Stefano Ratti disegnatore, soggettista, abile narratore di storie, è già apparso più volte su www.patriziopacioni.it. Questa volta ci regala addirittura una prelibata primizia su una complessa opera ancora inedita. Sentiamo cosa ne dice egli stesso: “Ho narrato le vicende dell’eroe Gilgamesh (leggendario re della città di Uruk, una potente città della Sumeria) ispirandomi liberamente ai testi sumerici datati attorno al 2000 a.C. fino a quelli babilonesi del 500 a.C. e aggiungendo molte altre cose di pura mia invenzione. La mia è una scelta personale e si basa sul fatto di non avere delle risposte certe e quindi di poter raccontare le vicende con una certa libertà senza sentirmi troppo legato dai fatti storici, mischiando leggenda e fantasia. Nella narrazione, ho eliminato gli dei presenti nell’epopea, intesi come protagonisti o come coloro che in qualche modo influenzano o addirittura decidono il destino degli uomini. Ho preferito, in quel senso, dare una connotazione “realistica” alle vicende, in modo da relegare agli uomini, e solo a loro, la responsabilità delle proprie azioni. Gilgamesh non è un eroe perfetto, ma è un eroe molto umano, sia nei pregi che nei difetti. Umano nelle sue ossessioni, nelle preoccupazioni, nelle sue paure, nei suoi atti di egoismo e altruismo. Non Gilgamesh il saggio, il leggendario, il divino, il dio, ma semplicemente Gilgamesh, l’uomo. “ Gilgamesh Egli è Gilgamesh di fiero splendore: è colui che aprì i passi delle montagne, colui che scavò pozzi persino nei dirupi delle montagne, è colui che attraversò l’oceano, vasti mari fino al punto in cui sorge il sole, colui che scrutò i confini del mondo alla disperata ricerca della vita eterna. Dall’Epopea di Gilgamesh 1° episodio NEERENA Sono Gilgamesh. Il mio nome è stato urlato nel vento e scritto col fuoco sulle aride terre di Sumer: amato, temuto e odiato, innalzato alla gloria, benedetto o maledetto sui campi di battaglia e per strade di Uruk, la mia città. Gilgamesh, questo è il mio nome, ma… può il mio solo nome spiegare chi sono? Può questa serie di suoni spiegare l’essenza del mio essere, far comprendere o giustificare le mie azioni, e le mie scelte? Mi guardo intorno… coloro che mi servono hanno paura di me e camminano schivi, silenziosi, abbassando il volto e affrettandosi nelle loro mansioni per paura che rivolga loro una parola. Mi ritengono un uomo strano, enigmatico ed evitano di incrociare il mio sguardo. Non li biasimo! Perfino i miei figli hanno paura di me e appena sentono un cambiamento nel tono della mia voce, vanno a nascondersi sotto le vesti delle loro madri che forse, mi temono anche più di loro. Per non parlare dei miei fedeli consiglieri, capaci solo di rubare di nascosto e piangere come bambini quando, scoperti, insegno loro il piacere dell’onestà con i lavori forzati alla muraglia. Eppure io ho fatto grande il mio paese. Gli ho dato sicurezza, prosperità e Uruk non è mai stata così ricca e potente come ora. In questo palazzo dalle spesse mura di mattoni di creta induriti dal sole, seduto sul mio trono di pietra grezza e fredda come la mia anima, in questa enorme stanza vuota, illuminata dalla debole luce dell’alba che proviene da alcune piccole finestre, ripenso alla mia gioventù. Rivedo con ansia i vicoli che odorano di argilla, le strade animate dai pastori con i loro animali e i commercianti con i loro carri pieni di vasellame abbellito da stupende decorazioni. Mi rivedo ad ammirare le botteghe artigiane, dove abili mani danno forma a lance, asce, spade, vasellame vario, ciotole, giare, utensili e statuine di rame, di bronzo, oro e argento. Tempo fa, percorrevo i vicoli della mia città sotto lo sguardo benevolo della mia gente, osservato da tutti, perchè io non ero un ragazzo come tutti gli altri: ero Gilgamesh, l’unico figlio maschio del re e come figlio del sovrano, avevo dei privilegi, ma anche dei doveri. Mio padre e i sacerdoti, ebbero la premura di spiegarmi che un giorno sarei diventato re a mia volta, e come tale, avrei dovuto badare al benessere della mia gente, occuparmi di loro come un padre si occupa dei propri figli e per far questo, puntarono molto sulla mia intelligenza e sulla mia formazione. Fin da giovane mi insegnarono a scrivere sulle tavolette di terracotta come gli scribi: imparai l’aritmetica, la geometria e l’algebra. Mi insegnarono la medicina, la conoscenza del corpo umano e dei sui limiti, la chirurgia e le proprietà curative delle erbe medicamentose. I sacerdoti mi parlarono degli dei che governano la terra e di come gli uomini fossero stati creati per servirli. Conobbi An, il dio del cielo e Enki, dio della saggezza, della magia e delle acque sotterranee. Mi parlarono di Nanna, il dio luna e di Samas, il dio sole e infine di Inanna, dea dell’amore, della fecondità e della guerra, ma soprattutto, seppi degli regni oscuri di Irkalla, dimora di Ereskigal, terribile regina degli inferi e del suo lugubre sposo, Nergal. La mia città prosperava, nonostante ci fossero paure sempre presenti come la siccità o le inondazioni che potevano distruggere in un attimo la ricchezza raggiunta con tanta fatica. Per questo motivo, si pregava e si temevano gli dei e, per propiziarsi i loro favori ultraterreni e placare la loro terribile ira, i sacerdoti, officiavano riti complessi nel tempio della dea madre Inanna e in quello del dio padre An, dei ai quali era dedicata la città di Uruk. Il privilegio maggiore di cui disponevo, o almeno quello che ritenevo essere il miglior privilegio, era di avere delle compagne di gioco nelle ore libere dallo studio: sei giovani fanciulle che allietavano il mio tempo con la loro presenza. Erano figlie di gente di ceto inferiore, alcune figlie di schiavi, diventati tali dopo la vittoria del nostro esercito sulla loro gente. Amavo queste giovani ragazze dagli occhi scuri e vivaci, vestite con abiti di lino bianco candido, dai capelli neri e ricci, ornati da piccole gemme di lapislazzuli, il mio sangue giovane ardeva per loro e soprattutto ardeva per Neerena. Neerena… il suo ricordo mi fa ancora male nonostante il suo corpo sia ormai cenere da molto, troppo tempo. La sua immagine percorre la mia mente come un pugnale che trafigge le carni, per anni, il mio sonno, è stato turbato da incubi che mi svegliavano urlante e bagnato di sudore. Neerena, che al contrario delle altre, abbassava lo sguardo, timorosa della mia condizione di futuro reggente. Neerena, dal sorriso limpido, dai movimenti morbidi e flessuosi, dal carattere dolce. Lei, nell’acerba bellezza dei suoi anni, ai miei occhi, emanava un fascino particolare. Ci incontravamo vicino alle fonti, giocando con l’acqua scintillante, pura e cristallina. Correvamo lungo le vie, ridendo spensierati sotto lo sguardo infastidito degli uomini occupati col lavoro e quello delle donne con i vasi dell’acqua che ci urlavano contro, apostrofandoci con male parole se solo accennavamo a urtarle. Un giorno, correndo per le vie, intenti nei nostri giochi, successe. Lei inciampò e cadde in terra, aveva sempre il vizio di voltarsi mentre correva. Mi avvicinai ridendo di quel fatto mentre lei si rialzava cercando di darsi un contegno. Più la guardavo, più la mia risata si spegneva e il mio sguardo cadeva sui suoi fianchi, i suoi piccoli seni, le sue labbra. La aiutai ad alzarsi e facendolo, la strinsi a me: non era più la mia compagna di giochi o forse il gioco stava per cambiare. Il cuore mi batteva all’impazzata, sentivo il suoi seni sul mio petto e il suo cuore pulsare vicino al mio. La guardai negli occhi e lei restituì lo sguardo. Avvicinai le mie labbra alle sue, la baciai davanti allo sguardo sorpreso e imbarazzato delle altre fanciulle e il tempo sembrò fermarsi. Per un momento mi persi nei suoi occhi neri e profondi. “Sarai la mia sposa” le sussurrai. Mi scostò violentemente. “No, non può essere!” urlò, correndo via, come spaventata da quelle parole. La rincorsi per le strade polverose, sotto gli sguardi della gente. La raggiunsi e lei si spinse vicino al muro ansimando, con gli occhi in lacrime. “Perché scappi?” “Perché vuoi rovinare tutto?” urlò, fermando le mie parole e battendo i pugni sul mio petto. “Io non posso essere la tua sposa, non ne sono degna, sono solo una compagna di giochi, non ho sangue nobile da donarti, sono solo una schiava.” La strinsi a me. Lei era Neerena, questo mi bastava; ero giovane e guardavo oltre le meschinità degli uomini. “Non temere” le dissi, prendendo il suo volto in lacrime tra le mani. “Non temermi.” “Non ti temo.” rispose e in quel vicolo impolverato, all’ombra delle mura arse dal sole, conobbi l’amore pulito di Neerena. Lei era sempre nei miei pensieri: quando non c’era, mi immaginavo la sua presenza, i suoi gesti, le sue parole e quando tornavo alla realtà, era solo per pensare a dove si trovasse in quel momento, che cosa stesse facendo e quanto tempo sarebbe dovuto passare prima di poterla riabbracciare. Inanna mi aveva fatto il regalo più grande che avessi potuto desiderare: l’amore di Neerena, e pensavo… no! In quel momento ero sicuro che niente e nessuno l’avrebbe mai scalfito, che sarebbe durato in eterno. Ma la mia era la certezza di un ragazzino innamorato, una certezza che gli dei, cattivi e crudeli, si affrettarono presto a distruggere. Gli appuntamenti davanti alla fonte erano diventati la nostra unica ragione di vita e come al solito, aspettai le ragazze nel luogo stabilito, aspettai impaziente di vederle, di rivedere Neerena. Arrivarono camminando lentamente, stranamente senza correre, come invece erano solito fare. Si fermarono davanti a me, tra loro mancava la mia amata e il loro viso era una maschera di dolore. Abbassarono il volto, singhiozzando e non riuscendo a parlare. Capii? Forse. Corsi più veloce che potevo attraverso i vicoli della città e con il cuore in gola, arrivai alla casa di Neerena. Radunata davanti all’entrata, c’era della gente in lacrime, e tra loro, riconobbi Nerem, il fratello di Neerena. Riconoscendomi, la gente mi fece spazio e io mi avvicinai a lui. “Mia sorella” disse con il viso rigato dal pianto. Entrai nella casa. Neerena, immobile, sdraiata su un giaciglio di paglia, mostrava un volto pallido e un sorriso sforzato e innaturale. Accanto a lei, la madre, con indosso un telo nero che gli celava il viso e impediva agli altri di scorgere il suo dolore. Vicino a lei, altre donne con il viso coperto pregavano gli dei in una litania che sembrava infinita. Mi avvicinai al giaciglio e toccai il viso di Neerena aspettandomi di sentire il calore del suo corpo, sentendo però solo il gelo della morte. Sulla tempia destra una profonda ferita. “E’ caduta e ha battuto la testa su una roccia” mi sussurrò una voce. Tutto qui, una banale caduta, una stupida banale caduta può distruggere un amore, può distruggere la vita di una fanciulla nel pieno della sua giovinezza. Corsi fuori dalla casa in lacrime. Corsi per le strade fino a farmi bruciare il fiato in gola e, stremato, caddi al suolo col viso nella polvere. Il dolore della caduta era niente in confronto al dolore che provavo nell’animo. Non ci sarebbero stati più corse spensierate, non ci sarebbe più stato il sorriso di Neerena a rallegrare i nostri giochi. Alzai lo sguardo, l’ombra del tempio di Inanna era sopra di me. La struttura si ergeva bianca e possente con la vicina torre sacrificale. Corsi sulla lunga scalinata che presiedeva il grande portale di entrata, ritrovandomi nel tempio, urlando: “Sacerdote!” Più volte feci rimbombare la mia voce nell’ampia sala cerimoniale, vuota di ogni presenza. “Sacerdote! Sacerdote!” Alcune piccole fessure permettevano l’entrata di una debole luce, la penombra era signora e padrona del tempio e il vecchio sacerdote sembrò materializzarsi da essa. “Come osi urlare nella casa degli dei” mi apostrofò, adirato per il mio comportamento irrispettoso verso il luogo in cui ero. “Neppure il figlio del re può permettersi di mancare di rispetto ai divini.” Pasisu, era il più anziano dei sacerdoti, alto più della media, tarchiato, con vivissimi occhi neri. Aveva lunghi capelli grigi, una lunga barba e vestiva con un ampio abito di tela grezza, retto solo da una corda che gli cingeva la vita. Nonostante questo, aveva un aspetto nobile, autoritario e pochi osavano replicare alle sue affermazioni eccetto, forse, mio padre, il re. “Sacerdote!” dissi, cercando di contenermi. “Neerena è morta.” Mi guardò pensieroso, senza scomporsi. “Neerena? Non credo di conoscere questa donna, figliolo.” Alzai il tono della voce. “Neerena, la mia compagna di giochi, della vita, è morta.” Non potei evitare che le lacrime mi rigassero il viso. Non avrei dovuto: il figlio del re non doveva mostrare debolezze. Pasisu, imbarazzato alla vista del mio dolore, tossì un poco, ma non mi riprese per aver alzato la voce. “Mi dispiace, ma la morte fa parte della vita, ragazzo” disse banalmente. Mi avvicinai a lui con rabbia, non erano queste le parole che mi sarei aspettato di sentire. “Era così giovane, aveva tutta la vita davanti a sé, non è giusto” continuai. “Giusto?” commentò adirato. “Gli dei hanno deciso che dovesse oltrepassare la grande porta oscura, chi sei tu per decidere se sia giusto o meno? Nessuno di noi ha il diritto di giudicarli, nemmeno tu.” Si allontanò di un passo, dandomi la schiena. “La morte è un destino comune a tutti gli uomini e questa è l’unica certezza che gli dei ci danno. C’è chi la incontra prima e chi dopo. Possiamo solo vivere la nostra vita al meglio che possiamo, servendoli e ringraziandoli per i doni che ci consentono di avere.” Lo guardai stupito. Non avevo mai pensato alla morte prima d’ora, non mi era mai capitato e nonostante conoscessi i riti funebri, le cerimonie in onore dei morti, i sacrifici rituali, non avevo mai pensato alla possibile morte di chi mi stava accanto, non ero mai stato toccato così profondamente dall’ultimo viaggio. “Hai detto che tutti devono morire?” chiesi, spaventato dal pensiero orribile che avevo in mente. “Allora siamo condannati fin dal giorno della nostra nascita, la nostra vita non è altro che una lunga sentenza di morte, tutto ciò che noi facciamo può essere vano dal momento che tutto può finire in un attimo. Perché dobbiamo morire?” Pasisu si voltò appena. Il suo sguardo cercava di sfuggire il mio che, insistentemente, voleva una risposta alla domanda più grande che un essere umano potesse fare a colui che si ergeva a messaggero e servitore degli dei. Avevo toccato un punto debole del suo sapere. Cercavo spiegazioni e lui poteva darmi solo l’unica che conosceva, l’unica vera sua spiegazione possibile, da uomo di fede. “E il volere degli dei” borbottò, allontanandosi tra le ombre del tempio, perdendosi nel suo mondo, nelle sue certezze e lasciandomi con i miei dubbi, le mie mille domande, domande a cui avrei dedicato il resto della mia vita…ma ancora non sapevo che Ereskigal e il suo sposo avrebbero giocato con me molte altre volte, non lo sapevo. Fine episodio ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . 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