Continua con questo terzo episodio la saga ispirata alle vicende dell’eroico Gilgamesh (leggendario re della città di Uruk, potente città della Sumeria). L’autore Stefano Ratti, oltre a essere un ottimo scrittore, è disegnatore di valore assoluto (sua la tavola accanto al titolo). Gilgamesh (3° episodio) Re Legato al mio fianco destro con una corda di canapa intrecciata, sopra una semplice veste corta di lino, porto un pugnale col manico tempestato di pietre preziose di vari colori: era di mio padre. Oggi penso a mio padre, il divino Lugalbanda e a mia madre, la dolce Nimsun. Mia madre: la penso vestita di un bianco candido, in contrasto con i suoi capelli nerissimi e la pelle abbronzata. Ricordo il suo sorriso allegro, sparito nel corso degli anni, dietro le pieghe della pelle, dietro le ferite del tempo e quelle più dolorose della vita. Nimsun, un nome pronunciato poche volte e quasi scordato lungo il cammino della mia educazione, della mia crescita. Penso alle sue carezze sul mio viso da bambino e odio me stesso per questo pensiero non degno di un re quale ora sono. I sentimenti provocano dolore, indeboliscono e annebbiano le capacità decisionali e io non me lo posso permettere. Sono colui che vigila sul popolo e il mio destino non è mai stato legato alle cure amorevoli di mia madre. Quando venni alla luce, avevo otto sorelle maggiori da parte delle altre due mogli di mio padre; io ero il primo figlio avuto da mia madre: un maschio, e come tale costituivo la continuità della stirpe reale. La mattina in cui nacqui, mio padre benedì la mia nascita sacrificando due scrofe sull’altare del tempio di An. Fin da piccolo si fece in modo di scostarmi dalla debole educazione di colei che mi aveva partorito e che, oltretutto, doveva occuparsi anche di altre mie due sorelle gemelle, avute pochi anni dopo la mia nascita. Così, all’età di dieci anni, avevo quasi totalmente rotto i rapporti con mia madre. La mia crescita era totalmente nelle mani dei sacerdoti, degli scribi e mio padre, di tanto in tanto, mi onorava della sua presenza per conoscere i miei progressi e assicurarsi che fossi un suo degno successore. Per rendermi più forte mi fece crescere nel sacrificio, lontano dalla molle e comoda vita di palazzo e non ricordo gesti di affetto da parte sua. Mio padre però, non disdegnava le comodità della vita di palazzo e giustificava il suo comportamento nei miei confronti, la mia severa educazione, col fatto che avrei dovuto essere migliore di lui. Lugalbanda era famoso per le sue terribili collere e la sua presenza incuteva timore e rispetto allo stesso tempo. L’unico gesto di affetto nei miei confronti, o una parvenza di affetto, lo ebbi al ritorno dalla mia prima battaglia. Avevamo vinto il terribile scontro, avevamo vinto gli uomini che minacciavano la nostra fiorente città. Ogni soldato era tornato alla propria casa, mentre il nero fumo dei cadaveri dati alle fiamme, si alzava, sporcando il cielo limpido e azzurro che mal si adattava con le immagini di morte di quel giorno. Entrai a palazzo, lasciando oltre la soglia i pianti e le urla delle donne: madri, sorelle, mogli rimaste senza il proprio caro. Entrai con la spada macchiata di sangue e lo scudo squarciato da un colpo d’ascia. I servitori mi videro, ma non osarono avvicinarsi. Mio padre era già rientrato, scortato dalle sue guardie su un carro abbastanza grande da poter portare il suo prezioso scranno lavorato. Con mia sorpresa, nei corridoi, trovai mia madre ad aspettarmi: indossava una lunga veste bianca, ornata da alcune righe colorate e legata alla vita con lacci di pelle. I capelli erano legati in alto con altri lacci, adornati da anelli di pietra colorata e le braccia erano rivestite da bracciali di argento e oro. Il suo viso triste contrastava con il suo aspetto elegante. Ci guardammo un attimo. Rimasi fermo, immobile, non sapevo cosa fare, cosa dire: mi assalì un enorme imbarazzo. Vista la mia riluttanza, si avvicinò e mi abbracciò con decisione. Le lacrime le rigarono il volto e bagnarono la mia veste macchiata del sangue ormai secco degli uomini che avevo ucciso. Con la mano toccò la ferita che mi ero procurato in battaglia al braccio sinistro, una ferita lieve; il nemico non era stato abbastanza bravo da affondare fino in fondo la lama nella carne. Il sangue si era fermato e avevo coperto la ferita con una semplice pezza ricavata dalla veste di un morto. Scostai mia madre guardandola negli occhi, non riuscendo a capire il motivo di quel pianto e nei suoi occhi vidi l’amarezza di chi sapeva di avere perso qualcosa. Lei aveva perso il suo bambino, ma sbaglio a dire che l’aveva perso, lei, non l’aveva mai avuto: io,fin dalla nascita, ero destinato al popolo. Si allontanò piangendo e io percorsi gli ombrosi corridoi, fino alle mie stanze, con un senso di vuoto, come se avessi perso qualcosa e non sapessi spiegarmi bene cosa. Alcune ancelle mi aspettavano avendo con sé il necessario con cui ripulirmi dal sangue. Porsi loro la spada e lo scudo ormai inservibile. Mi tolsi i vestiti e mi lavai dal sangue con l’acqua pulita contenuta in alcune brocche di terracotta. Un’ancella mi porse un vestito pulito, si chiamava Irlene, proveniva dalla città di Nippur, la città del dio Enlil, e faceva parte dei doni che il sovrano di quel luogo diede a mio padre per siglare un trattato commerciale. Irlene aveva sei anni più di me ed era bella, molto bella. Alta, ben proporzionata, i suoi grandi occhi neri mi scrutavano senza imbarazzo. Sfiorai i suoi capelli ricci e neri, sciolti sulle spalle. Presi le sue mani tra le mie, accarezzai la sua pelle chiara, spingendomi fino alle sue forme sensuali. Le altre ancelle si affrettarono a lasciare la stanza, a lasciarci soli. Dopo tanta morti, avevo bisogno di stringere a me un corpo vivo.Avevo bisogno di amare ed essere amato o almeno di sentire una parvenza di amore dopo l’odio della battaglia. Irlene mi fece scordare ogni cosa e io mi persi tra le sue braccia. Più tardi, un servitore si fece annunciare per informarmi che mio padre mi voleva parlare. Mi recai da lui indossando solo una tela avvolta intorno ai fianchi e legata con un una cintura di pelle: fin da ragazzo imparai a vivere del necessario, l’eleganza e lo sfarzo non erano doti pratiche per me. Trovai mio padre nella sala del trono, in piedi, appoggiato al trono di pietra. Fuori, il sole era ormai calato e la stanza era illuminata debolmente da alcuni bracieri accesi. Il fuoco con la sua luce tremolante, sembrava giocare sui mosaici delle pareti; mosaici composti da chiodi di argilla e pietra di vario colore: rosso, nero e bianco. Questi colori, davano vita a figure di animali: gazzelle, leoni, uccelli. La stanza era delimitata da larghe colonne circolari, anch’esse decorate con mosaici che però, mostravano delle scene di uomini armati. Appena sentì i miei passi si voltò e con mia grande sorpresa esibì un sorriso. Per la prima volta vidi il sorriso di mio padre e anche i suoi occhi verdi, come i miei, mi parvero sorridere. I lunghi capelli castani scuro gli cadevano lungo la schiena e, di tanto in tanto, si accarezzava la lunga barba intrecciata e ben curata. Indossava una lunga veste colorata e una grossa cintura di pelle lavorata gli cingeva la vita. A quella cintura, vi era allacciato il pugnale che sarebbe tragicamente diventato mio. Il pugnale era probabilmente un regalo di un sovrano di qualche terra confinante. “Gilgamesh!” il mio nome riecheggiò per la stanza e per la prima volta venne pronunciato, non per ordinare o rimproverare, ma in modo cordiale. Si avvicinò appoggiando le forti mani sulle mie spalle. “Sei stato bravo” disse, allargando un sorriso. Guardai le mani sulla mie spalle stupito. Lui le ritrasse quasi imbarazzato e continuò: “Oggi ho avuto la certezza che, quando sarò morto, sarai un buon sovrano.” “Tu ci sarai sempre, padre” risposi. “Sei gentile, ma un giorno morirò, è inevitabile. Tu prenderai il mio posto come guardiano del popolo e come tale, avrai dei doveri verso la tua gente.” Si allontanò da me, voltandosi verso le finestre. “La nostra gente, Gilgamesh, tu dovrai badare a loro, vincere i loro nemici, riempire i loro granai, esaltare i loro pregi e frenare i loro grandi difetti. Dovrai vivere per loro” aggiunse. “Quando sarai re, nessuno avrà potere su di te, tranne gli dei e la morte.” Si avvicinò alle piccole finestre e guardò fuori. Dall’esterno si udivano i pianti delle vedove mescolarsi con le grida entusiaste dei vincitori. “Maran è morto, lo credevo invincibile, tutti lo credevamo e ora è morto” continuò, cambiando argomento. Maran, non potevo certo dimenticarlo, io stesso diedi il colpo che pose fine alle sue pene. “Padre, la morte oggi si è presa molte vite” dissi, rivolgendomi a lui con sgomento. “Anche il guardiano del popolo deve morire? Se deve prendersi cura del popolo, non dovrebbe essere immune alla morte?” Abbassò la testa, sorpreso da quella domanda che riteneva ingenua. “Il re, agli occhi degli dei è solo un uomo: mortale, come qualsiasi altro” rispose facendo un mezzo sorriso. Si diresse verso l’uscita della stanza, forse per paura di altre domande. Uscii a mia volta per recarmi nelle mie stanze, pensando al motivo per cui mi avesse mandato a chiamare. Possibile che si volesse davvero complimentare con me per l’esito della battaglia? Nei corridoi del palazzo, trovai ad aspettarmi Efer ed Emenir, due dei primi consiglieri di mio padre. Erano vestiti con abiti eleganti, colorati, pieni di monili di vario genere e con gli occhi truccati, cosa che io male sopportavo. Solo le donne si dovevano curare in quel modo, un uomo non avrebbe dovuto sprecare il proprio tempo con simili inezie. Si avvicinarono sorridendo, cercando di evitare il mio sguardo duro e poco tollerante nei loro confronti. “Salute a te, principe” dissero insieme, esibendo un ampio sorriso. “Salute a voi” risposi indifferente. “Abbiamo saputo della grande vittoria che hai riportato contro i nomadi delle pianure” continuò Efer. “Oggi hai dimostrato di avere le doti di un futuro re. Hai dimostrato di avere forza, coraggio e intelligenza.” Parlava con un sorriso strano, compiacente e io provavo un senso di fastidio. Non ero abituato all’arte della diplomazia, della conversazione, e forse, era una delle cose che avrei dovuto conoscere, perché non sempre si poteva essere diretti con le persone, anche se non ne capivo il motivo. I sorrisi di circostanza, i complimenti, erano cose che odiavo. “Il divino re, tuo padre, oggi ha visto i risultati della sua politica” sibilò Emenir. “Cosa intendi dire?” risposi stizzito. Lui fece un passo indietro per paura di una mia reazione non troppo diplomatica. Efer continuò: “Emenir non voleva offendere in nostro divino re, mio principe.” Alzò lo sguardo, dando coraggio alle sue parole. “I popoli confinanti si fanno ogni giorno più audaci. Non hanno paura di noi e guardano con avidità e invidia le nostre ricchezze guadagnate con fatica” proseguì. “Questo succede perché il nostro unico e eccellente sovrano ha rinunciato a ingrandire il nostro territorio con piani di conquista.” Emenir si fece coraggio e si avvicinò: “Bisogna estirpare sul nascere ogni pericolo di invasione annettendo altre terre alle nostre.” Mi domandai del perché di quel discorso e fin dove volessero arrivare. “Perché dite così? Mio padre ha reso Uruk, una città ricca e prospera. Non abbiamo bisogno di altre terre.” “Gli uomini delle pianure si sono avvicinati anche troppo ai nostri confini” replicò Efer. “Solo schiacciando il nemico ed espandendoci oltre i confini avremo la certezza di tenere lontano i pericoli dal regno, il tuo regno.” Pensavo alla battaglia, alla paura della morte, hai pericoli che si nascondevano oltre la mia splendida città, quei pericoli che io non conoscevo e che vidi in battaglia per la prima volta. Avevo sempre vissuto la mia vita dentro i sicuri confini di Uruk, e non conoscevo l’orrore e le barbarie che si nascondevano oltre i confini. Per un attimo pensai che il mondo potesse essere una grande e immensa Uruk, portatrice di pace e serenità. “Mio padre ha scelto la pace con le altre città e non cambierà idea.” “Non c’è bisogno che cambi idea” continuò Efer, soppesando la frase. La sua voce si fece sibilante e maligna. “Basterebbe…” soppesò a lungo la parola guardandomi negli occhi, scrutandomi, nella speranza di cogliere della complicità, cercando di non dire, di farmi intuire l’orrore che stava pensando e io, intuii. Lo afferrai per il collo con una mano e lo gettai contro il muro del corridoio senza apparente sforzo. Lui urlò, più per la paura e la sorpresa che per il dolore. “Come osate propormi l’assassinio di mio padre! Luridi vermi ingrati!” urlai, colmo d’ira. Emenir, visibilmente spaventato, temendo la stessa sorte del compagno, si appiattì contro il muro. Lasciai perdere Efer, mi avvicinai a Emenir e lo colpii con una sberla al volto, gettandolo a terra. Sentii il suono della sua mascella slogarsi. “Oggi ci sono state anche fin troppe morti, per cui vi lascio vivere” dissi con voce più calma, ma decisa. “Domattina lascerete per sempre i confini di Uruk. Le terre barbare saranno la vostra nuova casa, se riuscirete a sopravvivere.” Mi allontanai, lasciandoli a terra tremanti di paura, mi parve di udire un pianto. L’indomani avrei spiegato tutto a mio padre, ma quella sera non volevo rattristarlo per colpa di due carogne inutili. Avevo però sottovalutato le due carogne, non avevo pensato che avessero già elaborato un piano per conquistare il potere. Avrebbero voluto governare attraverso me, approfittando del ben volere della gente nei miei confronti, della mia ambizione, pensando che per la mia giovane età e la mia inesperienza, sarei stato manovrabile come un fantoccio. Provarono a convincermi, ma gli andò male e io fui così ingenuo da pensare che fosse finita lì, ma se non potevano contare su di me, potevano fare a meno di me. Non sono mai riuscito a dormire molto, quella notte, dopo quello che era successo, stentai più del solito a prendere sonno. Mi alzai dal mio giaciglio poco dopo l’alba, e decisi di andare da mio padre per parlargli degli avvenimenti della sera prima. Arrivai alle sue stanze. Amadir e Sami, le due guardie reali che di solito vigilavano l’entrata, stranamente non c’erano, così mi recai alla sala del trono dove molto probabilmente, mio padre, si era recato. Era solito alzarsi presto per sentire le lamentele dei vari consiglieri che però non apprezzavano affatto l’alzata mattutina. Entrai nella sala illuminata dalle prime luci dell’alba. I bracieri che avrebbero dovuto riscaldare il luogo con il loro fuoco, erano spenti e la stanza era avvolta dal gelo. Mio padre era seduto sul trono con la testa abbassata, ai lati c’erano Emenir ed Efer. Sui loro volti i segni della discussione della sera prima, ma anche uno strano sorriso, maligno. Mi avvicinai al trono rabbioso. “Vi avevo detto di lasciare la città, carogne!” Solo allora notai il liquido rosso ai piedi del trono. “Padre!” chiamai. Ma lui non rispose. Appoggiai le mie mani sulle sue guance e gli alzai il viso. Vidi il suo volto spento, gli occhi vitrei. Lo lasciai e il corpo cadde in avanti, mostrando una ferita mortale alla schiena. Dietro di me, apparvero Amadir e Sami, le guardie reali, erano nascoste dietro le colonne della sala, armate di arco e frecce. I due consiglieri si allontanarono dal trono. “Luridi vermi” urlai, indicando le due carogne. In preda alla rabbia, balzai addosso ad Efer prima che riuscisse ad allontanarsi troppo, stringendo il suo collo con le braccia. Il suo viso divenne una maschera di terrore. Lo guardai in faccia e strinsi finche sentii il rumore del suo collo spezzarsi. Amadir, fece partire una freccia. Mi feci scudo con il corpo di Efer, e la freccia gli trapassò il petto. Il corpo dell’uomo non mi avrebbe riparato per molto, così estrassi la freccia e balzai dietro il trono di pietra, lasciando Efer a terra. La freccia di Sami sibilò vicino al mio orecchio e la mia velocità mi salvò dall’essere infilzato come un uccello durante la caccia. Amadir riarmò il suo arco. I due arcieri si avvicinarono al trono, visibilmente preoccupati. Saltai sopra il trono e con un balzo mi gettai addosso ad Amadir che, per la sorpresa, non fece in tempo a puntare la sua arma contro di me, mentre Sami, era troppo intento ad armare nervosamente il suo arco. Con la freccia estratta dal corpo di Efer, stretta nel pugno, trapassai violentemente l’occhio sinistro di Amadir che si accasciò al suolo urlando dal dolore. Chino sul corpo di Amadir, mi voltai di scatto e quel movimento mi salvò dal ricevere una freccia nella schiena che si conficcò, invece, nella spalla sinistra, facendomi urlare. Sami, butto a terra l’arco, si slacciò la fascia che teneva alla vita e me la cinse intorno al collo cercando di strangolarmi da dietro, piegandomi le ginocchia. “Muori! Uruk ha bisogno della tua morte, noi ne abbiamo bisogno!” urlò. Mio padre, senza vita, era davanti a me e sembrava guardarmi attraverso i suoi occhi spenti. Allungai la mano destra, mentre Sami, accorgendosi di aver sottovalutato la mia forza, strinse più forte la presa. Guardai mio padre, vidi il suo pugnale, quel pugnale col manico ornato da pietre preziose che portava sempre al suo fianco. Nonostante le forze cominciassero a mancarmi, sia per la ferita, sia per la mancanza di aria, l’istinto di sopravvivenza mi consentì di gettarmi in avanti. Avanzando sulle ginocchia, trascinai con me il mio assalitore e afferrai il pugnale di mio padre. Con un ultimo gesto disperato, lo sfilai e conficcai la lama nel ginocchio destro di Sami, trapassandolo. Sami urlò, lasciando la terribile presa al collo, cadendo a terra, contorcendosi dal dolore. Mi avvicinai a lui per colpirlo di nuovo, quando mi accorsi che Emenir non era più nella sala. Quella carogna non era rimasta ad aiutare i suoi complici a uccidermi. D'altronde ero solo un ragazzo, che problema potevo rappresentare per Sami e Amadir che erano due guardie reali forti e addestrate? Mossi dall’ambizione e dai sogni di potere, avevano dimenticato con chi avevano a che fare, avevano scordato la mia educazione speciale. Emenir era scappato vedendo il suo progetto frantumarsi con la sconfitta dei suoi complici. Uscii dalla stanza, lasciando Sami a terra gemente e Amadir immobile, forse svenuto. Non mi fu difficile trovare quel porco e traditore di Emenir. Nei corridoi semibui, il silenzio era spezzato solo dal suo ansimare pesante e lontano. Avanzai, seguendo quel suono, e lo trovai. Si era rifugiato in un angolo buio del corridoio, in preda a un terrore che divenne ancora più grande quando mi vide armato del pugnale di mio padre, ancora gocciolante del sangue di Sami. La paura non gli fece trattenere niente e un odore sgradevole impregnò l’aria. Non chiese pietà, sapeva che non sarebbe servito. Affondai il pugnale nelle sue carni, il suo urlo risuonò per tutto il palazzo. Pulii il pugnale con la sua veste elegante, e mi allontanai tra le ombre del palazzo, lasciando il corpo in mezzo ai suoi stessi escrementi. I due consiglieri erano morti, anche Amadir morì quella mattina, la freccia che gli aveva trapassato l’occhio era andata più in profondità del previsto. Sami, l’unico sopravvissuto, dovette confessare di aver assassinato mio padre e tentato di uccidere anche me. Disse che era stato abbagliato dai sogni di grandezza di Efer ed Emenir. La morte del re e del figlio, sarebbe stata spiegata in qualche modo al popolo, forse inscenando persino la morte del sovrano per mano del suo stesso figlio e il figlio ucciso dalle guardie del re, nel tentativo di difendere il sovrano. La confessione non gli salvò la vita e, nonostante implorasse pietà, il giorno dopo, venne strangolato dall’esecutore sulla torre sacrificale, sotto lo sguardo di tutta la gente. Mi medicai la ferita da solo, e la sera stessa, nonostante il dolore alla spalla, portai il corpo di mio padre in cima al grande tempio di An. Il tempio: un enorme struttura rialzata in più piani, ciascuno più piccolo del sottostante, con larghi passaggi lungo i lati principali. Sul ripiano più alto, sorge un piccolo sacrario. Sui tre lati della struttura i muri, rivestiti di calce salgono senza interruzione, ma sulla facciata principale c’è la via di accesso formata da una lunga scalinata di mattoni: cento gradini che portano fino alla vetta. Portai il corpo di mio padre sulla lunga scalinata illuminata da centinaia di torce, sotto lo sguardo di tutto il popolo di Uruk che si era radunato ai piedi del tempio. Atanimalka, il sacerdote anziano del tempio di An, era già in cima: a piedi scalzi, vestito con una tunica bianca e il cranio rasato. Arrivai in alto stremato dalla fatica e, dando la spalle alla folla, distesi il corpo di mio padre sull’altare di pietra adibito ai sacrifici in onore di An. Appoggiai le mani sul torace immobile di mio padre e pensai al discorso avuto la sera prima con lui, al fatto che adesso era solo un involucro vuoto e freddo, privo di vita. “Neerena, Maran, padre, è così? La morte è ovunque intorno a noi? In una banale caduta, nell’odio dei nostri nemici, nell’ambizione degli uomini” mormorai, come se mio padre potesse sentirmi. “La morte ci circonda e ci colpisce quando meno ce lo aspettiamo.” Guardai Atanimalka, dai miei occhi non scese una lacrima, nessuno mi avrebbe più visto piangere com’era successo tempo prima al tempio di Inanna. La rabbia era l’unico sentimento che provavo in quel momento. “Il guardiano del popolo non dovrebbe morire!” imprecai. Dopo un tempo che parve infinito, il sacerdote sorrise e allargò le braccia in un gesto solenne. “Il guardiano del popolo non è morto” disse. Pose le braccia in avanti, indicando con le mani aperte la gente radunata ai piedi del tempio che, con gli occhi alzati verso l’alto, ci guardava e attendeva. Il popolo sapeva, aveva intuito tutto prima di me. Come per incanto, dalla folla cominciò a salire un debole coro di voci che pian piano si fece sempre più forte, fino a sembrare un’unica e immensa voce. Quella voce echeggiò per tutta Uruk e sembrò viaggiare per tutte le terre di Sumer, per poi alzarsi verso il cielo, disturbando degli dei nelle loro dimore, svegliandoli dal loro eterno torpore. Questa enorme e possente voce scandiva, insistentemente, un unico nome: “Gilgamesh! Gilgamesh! Gilgamesh!” La mia gente, stava per donarmi un peso grande e terribile, una responsabilità enorme, che mai mi sarei aspettato di ricevere così presto, e che forse non avrei nemmeno voluto. Osservai la mia gente riunita sotto di me, pensai che anche tra di loro serpeggiava la paura della fine. Quel giorno, dal tempio del dio del cielo, del padre di tutti gli dei, all’età di diciassette anni, divenni il sovrano di Uruk, e da quel luogo lanciai la mia sfida. “Non voglio vivere sapendo che ogni giorno è un giorno irrecuperabile. Non l’accetto!” dissi, mentre Atanimalka scuoteva la testa in segno di disapprovazione, ma io ormai avevo deciso: “Maledetta morte, ti cancellerò dalla mia vita.” (fine episodio - continua) ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.