo cosmopolita, gente danarosa, certo non sempre amici della fortuna, ma che vita! E pensare che se parto da questa stazione, cambiando tre o quattro volte treno ci arrivo pure io a Vienna e poi a Istambul. Desiderio o realtà possibile? Partire col treno delle cinque del mattino, niente bagaglio, mi rifaccio il guardaroba a Venezia, compro quella buona acqua di colonia che non piace a Regina. Forse dovrei prenotare la suite, starò comunque da solo, ma non soffrirò la solitudine, al ristorante avrò da attaccar discorso con qualcuno, magari porto un libro e mi atteggio ad intellettuale, fa sempre colpo! Forse è bene non apparire troppo distaccato, leggerò un giornale meglio se scritto in tedesco, e se poi mi rivolgono la parola in quella lingua? Al ristorante un cameriere mi avverte che il posto che occupo non è il mio, quello prenotato per me si trova in fondo a destra, mi alzo a malavoglia, perché quello era un bel punto d’osservazione, avanzo e incrocio lo sguardo di una signora che subito riprende a guardare dal finestrino. Gente snob, commercianti ciarlieri, damerini ingessati, vecchie brontolone la cui sordità è accresciuta dallo sferragliare del treno, qualche bambino accompagnato da giovani donne, bambinaie o sorelle? Apro la cartellina del menù, listata in oro, caratteri dorati. Scelgo una trota bollita con salsa suprême e un profumatissimo dessert di colore roseo all’aroma di rosa di Sofia, dalla morbidezza femminile. Un pranzo irresistibile e quel violinista che non si vede, ma che fa giungere le note zigane in completo accordo con il rantolo ritmico della vettura. Con questo treno si può proseguire per St Petersbourg e Vladivostok. Ad ogni sosta un confortevole Hotel categoria lusso, tanta gente importante, Champagne, foie gras e caviale. Luci smorzate. C’è posto per due in questa cabina, Toc, toc, il valletto ora mi avverte che l’aperitivo è pronto nella carrozza venti. Sono bello e piacente, ma ci vuole qualcosa di speciale per affascinare, non basta il fascino latino? Patrizio, il suo nome lo odiava, avrebbe piuttosto voluto chiamarsi Letizio, Tiziano o altro, magari Patrick, quel nome lo aveva scelto. nonna Concetta, per via di un amico ai tempi della guerra, un giovane romano che si era preso la malaria in Africa che era tornato a casa per morire tra le sue braccia quando lei era crocerossina all’ospedale San Giovanni. Uomo massiccio e prestante, una forte nuca reggeva una non meno poderosa testa, occhi vicini e piccoli, naso proporzionato, le mascelle asimmetriche parevano non appartenersi, il mento che le separava era un promontorio mal rasato che si increspava al serrare delle labbra. Patrizio non aveva nulla della bellezza di cui si inorgogliva tanto, era ben messo con spalle dritte e i gesti eloquenti e cordiali. Detestava la mediocrità del suo lavoro, la qualità dei prodotti che vendeva alle provvide madri di figlie da maritare. Vendeva robot da cucina e pentole a doppio, triplo fondo con l’oro inserito tra gli strati e tre omaggi a piacere. Era stufo di sparare bugie, di visitare salotti e cucinare cibo improbabile. Usciva dalle case sempre con il bollettario degli ordini con cifre pieno di zeri, promesse di acquisto, implorazioni per incontri clandestini (così gli pareva), quelle in verità erano tattiche femminili per ottenere la concessione di uno sconto maggiore. Era stanco di salutare quattro volte al giorno il vicino di casa e scansarne e ad ogni passo gli sputi sul marciapiede. Stamattina più pensoso del solito all’ora del caffé, le briciole sulla tovaglia e le pantofole dimenticate sul pavimento della cucina. La stazione era lì, il biglietto lo posso comprare in qualsiasi agenzia, anche tanti giorni prima. Decidersi, decidere una buona volta. Quei binari sotto casa ogni giorno ricordano che può accadere. Può accadere di partire. Roma - Parigi - Budapest - Bucarest – Istanbul. Roma per poi tornare, chissà? Il nostro inquieto Patrizio riusciva a ridere dei suoi desideri, ma al contempo analizzava con puntigliosità ogni dettaglio la sua partenza. Il cono visivo dalla finestra della sua stanza da letto faceva scorgeva la stazione per lo più disabitata, che si animava per pochi minuti nelle ore previste dal tabulato ferroviario, la affollavano persone sempre più dimesse e povere, si soffermavano sotto l’impietoso faro a neon, leggevano il biglietto, scambiavano poche parole ed erano sempre più rari i baci e le carezze a suggellare gli addii. Orient-Express, Agata Christie, Assassinio sull’oriente-express, tutto nel giallo è stabilito per svelare ciò che non si nasconde, il lettore cerca di scoprire il colpevole l’autrice ti spiazza e vince lei. Bello il genere giallo, ti fa sentire intelligente, creatore di storie parallele, dove potrebbe accadere di tutto; la versione del lettore vale quanto quella dell’autore. Il brivido percorre il lettore alla sola percezione di trovarsi dentro la storia, ed io sul treno divento Mr. Poirot, la principessa Dragomiroff assomiglia a Regina, stesso sorriso composto, fronte curva e capelli radi. Che follia comprare biancheria per la notte così lussuosa, quando la potrò indossare ancora? Disegni liberty, musica al piano bar, lenzuola di lino, pane fresco, incantevoli paesaggi. Ottima cucina internazionale, vini appropriati, ecco cosa mi attende nella carrozza venti, peccato che sia sola, mangerò lentamente così potrò restare nella carrozza ristorante più a lungo e passare il tempo a guardare per un po’ la gente di classe. Il tavolo della Signora è il numero venti in fondo a destra, ci scusi signora un guasto al sistema elettrico del posto numero sette ci induce a farla accomodare in un altro tavolo, se vuole seguirmi l’accompagno, devo purtroppo dirle che al tavolo c’è già un passeggero, domani a colazione, le assicuro che potrà accomodarsi al suo tavolo, la direzione si scusa dell’accaduto. È nelle cose che quella signora mi guardi con insistenza, sono bello aitante, se fossi più snello. Intanto, una donna in perfetto inglese, accento londinese: “It leaves Paris every evening at 17:17 and arrives in Vienna at 08:30 next morning.  It's the most convenient, civilised and comfortable way to travel between Paris and Vienna, I love Paris I live there, but my husband’s parents want me to stay in Vienna at weekends.” Sembra di casa su quel treno, un cenno complice al cameriere e appare il suo aperitivo accompagnato da una rosa rossa in un minuscolo vaso Swarovski, il suo interlocutore l’ascolta con cortese stupore, stropicciando nervosamente gli orli della tovaglia di damasco. Patrizio alza ogni tanto lo sguardo dal menù bordato di oro con i caratteri dorati, accarezza la copertina del libro che ha con sé lo apre, vi sbircia furtivo, alza gli occhi. - Ciao Regina, se me l’avessi chiesto te l’avrei detto, sono sempre così svagato la mattina, e ieri non avevo voglia di parlare molto, il cane l’hai poi portato dal veterinario? - Sì Pat, ho fatto in tempo a prendere quello delle sei e mezzo e tu quale hai preso? - Sono partito a mezzanotte, ma a casa non c’ero tornato ieri, non volevo incontrare i tuoi occhi. Ora è diverso, ne siamo fuori, - Certo qui è diverso, mangiamo insieme? ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . 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