Ed eccola di nuovo, Crisalide, al secolo Lorella De Bon da Belluno, scrittrice “ad ampio spettro” di generi, con (neanche troppo velata) inclinazione al noir. In questo brano una storia disperata, impastata di dolore e solitudine. Sì, perché chi subisce un’odiosa violenza è destinato, nella maggior parte dei casi, a rimanere solo per sempre. Senza possibilità d’appello 1. Venne trascinato per due chilometri. In quale punto morì non è dato sapere. Di lui rimase un grumo di ossa, sangue e nervi. E una lunga scia rossa ininterrotta da Piazza Cavour a Via Manzoni n.26/c. Non più un uomo, bensì il prodotto di un aborto o di un incubo. Un grumo silenzioso e viscido, dal quale si levava un odore acido. Il caldo e l’afa attanagliavano la città, strangolata a morte e coperta da un sudario di umidità mai visto prima. Dopo qualche minuto le mosche si erano già impossessate di quella massa informe, deponendo le loro larve bianche e morbide. 2. Lei abitava proprio al civico n.26/c di Via Manzoni, in una villetta a schiera soffocata da altre tutte uguali e anonime. Erano le due di notte e stava sfogliando annoiata una rivista di gossip, tanto per alleggerire la tensione che da quattro mesi l’aveva ridotta a uno scheletro. Sul comodino un bicchierino di gin e uno di wiskey. E una manciata di pillole colorate dalle forme più strane. Sentì una frenata. Poi, una portiera sbattere con rabbia. Si avvicinò alla finestra della camera, scostando timidamente le tende di feltro scuro. Vide una sagoma piegarsi dietro un’auto, trafficando attorno a qualcosa. Forse un sacco. Fu questione di attimi. Quella figura risalì e partì sgommando. Sulla strada rimase quel sacco inerte. L’indomani mattina lei si svegliò presto, più presto del solito. Erano le sei. La confusione fuori in strada era tanta: auto della polizia, un’ambulanza, giornalisti, fotografi e curiosi. Una donna, appoggiata a un bidone della spazzatura, stava vomitando da minuti. Tutti attorno a quel sacco, che alla luce del sole rivelò la sua vera e macabra natura. Tutti inorriditi, ma attratti dal gusto dell’orrido. La stessa pruderie che costringe gli automobilisti a frenare quando vedono altri veicoli accartocciati dopo un incidente (magari con le persone ancora dentro). 3. Non usciva di casa da quattro mesi. Non si presentava più al lavoro e non andava nemmeno a fare la spesa nel negozio dietro l’angolo. Era suo fratello Piero a provvedere a lei da quando era stata avvicinata da quel tipo. STU… PRA… TA… Pic/chi/ata. Sbat-tu-ta giù da un furgoncino. A b b a n d o n a t a sul ciglio di una strada. E raccolta dopo parecchie ore da un camionista polacco. Al pronto soccorso le prime cure, le prime domande sull’accaduto. Ma lei non ricordava nemmeno il suo nome, il cognome e l’indirizzo di casa. “Ne riparleremo appena si sentirà un po’ meglio”, le aveva detto un agente di polizia. Era rimasta in ospedale qualche giorno, su insistenza di Piero, perché la volevano dimettere il giorno dopo. Solo una notte in osservazione. Di cosa? Delle sue parti intime? 4. Aveva identificato il suo aguzzino. Quattro ore al commissariato di zona a esaminare fotografie di criminali di ogni nazionalità. Mentre un agente le stava chiedendo se volesse un caffè, i suoi occhi si appuntarono sul volto di un uomo. Barba e capelli lunghi, profonde occhiaie e un sorriso strafottente. LUI. INDUBBIAMENTE LUI. Si chiamava Alvaro Canelli. 42 anni. Sposato e divorziato. Un figlio piccolo. Nullafacente e nullatenente. Senza fissa dimora. Già schedato e con numerosi precedenti penali per spaccio di droga, scippo e per stupro di due minorenni (una ragazza di 16 anni e un ragazzino di 10). Con qualche anno di galera alle spalle, era uscito sempre per buona condotta. Aveva testimoniato. Ricordato nei minimi particolari la violenza subìta. Lo stupratore era uscito per decorrenza dei termini di custodia cautelare, perché i processi non hanno mai una durata certa. Come il dolore. Lei era ancora “dentro”, condannata all’ergastolo. Senza possibilità di appello. 5. Tra lei e Piero esisteva un rapporto profondo, che spesso destava strani e licenziosi sospetti. Erano gemelli, ma Piero era nato qualche secondo prima. Sempre insieme. A scuola, in palestra, in discoteca, con gli amici comuni. E lo stesso sogno. Diventare avvocati e aprire uno studio associato. I loro genitori si erano separati quando loro due avevano sette anni, dopo litigi furiosi e battaglie legali costosissime per entrambi. Il canonico affidamento alla madre si era rivelato un disastro. Lei lavorava e se ne stava fuori tutto il giorno. Poi, la sera usciva con un uomo più giovane di dieci anni. Il padre era ricorso al tribunale per poterli avere con sé. Un’altra battaglia legale. Vinta. Papà era morto di tumore dieci anni dopo. Ma loro erano ormai maggiorenni. E liberi. 6. Piero non arrivò quella mattina. E nemmeno quelle dopo. Qualcuno lo aveva visto litigare con un uomo in Piazza Cavour, di fronte al Bar Gilda. Un litigio che era degenerato in una sonora scazzottata. La polizia si era recata a casa di Piero con un mandato di perquisizione. In garage, nel bagagliaio dell’auto, c’erano una fune inzuppata di sangue e un martello nelle stesse condizioni. Povero Piero. Povero piccolo Piero. Innocente e sprovveduto come quando era bambino e rubava le caramelle, per poi farsi sorprendere dalla mamma con la bocca sporca di zucchero. Piero processato e condannato a vent’anni in tempi rapidissimi. Il suo aguzzino ancora fuori. Lei “dentro”. Per sempre. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . 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