Roberto Estavio nasce a Chieri negli anni sessanta. Laureato in psicologia e specializzato in psicoterapia, vive a Padova, dove lavora come insegnante di sostegno. Ha cominciato a scrivere negli anni duemila incoraggiato da Francesco Gazzè. Nel 2003 pubblica per la “Ghost Edizioni” una silloge di brevi racconti “I tasti estremi di un pianoforte”, poi un e-book di cui recentemente è uscita una versione cartacea: “Riflessi Macabri” (Il Torchio Editore 2006). All’inizio del 2007 arriva il romanzo sperimentale “Black Notes” (Magneticaedizioni). Down nera Era una timida giornata primaverile. Giovanna entrò in quel bugigattolo di scuola facendosi portare dal grande uomo che gli altri si ostinavano a chiamare padre. Proprio non gli andava. Un allampanato che l'accompagnava su e giù per quelle stradine sconnesse. Prima un intrico di budelli e poi nella volata finale una ripidissima e sgradevole scalinata in pietra antica e un cunicolo in discesa che lei si divertiva a fare come sullo scivolo, senza camminare. Una discesa a gambe strette, veloce e lunare. Si fece salutare dal padre, lei la grande. Entrò nel cortile ghiaioso accompagnando la sua microbici verde prugna. I bambini giocavano ma all'improvviso un fischietto intervenne prepotentemente. . "Tutti in fila" gridò il bidello " l'insegnante non è ancora arrivata. Arianna si accovacciò su una panca. Arrivò Paolo accompagnato dai suoi genitori. La madre stringeva forte la sua mano destra e il padre sfiorava delicatamente la sinistra, un ciuffo di capelli infastidiva il naso e gli occhi e un'aria boriosa e strafottente accompagnava il suo incedere costante come un panzer. I genitori, gentili ma fermi, l’ avevano strappato dai videogiochi. Il padre, zoppo e avanti negli anni, lo spinse dentro l'aula. - Guarda Paolo non sei il solo, guarda. La classe era dipinta di fresco. Il bidello si preoccupò di far sedere tutti quelli che tergiversavano. A Giovanna capitò Paolo come vicini di banco. Fuori, a venti metri, le famigliole sciamavano di ingombri discorsi. Paolo, strano era strano... Portava da casa con la merenda un paio di arance al solo scopo di scommettere con i suoi amici sul numero di semi che avrebbero trovato al loro interno. Le arance, alla fine del gioco, le buttava. Oppure puntava i suoi due euro sul numero finale di targa delle macchine dei genitori. Pari, dispari, pari, dispari. La classe era divisa, due igloo, pensava. due gruppi due colori Verde pisello e verde pervinca. Durante la ricreazione si mise a giocare con gli altri. Si rotolava per terra preferendo regalare le sue merende.. Poi un giorno ascoltò i consigli dell’adulto, quello che l’accompagnava, quello alto come una torre che a lei diceva cosa fare e cosa non fare. Invitò Paolo a casa. Lo aveva stordito con una racchetta da tennis e infilato in un cunicolo, nel terreno scavato da un’impresa di costruzioni. Lo aveva legato lasciandolo là. Era notte fonda, Paolo sembrò raggrinzirsi sotto il peso di quella mano fredda, di quegli occhi luminosi. Era pallido come un tacchino. Quando lei gli sorrise con beffarda affabilità, rischiò quasi di ingoiare la lingua. - Che cosa ti prende ? gli disse fingendosi preoccupata - Pensavo che saresti stato contento di vedermi! Non mi presenti i tuoi nuovi amici. Lui si limitò a guardarla e si rese conto che stava per alzarsi un attimo prima che la cosa accadesse. D’istinto ruotò la sedia in modo di trovarsi di fronte e scattò con la gamba. La collera le alterò il viso, subito sostituita da un sorriso beffardo. - Così hai parlato di me a tuo padre e a tua madre come pensavo. - Davvero scortese da parte tua. Sostenne lo sguardo per un lungo movimento carico di tensione. - Che cosa gli hai detto? - Niente - interloquì Paolo e sorrise con dolcezza. - Niente di particolarmente interessante. A Giovanna quelle parole non piacquero. Come se l’avessero colpita in pieno viso, perse l’equilibrio e si spostò leggermente. - Dove sono finiti i tuoi poteri ? Paolo rimase stupefatto. La sua audacia andava oltre ogni limite. - Credimi, quando mi hanno raccontato del mostro che si aggira per le nostre campagne mi ero figurato qualcosa di impressionante Lei lo strinse forte al collo e in un attimo di piacere lo strangolò. Poi socchiuse la bocca e un lungo gemito le sfuggì dalle labbra. Si stava guardando: la sua pelle si stava staccando, gli occhi erano sprofondati nelle orbite, le labbra disciolte colavano sui denti giallastri, la fronte si era coperta di viscide macchie brune. Si era sciolta uccidendo Paolo, non avrebbe più avuto un viso Down, ora lei era il Mostro. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.