Roberta De Tomi è nata il 7 settembre 1981 e laureata al DAMS di Bologna, lavora presso la redazione della Rivista del Distretto Biomedicale di Mirandola, città in cui è nata. Collabora anche con alcuni giornali della provincia di Modena e fa parte de La Confraternita dell'Uva, un gruppo di giovani scrittori per vocazione. Dopo aver pubblicato Ragazza post-modern per il Filo editore nel 2006, spera il boom per il suo secondo romanzo. Ma l'editoria, si sa... Roberta adora la musica, la lettura, lo spettacolo le uscite con gli amici e... il buon vino! Megumi Midnight   Spruzzi di luce lunare entravano nella stanza all’occidentale. Un miniappartamento, privo di tatami e di porte scorrevoli, di futon e della scia odorosa del r?men, sostituiti da un letto a una piazza e dal finto-profumo di una pizza super-farcita. Usagi, studentessa al primo anno di Design, due mandorle nipponiche sul volto, zigomi alti, capelli a caschetto, movi-mentati da una sfrangiatura diffusa, abitava da sola nel buco. Già quello era un buco, specie se confrontata con la sua casa di campagna. Ma a Tokyo, i prezzi erano folli, e lei si era dovuta accontentare di un bugigattolo, personalizzato dal suo estro. L’aveva tappezzato di immagini di horror-film -la sua passione- aveva costruito una piramide per tenere Cd eDvd. Usagi si alzò e recuperò Destruction, dei Cure. Lo inserì nel lettore cd, saltò alcune tracce e chiuse gli occhi per la sua Lullaby. Le note all-dark, la voce ansante di Robert Smith fecero tremare il suo corpo, mentre un filo di vento muoveva i capelli. Aprì gli occhi e vide che il vetro era chiuso. “Eppure avevo chiuso la finestra!” pensò. Usagi allora scrollò le spalle. Aveva preso un abbaglio. Forse stava flippando. Gli esami erano vicini e lo stress… Bèh, solita retorica psicosomatica! La ragazza riascoltò Lullaby, le labbra socchiuse, il corpo disteso e rilassato. Quella voce le suggeriva strane fantasie, situazioni d’amore che aveva vissuto. Poi, Yoshio l’aveva lasciata. In realtà, si erano lasciati. Lui per l’America, lei per la grande metropoli. Da allora si erano inviati alcune e-mail. Ma ormai si era rassegnata:  il loro amore a distanza si era sgretolato. Certo, se l’avesse rivisto, gli avrebbe buttato le braccia al collo e sarebbe stata ancora una volta, sua; ma poi, si sarebbero separati di nuovo, e di nuovo avrebbero vissuto l’amore precario. “Ridicolo! Ormai è finita e lo devo accettare!” La ragazza si asciugò le guance, ma rimase impalata, i capelli ancora una volta spostati da uno sbuffo d’aria.  “No. È impossibile! Le finestre sono…” Chiuse. Le finestre erano chiuse, e così la porta! Usagi spense il cd e si guardò intorno. Attutito, udì il suono delle campane. Dodici rintocchi. Mezzanotte. L’ora dei fantasmi. “Cazzate!” La madre di Usagi, invece, credeva nei fantasmi. Facevano parte del folklore nipponico, soprattutto di quello rurale. Lei, però, non ci credeva, malgrado la sua testa macinasse balle e storie che avrebbero convinto persino l'uomo più scettico. E poi, c’erano i manga, che divorava e riponeva in una pila pericolante in un angolo del bugigattolo occidentale. Adesso stava leggendo gli Ultimi Raggi di luna della grande Ai Yazawa. Un amore che aveva qualcosa di dark. Di… Cure! La ragazza sbadigliò, pensò a Yoshio, lo cacciò dalla testa lo ripenso. Poi andò a spegnere il computer, da cui stava scaricando le sue solite canzoni. Chiuse la schermata di E-mule, e fece per arrestare il sistema, quando si aprì un documento di Word. e una scritta a caratteri kanji -i caratteri giapponesi resi all’occidentale- comparve sullo schermo. MEGUMI. Un micro-turbine di aria circondò la ragazza. Era glaciale. Poi il turbine si spostò, attraversò la stanza e svaporò, come l’acqua marina di sera. Il cursore lampeggiava sotto quel nome e invitava Usagi a digitare la fatidica domanda. Chi sei? Risposta: MEGUMI. La ragazza era incredula. Eppure aveva visto comparire le lettere una ad una, i pulsanti schiacciati da una mano invisibile. Avvertì una presenza dietro di lei, ma vide solo le ante dell’armadio…aperte! E dentro, non c’erano i suoi jeans e le magliette attillate di D&G. Dentro c’era un kimono bianco. Già, il bianco. In Europa, aveva visto, era il nero il colore del lutto.  In Giappone invece, era il bianco. La morte come ritorno a un preesistente stato di purezza? O come purificazione? Non lo sapeva. Usagi si avvicinò al kimono, attratta da un irresistibile profumo di giglio. Proveniva proprio dalla morbida seta del capo, che indossò. Era da Capodanno che non metteva l’abito tradizionale. Usagi si rivolse di nuovo allo schermo, e vide una nuova scritta. CIAO MEGUMI. “Megumi? Ma io non mi chiamo…” non fece in tempo a terminare la frase, che la stanza prese a girare intorno a lei. I muri si aprirono come se fossero state linguette di un cartone, i mobili si allungarono, si dotarono di rami con infiorescenze di ciliegi mentre un cielo di primavera si stagliò sopra di lei. Il sole, sostituto della luna, si lasciava oscurare da una nuvola grigia.  Usagi si guardò intorno. Dentro di lei, non sentiva più battere il cuore della matricola di Design. Era come se un’altra anima si fosse insediata nel suo corpo. Ma poi, sentiva di essere ancora se stessa. “Me stessa? Chi è la vera me stessa? Chi sono io? Usagi? Megumi?” Megumi. La giovane sposa, subito vedova, che aveva visto crollare il suo mondo, a causa della bomba di Hiroshima. Suo marito, ventuno anni, era morto a causa del malefico fungo. Era dovuto andare là per lavoro, stava viaggiando su un treno, quando... Poi, il nulla, e un corpo cui la sposina non aveva mai potuto dare l’addio. Usagi si accasciò a terra, i capelli improvvisamente allungati e raccolti nella tipica crocchia nipponica. I lembi del kimono svolazzavano, portati dal vento, mentre la tristezza ingrigiva le cime dei ciliegi. La bellezza dei fiori profumati non potevano competere con quella della vedova, dalla pelle di petalo Usagi si sentì sempre più Megumi, e non capiva il perché. Non aveva mai avuto una nonna con quel nome, o almeno, così pensava. A meno che la mamma, da ragazza pazza come lei, avesse sempre evitato di rivelarle qualche retroscena della sua vita. La ragazza rivide tutta la vita della vedova. L’infanzia contadina, il lavoro, l’ignoranza – e lì sentì azzerata la sua cultura! - di chi non si era mai potuta permettere l’istruzione, il lavoro, le mani rovinate dal sole e dai manici di zappe e vanghe. Poi, l’amore, unica vera ragione di vita, il matrimonio. La gravidanza. Usagi/Megumi si sfiorò il ventre, e lo sentì rotondo e prominente. Dentro, una piccola vita scalciava allegramente, ignara della morte del padre. “Megumi?” Un bambino, simili ad un bonzo -rasato, panciuto, il viso rotondo- la squadrava, malizioso.   “Usagi?” La ragazza non seppe cosa dire. In quel momento,il panico succhiava la sua voce, le corde vocali immobilizzate. Il piccolo Bonzo inclinò la testa e rise. Una risata burlesca, strafottente. “Forse dovrei chiamarti Usagi/Megumi?” La giovane bianco-vestita riuscì a superare la costernazione, e alzatasi in piedi testa alta, collo eretto riuscì ad intimorire lo pseudo-piccolo Buddha. “Senti bimbo, spiegami cosa ci faccio qua? E smettila di rompere!” “Uh – rispose lui – vedo che sta parlando Usagi. La dolce vedova non userebbe mai termini tanto volgari.” Usagi alzò i pugni, la rabbia ridotta a un vapore inconsistente. “Senti panzerotto, voglio delle spiegazioni!” ingiunse con la sua solita grinta. Calma, piccola Usagi. Avrai le tue risposte! Era la vedova a parlare, dentro di lei. Dolce come un ciliegio in fiore. Il bonzo ridacchiò ancora e proseguì. “Amica mia, non essere adirata! O come diresti tu, incazzata. Ogni cosa ha un senso, ma il senso deriva dalla vita, dalla voglia di comprendere i segnali che di volta in volta ti vengono inviati. Decifrarli è la cosa più difficile, ma poi, quando ci arriva a capo, tutto diventa più facile! Usagi strabuzzò gli occhi. Che cosa voleva dire quella tiritera? E poi, quel sorriso a mezzaluna… Forse sarebbe scomparso come il gatto del Cheshire di Alice - da Disney detto Stregatto? Il piccolo cercò di essere più chiaro. “Figlia della modernità, sei qua perché non devi dimenticare, come fa la maggior parte degli esseri umani?” “Perché? – chiese la ragazza – Non sei umano?” “Io sono umano quanto te. Ma un umano illuminato?” “Sei forse il Gotama?” “No. Io sono il figlio di Megumi. E tu, Usagi, sei mia madre?” In confrontol a tela distrutta da Penelope ogni sera, era meno incasinata.. E un altro flusso di memorie crearono cortocircuito dell’identità.Ora la ragazza-2007 si sentiva Megumi. “Megumi, parlo a te, che sei Usagi. Sappi che avete una cosa in comune!” Il Bonzo allora si chinò, tirò una manciata di fili d'erba, e sollevò una botola grondante zolle di terra. “Entra!” Usagi/Megumi non aveva il coraggio di parlare, né di fare ciò che le era stato chiesto, finché lui non le tese la mano e la guidò oltre l'ingresso buio. . Non fu una vera e propria caduta. Fu come fluttuare nell'aria, il kimono gonfiato a palloncino, la gravità quasi inesistente. Il viaggio durò pochi secondi e condusse entrambi in un luogo luminoso. Avrebbe potuto chiamarsi la Stanza della Luce:. un velario sfolgorante, dove nessuna sagoma era visibile. Non una presenza. Megumi parlò, al posto di Usagi: “Dove siamo?” Guardò il Bonzo, e allora vide che era diventato un giovane con i capelli lunghi e il viso di una rara bellezza. La giovane lo riconobbe subito. Era lui. Era... “Yoshio!” Si buttò tra le sue braccia, e allora, anche Usagi udì il suo nome, pronunciato in contemporanea a quello dell'altra. “Usagi! Megumi!”  Megumi si era sentita a sua volta chiamare. In un'emissione di fiato, il ragazzo era riuscito a pronunciare due suoni diversi. Intanto gli amanti cercavano le reciproche labbra, gli occhi si chiudevano, e la certezza dell'amore ritrovato era ormai realtàYoshio non era morto. Yoshio non era in America. Era lì con Megumi. Era lì con Usagi. Le labbra si cercarono ancora, le mani si strinsero, insieme ai corpi cercavano il contatto. Il calore della pelle compensava le parole, erano emozioni che salivano in superficie dal profondo dell'anima. Poi la temperaura prese a calare. Le braccia di Yoshio caddero sui fianchi, gli occhi dell'amata si alzarono sul volto scavato dalla morte. Un brivido, poi la carne che si sfaldava, restando cenere nelle mani della ragazza.  “YOSHIO!”  L'urlo del lutto. La vita che moriva come i petali caduti da un ciliegio. “E adesso?” si chiese Usagi, mentre osservava da dentro il dolore per la partenza/morte dell'amato. Non capiva il perché di quel viaggio – doveva chiamarlo così?- nell' oltretomba. Non capiva che cosa stesse succedendo intorno a lei.   Però capiva i sentimenti di Megumi. E avrebbe fatto di tutto pur di evitare quella brutta fine. Già. Si era suicidata. Stava vedendo scorrere le atroci immagini del delitto perpetrato contro se stessa e contro il figlio. Sentì i rintocchi di un campanile, poi il tuffo nel fiume di ghiaccio. L'acqua che entrava nei polmoni, le bolle che salivano verso la superficie. Poi, i sensi che si offuscavano, fino a sfociare nel nulla.Il nero nulla della morte. A quel punto, lo scenario era cambiato. Dalla luce si era passati alle tenebre, non rischiarate dalla luna. Al profumo dei campi lussuosi di verdi faceva da contrappunto lo scrosciare del fiume. Megumi stava camminando sulla sponda, creatura privata di qualsiasi volontà. Trascinava i piedi stanchi, le mani morte sulle gambe, la stanchezza della vita che cerchiava di nero gli occhi un tempo bellissimi. La fanciulla sostò sulla riva. Si tolse i sandali e sfiorò l'acqua corrente. Era gelida, ma lei era talmente svuotata di ogni sensibilità, che quel tocco non la fece nemmeno rabbrividire. La vedova, in tasca la lettera con l'annuncio della morte, introdusse entrambi i piedi nel fiume, poi camminò al largo, incurante delle urla di Usagi. “Non farlo, ti supplico!” Mise la testa sott'acqua, e l'ultimo suono che sentì, furono i dodici rintocchi, ricordo di due vite che non furono più. Usagi sentì l'acqua penetrare nel naso, in gola, nello stomaco, ma per quanto cercasse di risalire, c'era quella forza che la tratteneva. La corrente, intanto, la stava trasportando lontano, verso il mare. Forse verso la libertà. Tuttavia non poteva rassegnarsi. Spinse il capo in alto, i capelli che le coprivano la visuale, s'infilavano nelle narici, gonfiati dall'acqua. Megumi, invece, opponeva una forte resistenza. E intanto il piccolo, dentro di lei, calciava con violenza, ultimo sfogo di un'energia condannata alla rassegnazione. Fu allora che Usagi alzò la testa. E sputando acqua, si trovò nel giardino dei ciliegi, il kimono fradicio, il caschetto spettinato, da spremere come un'arancia sullo spremiagrumi. La ragazza si sentì nuovamente se stessa. E poi, vicino a lei, c'era il Bonzo, che la guardava con il suo faccione da luna piena e il sorriso grottescamente stregattesco. “Allora, amica del 2007?” L'amica del 2007 ci mise un po' a rispondere. Ma poi, preso coraggio... “Non so amico del... - che anno?- Io non ho capito un tubo secco!” Il piccolo si massaggiò il pancione, gravido di cibo e meditazione. “Yoshio sarà sempre con te – disse – come Yoshio sarà sempre con Megumi.”  La ragazza-Design scosse la testa: “No, ormai... è finita!”  “E tu ti senti triste?” “No – Usagi imbronciò le labbra – Non è vero!” “Tutti abbiamo bisogno di qualcuno.” “Ma sono giovane... ne troverò un altro!” Il ragazzino ridacchiò. “È così bello illudersi. È così bello credere nell'illusione dell'amore, anziché nell'amore. E quando ce l'abbiamo dentro, per un pugno di chilometri ci rinunciamo, lo proiettiamo come finzione su altri, che però non ce lo restituiranno mai.” La studentessa rimase a bocca aperta. E poi dentro di lei... Non poteva più mentire a se stessa. “Hai visto – esultò il bonzo – Alla fine, ho ragione, io, come sempre, del resto?” Era un piccolo, insopportabile nanerottolo, ma aveva straragione. E poi Megumi aveva perso il suo Yoshio e nessuno gliel'avrebbe mai potuto restituire. Per lei invece, tutto era diverso. Il suo Yoshio c'era. Usagi fece per parlare al piccolo amico, ma anziché rivolgersi al suo faccione stralunato... Vide lo schermo. E il saluto. CIAO USAGI. MEGUMI. E il sonno la trasportò su un altro piano, non meno fantastico di quello che aveva vissuto. Mia cara Usagi, come stai? In America il tempo schizza a tubetto, e quasi non ho tempo per me. Oggi però sono riuscito a liberarmi prima da lavoro e ne ho approfittato per scriverti. Qua tutto bene. E tu? Tuo Yoshio Caro Yoshio, quando sarai tornato, avrò molto da raccontarti. Intanto, ho una cosa importante da dirti. TI AMO. Tua Usagi Yoshio's mail. Anch'io. Tuo Y. PS. Mi aspetti? Usagi's mail Certo! Sono tutta per te! Tua U. E allora la mezzanotte suonò, mentre lontano, tra le acque del mare, nuotavano, liberi come delfini, due innamorati e il loro piccolo bonzo, mentre il la ventola del computer, finalmente taceva, insieme a quell'incubo esploso in Giappone in quel triste anno di morte. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.