Seconda puntata della saga creata da Stefano Ratti ispirandosi alle vicende dell’eroico Gilgamesh (leggendario re della città di Uruk, potente città della Sumeria). Opera del disegnatore-scrittore-soggettista lombardo anche la suggestiva tavola che compare accanto al titolo. Gilgamesh (2° episodio) Maran Attraverso le piccole finestre della sala reale del palazzo, giunge la luce del sole oramai alto a togliere le ombre che mi coprono. Attraverso le finestre arriva anche il rumore della mia città, Uruk. Ascolto attento e compiaciuto quel suono, il suono prodotto dal lavoro frenetico della mia gente, operosa e instancabile. Guardo fuori, in lontananza posso vedere la muraglia crescere sempre di più, giorno dopo giorno. E’ un’opera che ho voluto per difendere il mio popolo da ogni minaccia che proviene dall’esterno, per difendere loro e me stesso. Una gruppo di soldati passa sotto le finestre, marciando allineati, fieri e marziali, indossando corazze ed elmi di cuoio lavorato, armati di lunghe lance. I loro passi cadenzati risuonano sul terreno argilloso. L’ufficiale in testa guarda in alto, mi vede e alza la sua lancia verso l’alto in cenno di saluto poi, si allontana con i suoi compagni. Chiudo gli occhi. Ripenso alla mia gioventù, alla mia educazione da soldato, da guerriero e ripenso a Maran, il mio maestro. L’educazione del figlio maschio del re, oltre all’arte intellettiva, comprendeva anche l’arte pratica delle armi e del combattimento. Tutti i giorni, Maran, il generale dell’esercito di Uruk, mi indottrinava all’uso di ogni tipo di arma conosciuta: spada, lancia, scudo, fionda e lotta a mani nude, facevano parte della mia scuola di guerra, oltre alle tecniche di strategia militare di cui Maran andava tanto fiero. Il mio maestro era un tipo non troppo alto, ma muscoloso, con un torace ampio, pieno di cicatrici semicoperte dalla lunga barba nera e incolta. Portava i capelli lunghi raccolti dietro la nuca e legati con un laccio di cuoio. Il suo volto dai lineamenti duri, solcato da una profonda cicatrice, ricordo di un violento combattimento corpo a corpo, rimaneva per la maggior parte del tempo inespressivo e si restava sorpresi quando, per marcare un fatto positivo, esplodeva in una grossa risata frantumando l’inespressività del suo volto. Amava girare poco vestito, a torso nudo e coprendo gli attributi solo con una tela di lana stretta sui fianchi da un semplice laccio di pelle. Portava sempre con sé una grossa spada di bronzo legata alla cintola, la teneva appoggiata all’inguine, come un simbolo fallico di forza e potere. Aveva due mogli e sei figli, ma di certo non si tirava mai indietro con nessuna femmina disposta a donargli le proprie grazie o a farsele pagare. La gente amava dire che in battaglia era peggio di un animale, una belva assetata di sangue e che durante gli scontri sorridesse, come se solo il clamore dello scontro potesse spezzare il suo volto granitico ed eccitare il suo animo selvaggio. Alcuni lo rispettavano, molti lo temevano. Io non sapevo decidermi, le chiacchiere della gente vanno sempre oltre la realtà anche se in fondo ad ogni storia c’è sempre un briciolo di verità. L’allenamento con Maran era molto duro e, per ordine di mio padre, non mi risparmiava i colpi dicendo che questo mi avrebbe reso più forte e più cauto. In parte era vero; il mio fisico cresceva forte e muscoloso, anche se diverso da quello di Maran. Ero più alto, con una muscolatura più agile e snella. Agli inizi non fu facile, odiai Maran per i colpi ricevuti e i lividi che mi procurava su tutto il corpo, ma col tempo imparai a evitare i colpi e a restituirli. Ricordo il nostro ultimo allenamento. Maran attaccò alzando il bastone e abbassandolo con tutta la forza. Quell’essere così selvaggio, lanciato contro l’avversario, avrebbe fatto paura a chiunque, ma non a me. Sapevo che avrebbe cercato di colpirmi in posti non vitali, ma il ricordo dei lividi bluastri e doloranti, portati per vari giorni, mi fece scattare. Mi scostai dalla sua traiettoria, il suo bastone colpì il terreno rompendosi. Alzai il bastone a mia volta e colpii il mio maestro mettendoci tutta la forza che potevo: sotto, sotto, volevo vendicarmi dei lividi passati. Il bastone si spaccò in due sulla sua schiena e Maran cadde pesantemente a terra. Per un attimo pensai che non si sarebbe più rialzato, ma non fu così. Si alzò emettendo due colpi di tosse e senza nessuna smorfia di dolore. Mi guardò pensieroso e scoppiò in una risata che sembrò far tremare le pareti della palestra. “Non ho più nulla da insegnarti ragazzo” disse, spezzando la risata e mettendomi una mano sulla spalla. Mi sembrò di vedere un attimo di commozione nei suoi occhi, ma forse mi sbagliavo. “Tutto ciò che ti manca di sapere sull’arte della guerra la devi imparare sul campo di battaglia e da quello che ho sentito dai mercanti arrivati da Lagash e da Ur, l’occasione per dimostrare il tuo valore arriverà molto presto.” “Sei sicuro?” chiesi sorpreso. “Abbiamo sempre avuto ottimi rapporti con i nostri vicini di confine.” “Lo so! Ma tuo padre ha già riunito il Consiglio, dalle pianure sono giunte strane voci; si parla di nomadi, di Amorrei. Sembra che si siano spinti fino ai nostri confini per compiere razzie nelle nostre terre e presto sapremo se queste voci corrispondono a verità.” Le voci risultarono vere e l’occasione di mettere alla prova il mio allenamento era alle porte. Stranamente, le tribù nomadi che erano sempre in lotta tra loro per accaparrarsi il più piccolo pezzetto di terra o per rivalità tribali, si erano unite, avevano costituito un unico variegato esercito e ora minacciavano i confini di Uruk alla ricerca di cibo, donne e schiavi. Gli Amorrei non stavano mai per troppo tempo nello stesso luogo, non avevano imparato a convivere con la terra in cui mettevano piede e nemmeno gli interessava farlo. Come parassiti, sfruttavano il suolo, lo depredavano senza ritegno, negandogli le cure necessarie per mantenerlo fertile e vivo, fino a quando, stremato e impoverito, non era più in grado di donare nemmeno un frutto. Allora lo lasciavano e si spingevano in altri luoghi, alla ricerca di nuova terra da depredare. La siccità aveva distrutto i loro raccolti prima del tempo, la ricchezza della nostra città faceva gola a quella gente e se da un lato potevamo capire la loro situazione, dall’altro, non potevamo permettere che oltrepassassero i nostri confini per saccheggiare le nostre terre. Giorni dopo, i nostri soldati si radunarono nelle verdi terre pianeggianti a proteggere i confini di Uruk e io, ero con loro. Mia madre pianse abbracciando le mie due piccole sorelle e le sue ancelle le fecero coro. Non diedi molta importanza alla cosa. Lei era una donna, non poteva capire: con il battesimo della battaglia stavo per diventare un uomo. No! Non un uomo, ma qualcosa di meglio… un guerriero. Nel primo pomeriggio, da un’altura, vedemmo l’esercito nemico affacciarsi all’orizzonte. Una marea di uomini sporchi e vestiti di stracci urlava una lingua incomprensibile e picchiava le proprie armi di bronzo e rame, l’una contro l’altra, facendo un rumore assordante. Io, come la maggior parte dei soldati, avevo con me una lunga lancia, la spada di bronzo legata alla cintola e lo scudo di legno, ricoperto di cuoio e da lamine di metallo. Sapevo come usarli, ma un conto era un allenamento in palestra, un'altra cosa era ciò che vedevo davanti a me ora e lo scontro che sarebbe avvenuto poi. Ci schierammo compatti, formando un lungo muro umano di scudi e lance. Schierati dietro di noi, gli arcieri erano pronti a colpire per primi. Maran, si mise alla mia sinistra. Mi vide un po’ nervoso e mi posò una mano sulla spalla per tranquillizzarmi: “Fanno tutto questo rumore per renderci nervosi, per spaventarci, è solo una tattica come un'altra” disse. Il suo volto era impassibile come sempre. Non gli avevo mai fatto domande prima di allora. Per me, Manar, era un eroe invincibile oltre che il mio maestro. “Tu non hai paura, vero?” gli chiesi con timore. Mi guardò negli occhi per un attimo, si fece una grossa risata e si allontanò. Forse quello che dicevano di lui era vero: egli rideva delle battaglie, delle guerre e la paura era a lui ignota. Forse anche la morte stessa aveva paura di lui. Dietro di noi, su un’altura poco distante, mio padre sedeva sopra uno scranno di legno lavorato finemente, portato da quattro schiavi e circondato dalle sue guardie personali. Anche lui, da giovane, aveva partecipato a numerose battaglie, ma ora non poteva permettersi di rischiare la vita in prima linea, Uruk, non poteva rischiare di perdere la sua guida, il suo re. Ero lontano, guardava verso di me, almeno così mi sembrò e mi chiesi se temesse per la mia vita. Il sole batteva incessantemente sopra di noi, le armi brillavano ansiose di bagnarsi nel sangue del nemico. La gola era sempre più secca e per un attimo, mi passò per la mente la domanda terribile che nessun guerriero dovrebbe mai farsi. E se muoio? pensai. Alla mia destra c’era Imeredin, un veterano di guerre passate di cui sapevo ben poco. Masticava incessantemente qualcosa, forse grasso di maiale, e ogni tanto sputava per terra quasi indifferente a ciò che stava succedendo, ma non tutti ostentavano indifferenza. Un uomo davanti a me era in preda a tremolii, col viso sbiancato dalla paura, sentii l’odore fetido dell’urina. Una volta, Maran, mi raccontò che prima della battaglia, alcuni soldati ingurgitavano litri di vino per stordire la mente e illudersi di possedere un barlume di coraggio che non avevano. Altri, avevano dei riti strani, come dei segni particolari, dei gesti ripetuti molte volte; oppure si ornavano il corpo con particolari tatuaggi o addirittura, si esibivano in danze propiziatorie come quelle che venivano fatte dai sacerdoti nei templi dedicati agli dei o dalle prostitute sacre di Inanna. Tutto questo, per non pensare a un’unica terribile domanda. E se muoio? A risvegliarmi da quel pensiero terribile, fu l’attacco del nemico che correva verso di noi, urlando selvaggiamente. I dolci prati che ieri avevano visto al pascolo delle innocue pecore, si apprestavano a bere il sangue di due eserciti in lotta. Noi restavamo uniti e schierati, come un unico essere pronto a ricevere l’assalto di quella massa di scimmie urlanti lanciate confusamente all’attacco. Manar alzò un braccio, era un segnale. Dietro di noi, gli arcieri, scoccarono le frecce che oscurando il cielo e sfoltirono il nemico di un gran numero. Almeno la metà degli assalitori furono feriti alla testa o al petto. Quelli rimasti incolumi, arrivarono velocemente contro di noi, lanciando urla di guerra. Lo scontro fu tremendo. Le masse si infransero in un miscuglio di urla, carne, metallo e sangue. Molti avversari si infilzarono direttamente contro le nostre lunghe lance e si fracassarono contro i nostri scudi. Alcuni, saltando sopra i propri compagni morti, riuscirono a passare oltre il muro di scudi, aprendo un varco nelle nostre file e facendo da traino per gli altri assalitori. Fu il caos. Un uomo con la spada alzata, trasportato dalla furia, mi urlò contro qualcosa che non riuscii a capire e d’istinto portai la lancia in avanti colpendolo al petto. Il suo viso divenne una maschera di dolore e incrociando i suoi occhi, li vidi come sorpresi, increduli. Affondai ancora la mia arma, avvicinandomi sempre di più a lui, sentii il suo alito puzzolente sul viso. Il sangue corse sull’asta della lancia sporcando la mia mano. Mi scostai di scatto. Inorridito, lasciai di colpo la lancia e sfoderai la spada. Un altro nemico si fece avanti. Non gli lasciai il tempo di attaccare con la sua grossa e pesante spada. Alzai la mia arma e lo colpii alla testa con tutta la forza che avevo. La lama, sfondò l’elmo di rame e cuoio che portava per protezione e parecchi schizzi di sangue mi raggiunsero il volto. Sentii un dolore al braccio sinistro. Anche se non gravemente, ero stato ferito da un altro avversario arrivato alle mie spalle. Nonostante il dolore, riuscii a trattenere lo scudo e girai roteando la spada, squarciando la gola dell’uomo che mi aveva attaccato alla schiena. L’uomo tentò di chiudersi la ferita con le mani, mentre le urla gli si strozzavano in gola, mentre il proprio sangue gli impediva di respirare. Lo guardai contorcersi dal dolore, poi bloccarsi di colpo, era morto. Indossava delle strane collane con dei pendagli che raffiguravano degli esseri semi-umani; forse i suoi dei, dei che non gli erano serviti di certo a salvarlo. Mi spinsi in avanti. Con lo scudo parai il colpo violento di un’ascia che mi fece quasi perdere l’equilibrio. Affondai in avanti la mia spada e trapassai il mio assalitore da parte a parte, facendolo cadere a terra urlando di dolore. Vidi le sue viscere uscire dal corpo. Colpivo senza pensare, non volevo pensare. Avanzavo e colpivo. Sotto di me i cadaveri si accumulavano e io colpivo, colpivo senza nemmeno accorgermi che la battaglia stava per finire, che la morte era ormai sazia di vite umane. Mi accorsi della fine, solo quando non vidi più nessuno venirmi contro e un grande silenzio si impossessò del campo di battaglia; un silenzio irreale. Sporco di sangue, con lo scudo aperto in due da uno squarcio, stanco e ansimante, mi guardai intorno quasi con timore. Il campo di battaglia era coperto di cadaveri e i primi avvoltoi cominciavano ad arrivare per il loro macabro banchetto. Portato dal vento, udivo il lamento dei feriti e tra quelle voci sofferenti udii anche il mio nome, pronunciato con voce ansimante e debole. “Gilgamesh! Gilgamesh!” Mi diressi verso quella voce che mi sembrava di conoscere e quando arrivai da colui che mi chiamava, ebbi una sorpresa. Maran, il mio maestro invincibile era a terra, ferito mortalmente e indifeso. Nel caos della battaglia lo avevo perso di vista. Un colpo di spada gli aveva aperto un grosso squarcio nella pancia e con le mani cercava di non far uscire l’intestino dalla ferita. “Non mi lasciare così” disse mentre il sangue gli usciva dalla bocca e s’impastava con le parole. Sapeva che nemmeno gli dei potevano salvarlo e che sarebbe morto tra atroci dolori. I suoi occhi erano duri e non tradivano nessuna emozione: era un guerriero, come tale doveva morire, era un generale e doveva dare l’esempio. “Fai l’ultimo favore al tuo maestro, Gilgamesh” continuò a fatica. Mi inginocchiai davanti a lui, a stento riuscii a trattenere le lacrime, ma non dovevo essere da meno del mio maestro. Sapevo ciò che stava per chiedermi e dovevo essere degno della sua richiesta. “Uccidimi, Gilgamesh” la sua voce si fece più debole, “allevia la mia agonia.” Non potevo rifiutare. Era un onore presiedere alla sua morte, un onore risparmiagli le sofferenze. Rifiutare, sarebbe stata un grave offesa all’onore di entrambi. Alzai la spada e ricordai gli allenamenti passati, i lividi, le bevute insieme. Maran, emise la sua grassa risata, mentre la morte calava su di lui per mano mia. Gli trapassai il cuore con la spada e la risata gli si strozzò in gola: avevo ucciso il mio maestro. Colui che rideva della morte, giaceva davanti a me senza vita. “Povero Maran, ridevi della morte e lei ti ha sconfitto riservandosi l’ultima risata” mormorai. Intorno a me, i soldati fuggivano il mio sguardo, mentre altri erano intenti a depredare i nemici morti da quel poco di cose di valore che potevano avere indosso. La morte era stata la mia compagna per tutto il tempo dello scontro e non mi aveva toccato. Ero stato fortunato, ma quanto sarebbe durata questa fortuna, quanto? ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. 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