Maria Giovanna Luini è scrittrice e medico. Ha pubblicato "Esser grandi è una fiaba, piccole fiabe per adulti" con Lampi di Stampa nel 2006, e il romanzo "Una storia ai delfini" con Edizioni Creativa nel 2007. I suoi racconti compaiono anche nella rubrica "Il cassetto di Maria Giovanna" sul sito internet di Caffé Storico Letterario, nel sito internet dello scrittore Patrizio Pacioni (sul quale ha esordito -con notevole riscontro di contatti e gradimento- nella scorsa primavera) e nell'e-magazine Historica. Scrive recensioni letterarie per il sito Mangialibri. I suoi blog sono: http://mariagiovannaluini.splinder.com e http://mariagiovanna.typepad.com. La pubblicazione della raccolta di fiabe "I racconti delle bacche rosse" è prevista per il 2008, con Lampi di Stampa. Incanto di un riparo dal mare rabbioso nel porto di Roma Non l’ho visto subito. Quel pomeriggio, intendo. Quell’agosto caldo con il mare che impazziva tenendoci prigionieri nel porto di Roma. La notte era lontana e cercavo qualcosa da guardare senza l’opprimente necessità di essere. Ciò che gli altri chiedevano. Con un sorriso che non potevo trovare. Comunque. Camminavo la via lunga e afosa e crudele e non pensavo. Aspettavo che il tempo passasse buttando gli occhi sulle barche ormeggiate e sui negozi chiusi. Sulle poche biciclette e sui bambini che correvano stanchi. Una mano sfiorò la mia schiena. - Sei qui, allora Credetti che il sole e la noia e l’angoscia avessero tradito la mia mente, non mi fermai. La voce era sua, e le dita che toccavano lente anche. Lo sapevo. Eppure non avevo senso che lui fosse dietro di me, in quel porto deserto di anima con il sole impietoso. Non volli sapere se fosse allucinazione o realtà, andai avanti di qualche passo per fuggire alla delusione. - Ehi, ferma. Sono qui! La mano questa volta mi afferrò con forza, e mi costrinse a girare la testa e il corpo (e la mente rapita): Luca era lì, e mi fissava con un sorriso che conoscevo. Quello di chi sa che sta cambiando il corso degli istanti. - Ciao Mi resi conto che la mia voce si era spezzata subito. Erano gioia e sorpresa e disperazione. E sollievo, forse, ma non lo riconobbi. Le lacrime scesero più calde dell’asfalto. Mi abbracciò senza la solita esitazione. - Vieni qui, amore. Sono con te, senti? Accarezzò i miei capelli disordinati respirando piano. - Che cosa c’è… Non piangere, sono qui Ripeteva “sono qui” e io sapevo la bugia. Conoscevo la brevità dei minuti e il segreto. La fuga che avrebbe seguito l’abbraccio e il pianto. - Che cosa succede? Dimmi Lo sussurrò mentre cercavamo un angolo buio, un’ombra che lenisse la crudeltà della luce. Provai a spiegargli muovendo le mani. - Ti avevo detto che sarebbe accaduto Sospirò sedendosi su un piccolo muro sporco e prendendomi la vita. Mi fece sedere sulle sue ginocchia. - Sei una donna speciale. Hai bisogno di silenzio e amore. E di pazienza. Forse hai anche bisogno che ti si capisca davvero Non riuscii a piangere ancora: non ne avevo più voglia e la vista dei suoi occhi fermi e gentili, lontani solo quando lui decideva, mi riempì di pace. Lo baciai. - Grazie. Anche tu hai la barca qui? Rise. - Sì, ma solo perché tu hai trovato rifugio a Roma. Quale migliore occasione di un tuo riparo fortunoso, con il cuore stretto dall’oppressione e dall’altrui gelosia (che sia gelosia dubito, lo sai: per me è invidia, e contro l’invidia nemmeno gli angeli…), per provarci di nuovo? Per tentare la tua carne formosa e trepidante? Risi anche io. Era lui. La poesia era sciolta nell’abbraccio noto, nelle mani corte che sapevano prendere anche quando era necessario dare. - Sei venuto qui per portarmi a letto? Annuì. - E’ ovvio. Questo hanno sempre detto di noi Hanno detto di noi. Ricordai gli anni. E le parole. - Già. Tu non ami mai Mi strinse fino a fermare il respiro. - Non amo. Dicono. Eppure sono qui e ti cerco, e non è nemmeno il viaggio più lungo che abbia fatto. Ricordi l’Irlanda? Strappai il tempo e fissai le sue mani. - L’Irlanda, sì. Arrivasti come in un film. Sulle scogliere con il mare che tuonava e si scagliava contro rocce eterne. Che sgretolavano sotto i miei piedi. Come quelle di… - Di Ponza, sì Completò la mia frase. Non mi stupì: sapeva respirare dentro il mio corpo e pensare nella mia mente da tanto tempo. - Vuoi ancora vivere al faro? Conoscevo il motivo della domanda: aveva ricevuto i miei messaggi e mi aveva seguita da lontano, nei giorni precedenti. Ci eravamo sfiorati con una carezza furtiva sotto il mare a Palmarola, lui con la solita muta e le pinne veloci e io fuggiasca e piena di angoscia. - Sempre più Risposi fissando le barche e il molo e la massicciata. Una nave enorme aspettava la pace delle onde, come tutti. Come me. “E’...”, aveva detto qualcuno e io avevo riconosciuto lo yacht di un russo che la gente nominava spesso. - Bene. Continua a sognare il faro e lascia stare l’invidia. E l’incomprensione. Le donne come te non hanno bisogno di approvazione. Si amano e basta, oppure si lasciano in un faro nel loro silenzio Lo baciai ancora. Avevo sempre amato il suo viso, e le labbra fredde e sottili. Sentii le braccia afferrare la mia schiena. - Luca… Mi allontanai un poco. - Sì, tesoro? Mi fissò fingendo curiosità, ma sapevo che aveva capito. - Non verrò a letto con te Il suo viso si fece ombra per pochi secondi, poi mi afferrò il mento. E baciò, ancora. - Lo so. L’ho sempre saputo. Ma sai, so aspettare. Ritornerai. Sei nel mio destino, e io nel tuo Non seppi che cosa dire. Mi alzai pensando che fosse ora di ritornare. Camminai lenta con la sua mano che teneva la mia, dimenticando la gente e gli occhi che avrebbero potuto vedere. Quando fummo vicini alla sua barca lasciò che la guardassi e ne respirassi il nome: sapeva che stavo ricordando le forme e il profumo, e i momenti passati. I momenti di noi. Poi mi strinse, e non era più amore. Passione, seppi. - Ciao Amelie, mia Amelie. Chiama e io arrivo, chiama e sarò qui Si allontanò toccando un punto del collo dove di solito sistemava la cravatta, e io capii il dolore. Lo salutai con la mano e pensai “Scusa”. Sentii di amarlo, anche, ma il cuore negò e chiuse gli occhi. Vidi il suo corpo sparire e un marinaio sciogliere gli ormeggi. Affrontava il mare cattivo, e forse sospirava. Per poche miglia, sapevo. Andava via. Restai a guardare la barca che usciva dal porto e oscillava rabbiosa, poi una mano mi scosse. - Che cosa fai? Dormi? Svegliarmi non mi spaventò: mi alzai dal piccolo muro sporco dove ero addormentata e sorrisi. - Sì. Forse il sole… Ritornai alla barca con il sogno nel cuore, e il sapore delle sue labbra ancora in bocca. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. 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