Lorella De Bon, scrittrice e poetessa veneta, è nota ai visitatori di www.patriziopacioni.it (oltre che per le opere già pubblicate in rete) in quanto coautrice, insieme a Patrizio Pacioni, di alcuni episodi delle “Interviste impossibili” e delle “Notti di Monteselva”, serial letterario pubblicato a puntate sul blog del commissario Cardona. Prima di leggere questo racconto, onde meglio comprendere e apprezzare il contesto nel quale è nata la raccolta in cui risulta inserito (ES temporanea - 24 donne per un romanzo), vi consigliamo di cliccare su questo link: http://www.liberodiscrivere.it/biblio/scheda.asp?IDOpere=115244; Ho ucciso mio figlio Salve, mi chiamo Elisa. Nient’altro da dire, se non che ho ucciso mio figlio. Non un essere in carne e ossa, ma l’idea di metterlo al mondo. Insomma, sono l’assassina di un’intenzione, del figlio ipotetico di mio marito. Tu sei un’assassina. Smettila di fingere il contrario… Già, perché lui è padre senza avere un figlio, quello che io non gli ho ancora dato e forse non gli darò mai. Dico mai perché, nel momento in cui dovesse nascere nella mia mente, potrebbe non riuscire a trovare posto nel mio utero. Che è troppo stretto, così ha detto la mia ginecologa. E poi ci sono quelle maledette ovaie, invase da tante piccole cisti che le soffocano e non le fanno lavorare a dovere. In poche parole, sono un po’ arrugginita. Una macchina uscita dalla catena di montaggio con dei difetti di fabbricazione. Il tuo utero e le tue ovaie funzionano benissimo, anche troppo. Però sarebbe stato meglio se fossero schiattate sul serio. È il tuo cervello ad essersi fottuto. Perché sono qui tra voi? Forse per togliermi di dosso i sensi di colpa. Forse per far nascere quel figlio nei miei pensieri. Non ho una mente fertile, come potrei non essere fertile io. Dovrei provare, per vedere se sono una donna a tutti gli effetti o soltanto un involucro a forma di femmina. Ma anche il pensiero di “provare per vedere come va a finire” mi terrorizza. Riuscite a capirmi? No, così non va. Quante volte ti ho detto di non prendere per il culo le persone che ti stanno ad ascoltare! Questa è solo una perdita di tempo. Per te e per tutte queste disperate. Ti scopriranno e si libereranno di te. Butteranno via il tuo involucro e tireranno la catena. Non so da dove cominciare a parlarvi di me. Allora, non sopporto il dolore fisico e l’idea che il mio corpo si trasformi. Voi, come tante altre persone, mi direte che il dolore del parto si dimentica e che il fisico torna come prima, dopo la gravidanza. Ma nessuno può assicurarmi che sia così. Inoltre un figlio aumenta in maniera esponenziale le responsabilità. Ed io, da perfetta figlia unica, ne ho sempre avute poche. Ma i nodi vengono al pettine, prima o poi. E il mio pettine è piccolo. Brutta imbecille. È il tuo cervello ad essere piccolo. E lo hai anche fritto con tutte le frottole che vai raccontando in giro. Mi chiedo come gli altri possano crederti. Gli altri dicono tante cose. Ad esempio che il tempo passa in fretta e un figlio non può aspettare. Sento i giorni fare rumore, come ingranaggi di un orologio. Chi perpetuerà i miei geni e quelli di mio marito, oltre che il nostro cognome e i nostri ricordi? Non posso illudermi che qualcuno si rammenti di noi in eterno e posi dei fiori sulle nostre tombe. Meglio che i tuoi geni non si perpetuino, credimi. Io ti conosco bene e vorrei tanto puntarti una pistola alla tempia. Bang! Riguardo alla tua tomba, qualche idiota ti verrà a trovare con un fiorellino in mano. Gli altri riescono ad essere molto cattivi. Niente bambini ancora? Come mai? Cosa dovrei rispondere, secondo voi? Faccio finta di niente, tanto cosa importa agli altri se alla mia età non sono ancora madre? Io mi chiamo Elisa e non voglio crescere. Sono una bambina e non riesco a prendermi cura nemmeno di me stessa… Tu sei un lupo mannaro che non dovrebbe generare altra prole. Racconta la verità! Troppo comodo recitare la parte della mammina frustrata dal tempo che passa. Sei vecchia, punto e basta. Gli altri non sono cattivi. Hanno solo gli occhi foderati di prosciutto. Non so cosa voglia dire essere madre, ma ho esperienza come figlia. E so cosa significhi perdere un genitore. Anche questo mi spaventa. Mettere al mondo un figlio e poi lasciarlo solo. Abbandonarlo a se stesso, senza avere la gioia di vederlo crescere. Oppure potrebbe morire lui prima di me. I padri non dovrebbero seppellire i propri figli. Il tuo lo hai già abbandonato, ricordi? Strano come la tua memoria abbia le gambe corte. Sei brava a nascondere la verità. Sei talmente diabolica che riesci a spaventare persino me. Ma io c’ero quella notte, quando lo hai seppellito, togliendogli il respiro. Ho provato a fermarti, ma non mi hai ascoltata. Gli anni passano e i rischi connessi alla maternità crescono. Le statistiche dicono che più una donna si avvicina ai quarant’anni più aumentano le probabilità di malformazioni al feto. Invece diventare madre dovrebbe essere una gioia e basta. Per voi non è stato così? Il solo pensiero di rovinare una vita mi uccide. Ecco perché ho già pensato a cosa fare se dovessi scoprire che mio figlio è affetto da gravi problemi. Abortirei, anche a costo di apparire egoista e senza scrupoli. Ah, ecco il tuo pezzo forte. Quando parli di handicap e di aborto la gente si commuove. Poveri allocchi! La verità non è mai ciò che sembra. E tu vivi nella menzogna, nella spazzatura. Le mie sono tutte ipotesi dettate dalla paura. Ma esistono certezze quando si parla di maternità? Ci sono giorni, o meglio momenti, in cui vorrei essere madre. Mi manca un figlio chi mi chiama nel cuore della notte... Vorrei passare il tempo a cullare un piccolo fagotto di carne che piange, mi succhia il seno e fa la cacca. Invece, tanti perché, ma, se, però… Vorresti essere madre come una scrofa, ne sono certa. Tu concepisci la maternità come un esercizio fisico, al massimo come un errore. Sei un contenitore senza cuore. Non hai paura del parto. Non ti sei mai divertita tanto. Io ero lì con te, ricordi? Il dolore non ti fa paura. È la vita a dannarti l’anima. La vita degli altri, s’intende. Alla tua ci tieni, eccome. Io metto al primo posto il mio benessere. Non sono altruista e generosa. Sono l’opposto di mia madre, così buona e disponibile. Capace di nascondere i morsi del cancro dietro un sorriso, per non far soffrire me e mio padre. Talmente forte e altruista da non crollare di fronte alla morte di suo marito, perché questo avrebbe significato essere un peso per la sua unica figlia. Non assomiglio nemmeno a mia suocera. Donna d’altri tempi, sanguigna, tutta muscoli e nervi. Cresciuta in campagna, abituata a lavorare nei campi fin da piccola, a sopportare fatica e dolore, a trascurare se stessa. Sopportare il dolore per te è un giochetto. Però non sei altruista e generosa, su questo hai ragione. E sei diabolica. Tua madre è una santa donna. Ti difende sempre e comunque. Si schiera dalla tua parte senza chiedere spiegazioni. Hai ucciso suo nipote. È questo il bene che dici di volerle? Odio gli ospedali e mi terrorizza l’idea di doverci entrare come paziente. La maternità non è una malattia, è vero. Ma si partorisce in ospedale. Io vorrei fare l’anestesia totale e il taglio cesareo. Perché soffrire? Quale la differenza tra una donna che concepisce urlando e una che lo fa in silenzio? Mi preoccupo del parto, perché lo ritengo un atto di estrema violenza. Il parto come atto di estrema violenza. E quello che hai fatto a tuo figlio come lo chiami? Atto di estremo amore, magari! Tu hai un cesso al posto del cuore. Gettarlo lì dentro serve forse a soffrire meno, ma non cancella la realtà delle cose. Mi sento in colpa, sapete? Una donna non dovrebbe porsi in maniera così ostile nei confronti della maternità. Una donna dovrebbe nascere già madre. Non è questo che ci insegnano fin da piccole? Ditemi qualcosa, per favore. Non lasciatemi qui sola a trascinare parole che non vorrei pronunciare. Vorrei essere diversa, santo cielo. Essere fertile e già mamma. Magari alle prese con una seconda gravidanza. Ammirata dagli altri per le mie capacità di allevatrice e nutrice. Ti interessa così tanto l’ammirazione degli altri da nascondere un omicidio? Tu non sarai mai un’allevatrice, se non di capre. Quando parli di una seconda gravidanza, mi fai rabbrividire. Ma quante assurdità stai confessando a queste povere deficienti? È solo il tuo viso da angioletto a pararti il culo. E per questo devi ringraziare la mamma. Forse il mio problema è che penso troppo. Forse l’incoscienza dei miei vent’anni era l’occasione buona. Guardandomi alle spalle, rimpiango di non aver provato ad avere un figlio quindici anni fa. Il mio ragazzo non sarebbe scappato di fronte alle responsabilità. Chissà come sarebbe la mia vita adesso. Viviamo in funzione di incroci, mai di rotatorie. E tornare indietro non si può. Chissà come sarebbe la vita di tuo figlio se non ti avesse incontrata. Tu pensi troppo e razzoli male. Stacca la spina del cervello e lasciati andare alla deriva. Sono certa che il mondo tirerebbe un sospiro di sollievo. Chiudi il becco, puttana! Non posso confessare di avere ucciso mio figlio, perché un figlio non l’ho mai avuto. E non ho mai provato ad averne uno. E poi amo troppo la libertà per marcire in galera. Dovresti stare dalla mia parte, invece di contraddirmi. Lo sai che divento nervosa, quando mi opprimi con le tue sciocchezze da madre ansiosa e paranoica. Io dico solo la verità. Quella che tu non vuoi confessare. Sei un’assassina. Hai ucciso tuo figlio. Lo hai soffocato con un cuscino e quel tuo amichetto dottore ha dichiarato il falso. “Morte bianca”, così ha scritto. E poi te lo sei scopato, come tanti altri. Magari era proprio suo quel piccolo essere indifeso. Voglio farti crollare e vederti marcire in galera. Tuo marito deve rendersi conto del mostro con cui va a letto tutte le sere. Lui è un brav’uomo e tu hai ucciso suo figlio. E ora stai cercando di averne un altro. Per commettere un altro omicidio? Al tuo prossimo passo falso farò in modo che tu venga scoperta. Te lo giuro. Ora devo proprio andare. Grazie a tutte per avermi ascoltata. Mio marito mi sta aspettando. Abbiamo un appuntamento con la ginecologa. A presto. E qui ci scappa l’applauso. Mi inchino di fronte a tale superba interpretazione. E adesso? Qualcuno dovrebbe prendersi la responsabilità di rielaborare la tua confessione e cercare di aiutarti? ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. 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