Maria Giovanna Luini vive a Milano, è chirurgo in un istituto oncologico e consulente scientifico della casa cinematografica Taodue NovaFilms. Nel 2006 ha pubblicato "Esser grandi è una fiaba - Piccole fiabe per adulti", con Lampi di Stampa. Scrive per l'e-magazine HISTORICA, ha un rubrica di racconti ("Il cassetto di MariaGiovanna") sul sito Caffé Storico Letterario. Nel maggio 2007 Francesca Mazzucato ha pubblicato un racconto di MG Luini nel suo sito Books and Other Sorrows. I siti internet di MariaGiovanna Luini sono: http://mariagiovanna .blog.kataweb.it e http://iraccontidimariagiovanna.blog.espresso.repubblica.it. Gli scherzi della vita Qualche volta ho pensato che fosse tutto uno scherzo della vita. Non è stato un pensiero frequente, solo uno sprazzo qua e là nel grande mare del niente: la mia testa non è nata per le riflessioni, ha imparato che due più due fanno quattro e ha continuato a ripetere operazioni e calcoli e algoritmi fino a ieri. Fino al momento in cui tutto è finito. Stavo dicendo che qualche volta ho pensato a uno scherzo, un brutto tiro dell’esistenza che giocava con me come si fa con i bambini stupidi e grassocci: li fai correre, stringi loro la mano per incitarli a muoversi ma in fondo sai che ti fanno rabbia. La mano gliela stringi con cattiveria, sorridendo perché la gente non ti noti e pensi che sei bravo davvero bravo a occuparti di loro. Ma tu stringi e fai male. Perché si vede che sono stupidi. Non tutti i bambini sono uguali. Comunque. Ho incontrato lei ai giardini pubblici in un pomeriggio d’estate torrido e fannullone: non avrei dovuto trovarmi là perché il lavoro mi inseguiva più del solito, eppure qualcosa dentro aveva fatto clic e girovagavo passo dopo passo nella quiete afosa dei giardini. Lei era seduta su una panchina: vestito azzurro elegante e leggero, capelli lisci alle spalle, sandali con i tacchi alti. Libro in mano ed espressione assente. Mi sono avvicinato pensando di curiosare il titolo del libro: non che io ami i libri, ma mi è presa così, senza un motivo, la voglia di andare a vedere che cosa stesse leggendo. Lei deve avere notato la mia ombra lunga sulle pagine e ha alzato gli occhi. -Buongiorno Ha detto sorridendo e osservandomi un po’ storta, con il sole che le feriva gli occhi. -Buongiorno Ho risposto pentendomi immediatamente: non tento mai l’approccio con donne sole. Sono pericolose e io sono sposato. Lei mi ha indicato la panchina. -Si siede qui? -Sì E come uno stupido mi sono messo accanto a lei. -Che cosa legge? Lei ha sorriso e mi ha messo in mano il libro: l’ho guardato appena, senza registrare il titolo. Ho solo pensato che in quel momento la mia vita cambiava, e ancora non sapevo perché. La mia vita infatti cambiò, e lo fece tanto bene e rapidamente da distruggere ciò che per anni avevo pensato di costruire. Per molti mesi la incontrai senza sfiorarla: le raccontavo di me e ascoltavo le sue parole, beandomi di quella che volevo disperatamente definire un’amicizia profonda. La accompagnavo in giro in città mostrandole cose che conosceva benissimo, convinto che il nostro rapporto fosse un gioco a due senza implicazioni sentimentali o sessuali, destinato a risolversi con una simpatica stretta di mano e qualche ricordo piacevole da mettere in tasca per la vecchiaia. Finsi di non vedere – ora lo so – il suo amore che nasceva e resisteva alla mia freddezza, e la mia attrazione che prepotente si faceva largo nell’anima diventando passione, poi tenerezza, poi amore. Anche il mio. Amore. Una certa sera (non ricordo il mese e neppure il giorno) ci trovammo insieme nella mia casa in montagna: ufficialmente volevo che vedesse i luoghi dove sono nato e dove ho vissuto la parte migliore della vita, cioè le vette vicine all’Austria e i boschi di alberi eterni, in realtà avevo il segreto desiderio di rendere concreto il tenue refolo di sogno che da qualche settimana dominava la mia mente. Volevo che facesse l’amore con me, o meglio sapevo che l’avrebbe fatto e credevo con tutto me stesso che fosse una voglia solo sua alla quale avrei accondisceso per amicizia, per dolce affinità elettiva. Non certo per condivisione del sentimento. Facemmo l’amore sul serio quella sera in montagna, e dentro di lei, con gli occhi che per un istante si alzarono dal suo viso e si fermarono sulle cime degli alberi dietro i vetri, capii che niente dei miei programmi era stato giusto: provavo per la prima volta qualcosa che non ricordavo fosse esistito, sentivo che avrei potuto lasciare tutto -casa famiglia soldi lavoro- per un solo minuto di quella beatitudine. Anche per lei fu speciale, lo vidi dagli occhi e da quel modo lento e languido di rivestirsi che stetti ad ammirare per lunghi minuti. Non fece commenti, mi baciò a lungo e quando la riaccompagnai a casa disse: -Grazie! E io restai a chiedermi perché mi avesse ringraziato. Fermai la macchina fuori dal suo cancello e ripartii due ore dopo, con decine di telefonate di mia moglie e la stupida sensazione di avere perso un momento talmente indimenticabile da risultare incomprensibile. Poi fu la storia. La nostra storia. E mi rendo conto che se la raccontassi potrei solo suscitare commenti ovvii: -Una relazione tra persone sposate -Un idillio destinato a non durare -Storia di sesso mascherata da amore Tutte cose che i miei amici hanno detto in diverse serate di birra, pizza e confidenze. Con un po’ di invidia, forse, per quella giovane donna persa per me. Il gioco del destino, quello più grande e cattivo, si rese evidente poco a poco: iniziai a pensare che dovesse essere mia. Solo mia, intendo. Contro ogni logica. Credetti che il suo amore fosse una giustificazione sufficiente per le mie crisi di gelosia sempre più frequenti, per quel possesso ostinato patologico illusorio che rivendicavo su di lei. E finalmente aprii gli occhi. Accadde in un giorno di aprile, i cui dettagli sono totalmente inutili. Il fatto – quello importante – fu che mi resi conto di amarla. Amarla come mai mi sarei aspettato di fare. Io che non le avevo mai detto “Ti voglio bene”. Io che le chiedevo di non illudersi perché la nostra doveva essere una storia senza impegno. Io che le avevo detto “Questo è solo sesso”, scuotendola dentro come un terremoto e facendole venire lacrime che ricacciò indietro e che non potrò mai dimenticare. Mi innamorai di lei. E glielo dissi. Non ricordo come reagì, anche se il tempo passato non è molto: so che pianse per qualcosa che mi scappò detto, e con molto orgoglio disse che se l’avessi lasciata l’avrei distrutta, ma avrebbe accettato la mia decisione senza recriminare. Chi mi conosce bene sa che alterno momenti di passione a istanti di lucidità razionale che mi portano a discorsi pesanti, eterni, pieni di principi e valori e morale: dopo averle raccontato piangendo il mio amore qualcosa girò all’improvviso nella mia testa e le dissi che non sapevo che cosa fare, e che in fondo se l’avessi lasciata sarebbe stato per il suo bene. Per rispetto della sua giovinezza e dei suoi sentimenti. La sua reazione fu una di quelle che si ricordano per sempre: alzò la testa, mi piantò gli occhi sul viso e disse -Se mi lascerai sarà perché non mi ami abbastanza, tutto qui E non mi diede il modo di ribattere perché parlò con tanta profonda convinzione che mi fece vedere, come in un fotogramma lungo e inatteso, tutta la sua vita. Tutto ciò che nel passato doveva avere vissuto, e quella consuetudine al dolore che l’aveva resa diffidente alle scuse (pietose sciocche egoiste) degli uomini che se ne andavano da lei (per poi ritornare senza ritrovarla). Compresi che aveva ragione, anche se mai l’avrei ammesso di fronte al suo viso pallido e sfuggente: la lasciavo perché non avevo il coraggio di affrontare le difficoltà dell’amore per lei. Ci fu silenzio. Silenzio. Fino a ieri. Camminavo di nuovo nel parco: avevo deciso di trovarla almeno nel ricordo, per rivedere il sorriso appena abbozzato e il vestito azzurro che non aveva più indossato da quel primo giorno. Cercavo di ricordare il titolo di quel libro, quel piccolo affare di carta rilegato che avevo stretto in mano per qualche istante. -Ciao! La sua voce mi ha raggiunto e trafitto. Mi sono voltato e l’ho vista: più magra, con gli occhi scavati da qualcosa che non ho riconosciuto. -Ciao Ho detto come un idiota, ballando a destra e sinistra senza sapere bene come proseguire. Ha parlato piano, scandendo le parole. -Sapevo che ti avrei trovato qui, oggi. Sono tre anni, sai? Non ho chiesto tre anni di che cosa: lo sapevo molto bene. -Vado via subito, voglio solo dirti che la storia con te è stata la più bella della mia vita. Mi hai resa felice come nessuno ha saputo fare. Ricordami felice perché è così che mi sento! Mi ha messo in mano una busta, e io -cretino idiota mentecatto, vuoto- l’ho ficcata in tasca per seguire meglio il suo corpo che andava via. E l’ho dimenticata. L’ho aperta questa mattina, quando qualcuno ha chiamato per dire che lei è morta. Si è chiusa in una piccola casa nel bosco (il suo rifugio, diceva) e ha preso pillole e gocce e roba che l’hanno ammazzata. Ho tolto dalla tasca la busta incredulo, scioccato, ho estratto il foglio bianco con qualche riga: “Metastasi epatiche da carcinoma, da tumore primitivo ignoto”. Attaccato a questo un altro foglio, più piccolo e giallo, con la sua grafia disordinata: “Non piangere amore mio, muoio felice”. E’ morta felice. Felice. Io no. Gli scherzi della vita. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.