Stefano Ratti, disegnatore, soggettista, abile narratore di storie, è già apparso più volte su www.patriziopacioni.it. Torna con un complesso racconto in cui il disagio di vivere e l’intrigo noir si intrecciano in modo assai suggestivo… Ex Mi piace molto il whisky, la grappa, il cognac, la birra. So che è un brutto vizio, ma ormai nella mia vita non è rimasto nient’altro. Una volta avevo una moglie…mi sembra…è passato tanto tempo. Avevo dei ricordi di mia moglie, dei ricordi scomparsi e mai più ritrovati nel famoso cassetto della memoria, forse perché non vale nemmeno la pena cercarli. Sembra incredibile ma, non rammento neppure il suo volto, neppure il motivo per cui se ne andò, un giorno, senza una spiegazione, non avevamo tempo per le spiegazioni: troppo impegnati a litigare, a farci del male, a sputarci addosso veleno. E’ strano. Questo lo ricordo bene. Ricordo le frasi cattive, i litigi, ricordo solo quello. Mia figlia? Ho una figlia, ma è tanto che non la vedo… anche lei. Presumo che le dispiacesse il fatto di dover andare, ogni notte, a cercare il suo “amato” genitore in tutte le bettole di Milano, portandomi poi a casa (quando riusciva a trovarmi), ubriaco e mezzo incosciente. Suppongo avesse ragione… suppongo di non essere un bell’esempio per i miei nipoti, per i suoi figli. Ogni mese riscuoto regolarmente la pensione all’ufficio postale, una pensione da ex poliziotto. Ex poliziotto, ex marito, ex padre. Con la pensione di anzianità percepisco una piccola pensione di invalidità per una pallottola che mi sono preso in una gamba nel tentativo di sventare una rapina. Ogni tanto, quando il tempo cambia, mi fa male, ma non bado al dolore, sono altre le cose che mi tormentano. Appoggiato al bancone del bar, guardo il mio bicchiere vuoto con gli occhi fissi verso un punto indefinito. Non so con chi parlare, chi guardare. I pochi clienti che ci sono mi evitano, ma io non faccio caso a loro. Deve essere molto tardi e a stento, intravedo l’orologio a muro del locale, mi sembra che segni le tre. Ha che ora chiude questa stamberga? Quanti bicchieri ho bevuto stasera? Vai a saperlo! Ne voglio ancora, qualsiasi cosa fosse il liquido che ho ingurgitato fino adesso. Chiamo il barista: “Cecco, dammene un altro va’!” Io e Cecco ci conosciamo da anni. Il suo vero nome e Francesco, ma tutti lo chiamano Cecco. Ha ereditato questo bar dal padre, ed è forse uno dei pochi bar non trasformati in moderni pub per ragazzini urlanti e rimbambiti dalla musica a tutto volume. “Hai bevuto abbastanza Ale, è meglio che vai a casa, te ne ho dato anche fin troppo, se te ne verso ancora e passano i carabinieri, passo un guaio, mi tolgono la licenza” dice preoccupato. Osservo il mio bicchiere, sconsolato, io, non il bicchiere. Faccio lo sforzo di pensare, ma la cosa mi riesce difficile. Al diavolo! Me ne vado, me ne sbatto di Cecco, del suo pessimo whisky, (penso fosse whisky), di tutto e di tutti. Andrò a bere da un’altra parte. Ho la nausea, e ho voglia di vomitare. Centro l’uscita del bar. Mi ritrovo nel vicolo freddo e umido, la nebbia sembra imprigionare il luogo e nascondere la fogna che lo circonda. Una volta, in questo quartiere c’èra più rispetto per gli ubriachi. Cosa sto dicendo? Io non sono ubriaco, un po’ brillo, forse, ma non ubriaco. Per sorreggermi mi aggrappo all’unico lampione che illumina il vicolo, spaventando un grosso gatto spelacchiato che ci si stava strusciando contro. Ha terra c’è di tutto: cartacce di giornale, mozziconi di sigarette, gomma da masticare masticata e schiacciata sotto le scarpe, pezzi di vetro di bottiglia, merda di cane, e chi più ne ha, più ne metta. Il quartiere Volta fa schifo, e non so quante rapine abbia dovuto subire Cecco negli ultimi mesi. Colpa del governo, della provincia, del comune, della gente di merda che lo abita, gente come me. Non bastavano gli stronzi autoctoni, dovevano arrivare anche quelli d’importazione. E poi quegli idioti che litigano per il loro dio. Dio, Allah (non sono la stessa cosa?), o come lo chiamano. Litigare per una cosa che non esiste. Idioti! Il paradiso non esiste, mentre l’inferno…quello esiste di sicuro, basta guardarsi intorno. Mi stacco dal lampione, cammino barcollando, mi appoggio a una saracinesca ormai arrugginita. Qualche anno fa, dietro questa lamiera arrugginita, c’era una macelleria…c’era anche una panetteria in questo vicolo: sia una che l’altra, hanno chiuso con l’arrivo degli ipermegasupermercati dai grandi sconti, gioia del consumatore medio, e non solo. Dio! Pensieri inutili mi affollano la mente in una giravolta insostenibile. Decido di provare a tornare a casa. Dovrei arrivarci senza difficoltà, non abito lontano, spero di ricordare il numero. L’ultima volta ho sbagliato portone e pensando di aver sbagliato a portare le chiavi, sono rimasto a dormire davanti alla porta d’ingresso di chissà chi, credendo che fosse la porta di casa mia. Qui le case si assomigliano tutte, soprattutto quando hai qualche litro di alcol nel sangue. Avanzo nel vicolo semibuio, mi sembra di sentire delle voci, un urlo. Intravedo tre persone intorno a un'altra figura umana, una donna. La voce femminile sembra rimbombarmi nelle orecchie. “Aiuto, qualcuno mi aiuti!” Sento delle voci, delle risate. “Andiamo! In discoteca non facevi tanto la difficile.” Un tentativo di stupro? Forse! Devo intervenire, sono un poliziotto…no! Ero un poliziotto. “Fermi!” urlo con il poco fiato che ho in corpo. Mi avvicino goffamente, inciampo in una delle tante bottiglie lasciate sul terreno da qualche imbecille, e cado con il viso nella polvere della strada. Sento le risate, dei passi che si avvicinano. Cerco di rialzarmi. Alzo il viso da terra e intravedo delle ombre, sento odore di profumo da cento euro, odore di gel per capelli. Non sono gente del quartiere. Mi sono intorno. Ora, il loro giocattolo da spaventare sono io. Uno di loro si china su di me, posso così vedere il suo volto chiaramente, illuminato dalla luce del lampione. E’ un ragazzo sui diciannove, venti anni al massimo, forse anche gli altri lo sono. Sorride maligno. “Guardate! Questo tipo è ubriaco fradicio, puzza come una distilleria” dice, rivolgendosi agli altri. Grasse risate gli fanno coro. Merda! Mi prendono anche per il culo. Cerco un barlume di lucidità nei miei pensieri confusi, non riesco a trovarla, allora serro i pugni e scatto. Con un pugno colpisco sul naso il ragazzo. Sento le ossa del suo naso frantumarsi, o sono le mie nocche? Da giovane ho fatto del pugilato, sono un ex pugile. Colpisco a destra e a sinistra, alla ceca, preso da una furia insensata. La testa mi gira come un pallone. I miei pugni vanno a vuoto e frustano l’aria. Non capisco più niente. Sento la ragazza urlare. Riesco a colpire ancora qualcuno. Sento le urla dei giovani: “Via! Cazzo, via!” Il quartiere mi gira intorno e il vomito parte alla carica risalendo la gola. Cado a terra, sperando che il vicolo smetta di girare. Vado al suolo incosciente, sento l’odore dell’asfalto, ho un sapore acido e schifoso in bocca, e rischio di annegare nel mio stesso vomito. °*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°* Odore di disinfettante, di alcol, ma non quello che piace a me. Sono sdraiato in un letto di ospedale. Quale? Che importa. Probabilmente sono stato soccorso, forse quella ragazza, chissà dov’è ora. La sbornia mi è passata, ma ho lo stomaco che brontola e fa a pugni con l’intestino. La testa sembra esplodere da un momento all’altro: mi sento uno schifo. Mi alzo dal letto, voglio andarmene. Solo quando sono in piedi mi accorgo di non indossare il mio vestito, ma solo un camicione bianco di tela ruvida. Un infermiera mi vede alzato e corre a chiamare un medico. Chiedo a un’altra infermiera di riavere i miei vestiti. Lei me li porge con riluttanza. Non posso che darle ragione: la mia maglietta non più bianca, il mio maglione infeltrito di lana, i miei jeans macchiati, la mia giacca marrone sgualcita, le mie scarpe da tennis consumate, puzzano come una cloaca, ma al momento non ho altri indumenti. Insieme a un dottore dal camice bianco e pulito, arriva anche un viso conosciuto che mi saluta:. “Salve Ispettore Roda” E’ l’ispettore Magri, colui che ha preso il mio posto al commissariato di zona. Un giovane brillante, pignolo, ma brillante, per quello che mi ricordo di lui. Mi chiama ispettore, come se avessi ancora quel titolo, come se me lo meritassi. Il dottore mi prova la pressione con lo strumento che ha in mano, mi controlla gli occhi con una specie di mini torcia che emana una piccola luce fastidiosa. Mi dice con gentilezza che oggi non morirò, ma che probabilmente, se continuo a bere porcherie, non durerò molto. Sai che scoperta! E poi, mica voglio vivere in eterno. Dice che per quanto lo riguarda me ne posso anche andare e si allontana. Guardo l’ispettore capo Magri, lui ci tiene al titolo, a me non è mai interessato molto. “Guarda chi si vede!” gli dico sfoggiando il mio più bel sorriso di circostanza. Lui non è in vena di sorrisi, la sua voce è dura e decisa: “La mia non è una visita di cortesia. Cosa ci facevi nel vicolo, ubriaco e vicino a una ragazzina morta.” Le sue parole mi colpiscono come un macigno nello stomaco. Mi spiattella davanti alla faccia una foto. E’ della ragazza che ho cercato di difendere, credo, non ho potuto vederla chiaramente. La foto è quella del suo viso senza vita, credo sia stata fatta all’obitorio. Magri mi informa che si chiama…si chiamava Caterina. Aveva diciassette anni ed è morta nel vicolo, con il cranio infilzato in uno spuntone che usciva dai vecchi muri. “No!No! Non è possibile, quei bastardi l’hanno uccisa!” urlo, sentendomi colpevole. Quei balordi l’avevano uccisa e io ero troppo ubriaco per poterlo impedire. “Chi ha chiamato la polizia dice di aver visto delle persone scappare dal vicolo e forse questo ti scagiona dall’accusa di omicidio, ma devi venire al distretto, voglio sapere da te come è andata, sempre se ti ricordi qualcosa, visto lo stato in cui eri” continua l’ispettore. Mi siedo sul letto, mi sento come se mi fosse passato addosso un treno. Ho ancora davanti agli occhi l’immagine di quel ragazzo che mi guardava, ora più che mai. Usciamo dall’ospedale, sono arrabbiato e deluso. Un orologio appeso appena fuori la struttura, mi dice che sono le 11,30. Le autoambulanze della Croce Rossa sfrecciano nella strada nei due sensi, ininterrottamente. Le loro sirene sembrano cannonate. Ho mal di testa, ma non ho un aspirina. Idiota che sono! Avrei dovuto farmela dare dal medico. Il rombo del traffico non migliora le cose. La nebbia è scomparsa, lasciando il posto a una pioggia, grigia e miserabile, ed io sono come lei, grigio e miserabile. Lo stomaco riprende a ballare al ritmo instabile della pioggia. Che schifo di giornata! Una “pantera” si ferma davanti a noi, magri mi invita a salire dietro. Quante volte sono salito su queste auto, solo che, una volta, mi sedevo davanti. Percorriamo la strada in silenzio e arriviamo al distretto di via Magni, il mio ex distretto. Entriamo nel cortile, parcheggiando tra altre macchine della polizia. Magri mi accompagna all’interno della struttura, attraverso un lungo corridoio. Conosco il luogo e la procedura. Incontro molti giovani con la divisa blu, altri meno giovani, ma non riconosco nessuno. Entriamo in una stanza, dove un giovane agente, dietro a un computer, mi chiede le generalità: nome, cognome ecc. ecc. Finita la prassi, vengo accompagnato in una stanzetta senza finestre, con una branda e una luce fioca. Passo tutta la giornata a spiegare, a raccontare ogni cosa e Magri ascolta con pazienza. Non gli sono simpatico per ciò che sono ora, ma non per quello che ero ieri. Quando ho finito di raccontare mi dice: “Dobbiamo trattenerti, è la procedura.” Passo la notte al distretto, una notte di incubo, tra lenzuola che sembrano carta vetrata. La mattina dopo, l’emicrania sembra darmi tregua, ed è l’ispettore a svegliarmi e a darmi il via libera: “Puoi andare! Comunque tieniti a disposizione.” Si! Conosco la tiritera. Quante volte ho ripetuto quella frase. Secoli fa. Esco dal distretto. Scendo delle scale, e mi ritrovo al di sotto del manto stradale. Prendo il metrò. C’è un po’ troppa gente a quest’ora. Tutti cercano di starmi lontano, ma il vagone è troppo stipato e non possono evitare di starmi addosso. Qualcuno impreca e si chiede, ad alta, voce il motivo per cui ci debba essere della gente che dimentica di lavarsi. Ogni riferimento al sottoscritto è del tutto casuale, credo. Arrivo nel quartiere Volta e mi dirigo a casa. Dovrei andare a vedere il luogo del fattaccio, ma non me la sento adesso, il mal di testa si fa più insistente. Arrivo al palazzo in cui abito. Ho un vecchio appartamento di settanta metri quadri al terzo piano. Mi avvicino al portone. Giovanna, la portinaia, non c’è, come sempre, e anche se ci fosse non mi degnerebbe di uno sguardo. Chi se ne frega! Imbocco l’androne del palazzo, salgo le scale a fatica,e questo mi fa pensare che forse avrei fatto meglio a prendere l’ascensore. Estraggo le chiavi dalla tasca della giacca, apro la porta centrando al terzo tentativo il buco della serratura. L’interno di casa mia è sempre uguale da molti anni. Ci sono ancora i mobili che aveva scelto mia moglie, avrei dovuto cambiarli ma, sono troppo pigro per farlo: ogni tanto mi ricordo di pulire, ogni tanto mi ricordo di cambiare il vestito che indosso, a volte mi ricordo di pagare le bollette dell’acqua, del gas, dell’elettricità. Mi guardo nel grande specchio della stanza, anche la mia immagine sembra urlarmi contro la sua disapprovazione. Mi cambio di abito, cerco di rasarmi la barba che non taglio da sei giorni. Faccio tutto con calma, con molta calma. Cambio il vestito: un altro paio di jeans, non meno sporchi del primo, una maglietta nera, un maglione arancio. Butto gli indumenti sporchi nell’armadio. Prima o poi li laverò. Mi avvicino alla libreria piena di libri e fumetti polverosi infilati in ordine sparso. Il Cavaliere del Graal, Il Nome della Rosa, Le Paludi di Hesperia, Excalibur e le vicende di Conan il Cimmero, si mischiano con gli albi di Dylan Dog, Dampyr e dei super eroi americani. Un tempo leggevo molto, soprattutto romanzi storici e fantasy. Forse dovrei ricominciare. Sposto alcuni libri. Dietro di loro c’è un oggetto di metallo. Un oggetto che non ho più toccato da tanto tempo. E’ una Beretta Calibro 38, regolarmente registrata. Sono un ex poliziotto, ho tenuto il porto d’armi. Avvicino la pistola al volto, il metallo è freddo sulla guancia. Il figlio di puttana che ha ucciso la ragazza se ne sta tranquillo chissà dove, ma io ricordo il suo volto, nonostante la merda che avevo in corpo, ho la sua immagine ben viva nella mia memoria, più viva che mai. Guardo il frigorifero. Dovrei mangiare, non so neppure se c’è qualcosa da poter mangiare al suo interno. Mi dirigo invece, verso il piccolo mobile bar posto nell’angolo e prendo la bottiglia di Grappa Julia, l’unica bottiglia rimasta. E’ mezza piena, o mezza vuota, a seconda dei punti di vista. Appoggio la pistola sul mobiletto. Un suono mi fa sobbalzare mentre apro la bottiglia. E’ il campanello della porta che riaccende l’emicrania del giorno prima. Nessuno suona più il mio campanello da molto tempo, nessuno viene a trovarmi…forse la portinaia…ogni tanto...quando mi consegna la posta, principalmente composta da bollette da pagare. Scocciato per essere stato interrotto nell’atto della mia bevuta quotidiana, vado ad aprire. Con mia sorpresa, dietro alla porta, non c’è il postino, ma un tizio vestito come se dovesse andare a un matrimonio, o a un funerale. E’ un tipo non molto alto, sui quaranta: porta un completo di giacca e cravatta grigio scuro e un sorriso idiota. Mi guarda perplesso, ho ancora la bottiglia in mano. La sua voce è tagliente e per qualche motivo penso a un serpente: “Il signor Roda, Alessandro Roda presumo?” E’ da tanto che non mi sento chiamare con il mio nome per intero. “Presume bene” rispondo a tono. Si aggiusta la cravatta con tono imbarazzato. “Posso entrare, se non le dispiace?” Faccio segno di si con la testa e lui entra, lasciando una scia di insopportabile profumo dietro di sé e guardandosi intorno schifato. Parla velocemente, come temesse di perdere tempo: “Sono l’avvocato Palmeri. Il mio cliente vorrebbe sistemare una certa questione con voi. Abbiamo alcune conoscenze e da ciò che siamo venuti a sapere, voi avete detto alla polizia di aver riconosciuto i vostri aggressori.” Si guarda ancora intorno, ancora più schifato. “Il mio cliente potrebbe elargirvi un compenso molto proficuo, non mi sembra che navighiate nell’oro.” Sono frastornato, non capisco, la mia emicrania non migliora. Lui continua: “Questa notte eravate ubriaco, per cui, nessuno sospetterebbe niente se, all’improvviso, non vi ricordaste più le persone che avete incontrato nel vicolo.” Credo di capire. Il ragazzo di cui ricordo il viso deve essere il figlio di un pezzo grosso che non vuole scandali. Come ha fatto a sapere così presto della mia testimonianza. Che c’entri l’ispettore Magri? Possibile? Al diavolo! Non ho voglia di pensare. Un pugno ben assestato, e faccio volare l’avvocato sopra il tavolo della cucina. Lui urla disperato e terrorizzato. Mi avvicino minaccioso: “Non solo io non mi vendo, ma ora mi dirai chi ti manda!” Per mia fortuna, e per la sua, non è un tipo coraggioso. Mi dice tutto, ma proprio tutto, sbattendosene altamente del segreto professionale che lo dovrebbe legare al cliente. Indosso un impermeabile, prendo l’autobus e corro all’aeroporto di Linate, lasciando la bottiglia a casa ad aspettarmi. Porto con me la pistola. Seduto sull’autobus, appoggio la testa al finestrino, e rimango per tutto il tragitto con il naso incollato sul vetro appannato dal mio respiro. Arrivo all’aeroporto, mi siedo nella sala adibita alle partenze e aspetto, mentre ogni quarto d’ora un aereo prende il volo e un altro atterra. Attendo molto poco, l’avvocato non ha avvisato il suo cliente, i lividi che ha sul corpo gli hanno sconsigliato di farlo. Dopo meno di mezz’ora, lo vedo. Nonostante cerchi di coprirsi con un berretto calato sugli occhi, degli occhiali da sole portati in pieno inverno e un giubbotto dal collo alto. E’ lui! Sul naso ha un grosso cerotto, una medicazione fatta in fretta e furia, dopo il regalo che gli ho lasciato l’altra notte. Probabilmente ha raccontato la sua bravata al “papi”, e “il papi”, che ha quanto pare conosce qualcuno al distretto, ha deciso di mandarlo in vacanza all’estero per il tempo necessario a far calmare le acque. Ma io non sono d’accordo. Lui si guarda attorno, impaurito e sospettoso. Mi avvicino da dietro e lo afferro per il colletto del giubbotto. Mi osserva, ma non mi riconosce. Urlo come un ossesso: “Devi pagare per quella ragazza, bastardo!” E’ spaventato, lo leggo nei suoi occhi. Così decido di rincarare la dose. Estraggo la pistola e appoggio la canna sul suo naso rotto, premendo e facendogli un male del diavolo. Intorno a noi c’è gente che urla, ma io non ci faccio caso, e spingo ancora di più la canna della pistola sul volto del ragazzo. “Non volevamo! Era solo uno scherzo!” urla terrorizzato. Lo colpisco con il calcio della pistola sul naso facendogli volare via gli occhiali. Voglio che senta male. Si inginocchia piangendo, sento puzza di urina, vedo il pavimento e i suoi pantaloni bagnati. “Non è stata colpa nostra. L’ubriaco, è stato l’ubriaco!” dice con le lacrime gli rigano il viso. “Lui si è messo a dare pugni, lei si è avvicinata per aiutarlo ad alzarsi e lui la colpita. Ha picchiato la testa contro il muro, ci siamo spaventati. Non è stata colpa nostra! Lo giuro! Lo giuro!” Si accascia a terra piangendo e supplicando: “La colpa e dell’ubriaco, perché non volete credermi.” I poliziotti della sicurezza sono intorno a noi e puntano le pistole. Guardo il ragazzo e…gli credo. La pistola si è fatta pesante nelle mie mani e il mio mal di testa si è fatto ancora più intenso. Sì… non credo che migliorerà. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. 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