Manuela Caracciolo è nata 26 anni fa ad Asti. Dopo gli studi All’Istituto Europeo del Design di Torino e alcune esperienze lavorative nel campo della moda e della graphic design ha aperto il cassetto e tirato fuori il suo antico sogno:scrivere. Amante della creatività anche in campo letterario, inizia una collaborazione con il giornale locale Gazzetta d’Asti, scrivendo articoli di costume, arte e cultura e partecipa a vari concorsi letterari con racconti e poesie. Collabora anche alla composizione del sito http://guide.dada.net/fashion_marketing/index.shtml con articoli su moda, marketing e trends. Memoria Esterno-notte-ripresa dall’alto. Metropoli dalle luci accecanti-traffico-rumore di sirene in lontananza Interno-notte-zoom dettaglio L’educato Toc Toc di una mano guantata alla porta della camera 215 dell’Hotel Sheraton risuonò nella penombra silenziosa della suite. Gli unici suoni che provenivano dall’interno erano il ticchettio ossessivo del grande orologio a muro nell’ingresso e il russare sommesso e agitato di Henry, sdraiato scompostamente davanti alla tv al plasma muto, che illuminava il salotto di una innaturale luce violacea. Il leggero sonno irregolare dell’ospite fu disturbato e poi bruscamente interrotto dalla giovane voce stereotipata del cameriere: ”Servizio in camera signore…è permesso?” Con estrema fatica Henry si sollevò seduto sulla poltrona. ”Avanti!” disse con la bocca impastata dall’alcool, cercando di tirarsi fuori dalla confusa sonnolenza in cui l’aveva precipitato il troppo liquore ingurgitato poche ore prima. Gli sembrava che la testa stesse per scoppiargli. Entrò un ragazzo in divisa rossa e bottoni dorati che spingeva un lungo carrello con sopra vassoi nascosti da lucenti e grossi coperchi. ”La cena che aveva ordinato,signore.” annunciò con un sorriso piuttosto viscido. Henry porse un biglietto da venti al cameriere che, intascata rapidamente la mancia, si accomiatò. Una volta rimasto solo, Henry fece qualche passo incerto verso l’immenso bagno piastrellato di bianco. Alzò lo sguardo e si accorse, con grande stupore, del tipo che lo fissava al di là del grande specchio. Era un uomo di bassa statura, dal viso segnato dalla stanchezza e da piccole rughe che sottolineavano occhi di un azzurro intenso. Completamente spenti. Sulla pelle chiara e disseminata di efelidi fioriva una barba scura. Sudici capelli neri gli ricadevano sul collo e sulle spalle. “Ma come ti sei ridotto? Sei una rockstar, non un alcolizzato da quattro soldi!” Era la voce del suo impresario o quella della propria coscienza a risuonargli nella testa cl clamore di un tuono? Gli occhi di Henry si soffermarono sugli orecchini che pendevano dalle orecchie dell’altro se stesso, poi sul grosso tatuaggio a forma di scorpione disegnato sul braccio sinistro e infine sella fossetta del mento, sormontata da una piccola cicatrice a forma di virgola. “Eppure non mi sento un ubriacone!” biascicò a mezza voce uscendo dal bagno. “Non ancora, almeno.” Si diresse verso il grande carrello, tentoni, cercando di non inciampare in uno degli indumenti sparsi sulla moquette. Sollevò i coperchi, sbirciando nei piatti di porcellana e li richiuse con una smorfia di disgusto. “Come fanno gli Americani a mangiare questa roba? Saranno anche i padroni del mondo, ma della buona cucina irlandese non ne capiscono assolutamente un cazzo!” Accese la lampada in stile Liberty sul tavolino di cristallo di fianco alla finestra. Sulla superficie di vetro macchie di vino e cenere, impronte di un massiccio bicchiere da wiskey vuoto, sul suo bordo tracce di rossetto rosa. Henry lo prese e lo avvicino alla bocca.Arrivò alle sue narici un dolciastro profumo femminile e il forte odore di malto dello scotch.Fu colto da un principio di nausea e il suo stomaco si contrasse dolorosamente. Non ricordava il nome della ragazza che ci aveva bevuto quella notte e a stento ricordava ciò che era avvenuto dopo,troppo ubriaco per rendersene conto. Non che gliene importasse un granché, del resto. Erano ormai otto anni, che conduceva quel tipo di vita. Decisamente troppi. Quando era in tournée con il gruppo per mesi viveva tra alberghi di lusso e night club, riuscendo a dormire sì e no tre ore per notte, tra un concerto e l’altro. All’inizio, al tempo dei primi successi, tutto sembrava grandioso ed eccitante: il palco, le feste, i sorrisi (e non solo) di tutte quelle ragazze… Ma nella vita prima o poi si fa l’abitudine a tutto. A tutto sissignore: all’amore, alla ricchezza… Anche al successo. Così, piano piano, l’aveva preso una strana noia, che gli faceva trovare monotono e ripetitivo anche il locale più trendy. E lo faceva sentire solo anche tra la folla. Si girò verso la tavola apparecchiata elegantemente e quell’unico piatto vuoto aumentò il suo senso di isolamento. Nella mente annebbiata comparvero immagini lontane, una famiglia riunita attorno ad un vecchio e massiccio tavolo di legno,un uomo dal viso stanco, una donna dagli occhi chiarissimi e due vivaci ragazzini. Via via i particolari diventavano più nitidi, la consunta tovaglia a fiorellini, le rozze posate, i profumi di torba e di stufato, le risa composte della mamma, le chiacchiere di suo padre… Henry sospirò, e si versò un altro po’ di liquore. Il suo sguardo corse per la stanza fino a fermarsi sul comodino dove, accanto ad un portacenere pieno, c’erano un vecchio libro, con la copertina in pelle ormai quasi illeggibile, e uno sgualcito fazzoletto bianco, usurato dal tempo, con due iniziali ricamate. Altri flash nel suo cervello, foto ingiallite…un lume a petrolio, una madre che legge ad alta voce seduta sul letto,stretta al suo bambino che con sguardo rapito e sognante si lascia guidare in mondi fantastici con fate,orchi,folletti… Henry prese il libro, osservando la foto sulla facciata, lo scorcio di una città che conosceva bene,il nome dell’autore scritto in lettere dorate. James Joyce. Soffocò una risata al pensiero di un cantante rock che si dedica alla letteratura. Accese una sigaretta e uscì sul terrazzo. Esterno-notte Il vento caldo continuava ad arroventare la notte estiva. Le luci di Los Angeles splendevano in una marea di bagliori artificiali. Le automobili correvano, il mondo correva, tutti sembravano troppo occupati a correre per lasciarsi prendere dalla malinconia. Henry chiuse gli occhi. E rivide la sua verde terra, con le praterie, le colline, il cielo sempre grigio e nuvoloso: la sua Irlanda, l’unico luogo in cui riuscisse sentirsi veramente a casa. Un posto dove gli affetti, e i ricordi avevano ancora un valore . Quando rientrò la sua attenzione fu catturata ancora dal fazzoletto sul comodino. Lo afferrò, soppesandone la consistenza leggera e ruvida della stoffa. C’erano ricamate due iniziali: una L e una M. “È un regalo, un portafortuna.” Le aveva detto sua madre, consegnandoglielo prima che uscisse di casa. Un altro flusso di ricordi: una sedia vuota accanto al tavolo, il libro delle fiabe abbandonato sul letto… … e quel pezzetto di stoffa sottile che quel bambino, così piccolo e già così solo, troppe volte aveva usato per asciugare il proprio dolore dopo che mamma era morta. Un brivido scese e salì lungo la schiena di Henry, il pugno chiuso stretto intorno a quel lembo bianco di memoria. “Da quanto tempo, non piangevo più?” fu il suo ultimo pensiero, appena un attimo prima che l’orizzonte fosse macchiato di rosa da una nuova alba. Esterno-alba-dissolvenza ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. 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