Valentina Foglia, milanese, ha ventinove anni. Ama leggere storie di altre epoche e altri mondi fantastici, vicende di maghi, vampiri e licantropi. Di sé dice: “Per me la scrittura è il sistema più efficace che mi consente di uscire dalla monotonia della vita di tutti i giorni, dandomi la possibilità di trasportarmi, a seconda dei momenti e delle circostanze, in posti creati dalla mia stessa immaginazione, a misura mia.” Ci ha confidato che proprio il racconto col quale esordisce su www.patriziopacioni.it l’ha aiutata a superare un momento delicato della propria vita. Per questo, ne siamo convinti, lo leggeremo con ancora maggiore attenzione. Una storia di tempi lontani Questa storia non comincerà con “C’era una volta”, ma bensì con me. Ve la racconterò dall’inizio. Io mi chiamo Violet e sono una piccola fatina, ma non vi parlerò subito di me, perché ancora non sono nata. Vi parlerò della nascita della mia mamma, Valkyria. Un giorno in un tempo e in un luogo lontano. Pioggia… Lontana cade sulle fronde di alberi, un tuono squarcia il silenzio quasi religioso, fruscii. Come molte vesti, che agitate dal vento si dispongono in cerchio attorno a una creatura. Dolore… La pietra su cui è sdraiata la piccola creatura è dura e ruvida, un pianto…come di un neonato… sussurri, neri fantasmi circondano, illuminati a tratti dalle saette che scendono giù dal cielo come se gli dèi stessi volessero fermare quella malvagità… Nei primi barlumi di coscienza sentiva delle voci… «Ce la faremo?…ci abbiamo già provato molte volte...» «Questa volta ci riusciremo, i Signori oscuri non potranno non ripagare i nostri sforzi…» «Per gli oscuri, cominciamo… prima che qualcosa vada storto!”» «Come vuole, Signore… Fratelli, preghiamo insieme…» Voci, voci nel buio, iniziano a cantilenare, prima lentamente, poi sempre con più ritmo, fino a quando la frenesia inizia a essere sostituita dalla follia…fumo…e fiamme iniziano a levarsi attorno alla piccola…ma le voci non cessano… “Figlia del sangue nonché del dolore Figlia di fiamme, odio e livore Nata dal fuoco e al fuoco tornata Sorgi orsù ora alla nostra chiamata Noi ti preghiamo, noi ti invochiamo Rispondi tu dunque al nostro richiamo Emergi dal fuoco, fuoco che ti celebra Compari tra noi, demonio, lacrima di tenebra!” Un lampo di luce…poi, il buio. Lentamente la piccola si alza, le gambe le cedono e ricade a terra…si guarda attorno e scopre di trovarsi dentro un circolo magico…è prigioniera. Le figure ammantate di nero la osservano sbalordite. «Ma…com’è possibile?» «Una bambina…gli Oscuri ci hanno mandato una bambina!». Uno di loro lancia un urlo, un basso ringhio di odio e dolore. «Ho sacrificato mia moglie e i miei figli agli Oscuri e loro ci deridono con una bambina quando noi avevamo chiesto un demone che ci consentisse di prendere il potere?!? Siano maledetti gli Oscuri!». Un altro, che pareva il capo, risponde: «Taci blasfemo, sei in presenza di un dono degli Oscuri!». Ma prima che chiunque possa impedirglielo la figura estrae un pugnale, con il volto distorto dalla pazzia si scaglia addosso a lei urlando «Siano maledetti gli Oscuri! Porta il mio messaggio fino a loro!». Si slancia contro la piccola che però cancella con il piede un tratto del circolo e di colpo dai suoi occhi parte una fiammata che incenerisce l’essere all’istante, lasciando sul terreno solo una carcassa annerita e bruciacchiata. Gli altri si ritraggono, poi cadono tutti in ginocchio in adorazione… «Sì, gli oscuri non ci hanno mentito, è lei la dea della distruzione che guiderà i nostri passi…». Le sue labbra si increspano in un sorriso sarcastico e da esse fuoriesce una sola parola: «Morite…». Un muro di fiamme compare all’ingresso della grotta dove si trovano, impedendone l’uscita. Le figure si spaventano, iniziano a correre da tutte le parti come i topi che sono. Sente il suo corpo bruciare dall’interno e si avvolge in un globo di fuoco, che poco dopo esplode invadendo con le sue fiamme ogni angolo libero della caverna…sente le figure urlare e gemere tra le fiamme, chi implorandola e chi maledicendola. Sorride, lei è la bambina infernale… la dea della distruzione! Dalle sue labbra sgorga un risata folle mentre ride del dolore e della distruzione che la circondano e… di colpo si sveglia! Ansimante e sudata si siede sul letto. Quelle immagini, quei suoni… la sua venuta al mondo… Nonostante cerchi di cancellare tutto dalla sua mente, quei fantasmi la perseguitano tuttora. Sono ormai passati vent’anni dalla notte in cui venne al mondo, un demonio, una creatura un tempo amata dalla Creatrice Themis, che però a lei si ribellò venendo quindi scagliata nelle viscere della terra, e qui ha passato secoli e millenni, in attesa di poter reclamare il mondo che le spettava! Un demonio delle Fiamme, quando venne evocata uccise i suoi evocatori… contadini inesperti che biascicavano formule arcane senza comprenderle del tutto, che volevano il suo potere per prendere il controllo del loro feudo… sciocchi e stupidi, perché lei, un essere superiore avrebbe dovuto eseguire gli ordini di quella feccia? Ora però quelle immagini l’assalgono durante il sonno, e le viene da chiedersi “Sarà quello che i mortali chiamano rimorso? Ma perché dovrei provare rimorso per quello che ho fatto… in fondo è solo la mia natura.” Si passa una mano tra i capelli, certo, da allora non può dire di non essere cambiata, specie dopo essere giunta a Lot. Prima di allora credeva di essere pressoché imbattibile, distruggeva un villaggio dopo l’altro, tanto che le avevano dato il nome di “Il Mostro delle Fiamme”. Ma lì nel regno di Lot conobbe amicizia e amore, in quel piccolo regno conobbe tanti esseri, creature tutte diverse fra loro ma che assieme vivevano in armonia chi più e chi meno le razze erano tante e lei che era abituata a uccidere a bruciare si fermò lì a quella che tutti chiamavano “la mirabile Rocca dei venti”, posticino molto carino, dove quasi tutti si dilettavano in giochi strani, si divertivano e ridevano tutti assieme . Dapprima lei stava in disparte, li guardava senza proferir parola un giorno dopo l’altro. Erano tutti così gioiosi e allegri, una piccola compagnia di elfi, mannari, angeli e umani tutti diversi fra loro, ma li accomunavano sempre e solo il bene e l’amicizia, cosa che lei demone non aveva mai conosciuto né tanto meno provato. Finché un giorno, decisa, si avvicinò incuriosita dai loro schiamazzi e dalle loro risa e si intrufolò in quel cerchio. Li guardava e una piccola elfa si avvicinò a lei, chiedendole come si chiamava, lei rispose con il suo vocione imponente. «Io sono Valkyria ». Guardava quella piccola elfa, l’avrebbe potuta schiacciare con un solo dito ma invece restò ferma aspettando che ella le rispondesse, e così fu. Lei le rispose: «Io sono Waref. Benvenuta alla Rocca». Lo disse con un sorriso sulle labbra e lei demone fredda e cattiva la guardò e per la prima volta sorrise, poi la piccola Waref la portò a conoscere tutti i popolanti uno a uno. Erano tanti: c’era Martel, un elfo come Waref; poi c’era Yunass, una piccola umana; Rhach, un’altra eletta. Erano tanti e li conobbe tutti, ma uno la colpì in particolare. Egli emanava una luce così pura, era in apparenza un umano ma dietro la schiena aveva due ali bianche, candide e morbide, fatte di piume leggere. Lei rimase colpita da quegli occhi che a differenza dei suoi erano innocenti e azzurri come il cielo. Li guardò e subito provò una strana sensazione. Egli si presentò: «Mi chiamo Floppy e sono l’angelo della Rocca». Lei rimase in silenzio un profondo sospiro e si presentò «Valkyria». Solo questo le sue labbra proferirono, null’altro, poi voltò il suo sguardo alla piccola elfa Waref. «Sono contenta di essere arrivata qui e sono contenta di avervi conosciuto tutti». Dopodichè ella si allontanò e si mise a girare per la cittadella incrociando altri esseri che fino a poco fa lei riteneva inferiori, ma il suo pensiero fisso era lui, quell’angelo. Qualche giorno dopo ella tornò li, erano ancora tutti assieme quei piccoli esserini giocavano e si lanciavano le pigne ridevano erano felici, si avvicinò e l’umano Martel le si avvicinò e le parlò. «Valky fra poco arriva Floppy». Lo disse con un tono strano, lei lo guardò e subito un sorriso le si palesò in volto: era contenta di sentir dire ciò, annuì con la testolina alle parole di quell’umano e si sedette aspettando. Il suo sguardo vagava senza meta quando infine incrociò quello di quell’angelo così dolce che giungeva dal viale. Subito si alzò, egli si avvicinava, la guardava sorridendole e la prese poi per mano, e senza dir nulla la portò via con sé in un posto dove potessero parlare senza esser disturbati. Arrivati in quel piccolo angolo di boscaglia che circondava la Rocca, egli si fermò, e la guardò dritto negli occhi. Ci fu un breve ma interminabile attimo di silenzio: lei era lì davanti a lui e aspettava, non sapeva per la prima volta cosa fare né cosa dire, finché, dopo un profondo respiro, egli disse semplicemente: «Io vi amo...». Sentendo quelle parole, Valky rimase impietrita, e provando un’emozione forte si inginocchiò subito dopo a terra. Non sapeva cosa dire: era conscia che quell’amore non poteva essere vissuto, in quanto lei creatura delle tenebre più nere e lui figlio della dea un essere puro di cuore e di animo. A quel punto egli si inginocchiò davanti a lei, l’abbracciò e le disse di non disperare. Ella era lì immobile, come frastornata da quel susseguirsi di emozioni e parole, e disse all’angelo di lasciarla sola. Floppy lo fece, ma prima di andarsene le diede un candido bacio sulla fronte. «Vi aspetterò in eterno se è necessario». Poche parole, poi andò via lasciandola lì in ginocchio su quel prato fiorito. La demone sbatté i pugni a terra, cominciò a imprecare il suo stesso dio chiedendogli perché le avesse permesso di provare tali sentimenti. Ma il suo dio, il sommo Simeth non le rispose, bensì le rispose quella dea che lei odiava, l’altissima Themis dea d’amore, di fratellanza, di bontà. Le apparve dinnanzi in tutto il suo candido splendore, le mise una mano sulla spalla, la demone la guardò e le chiese perché avesse risposto lei invece che il suo padre Simeth. La dea le rispose con un sorriso. «Tu ami il mio figlio Floppy di un amore puro, lo posso percepire». Le mise una mano sul cuore e continuò: «Io ti renderò umana e ti farò un dono, promettimi di essere sempre fedele a me e al mio giovane figlio, prometti di amare il prossimo e vivi nel mio nome». A quelle parole Valkyria abbassò lo sguardo e rispose di sì, non disse altro e la dea in tutta la sua grandezza fece quel miracolo che mai si era visto prima. L’avvolse in un fascio di luce e la rese umana, le donò un cuore in grado di poter amare e le parlò ancora. «Questo è il primo mio dono figlia mia, ora vai e sii felice con lui, amalo rispettalo». Non disse altro, non aspettò il ringraziamento della giovane che aveva reso umana, scomparì lasciandole un fascio di luce davanti. A quel punto lei guardò lassù il cielo e poi scappò via: era felice ma ancora intontita da quell’evento. Raggiunse l’angelo, lo vide seduto su un muretto nella grande Rocca, arrestò la sua corsa qualche metro da lui, il fiatone e l’affanno per la lunga corsa quasi le strozzavano la voce, lo guardò e appena egli vide quella splendida ragazza si alzò dal muretto e rimase lì con gli occhi sgranati. Ella gli andò incontro, si fermò davanti a lui e gli disse a gran voce: «Sono io…Valky...». Floppy l’abbracciò forte, e tutti rimasero senza parole, guardavano i due abbracciarsi e non capivano come quella che fino a poco fa era una grande e imponente demone fosse diventata umana. L’angelo le disse quanto era grande il suo amore per lei, ella rispose che l’avrebbe amato in eterno. Erano finalmente felici e potevano stare assieme e vivere di quell’amore che li avrebbe uniti per sempre. I popolanti quando si resero conto di ciò che era accaduto festeggiarono i due con una grande festa, giochi e balocchi. Invitarono tante persone e si divertirono così tanto, ora che finalmente ella avrebbe potuto vivere serena e senza più dover distruggere niente e nessuno. La dea le aveva tolto i suoi poteri ma non i ricordi: ella ricordava tutto ciò che aveva fatto in passato prima di arrivare in quella gioiosa cittadella chiamata Lot, perché la dea non le tolse anche quello? Solo perché ella ora aveva un’anima, e ciò le avrebbe impedito di fare del male al suo prossimo. I giorni passavano e l’amore fra i due era sempre più forte, la giovane Valkyria viveva con Waref, divenuta la sua amica del cuore, che un giorno le propose di fare una passeggiata per protarla alla Taverna del viandante, posto unico e sempre molto affollato. La giovane umana la seguì senza alcun problema, ed entrarono nel locale. Quel giorno c’era un po’ di confusione, ma riuscirono lo stesso a sedersi ad un tavolo e la piccola Waref ordinò da bere all’oste della taverna, che portò due calici di buon vino elfico alle due amiche. Ma la giovane umana pensava al suo angelo, che in quel momento forse era impegnato a salvar qualche anima o a fare quello che era la sua passione, cioè ritratti alle persone. La giovane, mentre sorseggiava il suo buon vino, incrociò lo sguardo con una giovane ragazza umana anche lei, notò in lei una strana pancia, grossa grossa, e subito chiese alla sua piccola amica come mai quella pancia fosse così grossa. Waref guardò Valkyria e le disse con voce stupefatta: «Ma, quella ragazza aspetta un bambino Valky». «Un bambino?». Non capiva come fosse possibile che un bambino crescesse dentro alla pancia, chiese spiegazioni in seguito al suo angelo, che le disse che lui, essendo puro spirito anche se umano solo in sembianze, non poteva donarle questa gioia che gli umani provano: una vita nuova, un bambino da amare e cullare. Lei gli rispose che non faceva nulla, disse che non aveva bisogno di ciò per essere felice, perché le bastava avere lui accanto; gli sorrise, poi subito dopo una lacrima le solcò il viso. Quella lacrima luccicava ed emanava luce abbagliante: l’angelo rimase intontito da ciò che i suoi occhi vedevano, ella invece non riusciva a capire perché piangesse. Quella non era una semplice lacrima, era il secondo dono che la dea le aveva promesso: quella lacrima cadde dal suo viso e prese le sembianze di una piccola fatina, la luce che emanava quella piccola creatura era di un colore violaceo, il corpicino piccino non più di due spanne. La giovane umana aprì la mano fece posare la piccola fatina sul suo palmo, l’angelo si avvicinò a lei e la guardò. Sorrise mentre la vedeva stropicciarsi gli occhietti e piangere come una bambina vera. Valkyria le chiese stupita chi fosse ma la piccola piangeva e guardava quei due come fossero giganti in confronto a lei, ma una voce parlò non era quella della piccola fata, bensì quella della grande dea Themis. «Questo dono figli miei, è per voi: vi ho dato la vita, amate la piccina, è vostra figlia nata dalla lacrima candida di due persone che si amano di un amore puro». I due ascoltavano la voce della dea, sorrisero e si abbracciarono. La giovane umana disse al suo angelo che dovevano darle un nome, lui annuì alle parole di lei dicendole di scegliere il nome. Si chiamerà Violet». Ella pronunciò quel nome, e sorrise alla piccola fatina, dotata di un potere che, come tutte le fate, avrebbe appreso solo più avanti. I giorni si susseguivano e la piccola Violet diventava sempre più pestifera, faceva dispetti a tutti ma era sempre allegra gioiosa e nella Rocca tutti l’amavano e tutti si divertivano con lei. Valkyria e Floppy erano orgogliosi di lei: era cresciuta di età ma non certo in centimetri, era sempre avvolta da un bagliore che col passare del tempo era divenuto verde, un bellissimo verde brillante, e da lì a poco avrebbe scoperto che ella possedeva un potere che solo le fate hanno, ovvero quello di plasmare la loro essenza in qualsiasi animale o persona a loro piacimento. L’angelo padre lo sapeva e aveva il terrore che la piccina potesse combinare qualche guaio ma comunque lui doveva dirglielo, così una mattina prima andare a fare il suo lavoro di ritrattista la prese e la posò sul palmo della mano e le fece un bel discorsetto. «Piccola peste devi fare la brava, non devi andare in giro a fare dispetti alle persone, se me lo prometti ti svelerò un segreto...» La piccola promise, anche sapendo perfettamente che non avrebbe mantenuto quanto promesso al padre. «Promesso!», disse la piccina facendo sì con la piccola testolina. Floppy allora le spiegò per filo e per segno il suo potere di plasmare l’essenza, e lei sbigottita ma nello stesso tempo felice cominciò a volare sulla testa del padre urlando e trillando le piccole ali così forte da far venire giù da esse una polverina luccicante che rese l’angelo più luminoso del solito. Lui si disperava e scoteva il capo, ben sapendo che la piccola peste avrebbe sicuramente combinato qualche danno in giro per il gran ducato. «Io ora vado piccola Violet, ci vediamo questa sera dalla mamma». La salutò e si avviò al quartiere degli artisti, dove si riunivano tutti gli appassionati delle belle arti; la piccina invece si avviò alla Rocca dove tutta la compagnia era riunita, si accorse però che sua madre Valkyria non era lì e si posò su un ramo del grande albero che sorgeva sovrano al centro della Rocca, e si concentrò immaginando la figura della giovane Valkyria. Ad un tratto prese le sue sembianze, ma si accorse di non poter scendere dall’albero con le sue ali, in quanto nelle sembianze umane assunte non c’erano. Si mise a gridare aiuto e accorse subito un giovane di nome Sario, che lesto si arrampicò sull’albero e la tirò giù. I due non si conoscevano, ma la piccola fata sapeva che non poteva fare questo dispetto alla sua mamma, così quando egli le chiese come si chiamasse, ella si nascose subito dietro all’albero. Gli amici osservavano in silenzio, straniti dal comportamento di quella che ritenevano fosse Valky, e Sario rimase silenzioso mentre la piccola si nascondeva. Doveva assolutamente cambiare sembianze, si concentrò ancora e si trasformò in una ragazza sapeva che non esisteva nessuno con quelle sembianze, si avvicinò al giovane Sario e si presentò. «Io sono Violet». Il giovane sorrise lei invece per la prima volta fece il visino serio e gli disse ciò che era, ovvero una fata. Lo disse subito anche a tutti i suoi amici, chiedendo però di non dire a Valky che aveva preso le sue sembianze, sennò la punizione sarebbe stata una sonora sculacciata. Gli amici si misero a ridere e promisero di non dire nulla, poi subito ella cambiò espressione e cominciò a fare i dispetti a Sario, il suo nuovo amico. Lo punzecchiava come solo lei sapeva fare, gli volava attorno come una mosca, lo inondava di polverina fatata. Egli si divertiva e le lasciava fare ciò che voleva, e aveva sempre per lei un sorriso particolare. La loro amicizia si saldava ogni giorno sempre più, finché un dì si dettero appuntamento e di buon ora si trovarono lì al solito posto: la Rocca dei venti erano solo loro due, gli sguardi si incrociavano e si perdevano l’uno dentro quello dell’altro. Così, in un breve istante, l’amicizia si tramutò in amore. Violet, ancora nella sua forma eterica, si tramutò in umana e mosse qualche passo verso di lui e lo baciò teneramente. Quel bacio, il suo primo bacio, l’aveva donato a colui che ogni giorno le stava vicino e la difendeva da tutto e tutti. I due stavano sempre assieme, andavano ovunque ed erano inseparabili, ma la piccola fata un giorno si accorse di una cosa, vedeva Floppy strano, come se fosse cambiato: passava più tempo al quartiere degli artisti che con lei e Valkyria, e la piccola chiese alla mamma come mai il papà passasse così tanto tempo là invece di stare alla Rocca con tutti e sopratutto con lei. La giovane Valky, che si era già accorta del fatto, rispose alla piccola che nemmeno lei ne conosceva il motivo, ma subito dopo andò da Floppy a chiedere spiegazioni. Egli le disse che aveva era entrato in quella gilda chiamata Convivio degli artisti, in qualità di aspirante pittore, e che era assolutamente vietato per loro aggirarsi in altri luoghi: doveva rimanere lì, a disposizione del Precettore del Convivio, incaricato di osservare gli aspiranti. Valkyria rispose che andava bene così, e che comunque l’avrebbe aspettato. I giorni passavano, scorrevano prima lenti poi sempre più veloci, e la giovane divenuta umana per amore si accorse che egli era sempre più distante, e allo stesso modo se ne accorse tutta la compagnia. Gli amici facevano sempre domande alla giovane, chiedevano come mai Floppy non si vedesse più alla Rocca, e ottenevano sempre la stessa risposta. «É molto impegnato, è un artista, sapete come vanno queste cose» Lo diceva sempre con un sorriso sul volto come a voler nascondere tanta sofferenza per la lontananza, ma la piccola Violet e Sario si resero conto che la faccenda era più complicata del normale, così andarono tutti e due al quartiere. Floppy era lì come al solito, chino sulla sua pergamena a disegnare. Violet si avvicinò a lui, il viso della piccola era teso e chiese senza giri di parole al padre il motivo di tale allontanamento. «Sono preso dal mio nuovo lavoro, non ho tempo». Ci rimase così male alle parole dette dal suo adorato padre, che scappò in lacrime correndo dal suo Sario, che subito l’abbracciò e le disse di stare tranquilla e che ci avrebbe parlato lui, e così fece. Dopo aver consolato e baciato la sua piccola fata andò da Floppy, serio e abbastanza adirato gli parlò senza mezzi termini. «Tu dici di essere un angelo e poi tratti così le persone che ami? Vergognati!» Lo disse a gran voce e subito l’angelo rispose senza mai però alzar viso dalla sua pergamena. «Non posso più stare con loro, non posso» Non disse altro, a differenza di Sario che subito ribatté: «Bene, allora dillo chiaramente alla povera Valkyria che ancora ti aspetta e soffre! O lo fai tu o lo faccio io». L’angelo non rispose, fece spallucce poi nient’altro. Violet si rese conto che la felicità che circondava la mamma era finita, però non riusciva ad odiare il suo papà, ci provava ma niente, si avvicinò ai due e prese per mano Sario. «Andiamo amore mio, andiamo dalla mamma, ci aspetta». Non era vero ma non sapeva che altro dire. Egli annuì, afferrò la mano di Violet e si incamminò verso la Rocca dove erano tutti gli altri. Arrivati lì si fermarono vicino a Valkyria e le dissero ciò che Floppy aveva detto a loro. Ella ascoltava e sentiva una morsa al cuore, scoppiò in lacrime e disse solo una cosa prima di fuggire via: «La felicità non è eterna». Waref sentì tutto e cercò di rincorrerla ma Violet la fermò e le disse che era meglio lasciarla sola per un po’. Sario, che tempo prima aveva appreso da Martel la storia di Valkyria, si preoccupò e disse alla sua Violet di tenere d’occhio Valkyria perché un dolore così forte non sarebbe passato tanto facilmente, e temeva che lei potesse cambiare di nuovo per il tanto dolore. Ella decise quindi di andarla a cercare. Prese le sembianze di piccola fata e volò per il ducato, cercandola in tutti i posti dove era solita andare con la sua amica Waref, facilitata in quanto essendo parte di lei poteva percepirne i pensieri e le sensazioni. Sentiva tanta sofferenza provenire da un luogo strano, luogo che lei mai aveva visto prima e mai avrebbe pensato che potesse esistere. Era capitata nelle vicinanze di un tempio, in apparenza diroccato. Sorvolò il luogo, poi decise di scendere a terra e trasformarsi in umana. Era ricoperta da un manto e incappucciata cosicché il viso candido non le si vedeva. Si avvicinò alla porta del tempio, l’aprì e lì ai piedi di un altare c’era Valkyria in ginocchio. Il pavimento del tempio era ricoperto da una nebbiolina strana, ma decise lo stesso di entrare. Il silenzio era rotto solo dalle lacrime della giovane umana col cuore spezzato, e Violet le si avvicinò silenziosa. «Madre cosa fate qui?» Queste le poche parole che le sussurrò, allorché ella si voltò. «Lasciami pregare figlia mia, allontanati da questo posto, non fa per te. Questo è il tempio del sommo Simeth». La piccola sgranò gli occhietti rimanendo senza parole: ora sapeva, ma non poteva credere. Andò via di corsa, spaventata da tutto quello che era lì dentro. Lasciò la sua adorata mamma lì a pregare, sapendo che non avrebbe potuto farle cambiare idea. Tornò alla Rocca e raccontò a Sario quello che aveva visto. Le disse di non preoccuparsi, poiché sua madre non avrebbe mai potuto tornare un demone come prima. «Tornerà amore mio, tornerà». Si tranquillizzarono tutti, ma lei non tornò lo stesso perché i sacerdoti di Simeth la tennero lì per purificarla e le fecero promettere che non avrebbe disobbedito mai più al sommo suo dio. Valkyria giurò che mai l’avrebbe più fatto e che mai avrebbe più provato amore per nessuno: ancora una volta aveva giurato fedeltà al sommo padre oscuro. I giorni passavano tranquilli alla Rocca, fin quando un dì il giovane Sario venne chiamato nell’armata ducale, per andare a combattere il malefico Honoris. Partirono in tanti, ma dalla mirabile Rocca partì solo Sario. Violet era triste, sapeva che andando a combattere rischiava la vita, ma egli le giurò amore eterno e lei ricambiò fiera del suo giovane innamorato. Lo aspettò giorno dopo giorno, finché arrivò una missiva che informava la piccola Violet che il suo unico amore era perito in battaglia. In quel momento lei capì di aver perso per sempre l’amore, e gli amici dispiaciuti decisero di consolare la piccola fata portandola sempre con loro quando andavano in giro a bighellonare, cercando di far tornare il sorriso alla piccola inconsolabile. Nel frattempo alla Rocca giunse un nuovo tesserino, un elfo di nome Tidus, sorriso dolce, sguardo felice e spensierato. In lui Violet rivedeva il suo perduto Sario, e mentre i due si conoscevano e facevano amicizia, Valkyria girava per quelle terre sconsacrate. La sua méta preferita era la locanda che si trovava non molto distante dal tempio. Un giorno era lì, seduta e assorta nei suoi pensieri, quando una figura si avvicinò al tavolo. Era completamente ammantata da una veste scura, il volto celato da un nero cappuccio, si intravedevano solo le labbra pallide quasi come fossero morte. Con voce cortese le chiese: «Milady posso sedere con voi?» Curiosa assottigliò lo sguardo verso quella figura e quelle labbra, rispose dopo qualche istante di silenzio «Se proprio ci tenete, prego» Era arrogante e scontrosa quasi come quando era una demone sanguinaria, e disse ancora: «Se volete parlare con me toglietevi il cappuccio, mi piace vedere il volto del mio interlocutore». Secche e atone le parole che rivolgeva alla figura, che lentamente si tolse il cappuccio. Le si presentò un volto pallido e scarno ma allo stesso tempo bellissimo, i lineamenti delicati e gli occhi di un colore quasi rossastro. La persona schiuse le labbra e le disse il suo nome «Mi chiamo Ananecros, voi di grazia splendida creatura?» Il tono della sua voce era cupo, ella si presentò a sua volta: «Io sono Valkyria». Non aggiunse nient’altro. I due per qualche minuto si studiarono come fa un cacciatore con la sua preda: lui ammirava la bellezza della fanciulla e sopratutto ammirava il suo collo. Era infatti una creatura eterna, un vampiro. Un essere temuto dagli umani, ma lei non aveva paura, ormai non temeva più nulla. Le chiese come mai si trovasse in quella locanda così tetra, ed ella rispose che era l’unico posto dove si sentiva a casa. Le sorrise capendo che la fanciulla aveva subito qualche dispiacere recente, e le chiese di raccontarle qualcosa della sua vita, voleva capire cosa tormentava la ragazza, che non si fece pregare, poiché forse aveva un gran bisogno di sfogarsi. Così raccontò brevemente la sua storia, e il vampiro rimase stupito dal cambiamento che la giovane aveva fatto «Siete stata imprudente, ma ora è passato tutto, non pensateci più, è inutile farsi ancora del male…» Dicendole queste parole le donò un sorriso lei rimase sbigottita da quel sorriso, sapeva che quelle creature eterne si sentono superiori a tutto e tutti, ricambiò il sorriso, ci fu un momento di silenzio fra i due, poi lei posò i palmi delle mani sulla lignea superficie del tavolo ed egli le prese e le baciò. «Vi lascio splendida creatura ma...vi verrò a cercare ancora molto presto». Si mise il cappuccio sul capo e lei ribatté: «Già, a presto». Poche parole atone e senza far trasparire nessuna emozione, poi lui si allontanò sparendo nella notte. Intanto alla mirabile Rocca dei venti i giorni scorrevano sereni, la piccola Violet aveva superato la scomparsa del suo amato Sario e Tidus era sempre più legato a lei. Per vederla sorridere le portava ogni giorno un fiore e la riempiva di piccoli doni. Tutti li vedevano già innamorati ma la loro era un’amicizia stupenda e certo non l’avrebbero rovinata mai, ma il pensiero della piccola fatina spesso era per sua mamma. Ne sentiva la mancanza anche se Tidus cercava di colmare quel vuoto che lei sentiva. Un dì, vedendola molto triste, Waref decise di mandare una missiva a Valkyria, in cui scrisse: «Valky ti rendi conto di come ti stai comportando? La piccola Violet ha subito tre perdite in breve tempo, e tu non sei nemmeno qui a consolarla» Dure furono le parole dell’elfa, ma sperava che così facendo le avrebbe dato una scossa per farla rinsavire. Ma lei non donò risposta alcuna a quella missiva alla piccola elfa, bensì scrisse una lettera a Violet. «Mia piccola fonte di gioia, la tua mamma ti è sempre vicina, ricordati che ti vorrò sempre bene». Ricevuta la lettera la piccola era felice, perché ora sapeva che la sua mamma l’amava comunque, anche se non era più quella di prima. Infatti Valkyria era sempre per quelle terre oscure in cerca di quella creatura che l’affascinava ogni giorno di più. Era rapita da lui, era diventato il suo pensiero fisso, si scambiavano lunghe lettere, e in una ella gli diede appuntamento in un posto non molto lontano dal tempio oscuro, luogo dove lei pregava il sommo Simeth. Era un posticino tranquillo e silenzioso, si recò li con in mano una coperta, arrivata la stese ai piedi di un grande albero, si mise seduta in attesa di Ananecros, che arrivò poco dopo ammantato e incappucciato come al suo solito anche se in quei luoghi il sole non è splendente come nel gran ducato, ma bensì è un sole cupo e freddo. Si avvicinò e le tese la mano. «Avvicinatevi a me» disse alla donna, la voce pacata che non voleva far trasparire emozione alcuna, Lei afferrò la sua mano e si alzò, sistemò la lunga veste che tempo fa aveva comprato e mai aveva osato indossare essendo troppo scollata e lasciando il collo in bella mostra. L’eterno la guardava minuzioso, accarezzandola solo con lo sguardo, si soffermò sul suo candido e vellutato collo, spostò la mano per poterlo sfiorare, e subito dopo lasciò cadere con un gesto il cappuccio che celava il suo volto mostrandosi a lei. Il silenzio li circondava, gli occhi di lei brillavano di una luce strana… forse si era innamorata di lui o forse era la paura che lui potesse morderla. L’eterno avvicinò il viso per sentire il suo odore, rimase lì chino sul collo di lei sfiorandolo con la punta del naso poi delicatamente con le labbra. «Il vostro profumo...». Le sussurrò queste parole con un filo di voce appena udibile, la giovane chinò di lato la testa. Quel suo sfiorarla le procurava dei brividi lungo la schiena, il suo respiro si fece affannoso d’un tratto, paura e amore, i suoi sentimenti si mischiavano, le parole non uscivano dalle sue labbra. Era come in trance, lui così vicino… avrebbe potuto abbracciarlo baciarlo ma non fece nulla. «Non posso stare lontano da te...» sussurrò ancora, poi schiuse le labbra e i suoi candidi canini affondarono nel suo collo, si stava nutrendo di lei, quel poco che basta per farla sua, non la uccise ma la rese schiava, la mise in condizione di non poter fare a meno di lui. Quell’abbraccio che le aveva donato l’avrebbe ricordato in eterno. Lei era lì ancora immobile, stretta fra le sue braccia, quando ebbe finito di nutrirsi di lei sfiorò con la lingua i fori che le aveva procurato sul collo cicatrizzandoli, la tenne stretta a sé ancora qualche istante poi prese il viso di lei fra le mani, la fissò intensamente e la baciò. «Siete il mio unico spiraglio di luce in questa vita di tenebra». Pronunciò queste parole dolcemente, anche lui forse per la prima volta, per poi sparire nell’oscurità come era solito fare dopo essersi nutrito. Lei cadde a terra stremata il sangue che le aveva portato via non era tanto ma era quanto bastava per renderla debole, così si accasciò a terra e si addormentò. Ma altrove la piccola Violet nello stesso momento in cui la madre si accasciò a terra perse all’improvviso tutto il suo bagliore cadendo così a terra e lasciando Tidus e tutti gli altri senza parole e molto preoccupati. Si avvicinarono lei, giaceva lì a terra come fosse senza vita, e Tidus la prese e la portò subito da una strega sua cara amica. La posò sul tavolo e lei osservò la fatina. «Amico mio, la faccenda è grave. La piccola fata è legata a chi l’ha creata, di conseguenza se lei è in questo stato vuol dire che la persona che le ha dato vita ha ricevuto l’abbraccio delle creature eterne. Và, trovala e portala qui da me altrimenti non potrò salvarla...corri» Tidus non se lo fece ripetere due volte, corse via e andò in cerca di Valkyria, si addentrò nelle terre sconsacrate e in seguito nel bosco cercandola e facendosi guidare dall’istinto. La trovò dopo un lungo vagare ancora lì a terra, l’avvolse nella coperta e senza troppo pensare la prese fra le braccia e si avviò a casa dell’amica strega. Arrivato lì stese Valkyria sul letto, la strega la osservò attentamente le guardò il collo scorgendovi due cicatrici. «Avevo ragione, è stata morsa ma non l’ha uccisa, sai cosa vuol dire amico mio?» «Non saprei… in pratica non so quasi nulla sui vampiri». «Lui la vuole fare sua per sempre, ma attenzione non la vuole rendere come lui, dopo tre morsi l’umano o umana che sia diventa dipendente. Non può fare a meno dell’abbraccio dell’eterno, che così facendo la rende sua schiava e questo è peggio che morire mio caro amico» Lui rimase scioccato da quelle parole ma il suo pensiero era alla piccola Violet. «Salvatela amica mia, per favore io amo Violet e senza di lei non potrei vivere…». La strega incominciò a preparare l’occorrente per lo strano rituale. Attizzò la legna sotto il nero calderone che aveva preparato, e la fiamma subito iniziò a scoppiettare. Oscillando avanti e indietro innanzi al fuoco, sussurrava parole incomprensibili: quasi un lamento, o una cantilena. Con gli occhi chiusi, estrasse dalle pieghe della sua veste quello che sembrava una radice, ma poteva essere anche qualcosa di più sinistro. Alzando il tono della voce la gettò nel pentolone, dal quale si alzò un sottile filo di fumo. Di nuovo la strega, nella sua bizzarra danza, cercò nella sua borsa: versò dunque nel calderone, con movimenti veloci, delle polveri grigiastre e un liquido scarlatto da una elegante boccetta di vetro. Per il tempo di qualche battito di cuore, le fiamme divennero verdastre e subito un odore nauseabondo andò a stuzzicare le narici dei presenti. Scuotendo il capo, come a riprendersi dalla sua trance, la strega disse: «E’ fatta». In quel momento dopo quella frase le due si ripresero sotto lo sguardo vigile e preoccupato di Tidus. Violet acquistò di nuovo il suo bagliore e Valkyria si alzò dal letto frastornata. Si sentiva strana e diversa. «Ora siete salve». Alle sue parole la piccola fata si concentrò plasmando la sua essenza in quella di una giovane ragazza e si buttò fra le braccia di Tidus. «Mi hai salvato». Gli sussurrò dolcemente all’orecchio, poi subito dopo si avvicinò alla strega. «Grazie per averci aiutato». Le sorrise dolcemente poi si voltò verso Valkyria. «Madre mia ma cosa avete fatto, che vi è successo?» domandò, poi l’accarezzò sulla testa. «Nulla piccola mia, mi sono avvicinata troppo a un vampiro e forse non dovevo». Lei stessa non credeva a quello che aveva detto alla figlia: stranita da quelle parole appena pronunciate, si rivolse alla strega. «Ma cosa mi succede? Sento che è male pensare a lui. Perché?». Velocemente si alzò dal letto e andò vicino alla strega, la guardava con gli occhi pieni di tristezza e avrebbe voluto piangere, ma le lacrime non le uscivano. «Parlate per favore» proferì con voce alta, quasi urlando. «Mia cara state tranquilla e pensate solo a vostra figlia». Le sorrise la strega, evitando però di rispondere alla sua domanda. Valkyria si guardò intorno e poi scappò via tornando in quel luogo dove il vampiro l’aveva morsa. Violet, stranita dal suo fare, cercò di rincorrerla ma Tidus l’afferrò per un braccio. «Piccola mia lasciatela sola, è molto confusa, vi spiegherò io cosa è successo». La fece sedere ancora sul letto e si sedette accanto a lei, mentre la strega rassettava la stanza. «Piccola, la strega ha fatto un sortilegio: ha provato a far dimenticare a Valkyria quel vampiro». La piccola rimase senza parole, annuì solamente. «Ora non ci resta che aspettare che anche lei capisca che ciò è male», disse ancora alla sua piccola Violet stringendole poi la mano e baciandone il palmo delicato. «Ho avuto paura di perdervi piccola peste, mi sono sentito morire quando avete perso il vostro bagliore». Quelle parole erano dette da lui così dolcemente, lei lo guardava con gli occhietti che le brillavano. «Ma Tidus cosa dite?». Sperava che lui le dicesse quelle parole che aspettava con impazienza. «Io vi amo Violet, siete la mia vita» le disse d’un fiato, spinto dalla paura che aveva provato solo al pensiero di non vederla più riaprire gi occhietti, e ad un tratto la piccola scoppiò in lacrime, e singhiozzando anche lei confessò i suoi sentimenti. «Anche io vi amo mio piccolo Tidus». Subito lui le diede un candido e casto bacio sulle labbra, erano finalmente completi l’uno nelle braccia dell’altra. «Venite, andiamo dagli altri, saranno in pensiero». La prese per mano, salutarono la strega e si avviarono alla Rocca, mentre Valkyria, arrivata al boschetto dove era solita a incontrarsi col vampiro, si fermò sotto l’albero col fiatone per la lunga corsa che sembrava non cessare. Ancora frastornata dall’accaduto restò lì immobile, non si accorse nemmeno dell’arrivo di Ananecros, che le arrivò alle spalle dove poi posò le sue mani. «Mia signora sono qui» le sussurrò all’orecchio, lei si spostò subito guidata dalla sua mente, certo non dal cuore. «State lontano da me!» esclamò a gran voce mentre si apprestava a guardarlo in viso, i suoi occhi colmi di lacrime lo guardavano. «Ma...» lui rimase stupito dal comportamento di lei «mia signora ma perché?» lei non sapeva cosa rispondere e restò lì immobile. Il vampiro si avvicinò ancora una volta a lei tese la mano e la posò sul suo viso dolce come mai era stato con nessuno, avvicinò il viso all’orecchio di lei e le sussurrò ciò che mai prima d’ora aveva mai detto a nessuna. «Vi amo splendida creatura, e mai più vi farò del male». La strinse forte a sé: l’incantesimo aveva funzionato appieno: la strega infatti non voleva farla allontanare da lui, bensì voleva che lui si dichiarasse e le giurasse che mai più l’avrebbe morsa per nutrirsi. Valkyria lo strinse forte a sé. «Voi siete uno spiraglio di luce in questa vita mia di tenebra, vi amo mio signore». Si dichiarò così anche lei, e i due si baciarono teneramente, si giurarono reciprocamente che mai più si sarebbero separati. Dall’altra parte invece la piccola Violet e Tidus festeggiavano con tutti i compagni della Rocca il loro finalmente dichiarato amore, una grande festa si stava per preparare alla mirabile Rocca dei venti tutta addobbata per l’occasione. Il giorno prima della festa giunsero in Rocca, attirati forse dai troppi schiamazzi allegri, nuovi visitatori fra cui Elaian, che poi si scoprì che non era altri che il padre di Tidus, elfo anche lui con una passione sfrenata per le belle donzelle, e una giovane ragazzina di nome Grinias, all’apparenza umana come tanti della Rocca, e infine Rhodry, ragazzetto anche lui di razza umana. I Roccaioli fecero gli onori di casa facendo così unire a loro i nuovi giunti, allargando così la bella e allegra compagnia, e tutti insieme finirono i preparativi per la festa. Ma negli occhietti di Violet Tidus vedeva un velo di malinconia e non riusciva a darsi pace. Sapeva bene che la sua piccola fata voleva la sua mamma a quella festa, e cercò di rendere le cose più belle mandando una missiva a Floppy. «Floppy, vi mando questa mia per invitarvi alla festa del mio fidanzamento con la vostra piccola figlia Violet, che si terrà domani sera alla Rocca. Vi aspetto per far un ulteriore sorpresa alla mia futura sposa». Queste le parole che Tidus scrisse a Floppy, il quale non rispose ma sicuramente si sarebbe fatto vivo. Il giorno del fatidico fidanzamento arrivò e tutti erano presenti: era giunto anche Floppy che mai avrebbe perso quell’evento tanto atteso, si presentò davanti a Violet con una pergamena arrotolata fra le mani. «Mia piccola creatura, siete bellissima! Questo è un dono per voi e per il vostro futuro sposo». La piccola prese la pergamena e l’aprì, rimanendo senza parole: era un ritratto di lei e Tidus. «Padre mio è bellissimo, grazie di cuore». L’abbracciò forte forte e gli posò un dolce bacio sulla guancia, ma proprio in quel momento fece il suo ingresso alla Rocca anche Valkyria. Violet la vide subito e le corse incontro sventolando in aria il regalo che il suo adorato padre le aveva appena dato. La giovane donna salutò tutti e poi abbracciò la piccola. «Mia dolce creatura congratulazioni». Non badò né al ritratto né all’angelo, che era poco distante da lei, ma lui le si avvicinò. «Mia signora ben tornata». Lei lasciò Violet qualche istante e si rivolse all’angelo con un tono così gelido da far raffreddare anche il fuoco. «Avete perso il diritto di chiamarmi mia signora molto tempo fa...». Solo questo disse poco prima che arrivasse anche Ananecros alla festa. Violet fu la prima a vederlo e si avvicinò un po’ timorosa ma da brava padrona di casa si inchinò a lui. «Benvenuto sir vampiro». «Piccola Violet vi faccio le mie più vive congratulazioni, la vostra bellissima madre mi ha raccontato tutto». La fatina sgranò gli occhietti poi ingenuamente gli sorrise. «Detto da una creatura eterna è un onore, ma ancora non conosco il vostro nome…» Anche lui di rimando sorrise e subito le rispose: «Piccoletta il mio nome è Ananecros, piacere». Il vampiro parlava con Violet ma il suo sguardo era rivolto a Valkyria alla quale si avvicinò subito dopo. «Mia signora tutto bene?» le chiese apprensivo, vedendo che lì era presente un’aura molto forte che lui riconobbe come quella di un angelo, anzi di quell’angelo che aveva spezzato il cuore della sua amata. «Tutto bene mio signore», disse la giovane Valkyria al suo amato vampiro, facendo poi qualche piccolo passo e avvicinandosi a lui. Floppy rimase allibito, non poteva credere ai suoi occhi, la sua Valky e un vampiro insieme! Nella sua testa risuonavano quelle parole e senza dir nulla ai due si allontanò. Ora il cuore spezzato l’aveva lui e finalmente aveva compreso quanto male avesse fatto a lei che un tempo e forse anche ora amava. Il giovane Tidus vedendo che l’aria si stava facendo tesa e pesante decise di aprire le danze. Prese per mano Violet e diede inizio alla musica: ognuno suonava un piccolo strumento che i musicanti del ducato avevano gentilmente prestato a loro per l’evento. «Mia sposa balliamo» le disse mentre la portava lontano dai tre. Mentre tutti ballavano, Ananecros disse a Valkyria che lui ora doveva andare via, aveva bisogno di nutrirsi. Ella lo lasciò andare, non poteva seguirlo e d’altra parte lui non avrebbe permesso: doveva stare lontana e non doveva vedere quello che lui faceva. «Mio signore andate pure io capisco». Egli fece un cenno col capo e si allontanò silenziosamente dal luogo, e vedendo il vampiro allontanarsi Floppy si avvicinò a Valkyria e le chiese se ora potevano scambiare qualche parola. Lei acconsentì, e si incamminarono verso il muretto. Incominciarono a parlare ma lui voleva arrivare al punto dove si erano interrotti tempo fa, lei ascoltava e le parole che lui le diceva le rimbombavano nella testa ancora non aveva dimenticato quanto aveva sofferto per lui. Non riusciva a perdonarlo per il male che le aveva fatto, ma lui imperterrito le disse: «Io ancora vi amo ancora... e vi amerò sempre» lo sguardo di lei divenne gelido alle parole dell’angelo e secca gli rispose: «Siete stato un vigliacco e un egoista non sapete cos’è veramente l’amore voi, non voglio più ascoltarvi!» Quelle parole fecero male all’angelo, lo ferirono profondamente, ma non disse nulla per ribattere, non cercò di giustificarsi, ben sapendo di aver sbagliato e di aver buttato via un amore sincero. Annuì solamente e se ne andò triste come mai era stato. Violet lo vide allontanarsi e corse subito dalla madre chiedendogli cosa fosse successo, Valkyria raccontò alla piccola cosa si erano detti, e la figlia ci rimase male perché nel profondo sperava che i suoi adorati genitori ritornassero felici insieme, ma le parole della madre fecero spegnere anche quella piccola speranza. Nel frattempo alla Rocca arrivò una figura incappucciata, si avvicinò a Valkyria e le consegnò una pergamena arrotolata e senza dir nulla sparì subito dopo, lei l’aprì e lesse ad alta voce. «Voi non dovete mai più rivedere Ananecros: lui è mio e lo sarà in eterno, io sono colei che gli ha donato l’eternità e io stessa gliela toglierò se voi lo vedrete ancora». La pergamena era firmata da una lady di nome Larien. La giovane donna dopo aver letto quelle parole si spaventò e subito corse da Waref e fece leggere anche a lei la pergamena, la piccola elfa cercò invano di tranquillizzare Valky dicendo che magari era solo uno scherzo di cattivo gusto e le disse anche che il suo amato sarebbe tornato a lei molto presto, e dato che la festa stava volgendo al termine le disse di divertirsi un pochino anche lei. Ma Valkyria preferì tornare a casa per aspettare il suo amato, così salutò tutti e fece ancora una volta gli auguri alla piccola fata e al suo futuro sposo Tidus e si allontanò sulla via di casa. Poco dopo anche tutti i festeggiamenti finirono e ognuno ritornò alle proprie dimore. Valkyria aspettò per giorni Ananecros, ma aspettò invano: lui non fece mai ritorno a casa. Così lei capì che le parole di quella donna che si firmava Larien erano vere. Non versò lacrime per quella scomparsa perchè ora la sua indole cattiva stava riprendendo il sopravvento. Diventò fredda e impassibile a ogni sentimento, le cose sembravano scivolarle addosso, e di questo la piccola Waref si preoccupava aveva paura che lei tornasse cattiva come un tempo perché si sa che un cuore spezzato addirittura due volte è difficile da far guarire, ma decise comunque di non intromettersi. Nei giorni che seguirono Valkyria prese a frequentare una nuova osteria da poco aperta fuori dalle mura del gran Ducato nelle terre del sommo Simeth, si chiamava Osteria del vello nero, squallida ma allo stesso tempo piena di gente interessante, quasi tutti i rinnegati del gran ducato. La brava gente non si azzardava a entrare, per paura o forse per la cattiva fama che si era subito creata il locale, ma la giovane non sapeva che in quella taverna da lì a poco avrebbe conosciuto una persona speciale, un uomo diverso da tutti quelli che le giravano attorno e diverso da quei due che lei aveva amato. Una sera di tempesta Valky decise di andare all’osteria per bere qualcosa, si avvicinò al bancone e ordinò un buon vino elfico, prese il calice e si andò a sedere al solito tavolo sito nel punto più scuro della sala. Mentre sorseggiava il vino e si guardava attorno vide un giovane entrare, sgranò gli occhi verso di lui rimanendo subito colpita da una bellezza rara in un umano. Ne seguì i passi attenta a non perderlo in mezzo a tanta folla che quella sera popolava l’osteria. Il giovane si avvicinò al bancone e ordinò anch’egli un calice di vino, lo prese poi si voltò verso i popolani osservandoli, si scostò dal bancone addentrandosi nella sala quando fra i tanti che la popolavano scorse Valkyria seduta sola al suo tavolo, si avvicinò mentre lei lo guardava silente. «Buona sera lady...posso farvi compagnia?» Lei per la prima volta diventò rossa in volto, e sorrise. «Prego accomodatevi» con la voce tremolante lo invitò a sedersi, lui si accomodò sedendosi davanti a lei, la guardava con quello sguardo furbo ma allo stesso tempo dolce. «Mi presento lady, io sono Aurelio, ma potete chiamarmi Aure come fan tutti». «Io invece sono Valkyria...piacere» prese la mano che lui allungava stringendola appena, lui con delicatezza la portò alle labbra e la baciò e la giovane rimase senza parole, perchè mai nessuno le aveva rivolto un gesto così cavalleresco e delicato. Gli sorrise sempre rossa in volto ritirò la mano e la poggiò sul tavolo. I due parlarono a lungo quella sera, cosicché Valky dimenticò per un po’ tutte le delusioni e dispiaceri che l’affliggevano da tempo. Quel ragazzo le trasmetteva quel senso calore e serenità che aveva dimenticato da tempo. I due si videro spesso nei giorni a seguire facevano lunghe passeggiate al sole ridevano si divertivano a giocare fra loro, finchè un giorno Valky decise di portarlo alla Rocca per fargli conoscere il resto della compagnia ma sopratutto la sua adorata figlioletta che purtroppo ultimamente aveva trascurato. Si incamminarono verso la mirabile Rocca ma arrivati lì non c’era nessuno. Era passato parecchio tempo dall’ultima volta che era stata alla Rocca. «Non c’è nessuno, che strano». Con lo sguardo triste si guardava intorno vedendo la Rocca così desolata, Aurelio l’abbracciò teneramente. «Saranno andati tutti in un altro luogo, andiamo a cercarli». Le sorrise e le diede un bacio sulla fronte. «Proviamo al Giardino delle delizie, la mia piccola sarà lì». Lui le diede la mano e si incamminarono arrivando in poco tempo ai cancelli del giardino. Si guardarono in giro, c’era tanta gente che era quasi impossibile trovare chiunque lì in mezzo. «Aure guardate in alto la mia piccola emana una luce verde smeraldo». I due alzarono lo sguardo al cielo e finalmente la videro . Valky si sbracciava cercando di farsi notare dalla piccola Violet che svolazzava tranquilla e beata per gli alberi del giardino facendo anche qualche dispetto alle persone. «Violet!». Urlò il suo nome, la piccola lo sentì e vide sotto di sé la madre che da tanto non dava notizie. In un attimo le planò addosso riempiendola di polvere di fata tanta era la gioia di rivederla. «Madre mia mi siete mancata». La riempì di baci fino allo sfinimento come solo lei sapeva fare, mentre Aure le guardava sorridendo. Violet si accorse di lui e lo guardò interrompendo le coccole alla madre. «E voi chi siete?» la fatina cominciò a volargli intorno curiosa e anche un po’ scettica. «Mi chiamo Aurelio e sono... ecco sono il fidanzato di vostra madre, se lei lo vuole». Valky sgranò gli occhi e anche la piccola Violet era stupefatta. «Co…cosa? Certo che lo voglio». Felice come una bimba lo baciò dolcemente sulle labbra, mentre lui la strinse a sé contento della risposta della sua amata. «Volete diventare mia moglie? Vi ho amato dal primo momento che vi ho visto e non posso più fare a meno di voi». Valkyria rimase senza parole qualche istante, Violet si commosse alle parole di lui così dolci verso la madre che tanto aveva sofferto. «Sì vi sposo mio tesoro... vi sposo». Lo baciò ancora mentre la piccola fata volò velocemente a cercare i sensali, coloro che organizzano i matrimoni e tutte le festività del ducato. Ma c’era un piccolo problema, che subito comunicò al suo futuro sposo. «Mio tesoro non possiamo sposarci al tempio della dea purtroppo» lui la guardò negli occhi, poi dopo un breve silenzio rispose: «Amore vi sposerei dovunque, non importa dove, possiamo benissimo celebrare la cerimonia anche all’aperto». Era così comprensivo che quasi Valkyria non ci credeva. «Mia amata potete adorare qualsiasi dio o dea che esista, ma per quanto riguarda me...beh io adoro voi e soltanto voi». La giovane donna sfoggiò un sorriso splendente al suo amato e subito dopo si diede un pizzicotto sulla guancia. Lui la guardò sorridente. «Ma cosa fate mia signora?». Lei scoppiò a ridere. «Volevo verificare se per caso stessi sognando...» Aurelio le accarezzò il viso candido poi la baciò ancora una volta sulle labbra. «Sono vero, sono vero...» le disse poi guardandola negli occhi. «Madre, madre, mammina mia» La piccola Violet stava volando a tutta velocità verso i due urlando a squarciagola. Divertita comunicò ai due futuri sposi il giorno della cerimonia. «Ho prenotato tutto, fra due giorni vi sposerete al mio castello, non si sa mai che mi scappa lo sposo meglio affrettarsi». «Però piccola Violet, siete stata molto veloce». La piccola si posò sul naso di lui. «Sono un fulmine io, piccola e velocissima e soprattutto ho molte conoscenze». Aurelio divertito dal modo di fare della piccola le disse: «Va bene, più in fretta ci sposiamo meglio è. Però ora mettetevi sulla mia spalla altrimenti diventerò strabico a furia di guardarvi così da vicino». Valkyria prese con due dita la piccolina dal naso del suo amato e la posò sulla mano. «Su piccola peste fate la brava, andate ad avvertire tutti quanti, li vorrei vicino a me in questo bel momento della mia vita». La piccola volò subito alla ricerca dei Roccaioli per avvertirli della lieta novella, volò per tutto il ducato cercando in ogni angolo della cittadella, mentre Valky e Aurelio si incamminarono verso il castello di Violet stretti mano nella mano. «Non mi sembra vero amore mio, sarò la vostra sposa! E’ un sogno che credevo non si sarebbe mai realizzato». Lui le strinse di più la mano e le sussurrò: «Vi amo mia signora, e non mi importa di nulla, solo di voi...sarete mia per sempre». Arrivati al castello della piccola fata, Valkyria ne fece ammirare le bellezze al suo futuro sposo. Prima di tutto il giardino, un lungo sentiero che portava in una piccola radura piena di fiori dove al centro vi era un bellissimo laghetto con tanti pesciolini. «Vi piace mio tesoro?». Aurelio si guardò in giro meravigliato da tanta bellezza e da tanto verde così bello. «E’ stupendo mia signora, una meraviglia». Valkyria sorrideva contenta. «Bene, perchè noi d’ora in poi vivremo qui, nella pace di questo castello troppo grande e sempre così vuoto». Egli annuì alla sua dama poi insieme si avviarono al ponte levatoio, che veniva tenuto sempre abbassato per poter permettere ai Roccaioli di entrare ogni volta che volessero. Aldilà del ponte un immenso piazzale dove sorgevano maestosi immensi salici e svariati tipi di piante e fiori con al centro un bellissimo pozzo circondato da delle panche in legno per potersi sedere fra la natura. Aurelio guardava il piazzale senza dire una parola, rapito dalla bellezza del luogo, anche Valky guardava innamorata quel posto. «Vedete mio tesoro, Violet ama la natura e tutto ciò che vedete lo ha reso così bello lei». Detto questo lo accompagnò all’interno del castello tenendolo sempre per mano. Oltre la porta d’entrata si vedeva una grandissima scalinata tondeggiante che portava alle stanze da letto e ai servizi, poi su fino alla polverosa soffitta dove la piccola fata nascondeva sicuramente qualcosa. Alle pareti bellissimi quadri e ritratti rappresentanti Violet, Valkyria e qualche Roccaiolo. Scendendo dalla soffitta si arrivava alla sala del camino, dove al centro vi era un grandissimo tavolo rotondo tutto intarsiato con nomi e disegni strani fatti tutti a mano dall’allegra compagnia della Rocca. Ai lati le cucine e infine la meravigliosa taverna che tutti assieme avevano arredato come la famosa taverna del viandante, con tavoli, sedie, panche e tanto di bancone ripieno di buone bottiglie di vino e liquori. Ad un tratto i due innamorati sentirono delle voci e tanta confusione provenire dall’entrata del castello: erano arrivati a sorpresa tutti i Roccaioli per festeggiare il matrimonio e la ritrovata serenità e felicità di Valkyria. Uno dopo l’altro la abbracciarono e si presentarono ad Aurelio, poi iniziarono i veri festeggiamenti, stapparono le bottiglie di vino e cominciarono a suonare tutti i loro strumenti per aprire le danze. Tutti iniziarono a ballare e a bere allegri e contenti, come sempre del resto. La festa durò tutta la notte, in realtà nessuno voleva smettere di festeggiare ma purtroppo c’erano tante altre cose da organizzare: il vestito della bella sposa, quello dello sposo, i gioielli, i fiori gli addobbi e tanto altro. Allora assieme ai sensali, che arrivarono svelti, tutti fecero qualcosa, e così i due innamorati si dovettero dividere perchè si sa che non bisogna mai vedere la sposa prima della cerimonia. Valkyria venne presa da Waref, Violet e le altre damigelle della compagnia, che dovevano creare un vestito adatto a lei in pochissimo tempo. La piccola fata invece aveva già pronto un vestito per la madre, perchè giorni addietro una sua cara amica strega le aveva predetto che presto ci sarebbe stato un matrimonio in famiglia, e così la fatina si mise a cucire e tagliare per creare il vestito più bello di tutti i tempi: bianco splendente, bellissimo, pieno di pizzi e merletti, con un’ampia gonna di seta e un corpetto con una bellissima scollatura dove al centro vi è applicato un brillante lucentissimo. Lei sperava che fosse la madre a sposarsi e lo aveva cucito con tanto amore, così volò in soffitta silenziosa e subito passò alla sua forma umana, prese il vestito e lo portò nella stanza. «Madre mia questo è il vostro vestito, l’ho cucito pensando a voi spero vi piaccia». Rimasero tutte senza parole tanto era meraviglioso, degno di una regina. Valky si commosse molto, le lacrime le scendevano lungo il viso, lacrime di gioia per quel bel regalo inaspettato. Si sentiva felice e abbracciò la figlia, la strinse a sé e le diete tanti piccoli bacetti. «Grazie bambina mia non ho parole, voglio indossarlo subito non resisto». Così fece. Lo mise e si guardò allo specchio, le stava così bene che tutte le damigelle fecero un grande applauso alla fatina, bravissima sarta. I giorni dei preparativi passarono in fretta e anche i maschietti avevano preparato Aurelio per il gran giorno. Era tutto perfetto: c’erano i fiori lungo la scalinata e il piazzale era addobbato per bene e la torta era grandissima. I sensali avevano fatto un bellissimo lavoro, la sacerdotessa Urania era lì sotto il gazebo in attesa della sposa. Anche Aurelio era lì ad aspettare, col suo bellissimo vestito blu da cerimonia era così affascinante da lasciare senza fiato. Erano tutti ai loro posti, damigelle e testimoni, e i musicisti cominciarono a suonare la marcia nuziale. Valkyria in tutto il suo splendore cominciò a scendere la scalinata fino ad arrivare nel piazzale dove tutti l’aspettavano impazienti. Rimasero incantati dalla sua bellezza, muoveva lentamente i passi verso l’altare dove a braccia aperte Aurelio l’attendeva, la cerimonia ebbe così inizio e al momento dello scambio degli anelli Valkyria recitò la sua promessa. «Amo voi, come l’aria che respiro... come il pianto di un bimbo... come luce di un nuova alba... come acqua che disseta... come sole che riscalda... come vita di ogni giorno... come non ho amato mai. Come tutto ciò che vivo... amo voi, fino all’ultimo respiro». Le parole della giovane colpirono tutti, era una promessa insolita ma dettata dal cuore come solo chi ama veramente può dire, lo sposo infine recitò la sua. «Pensavo che non vi avrei mai trovato. Mi chiedevo dov’eravate, se sareste mai venuta da me. Poi una sera per caso vi ho conosciuta, e mi sono innamorato di voi. Qualcosa mi legava al vostro destino, come una magia. Era la magia del nostro amore. Da quando vi ho incontrata mi avete reso davvero felice come non lo ero stato mai. I vostri baci, le vostre carezze tutto è speciale nel nostro amore. Grazie di esistere e grazie di amarmi. Ma ricordatevi di non lasciarmi mai, amore mio perché senza di voi io sarei perso nel vuoto della tristezza». Le lacrime solcarono il viso della giovane sposa, che subito dopo gli porse la mano per ricevere l’anello tanto sospirato e quelle parole che aspettava da una vita. «Ora siete marito e moglie, congratulazioni» le parole della sacerdotessa fecero scrosciare un lungo e rumoroso applauso, i due sposi si baciarono felici di quel momento e diedero il via ufficiale al banchetto nuziale e alla festa che durò tutta la notte. Balli, risate, un momento indimenticabile che sicuramente rimarrà nella storia dei Roccaioli. Così si chiuse un capitolo importante nella vita di Valkyria, chi l’avrebbe mai detto che una creatura un tempo malvagia e mostruosa sarebbe cambiata in questo modo? Un cambiamento così nessuno se lo sarebbe mai aspettato, ma a volte bisogna soffrire per poi trovare la felicità tanto sospirata e immaginata. Beh vi starete chiedendo “Che fine ha fatto Tidus?”. Diciamo che come ogni amore che si rispetti com’è cominciato è anche finito, ma non ne faccio una malattia amici miei, succede! Ho imparato la lezione: gli amori passano, ma gli amici restano per sempre. RINGRAZIAMENTI... Questa storia assieme a tante altre le potete rivivere grazie a una bellissima comunità fantasy virtuale chiamata EXTREMELOT dove troverete tutti i personaggi citati nelle pagine di questo racconto e anche tanti altri nuovi e vecchi. Un ringraziamento speciale va a SILVIA, CHIARA, DANIELE, FIORE, GIOVANNI e SANTYAGO, le persone che mi hanno ispirato, e sopportato, che mi sono sempre state vicine: senza i loro consigli non sarei mai riuscita a scrivere. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato. ?? ?? ?? ??