Melania Bonfanti nasce nel 1983 in quel di Codogno (Lodi) e ha sempre vissuto a San Fiorano, piccolo borgo del lodigiano. Laureanda in Comunicazione Pubblica e Multimediale (specialistica) presso l'Università di Pavia, sogna di passare la vita scrivendo. “Scrivendo cosa? Ma un po' di tutto: romanzi, racconti, sceneggiature, favole, poesie, dizionari, enciclopedie, liste della spesa, pro-memoria, note a piè di pagina...” Insomma, per Melania l'importante è avere un punto di partenza, e con www.patriziopacioni.it, come dimostrato dai successi di tanti suoi (altrettanto giovani “colleghi”) almeno questa più che una speranza è una certezza. Di pane e miele Premessa dell’autrice L’ispirazione per questo racconto è arrivata durante un caldo viaggio in treno, un anno fa. Ascoltavo il cd Appunti Partigiani dei Modena City Ramblers con il mio lettore scassato, tenuto insieme dallo scotch; arrivata alla canzone numero 13 mi è diventato quasi impossibile andare oltre e prestare attenzione agli altri brani, non facevo che premere rewind. Era “La Pianura dei Sette Fratelli”, il pezzo che i Modena hanno eseguito con i Gang, che non mi usciva più dalla testa: parla dei fratelli Cervi, e anche il mio racconto ha come protagonisti sette fratelli, ma non sono gli stessi, non c’è alcun riferimento… non mi sarei mai permessa di disturbare la memoria dei “figli della pianura”, però ho preso le parole della canzone e ci ho costruito sopra frasi che hanno dato vita a personaggi e ad una storia semplice che parla di libertà e coraggio. Ho costruito la mia piccola favola partigiana, un brandello di memoria mai esistito, ma che vuole inneggiare ad un valore grande, immenso, che troppo spesso dimentichiamo. Oggi si lasciano correre troppi abusi, chiudiamo gli occhi troppo spesso di fronte a chi, approfittando di un ruolo che NOI gli abbiamo assegnato, viola e soffoca la nostra libertà di pensare, realizzare ed agire e pretende di insegnarci a ragionare, mettendoci in bocca parole non nostre… Anestetizzati dai reality show, invaghiti di un mondo luccicante di paccottiglia, non diamo peso alle bugie che vengono raccontate, anche se ci sentiamo sempre più incerti e frustrati: “l’ ha detto il TG, sarà vero?”. Ci siamo svenduti, ma non è tardi per rendersi conto del valore di ciò che stiamo perdendo. È la nostra voce, il nostro pensiero: è libertà e se la respiri non la dimentichi. La minaccia alla libertà è un popolo inerte. A mio padre, perché mi ha sempre spiegato le cose così come stavano, perché mi ha fatto conoscere cos’è il pensiero e cosa è la parola e come usarla. A papà, che mi ha aiutata a scrivere questo breve racconto, ma non ha potuto leggerlo. Manchi. ______________________________________________________________________ La luce del tardo settembre, anche alla fine di quella giornata, infuocava il cielo e i campi, trasfigurandoli in qualcosa di tanto immobile e perfetto (poiché la perfezione dev’essere per forza priva di qualsiasi movimento, per rimanere tale e non guastarsi) da non sembrare più frutto del duro lavoro umano, ma nata dall’intervento di una mente quasi divina capace di concepire sfumature e simmetrie tanto precise. Eppure, ormai da anni l’animale uomo stava dando prova di quanta potenza misurasse la perversione del suo animo, non era quindi impossibile che lo stesso animale fosse capace di impiegare il suo potere per produrre qualcosa di ben fatto. L’uomo, talvolta, dimostrava anche un certo coraggio e una sorta di inspiegabile forza d’animo, perché a volte-anche con la guerra sulla testa e sotto i piedi e tutta intorno, anche dopo l’8 settembre e tutti quei morti – a volte aveva ancora voglia di ridere. Risate si alzavano, appunto, dallo sterrato che correva tra i campi ordinati, scavato dal peso di macchine e attrezzi: i figli del signor Alcide, della Cascina Fòla, tutti, tranne Giorgio, il più piccolo, tornavano verso casa. Stanchi, ma con la voglia di non pensare a nulla se non a loro stessi; almeno per quel quarto d’ora di cammino che li separava dalla cascina la guerra non esisteva, né il dovere e né le stagioni magre esistevano, né la fame, né i sacrifici, né la messa alla domenica mattina presto. Era come fare attendere tutto, solo quel quarto d’ora. A percorrere la stessa strada al mattino, col fresco dell’aria umida della notte appena andata, non era stata la stessa cosa: nessuno parlava, ma si pensava al lavoro da fare e Italo, il più grande dei sette fratelli, era nervoso per via di quei sogni caldi lasciati a metà che non avrebbe mai visto terminare. Italo era rimasto immusonito e scontroso almeno fino alle undici, chino sulle spesse piante pendenti di pomodori rossi e gocciolanti della rugiada che il sole non aveva ancora portato via; i capelli biondi, schiariti dall’estate che stava passando, che nascondevano gli occhi scuri e seri, sopra il naso tondo e largo. Le braccia villose non sprecavano energie in movimenti inutili e la misuravano in quelli utili; Italo navigava sulle zolle di terra raccattando pomodori, mentre la camicia logora e i calzoni di cotone assorbivano il calore che gli sarebbe stato appiccicato addosso fino a sera. Solo dopo che il sole a picco sulle teste aveva costretto i ragazzi a sdraiarsi sotto il carro attaccato al trattore, per divorare la polpa di qualche pomodoro maturo, il giovane aveva recuperato una parvenza di sorriso e i suoi lineamenti duri si erano distesi. Francesco, il penultimo dei fratelli, invece sembrava non avere nessun pensiero al mondo, né al mattino, né la sera. Svolgeva i suoi compiti, stava agli ordini dei fratelli e non si lamentava mai; aveva compiuto vent’anni in agosto e si preparava a diventare un uomo, anche se veniva difficile crederlo per via di quel sorriso aperto sempre stampato sulle labbra; era il favorito di Italo, aveva i suoi stessi ricci biondi scomposti, ma i tratti dolci, il naso dritto e l’azzurro degli occhi li aveva ereditati dalla madre, Marisa. Anche se non era molto alto, Francesco aveva una corporatura robusta. Steso sotto il carro assieme agli altri ragazzi, mentre Italo e gli altri si litigavano l’ultimo pezzo di formaggio, Francesco era uscito dal mondo, si era perso lontano dai campi e dai trattori, dalla guerra, dai tedeschi e dai fascisti. Già… i tedeschi c’erano ancora, però, in Italia, e pure i fascisti e stupiva come questi si fossero riorganizzati così in fretta, dopo l’8 settembre, e ora dessero la caccia a renitenti e disertori che si erano dati alla fuga, mostrando poco rispetto per l’opinione di Graziani. Francesco, con un braccio piegato sugli occhi nello sforzo di sbarrare la luce del sole, pensava che non gli importava nulla della brigata nera, della Resistenza che si doveva stare attenti a nominarla e di chi fossero i buoni e i cattivi, perché lui aveva la terra del padre da arare, le mele, le pere, i pomodori e le cipolle da raccogliere, la vendemmia sulle colline; il giovane pensava proprio che le colline andassero bene per coltivarci l’uva, non certo per nascondersi e combattere contro i fascisti, poi quelli sparavano, avevano armi belle, mica pochi fucili appartenuti a quattro contadini impoveriti. Italo aveva iniziato ad inveire contro Mussolini e i crucchi, contro il padre che, agitando il pugno sotto il suo naso, lo ammoniva di evitare imprudenze: non c’era da scherzare, era meglio non farsi sentire a dire certe cose, che nessuno aveva voglia di vedersi piombare addosso gli squadristi. Francesco, richiamato alla realtà, si era messo a ridere e i fratelli avevano smesso di dar retta al più grande. In effetti, tutta la cascina del signor Alcide sembrava essere separata dai travagli del Paese in guerra, sebbene il popolo italiano cominciasse a prendere coscienza d’essere uno e unito contro il nemico. Alla cascina non era arrivata che l’eco della tonante voce di Mussolini e, al di là di una certa salvifica apparenza, l’ideologia fascista non aveva attecchito. A pomeriggio inoltrato Giuseppe ed Antonio, i gemelli ventiquattrenni dai capelli nero pece, si allontanarono dai campi di pomodori per raggiungere Giorgio, il più piccolo dei fratelli, che a novembre avrebbe compiuto quindici anni, perché li aspettava nel meleto con qualche povero diavolo pagato a giornata per racimolare pochi soldi, o meglio, poche cose da mangiare… dopotutto, in fatto di prime necessità, gli uomini avevano dovuto imparare a dominare l’istintiva voracità. Raggiunto il frutteto, Antonio e Giuseppe trovarono il fratellino che, calatosi un grosso cappello di paglia sugli occhi chiari, impartiva ordini ai lavoratori a giornata. -Ehi, marmocchio! – lo apostrofò Giuseppe – Troppo facile starsene con le mani in mano: fila al lavoro! – Giorgio nemmeno rispose e, strascicando i lunghi piedi, si avviò al carro che gli aiutanti stavano riempiendo di mele. -E non ti lamentare…-gli gridò dietro Antonio-…che fai meno fatica di tutti noi: sei alto come la pianta! – -Ma dove diamine hai preso quel coso che hai in testa? È ridicolo…-lo derise Giuseppe. Giorgio si voltò e con una smorfia rispose: -Me l’ ha dato la mamma: mi ha obbligato a metterlo! Aveva pure un nastro tutt’intorno, ma l’ ho tolto.- Così dicendo, tirò fuori dalla tasca dei calzoni di cotone tagliati al ginocchio un nastro a stampa floreale, poi lo rimise subito nei pantaloni e si diede da fare con le mele. Si lavorava in silenzio, scambiando poche e futili battute di circostanza, perché le lingue ancora non si erano sciolte per parlare di ciò che avrebbero voluto: del futuro dell’Italia spaccata tra il bene e il male, contesa tra le armi di molti e il coraggio di pochi. Qualche ora più tardi, licenziati i lavoratori perché tornassero alla cascina a vedere cosa si poteva racimolare come compenso, Antonio e Giuseppe tornarono da Italo, Libero, Mario e Francesco per battere un’ultima volta i campi di pomodori e recuperare qualche frutto dimenticato. Non appena i giovani ebbero finito di sistemare il raccolto, Italo si mise alla guida del trattore, ma subito Mario gli fu addosso: -Ehi! Eravamo d’accordo che l’avrei portato io il trattore questa volta! – -Dai, non seccarmi!- lo respinse il fratello allungandogli, un po’ per gioco, un po’ no, una pedata. -Poche storie: scendi da quel trattore che lo porto io fino a casa!- Italo rispose alle proteste con un gesto indifferente della mano, ad indicare quando si sentisse superiore ai fratelli, essendo il maggiore. Francesco si lamentò: -Italo fagli guidare il trattore, così ce ne andiamo.- ma nemmeno le parole del fratello prediletto smossero il maggiore dei ragazzi; Giuseppe, Antonio e Libero, intanto, se ne stavano in piedi in mezzo al sentiero, mollemente adagiati l’uno sulla spalla dell’altro, e ridacchiavano di qualcosa che bisbigliavano solo tra loro. Ad uno scoppio di risa di Libero Italo si innervosì, poiché aveva già notato che, confabulando, i tre ragazzi gli avevano lanciato qualche occhiata di troppo, e saltò giù dal trattore per raggiungerli; Mario prese subito il suo posto, ma fu costretto a scendere immediatamente perché Italo aveva afferrato Libero per il bavero della camicia e lo scuoteva, gridandogli in faccia che gli dicesse cosa lo faceva tanto ridere; Libero, però, non poteva rispondere dato che non gli era possibile smettere di ridere. Italo, incapace di sopportare l’offesa, spinse lontano il fratello che, finalmente, smise di deriderlo. Imprecando, il secondogenito di Alcide si tolse la polvere dai capelli scuri e neri, dalle labbra carnose e dalla mascella squadrata, poi si rialzò da terra e rivolse gli occhi verde scuro pieni di rabbia al maggiore dei giovani e sibilò: -Dalla storia del granaio non fai che comportarti da idiota! Fai l’uomo, fai… nemmeno ce l’avessi avuta solo tu una donna!- Italo guardò gli altri fratelli che distolsero lo sguardo da lui e da Libero; li fissò ad uno ad uno per capire se condividessero l’opinione dell’altro e interpretò il loro silenzio come una conferma. Non perse tempo e s’avventò di nuovo sul fratello che si era appena rialzato: lo prese per la camicia, ma questa volta Libero si mise a scalciare e a dimenarsi come un ossesso, tanto che il fratello fu costretto a lasciarlo andare. Proprio allora giunse una voce da poco lontano: -Che combinate? Noi a casa che vi aspettiamo e voi qui, a giocare alla guerra e a rotolarvi nella polvere?- Carlo li aveva raggiunti; era il bracciante dal viso affilato, stanco e mal rasato e gli occhi sporgenti, al quale la famiglia di Alcide dava ospitalità da un paio d’anni, esattamente dal giorno in cui s’era ritrovato senza casa perché la sua, grande e arieggiata, era stata requisita dai fascisti, con la scusa di farne un quartier generale, ma che ne avevano fatto a tutti gli effetti il loro postribolo. Carlo aveva trent’anni, riusciva quindi ad intendersi piuttosto bene con i sette fratelli e, contemporaneamente, a far pesare un po’ l’autorità conferitagli dall’età. Il bracciante si avvicinò al gruppo di giovani, salì sul trattore, lo mise in moto e si avviò lungo lo sterrato, risolvendo, senza saperlo, la disputa tra Italo e Mario. I fratelli camminarono in silenzio per un tratto, finché non fu Antonio a rompere la tensione: -Dite che papà ci lascerà andare in paese, domenica?- Francesco sembrò cadere dalle nuvole: -Perché, che c’è domenica?- -Il parroco benedice gli agricoltori…- spiegò Antonio. -Capirai che divertimento!- ma subito Francesco ricordò cosa significasse la benedizione degli agricoltori: dopo la funzione religiosa, si faceva la festa giù in paese; c’era il pranzo che si preparava usando i frutti dei campi, dal sugo per la pasta, al contorno, al dolce. Un tempo le pietanze venivano offerte, ma ormai da qualche anno si doveva pagare per mangiare alla sagra, quindi le famiglie si portavano il pranzo da casa e da vendere erano rimaste solo le crostate di marmellata. Dopo pranzo si faceva il torneo a carte, oppure c’era la tombola, o la mostra dei fiori, poi, nel tardo pomeriggio, si ballava. Mario ammise con troppa sincerità che della Messa se ne infischiava, ma che voleva assolutamente andare a ballare; Giuseppe intervenne: -Nostro padre ci manderà di sicuro: non saranno certo quelle due ore trascorse in paese a mandarci in malora!- Antonio e Mario sorrisero; Libero disse la sua, voltandosi a guardare Italo: -Ci manderà, certo, ma state sicuri che chiuderà a chiave il granaio!- Tutti scoppiarono a ridere, pure Italo, che, però, approfittò della distrazione generale per assestare un pugno sulla spalla a Libero, facendolo traballare sulle gambe. Cascina Fòla non era di grandi dimensioni; oltre il muro di cinta, interrotto da un pesante cancello di ferro, si stendeva l’aia; dritto di fronte al cancello, superata l’aia, stava l’abitazione dei contadini, a ridosso del muro, con il tetto spiovente verso l’interno; la casa aveva due piani e un solaio. Al pianterreno c’erano la cucina e la sala da pranzo nella quale si accoglievano anche gli ospiti, visto che, oltre al grezzo tavolone di legno, c’erano anche un vecchio divano cigolante e bitorzoluto, ma ancora buono, e il camino, accanto al quale la signora Marisa aveva sistemato la sedia a dondolo di vimini sulla quale sedeva a ricamare o a rammendare. Al primo piano della casa c’erano le camere da letto: una per Alcide, Marisa e Giorgio, una per Italo, Libero, Mario, Antonio, Giuseppe e Francesco. Prima di andare a dormire, i figli di Alcide si riunivano in una sola stanza e, a mani giunte e a capo chino, recitavano all’unisono il Padre Nostro. Nel solaio erano ammucchiate solo cianfrusaglie, ma a Giorgio piaceva nascondersi là a leggere giornaletti, quando non ne voleva sapere di fare i compiti o di sbrigare le faccende con i fratelli. A destra dell’abitazione si trovavano il fienile, che serviva anche da nascondiglio per le biciclette, e il magazzino della legna, mentre un po’ più distante c’era il deposito degli attrezzi. Sulla sinistra, opposto a quest’ultimo, c’era il granaio. Giunti a casa senza più l’ombra di crucci o rancori, Italo, Libero, Mario, Antonio, Giuseppe e Francesco trovarono Giorgio davanti al fienile a spaccare legna con lena, per preparare i ceppi da bruciare in cucina e nel camino. Alcide, rientrato assieme a Carlo dal paese, aveva trovato il figlio più giovane a casa, con le mani in mano, sordo ai richiami della madre e, dopo una sonora lavata di testa, l’aveva spedito a fare legna e a riordinare gli attrezzi. Passandogli a fianco i fratelli lo canzonarono, ma Giorgio non si voltò nemmeno… non perché volesse mostrarsi superiore, al contrario, perché era paonazzo di collera e temeva che i ragazzi, vedendolo così offeso, rincarassero la dose. Marisa ordinò ai figli di lavarsi e strofinarsi per bene prima di mettersi a tavola; per loro aveva preparato una tinozza nella quale aveva rovesciato pentolate d’acqua, dopo averla fatta bollire. L’ultimo a lavarsi, ovviamente, era Giorgio, nonostante gli altri tra loro tirassero a sorte i turni, senza che ci fosse alcuna regola che determinasse le precedenze; il ragazzino non faceva che lamentarsi dell’acqua che si era raffreddata, allora Marisa, all’ora di cena, gli faceva scivolare qualche patata in più nel piatto, di nascosto, o comunque cercava sempre di fare la porzione del più giovane un poco più abbondante. Quel venerdì sera la famiglia cenava con polenta e latte, pomodori, poche uova sode da dividere tra tutti e un tozzo di pane nero a testa; Liberò azzardò una richiesta: -Ma non si potrebbe avere un po’ di carne?- La madre lo guardò come fosse il diavolo: -Oggi è venerdì: si mangia di magro!- spiegò seccamente. Alcide lanciò uno sguardo al secondogenito e levò gli occhi al cielo: Libero trovava sempre il modo per dimostrarsi irritante, sembrava avere fiuto per i punti deboli delle persone e non rinunciava mai a colpirli. Finito di mangiare, Marisa si fece aiutare da Giorgio a sparecchiare, mentre il marito si versava un ultimo bicchiere di vino e i giovani, senza fiatare, si guardavano l’un l’altro ma non riuscivano a trovare il coraggio di parlare franco con il padre. Bisbigliando, però cercando di assumere un tono il più autoritario e minaccioso possibile, Giuseppe si rivolse ad Italo: -Tocca a te chiederglielo, sei il più grande!- Ingollato un generoso sorso di vino, il più grande dei fratelli si fece avanti: -Domenica ci sarà la benedizione degli agricoltori…- -E allora?- lo interruppe il padre, nascondendo il divertimento per tutto quell’imbarazzo. -E allora… si balla e vorremmo sapere se noi si può fare un giro in paese, solo per un paio d’ore.- -Certo che ne hai di pelo sullo stomaco: dopo la brutta storia del granaio hai pure il coraggio di chiedermi se ti mando a caccia di donne? A proposito, lunedì vieni con me dal Berto. Tu la Giovanna te la sposi, visto il guaio che hai combinato, però abbiamo deciso di tener fuori dalla faccenda sia Marisa che la moglie di Berto, così la cosa si fa presto e bene… e acqua in bocca su questa brutta storia, chiaro?- Italo arrossì violentemente; in quell’istante Marisa tornò al tavolo per recuperare i bicchieri vuoti e, gioviale come sempre, fece una carezza al primogenito cinguettando –Che succede, uomini?- -I tuoi figli vogliono andare a ballare, domenica.- -E che c’è di male? Sono giovani e lavorano sodo; se lo meritano un po’ di svago, mandaceli!- e la madre se ne tornò in cucina. Italo sgranò gli occhi e interrogò il padre: -Sul serio non hai detto niente a mamma della faccenda del granaio?- -Come avrei potuto? Sai che tua madre è una buona cristiana: non potevo certo dirle di averti pescato a fornicare con la Giovanna, la figlia di Berto, nel granaio!- I fratelli annuirono per approvare la scelta del padre di tenere Marisa all’oscuro del peccato mortale commesso dal figlio. -Comunque, alla festa ci potete anche andare,-sentenziò Alcide suscitando l’esultanza dei ragazzi – solo sappiate che chiuderò a chiave e catenaccio qualunque pertugio nel quale vi potrebbe venire in mente di infilarvi con qualche ragazza, per fare sconcerie.-Libero diede un calcio ad Italo sotto il tavolo e ammiccò -E…- aggiunse Alcide. -…vi ricordo che sarebbe meglio per voi dire qualche preghiera in più, tanto per lavarvi quella coscienza zozza che avete!- Mario giunse le mani, alzò gli occhi al cielo e, solennemente, sospirò; Giuseppe, con un tovagliolo in testa, si fingeva una comare e piagnucolava preghiere mezze in latino; presi dalla farsa, i fratelli non si accorsero che la madre stava in piedi, accanto alla porta, a fissarli esterrefatta; si notò la sua presenza solo quando un sonoro scappellotto schioccò sulla testa di Mario: -Vergogna: prendere in giro nostro signore! Vergognatevi!- Marisa rivolse a Giuseppe gli occhi incolleriti; questo, indovinando l’ineluttabile arrivo della punizione, vedendo la madre avvicinarsi si alzò dalla sedia e iniziò a girare attorno alla tavola, cercando di stare sempre diametralmente all’opposto rispetto a Marisa. Per un paio di giri, la madre inseguì il figlio attorno al tavolo, poi, seccata, chiamò a rapporto il marito: -Diamine, Alcide! Ti decidi a fermare tuo figlio?- Tutti i fratelli, allora, tesero le mani al passaggio di Giuseppe, per riuscire a trattenerlo, ma quello si divertiva a sfuggirgli. -Fermati e ti becchi una bella sberla!- lo minacciò la donna. -Fermati comunista senza Dio!- A quelle parole Giuseppe si fermò davvero, ma perché non riusciva più a trattenersi dal ridere; “comunista senza Dio” continuava a ripetere con le lacrime agli occhi. Marisa però era seria, serissima, raggiunse il figlio e gli assestò uno schiaffo sulle labbra che non avrebbe fatto male nemmeno ad un bambino ( anche se, per rispetto, i giovani fingevano il contrario), la madre fissò Giuseppe adirata e questo, per tutta risposta, scoppiò di nuovo in una fragorosa risata e, abbracciata la donna, la sollevò da terra. Marisa spinse via il ragazzo, contrariata perché la sua punizione (che riteneva crudele e terribile) non aveva sortito alcun effetto. Verso le nove Marisa andò a coricarsi e Alcide prese il suo posto sulla sedia a dondolo, accanto al camino; l’uomo fece un cenno a Francesco che da una cassapanca tirò fuori una radio. I sette fratelli, Carlo e Alcide si fecero attorno alla trasmittente e Italo cercò una frequenza, non una in particolare, una qualsiasi, attraverso la quale poter sentire qualche notizia; la trovò in fretta e la voce autoritaria di Rodolfo Graziani invase la cucina di Cascina Fòla intrisa di rabbia e fanatismo: “La lotta signori ufficiali, camerati, è al coltello, al coltello… Dimostreremo che in un solo blocco italiani e tedeschi hanno un’unica finalità: il trionfo del nazifascismo!”1 -Bastardo!- sibilò Italo ed era sul punto di ripetersi, ma il padre gli fece cenno di stare zitto: la libertà di parola era ancora un lusso, per niente ci si trovava in casa la brigata nera. Francesco spense la radio che dopo aver perso il segnale aveva cominciato a gracchiare. Gli uomini restarono in silenzio, seduti davanti al camino; Antonio si infilò tra le labbra il mozzicone di sigaretta che aveva risparmiato quel pomeriggio e Giorgio andò in cucina a prendere una bottiglia di vino; a lui non era permesso né bere, né fumare, ma lo divertiva guardare le facce assorte dei più grandi, mentre lo facevano. -Che ne è stato dell’esercito?- domandò Giuseppe. Alcide alzò le spalle:-Parte sta con gli Alleati; un’altra parte la stanno riorganizzando i fascisti, con Graziani, e… e qualcuno è nella Resistenza, è partigiano.- -I partigiani sono poveri diavoli.- affermò Carlo. -Può darsi, ma hanno cuore e coglioni!- lo zittì Italo. -Mi farei subito partigiano…- -Te non ci vai a fare il partigiano!- intervenne Alcide. -Hai la fidanzata incinta e la terra da coltivare; te resti qua e non dai altri dolori ai tuoi genitori, chiaro?- -Papà…-si fece avanti Giorgio. -…la guerra finirà presto adesso che ci sono gli Alleati e i partigiani?- -Chi ha il coraggio di sperarci? Siamo tutti così stanchi e fiaccati dalla paura, dalla fame… dal dolore…-mormorò l’uomo, dopo di che si alzò, diede la buonanotte ai figli e se ne andò a letto. A Carlo toccava fare il giro della cascina per controllare che tutto fosse in ordine e che il cancello fosse serrato bene; al termine del giro poteva coricarsi sul giaciglio, un vecchio materasso usurato e sottile, sistemato in cucina. Sebbene non fosse molto comodo, si trovava nella stanza più calda della casa e le notti cominciavano ad essere fredde. Carlo se ne uscì dunque da una porta secondaria della sala da pranzo, nascosta in parte dalla pesante ombra proiettata su di essa da una cadente credenza di legno tarlato; era piccola in altezza, ma spessa e cigolava sinistramente. I figli di Alcide salirono al piano superiore e, come ogni sera, si riunirono in un’unica stanza per recitare il Padre Nostro. Quella sera nessuno era concentrato sulle parole della preghiera: tutti erano persi in altri pensieri: il lavoro, i fascisti, Graziani, la resistenza… erano talmente assorti che non si accorsero di aver finito di recitare il Padre Nostro ormai da qualche minuto. I giovani si scambiarono la buonanotte e andarono a dormire. Rumori nel buio. Italo avvertì che qualcuno si muoveva, giù in cucina, ma, lì per lì, non ci fece attenzione, dato che con dieci persone sotto lo stesso tetto era molto più probabile che qualcuno fosse sceso a bere dell’acqua, piuttosto che un estraneo fosse penetrato nella proprietà, eludendo i cani da guardia e Carlo. Il ragazzo si mise comunque in ascolto e capì che i rumori giungevano dalla sala da pranzo, perché il cigolio della pesante porta secondaria tradiva i movimenti di chiunque la forzasse. Italo pensò che forse Carlo aveva dimenticato una delle sue mansioni ed era stato costretto ad uscire dall’abitazione da quella parte; non era possibile che andasse alla latrina perché si trovava dalla parte opposta, quindi era molto più rapido passare dalla porta della cucina. Preso dal sonno, il giovane si rilassò di nuovo sul cuscino, finché non lo scrollarono delle urla dal pianterreno: -Fermo, fermo: sono io!- si sentiva. -Me ne sbatto di chi sei! Cosa cerchi? Qua soldi non ce n’è!- ringhiava Carlo. L’intera famiglia si precipitò in sala da pranzo, Alcide per primo, seguito da Mario che accese la luce elettrica. Dal buio emersero Carlo, con la doppietta imbracciata, e un giovane alto, smagrito, con i capelli rasati, scuri, il naso pronunciato, le labbra semiaperte, gli occhi pesti per la stanchezza e i vestiti laceri. -Carlo!- lo incoraggiò con calma Alcide. -Metti giù il fucile.- Il bracciante esitò, poi fece ciò che gli avevano ordinato. Nella calma tesa che aveva pervaso la stanza si fece largo Marisa che tese le braccia al giovane stracciato: -Roberto!- sussurrò tra le lacrime. -Buonasera zia Marisa!- replicò il nipote abbracciandola stretta. Tutti si fecero intorno a Roberto, il figlio di Riccardo, fratello minore della donna. Il giovane era soldato, ma da parecchio non giungevano sue notizie: una volta sbarcati gli Alleati in Sicilia, Roberto e alcuni commilitoni si erano dati alla fuga, nascondendosi nella Sila, prima di partire ognuno per un diverso luogo in cui sentirsi al sicuro. Trovarsi dinanzi il giovane, stanco e lacero, minacciato da una doppietta, fu come vedere un fantasma, ma, passato lo sgomento, la famiglia lo ricoprì di premure senza fare riferimento alla legalità della sua posizione. Quella notte Roberto divise il letto con Italo, ognuno con la testa ad un estremo del materasso; non erano comodi e ci impiegarono un bel po’ a prendere sonno. Italo si agitava e moriva dalla voglia di fare mille domande al cugino soldato; girando e rigirandosi, finì per svegliarlo: -Diavolo, Italo! Perché non dormi una buona volta?- Il giovane non ebbe il coraggio di chiedere a Roberto quello che gli girava in testa, cioè se fosse un disertore, se stesse correndo il rischio di essere fucilato, se scoperto, ovviamente, se avesse paura dei fascisti…. Si limitò a dire, ridacchiando: -Non posso dormire perché ti puzzano i piedi!- Roberto sollevò il capo per guardare il cugino, poi, sbadigliando, gli suggerì dove poteva metterseli e si riaddormentò. Il mattino arrivò fin troppo presto a strappare i ragazzi dal calore dei loro letti, costringendoli a strofinarsi il viso con l’acqua gelida che faceva formicolare la punta delle dita. Alcide, Marisa, i figli, Roberto e Carlo si trovarono in sala da pranzo per buttar giù un po’ di pane secco inzuppato nel latte. Alcide aveva il volto segnato dalla preoccupazione per il nipote appena arrivato: era chiaro che avrebbe dovuto nasconderlo perché correva grossi rischi, ma, nascondendolo, tutta la famiglia avrebbe corso grossi rischi. Il padre di famiglia decise che avrebbe tenuto con sé Roberto finché non fosse stato possibile trovargli una sistemazione più sicura, magari in montagna, oppure in collina. Fino ad allora tutti a Cascina Fòla dovevano stare accorti e occultare il più possibile la presenza di Roberto, non solo per la sua di vita, ma per quella di tutti. Quando il soldato fece il suo ingresso in cucina, con la barba non rasata, ma finalmente pulito, i suoi occhi non rivelavano alcun pensiero che non fosse sereno; come se fosse in vacanza, prese posto al tavolo, di fronte a Carlo, e si diede ad ingollare quanto più cibo poteva. -Lasciane un poco anche a noi, per Dio!- lo rimproverò il bracciante. Roberto ingoiò l’ultimo boccone, si asciugò le labbra con la manica della camicia che aveva preso in prestito dallo zio e che gli andava larga, e ignorando il commento disse: -Tu sei quello che ieri notte mi puntava addosso la doppietta?- L’altro annuì. -Lascia che ti dica una cosa: da come tremavi era impossibile che tu riuscissi a centrarmi, anche se mi trovavo a due metri da te.- Carlo, risentito, se ne andò in cucina con il pretesto di mettersi gli stivali; era preoccupato e lo divenne ancora di più quando Alcide decretò che il nipote avrebbe dato una mano in campagna, per guadagnarsi vitto e alloggio, nonostante con Carlo le braccia fossero più che sufficienti per quel poco che si coltivava. A questo proposito Alcide aggiunse che Carlo sarebbe potuto andare alla festa, domenica, mentre Roberto, dovendo nascondersi, sarebbe rimasto in cascina a lavorare. Il bracciante rifletté cupamente: se questo nipote iniziava a rimpiazzarlo da subito, presto gli avrebbe soffiato il lavoro e lui, Carlo, non avrebbe più avuto un posto dove stare. Pronto per recarsi al lavoro, il trentenne s’appoggiò allo stipite della porta in attesa che il padrone impartisse gli ordini per la giornata. Carlo, Italo e Roberto furono incaricati di recarsi a controllare lo stato del vigneto, non perché avesse bisogno di particolari attenzioni, visto che se ne prendeva cura un vecchio contadino molto esperto insieme al figlio, ma perché, in questo modo, Roberto sarebbe stato alla larga da Cascina Fòla che pullulava di gente venuta dal paese a cercare un impiego per la giornata, o viveri da acquistare e rivendere al mercato nero. Tutta quella gente conosceva il soldato almeno di vista, quindi non era una buona idea tenerlo nei dintorni; in collina nessuno sapeva chi fosse Roberto, sarebbe stato al sicuro. I giovani presero le biciclette e si avviarono al vigneto, sbandando sullo sterrato per via dei sassi e degli arbusti che si infilavano tra i raggi delle ruote. Sarebbero rientrati a casa solo nel tardi pomeriggio. Come al solito, Italo era di cattivo umore e Carlo era crucciato dal pensiero della precarietà del suo posto di lavoro; Roberto, invece, canticchiava, lanciando a volte striduli acuti che mettevano a dura prova i nervi dei compagni, ma questi continuavano a tacere; solo quando lo sentirono fischiettare l’aria di una canzonetta che girava tra le fila della Resistenza, Carlo e Italo zittirono bruscamente il soldato che, senza perdere un grammo di giovialità, rispose di non essere tanto convinto che nei campi di cipolle potessero nascondersi dei fascisti. Roberto smise comunque di cantare. Era chiaro che volesse solo provocare i compagni: non era il tipo da sopportare silenzi nervosi e musi lunghi, voleva vivacizzare la situazione, anche con una bella litigata, purché si smettesse di star lì come muli. La strategia di Roberto non funzionò e il viaggio continuò muto e teso; sulla via del ritorno la lingua di Italo si sciolse, com’era abituale: -Roberto, quali rischi stai correndo a restare qui?- -Non molti, credo.- minimizzò il soldato. -Ai disertori spetta la pena di mo…- intervenne Carlo, ma subito Roberto lo interruppe. -Non sono un disertore: la mia compagnia è stata ufficialmente ritirata dalla posizione perché mal equipaggiata. All’arrivo degli Alleati noi non saremmo serviti a nulla, quindi ci hanno rimpiazzato con soldati freschi freschi, che avrebbero reso di più. Durante la lenta, estenuante ritirata ci ha sorpresi l’8 settembre e ci siamo dispersi… come il resto dell’esercito.- -Ma Graziani vi sta richiamando all’ordine!- precisò Carlo. -In culo a Graziani!- fu la risposta del soldato che mise fine al discorso. I tre giovani si fermarono in aperta campagna, a dieci minuti da casa e si accordarono che Roberto avrebbe aspettato lì il ritorno degli altri due; se nessuno fosse tornato entro venti minuti, significava che la cascina non era sicura e Roberto avrebbe dovuto nascondersi. Quei venti minuti non volarono, ma almeno il giovane soldato poté fumarsi un mozzicone di sigaretta che aveva conservato: Marisa aveva subito chiarito che non voleva si fumasse a casa perché era un vizio inutile e costoso e non voleva che i suoi figlioli lo prendessero, specie il piccolo Giorgio. Roberto poté rientrare a casa che era quasi ora di cena. Marisa fece notare al nipote che si sarebbe dovuto radere il viso l’indomani mattina, perché c’era la messa, ma Alcide si affrettò a precisare che Roberto a messa non ci sarebbe andato: era una mossa troppo stupida lasciarlo andare al paese. La moglie rimase pensosa, poi concluse che, messa o non messa, Roberto si sarebbe rasato ugualmente perché era domenica e nel giorno di nostro Signore bisogna essere in ordine. A cena l’atmosfera era allegra; persino Carlo rideva. Roberto non faceva che stuzzicare Giorgio, distraendolo per rubargli le patate dal piatto e masticando con la bocca aperta per mostrargli la poltiglia di cibo sulla lingua. Alcide non ci badava, era distratto, ma Marisa si innervosì e richiamò il nipote: -Roberto mangia da cristiano! Non ti vergogni?- Forse per caso, Roberto proprio allora, come volesse rispondere alla zia, si lasciò scappare un poderoso rutto che fece impallidire di rabbia la donna, mentre la tavolata scoppiò a ridere. Marisa cercò invano di riportare l’ordine a tavola, ma ecco che anche il piccolo Giorgio si fece scappare un rutto, dopo di che fu la volta di Libero, Mario, poi Antonio e Francesco. La madre dei ragazzi si sedette, sommersa dagli schiamazzi dei giovani che la ridussero quasi alle lacrime: -Dovevo allevare porci, non sette figli: almeno sarebbero stati utili a qualcosa!- Imbronciata, mise in tavola delle fette di pane secco ed un barattolo con poco più di due dita di miele: alla sera del sabato e al pranzo della domenica il dolce non doveva mancare. Quando ebbero finito di cenare, Giorgio si diede da fare ad aiutare la mamma a rigovernare la cucine e Francesco spazzò per terra. Alcide prese da parte il nipote: -Ho sentito dire che Graziani sta riorganizzando le truppe fasciste in Germania; recluta i soldati fatti prigionieri dai Tedeschi sui Balcani. Di’, non è che se ti prendono, spediscono pure te in Germania?- -Non lo so proprio. Ora come ora… ora come ora non sono proprio nemmeno un disertore, diciamo che sto prolungando il congedo…- -Ma rischi comunque grosso! Qui a Cascina Fòla c’è sempre troppo viavai di gente, non sei al sicuro. Dobbiamo trovarti un posto più nascosto, magari in collina: potrei mandarti alla vigna, a sostituire il contadino…- -No zio, sarebbe ancora più evidente che c’è qualcosa da nascondere; sarebbe una mossa troppo eclatante togliere il posto di lavoro a uno, così… senza motivo; non passerebbe molto tempo prima che si spargesse la voce che il lavoro l’ ha avuto qualcun altro e allora sì che sarei scoperto!- Alcide annuì. Roberto stette un attimo in silenzio, poi sospirò e i suoi occhi brillarono: -Zio, stanotte me ne vado.- -Ma sai dove andare?- -Sì.- il vecchio e il giovane si fissarono e Alcide capì perfettamente; il cuore tremò per un secondo, poi si sentì fiero. Italo interruppe la conversazione invitando il cugino ad accendere un falò sull’aia. Quando Roberto si levò dalla sedia sentì uno sguardo pesargli addosso: Mario lo fissava serio, con la fronte corrugata e un non so che d’ostile negli occhi; questi, poi, sfilò accanto al soldato con le mani in tasca e la testa bassa, senza più rivolgergli nemmeno uno sguardo. Il fuoco ardeva, scoppiettando ribelle, al centro dell’aia di cemento. Italo e Carlo tenevano ben strette due bottiglie di vino dolce, sorseggiandolo direttamente dal collo della bottiglia; accanto a loro stavano Antonio, Libero, Giuseppe, Mario, Roberto, che fumava una sigaretta placidamente, infine Giorgio. Il vino iniziò a girare di mano in mano, saltando, ovviamente, il piccolo Giorgio, nonostante le proteste del ragazzino. -Allora domani andate a ballare?- chiese il soldato; gli altri fecero cenni d’assenso. -Beati voi!- sospirò il cugino. -Capirai che divertimento!- se ne uscì Giorgio. -Tu sei un marmocchio e di ‘ste cose non ci capisci, ma io sono stato soldato e me ne starei volentieri a guardare delle belle signorine che ballano.- Ridendo forte, con le mani Roberto tracciò nell’aria la sagoma delle forme di una donna, si portò le mani al petto e mimò un bel seno gonfio. Giorgio, sentendo i fratelli ridere, pur non sapendo cosa ci fosse di simpatico in quei gesti, si unì al coro di risa e replicò le mosse del cugino che, però, gli mollò una sberla sulla testa: -Sta’ buono te, che hai ancora il latte alla bocca e sei tutto pelle e ossa. Guarda qua…- e gli pizzicò le cosce. -…non hai nemmeno mezzo muscolo! Ci vuole forza con le donne, sai?- Roberto infilò la sigaretta tra le labbra e fece un gesto inequivocabile con braccia e bacino. Risero di nuovo tutti insieme e il soldato diede una spinta al cugino più giovane che, a sua volta, colpì Roberto con un pugno sulla spalla. Il nipote di Marisa afferrò il ragazzino per l’avambraccio e lo minacciò col pugno alzato: -Chiedi pietà!- intimò al ragazzino. -Neanche morto!- Strinse di più la presa attorno al braccio di Giorgio:-Chiedi pietà!- -Va bene, va bene: pietà!- Roberto lasciò andare il quindicenne e sorrise: -Giorgino, ma te sai come si conquista una donna?- -Certo!- -Ha imparato da Italo!- scherzò Libero che si beccò subito una sberla sulla nuca dal fratello maggiore. -Tranquillo Giorgino…- riprese Roberto -…che ti insegno io a fare l’affascinante con le femmine!- Tese la sigaretta al ragazzino. -Fammi vedere come tiri, che la paglia ti dà un tono.- Giorgio lo guardò perplesso, prima di prendere il mozzicone tra le dita. -Sai come si fa?- chiese Giuseppe in tono canzonatorio. -E che ci vuole?- replicò il più piccolo dei fratelli; si cacciò la sigaretta tra le labbra e tirò forte, la riprese tra le dita, si guardò attorno per vedere le facce dei giovani che lo fissavano quasi con ansia, quasi da quel gesto aspettassero una rivelazione, poi scoppiò a tossire. I ragazzi lo presero pesantemente in giro: -Bravo Giorgino, sei a cavallo!- disse Mario facendosi passare il vino da Antonio. Anche al piccolo fu concesso un sorso di bianco per calmargli la tosse, poi Roberto iniziò da capo a stuzzicarlo: -Sai almeno ballare?- -Ma che mi frega di ballare? Io con le ragazze ci voglio fare ben altro!- -Senti, senti!- commentò Antonio. -Proprio come Italo!- scherzò Francesco. -Dai, alzati Giorgio che ti insegno a ballare!- lo sollecitò Antonio e, ignorando le proteste del fratellino, lo afferrò per un braccio e lo tirò in piedi. Antonio, seppure stonato, intonò una vecchia canzone che Marisa cantava sempre mentre preparava la cena, ma della quale non aveva mai imparato altre parole oltre a “Sette fratelli, sette, di pane e miele a chi li do? Sette, come le note, una canzone gli canterò…” ; continuando a canticchiare la melodia, il giovane guidava i passi di Giorgio, nonostante questi avesse la scioltezza di un tronco d’albero. Preso dall’entusiasmo, Antonio si staccò dal fratellino e volteggiò da solo attorno al fuoco, con le braccia tese ad accogliere un’invisibile ballerina, mentre i ragazzi seguitavano a cantare la canzone di Marisa. Divertito, Carlo si alzò e, sempre tenendo stretta la bottiglia di vino, si mise a ballare con Antonio; Giuseppe e Mario li imitarono, insieme a Libero e Roberto. Stanchi e un po’ brilli, i giovani si lasciarono scivolare a terra, prendendosi in giro per com’erano sgraziati i loro passi di danza. Carlo diede un’occhiata all’orologio che teneva in tasca e salutò i compagni: -Devo andare, si fa tardi!- -Dove te ne vai?- chiese Italo. -Giù in paese.- -Ma c’è il coprifuoco…- -Non mi hanno mai beccato!- -Che ci vai a fare in paese?- lo interrogò Giuseppe. -Vado a far visita a certe signorine…- -Vai il bordello?- domandò ammirato Giorgio. -La proprietaria mi conosce, eravamo vicini di casa e mi tiene sempre un letto e una ragazza al sabato sera.- Carlo si avviò verso il fienile, prese una bicicletta e uscì dal cancello. Era ormai notte e Mario si destò. Sentiva rumori e bisbigli provenire dalla camera accanto, quella di Italo. Si mise in ascolto e avvertì dei passi leggeri scendere le scale; allora si levò dal letto e, cercando di non disturbare il sonno dei fratelli, scese in cucina. Arrivò giusto in tempo per vedere la porta di ingresso chiudersi; uscì e corse dietro la figura scura che attraversava il cortile dirigendosi verso il cancello di ferro; Mario la raggiunse e questa si voltò di scatto, trasalendo. -Mario, mi hai spaventato!- -Dove vai, Roberto?- -Vado…vado via…- -Tanto l’ ho capito.- -Cosa?- -Vai con i partigiani!- Roberto annuì e Mario sorrise: -Aspettami qua!- disse e scappò in casa; se ne uscì un minuto dopo e teneva in mano qualcosa. -Prendi questo.- il ragazzo porse al cugino una sacca da viaggio. -Ci ho messo un po’ di pane nero, anche se non lo sopporti… non ne abbiamo altro, poi c’è una bottiglia di latte: attento a non romperla!- Il soldato mise il sacco sulla spalla, sorrise. I giovani restarono fermi a guardarsi, senza saper bene come si fa a dirsi addio. Allora si abbracciarono. Roberto se ne andò. Mario rientrò in cucina un po’ infreddolito e passò in sala da pranzo per andare in camera sua, ma proprio in quel momento Carlo si chiudeva alle spalle la porticina che dava sul fienile. Mario ebbe un brivido, senza che ci fosse una ragione precisa, e non poté fare a meno di pensare che Carlo doveva essere già nel fienile prima che Roberto uscisse di casa. Senza parlare i due si allontanarono, uno andò al piano di sopra, l’altro in cucina. Al mattino nessuno chiese notizie di Roberto, come se nessuno l’avesse mai visto, come se non avesse passato nemmeno un secondo con la famiglia di suo zio Alcide. Alle otto Alcide e Marisa rientrarono dalla messa; alle dieci meno un quarto i giovani si vestirono per andare alla funzione religiosa. Il pranzo trascorse in silenzio, né Alcide, né Marisa riuscivano a celare la preoccupazione per il nipote e i giovani non si perdevano in scherzi e schiamazzi. Il pasto si concluse con pochi fichi, poi tutti tornarono alle loro faccende. Per le cinque del pomeriggio i sette figli di Alcide si trovavano in paese a guardare le coppie ballare; loro non ne avevano nessuna voglia, non si sentivano proprio di fare la corte alle ragazze, perché avevano l’anima greve d’ansia per il cugino soldato, anzi, partigiano. Carlo, invece, si divertiva e scherzava con le giovani donne sotto lo sguardo truce degli squadristi. Italo, Libero, Mario, Giuseppe, Antonio, Francesco e Giorgio tornarono a Cascina Fòla senza aneddoti divertenti da raccontare alla madre; non parlavano nemmeno tra loro e sembrava non ascoltassero le battute spinte di Carlo e le sue esagerazioni sulle conquiste di cui era stato protagonista alla festa. A cena la famiglia era silenziosa. Prima di mettersi a tavola, Marisa era riuscita senza alcuno sforzo a far recitare ai figli un Padre Nostro e un’ Ave Maria. Terminato che fu il pasto, Carlo cadde addormentato sulla sua branda; pareva ubriaco, eppure nessuno l’aveva visto bere più di due bicchieri, due bicchieri e mezzo, di vino. Toccò allora a Giorgio andare a serrare il cancello. Il ragazzo era abbastanza grande per non avere paura del buio, infatti non fu il buio a spaventarlo, ma alcune tenui luci lungo il sentiero che dal paese portava alla cascina. Il sangue gli si gelò. Corse in casa sbattendo la porta. Carlo non reagì, continuò a dormire. -Gli squadristi!- urlò Giorgio -Vengono gli squadristi!- Marisa si fece il segno della Croce e il marito l’abbracciò. -Stiamo calmi.- suggerì Alcide -Magari non hanno intenzione di portare guai; magari c’è qualche ladro in giro e stanno venendo a controllare che stiamo bene… Non dobbiamo destare sospetti: che nessuno accenni a Roberto!- Sentendo nominare il cugino partigiano, qualcosa si destò in Mario: corse alla branda di Carlo e mollò un calcio, destando non si sa come il bracciante dal suo sonno di sasso. -Scendi di lì, porco bastardo!- -Ma che vuoi, che succede?- Carlo si fingeva smarrito. Mario lo afferrò per gli abiti e lo trascinò a terra, ma quello si divincolò e si mise in piedi. -Piccolo pezzo di merda vuoi una lezione?- minacciò il bracciante. Il figlio di Alcide caricò il trentenne e lo spinse contro il muro, gli strinse il collo e sibilò: -Che cazzo hai raccontato a quei porci dei tuoi amici fascisti?- Alcide e Italo accorsero a dividere i due, ma proprio allora bussarono alla porta. Mario spinse Carlo in quella direzione e lo fece cadere a terra; rialzatosi il contadino aprì l’uscio e si fece da parte per far passare gli squadristi. Il capoccia ordinò ai sette fratelli, tutti e sette, di uscire sull’aia e non aggiunse altro, non rispose ad alcuna domanda, non formulò nessuna accusa, si limitò a fissare Alcide, quasi volesse dirgli “tu lo sai perché”. Il tempo parve rallentare. Abbracciati il padre e la madre, Italo, Libero, Mario, Giuseppe, Antonio, Francesco e Giorgio si strinsero forte e s’avviarono alla porta. Per primo uscì Giuseppe, seguito dal gemello, Antonio, da Italo, Francesco e Mario, infine Libero mise un braccio attorno alle spalle di Giorgio e s’avviò con lui nel buio della sera fredda di settembre. I sette figli di Alcide guardarono dritto di fronte a loro, camminando, finché il comandante della squadra non diede l’alt e li fece fermare in riga, al centro dell’aia, dove la sera prima bruciava il falò. Libero pensò al vino dolce e al ballo sgraziato della notte precedente; Italo decise che gli sarebbe piaciuto chiamare Roberto quel suo bambino che non l’avrebbe mai conosciuto; Antonio e Giuseppe si guardarono: erano nati assieme e sarebbero morti assieme; Mario si chiese perché non avesse spaccato la faccia a quel porco d’un bracciante, mentre Francesco si voltò verso la casa dei genitori, la porta era stata sbarrata da due fascisti, e canticchiò a fior di labbra la canzone di mamma. Giorgio guardò le stelle e pensò ai partigiani; avrebbe voluto avere un paio d’anni in più per poter combattere con la Resistenza e magari morire, sì, ma con coraggio, combattendo. Era arrabbiato. Guardò ad uno ad uno i suoi aguzzini e ne riconobbe un paio: erano ragazzi dell’età di Mario e li ricordava a giocare a pallone lì, su quell’aia, quando lui era più piccino. Se solo ci fosse stato Roberto… ma Roberto se n’era andato con i partigiani a combattere per la Libertà, perché gli squadristi non potessero più fucilare un ragazzino su un’aia, di notte, perché ognuno potesse pensare ed avere parole proprie. Se Roberto fosse stato con i suoi cugini in quel momento, pensò Giorgio, se li avesse potuti vedere com’erano silenziosi e dritti di fronte ai fucili puntati, senza l’ombra d’un tremore, sarebbe stato fiero e li avrebbe chiamati Compagni, anzi, Fratelli. Fu un attimo; furono lampi e tuoni… poi silenzio. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato. 1 Tratto da “Settemila carabinieri deportati in Germania”, in “La seconda Guerra Mondiale”, Arrigo Petacco, vol. VIII, ed. Curcio. ?? ?? ?? ??