Di Annabruna Gigliotti ci sarebbe da parlare molto: arguta scrittrice di racconti, poetessa, attrice (facendo parte della compagnia teatrale Le Impronte, tra l’altro, presta viso, corpo e voce a Sonia, una delle protagoniste de “Il pollastro si mangia con le mani” di Patrizio Pacioni) E poi carismatica professoressa di italiano, infaticabile organizzatrice, donna solare e piena di vita, di interessi e di allegria. Cominciamo intanto a conoscerla attraverso questa short story, ok? Il sole di Natale Arrivò Natale anche quell’anno. Un Natale bianco nel nostro cuore e giallo nei nostri occhi. La notte della vigilia i vetri delle finestre si appannarono del caldo dei fiati di noi bambini che dall’interno della casa espiravamo il sogno trattenuto per un intero anno: ricevere regali che avrebbero riempito la casa fino al soffitto. Dall’esterno ci veniva rispedito al mittente sotto forma di gelo cosicché non riuscivamo a vedere niente se non la nostra ostinazione spiaccicata ai vetri. E non lo vedemmo arrivare davvero quel Natale tutto speciale. Arrivò e basta e fu semplicemente splendente. Al mattino ruppe il buio della casa sciogliendo il gelo della notte in gocce pigre e allungate che precipitavano lungo i vetri rendendoli finalmente di nuovo trasparenti. Anche Billi si mise a ululare non trattenendo la gioia, dimentico d’essere un cagnetto nano con voce isterica in falsetto e soprattutto del fatto che è alla luna che ululano i grandi e non al sole che spacca le pietre . A un sole poi di Natale. Fu a quel sole quindi che aprimmo gli occhi quel mattino di quel 25 dicembre in cui ricevemmo in dono un pacco regalo così grande che Mario, il nipote più vecchio della nonna, che lo aveva prelevato il giorno prima, dovette portarcelo su un furgoncino preso in prestito per l’occasione con monelli a seguito speranzosi di qualcosa anche per loro. In verità c’era sempre qualcosa per loro che veniva tirato fuori dal pacco, ma quell’anno era di dimensioni esagerate e la speranza di avere di più lievitava sulla loro faccia sotto forma di sorrisi smaglianti aperti sul giorno. Mia madre, che officiava la cerimonia, come la vestale di un tempio, spalancava la porta, tirando giù il chiavistello superiore dell’altro battente per rendere più ampia l’apertura e permettere l’entrata del pacco più agevole e senza danni. Lo scatolone fu adagiato con cautela nel mezzo della stanza, come una vittima sacrificale, marchiato di nastri augurali e del nome e indirizzo del mittente, Angela Santo, Nuovaiorche, come leggeva la nonna. Lei interpretava tutto a modo suo, anche gli indirizzi stranieri, soprattutto quelli delle sue sorelle americane che amavano sentirsi superiori a lei e farle l’elemosina, diceva. Poi girava le spalle e come una attrice sdegnosa usciva di scena. Nessuno in verità le faceva più caso, tanto sapevamo che di lì a poco sarebbe tornata perché per nessuna cosa al mondo si sarebbe persa l’apertura del pacco e, per niente al mondo, avrebbe rinunciato a versare lacrime di commozione nel leggere la lettera di accompagnamento, la stessa, sempre uguale tutti gli anni, con l’aggiunta però, man mano che il tempo scorreva, della comunicazione solenne di qualche malattia o dipartita di parenti mai conosciuti. Era generosa, mia nonna, debbo ammetterlo. Dopo la giusta spartizione del contenuto tra figli e nipoti, avrebbe preso il resto del bottino e ne avrebbe confezionato tanti piccoli pacchetti da distribuire agli amici più bisognosi e meritevoli delle sue attenzioni senza dimenticare di infilarci dentro caramelle e biscotti per i piccirilli santi, come le piaceva apostrofare i bambini. Solo allora si sarebbe riscattata agli occhi del mondo per aver avuto la sventura di essere rimasta vedova ancor giovane, di aver avuto un ventre fecondo, un marito voglioso e sempre pronto sotto le lenzuola, un capovolgimento economico alquanto grave, la cocciutaggine di voler tenere ad ogni costo la casa di famiglia, e per non ultima, il ricevere ogni anno pacchi dono dalle sorelle americane per riuscire a festeggiare ancora un Natale che ci regalasse qualcosa da tener stretto al petto e pensare in fondo di essercelo meritato. Dio mio, quel pacco! Fu come tirar fuori il coniglio dal cappello, con tutti i monelli, quelli rimasti fuori in attesa, e quelli dentro, noialtri, che applaudivano festosi ad ogni cosa che veniva tirata fuori e che, prima d’essere completamente portata alla luce, aveva già un destinatario fortunato. A me toccò, tra le altre cose, poche in verità perché tante erano le persone che si affacciavano alla porta lasciata aperta sulla strada, un bambolotto nudo con un accenno timido di sesso maschile in rilievo e con una bella cicatrice comprovante una previdente appendicectomia eseguita a puntino, come ebbe a dire Rosetta, la levatrice della nostra famiglia, che di interventi ben riusciti se ne intendeva davvero. E poi quel vestito da sposa! Fu come destinato a tutti noi, una nuvola di tulle per ciascuno, un regalo senza fiato per tutti; la cosa più bella, inutile, impensabile che avessi mai visto arrivare dall’altro capo del mondo. Rimase sospeso per qualche secondo in aria, trattenuto dalle mani di mia madre e offerto agli occhi degli idolatri in stupore estatico. -Bello!- fu detto in un sol fiato. Ma poi intervenne la nonna, la più pragmatica di tutti, e lo destinò in quattro e quattr’otto a Carmela, la figlia dell’Assunta, vedova Silone, povera in canna e con una figlia zitella senza dote e con corredo scarso. Applausi. Poi fu consegnato a nonna e subito dimenticato. Quel Natale fu proprio speciale. Nessuno andò via senza anche un pur piccolo dono, nessun monello moccioso senza un dolcetto appiccicoso che colorava le mani, la lingua e il cuore. Lo scatolone svuotato fu in fine regalato a noi piccirilli che lo trasformammo in casa, in vagone, in letto per Billi e in castello e in ogni cosa ci venisse in mente durante i nostri momenti di gioco, fino all’arrivo del prossimo pacco natalizio da Nuovaiorche. Ereditammo sempre durante la nostra infanzia i pacchi regalo vuoti con cui giocare, ma con essi la gioia di distribuire, condividere, dare e ricevere le cose perché non vi è Natale più bello che tirar fuori dal cappello il coniglietto bianco, passarselo di mano in mano e giocare con la vita, non dimenticando però di lasciare la porta aperta sulla strada. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.