Prosegue con la quarta puntata il grandioso affresco costruito da Stefano Ratti sul re sumero Gilgamesh. Gilgamesh (4° episodio) La muraglia Il palazzo reale è composto da ampie stanze, ampi corridoi, sale e scalinate. L’ampia sala centrale, che funge da sala del trono, è circondata da stanze secondarie e da vari corridoi. Delle rampe di scale permettono l’accesso al tetto dove vi è anche un giardino con delle cisterne e dei canali per raccogliere l’acqua. Il lato nord del palazzo ha un ampio colonnato, formato da alte e massicce colonne di pietra. L’edificio è costruito su una piattaforma di terra pressata, resa impermeabile da uno strato di bitume che poggia su fondamenta di pietra calcarea, tenuta insieme da una malta di fango. Le spesse mura sono costruite con mattoni cotti, pietra calcarea e una malta costituita da gesso e mattoni polverizzati. Le pareti interne sono intonacate con gesso, gesso dipinto e bitume. La pavimentazione è costituita da pietre e altro bitume. La mia dimora è un esempio perfetto dell’ingegno architettonico della mia gente. Osservo le pareti della sala del trono: i mosaici mi guardano e mi parlano di bellezza, di arte, ed è qualcosa che ho cominciato ad apprezzare, qualcosa che rimarrà anche dopo di me, che testimonierà la grandezza della mia famiglia e la mia. Nonostante questo, il palazzo è silenzioso e buio. Non ha tendaggi raffinati, né ori. Niente lusso, niente mobili comodi, nulla che possa invitare all’ozio. Tutto è rigoroso, duro. Il silenzio è rotto solo dal mormorio dei servitori che si muovono tra le ombre: veloci, efficienti, schivi come sempre. Dall’esterno mi arriva il rumore di Uruk. Sento la vita della mia città pulsare attraverso il lavoro e l’operosità della mia gente. Odo il mormorio dei sacerdoti, i passi cadenzati dei soldati, le urla dei mercanti, dei compratori che dibattono sul prezzo della mercanzia e scrivono i loro calcoli con una stilo di legno sulle tavolette di argilla, ma soprattutto… sento il rumore degli uomini che lavorano alla muraglia vigilati dai soldati armati di scudo e lancia. La muraglia… da quanti anni la sto guardando crescere. Dieci anni? si… forse. Iniziai la sua costruzione appena due anni dopo la mia improvvisa ascesa al trono. Nessuno ha mai visto un’opera così grandiosa, e ogni giorno la guardo alzarsi, allungarsi, prendere vita intorno alla città e alle sue meravigliose terre. Un miglio quadrato è la città, un miglio quadrato sono i suoi orti, i suoi canali con le cisterne per la raccolta dell’acqua. Per tre miglia quadrate si estende il territorio di Uruk, senza contare i terreni destinati all’agricoltura. La muraglia circonderà tutto questo e i mattoni di terracotta che la compongono, formeranno una lunga e spessa barriera che fermerà le barbarie che sono al di fuori dei suoi confini e la mia gente, potrà dormire sonni tranquilli. Io però non posso dormire, devo vegliare sul loro riposo. La città è cresciuta in questi anni, è diventata più ricca e popolosa, attirando un numero sempre maggiore di coloro che desiderano sfuggire alle fatiche della campagna e stuzzicando l’invidia e l’ingordigia delle città vicine. Mi avvicino alle finestre, in lontananza, posso vedere le prime torri della muraglia ergersi maestose sopra le vecchie case e le nuove strutture di mattoni che abbelliscono la città: edifici ricoperti da mosaici, adornati da decorazioni che richiamano la trama dei tessuti lavorati dagli artigiani. Da ogni parte della Sumeria, arriva gente ad ammirare la muraglia, beandosi della grandezza del mio regno e donando alla mia figura appellativi come: “il saggio”, “il forte”, “il magnifico”, anche se non comprendono il motivo di un’opera colossale come la muraglia, un’opera che tramanderà il mio nome nei secoli a venire. Sono orgoglioso di questo e nonostante ciò, il senso di angoscia mi assale. La malinconia si abbatte sulla mia persona come un macigno e io so il perché. Sto ingannando me stesso, ne sono consapevole, tutto ciò che sto costruendo potrebbe essere distrutto in un attimo dalla bramosia di altri uomini, di altre città o dal capriccio degli dei. Scendo i larghi gradini illuminati dalle torce accese. Sulle scale incontro alcuni servi che, vedendomi, accelerano il passo, cercando di evitarmi. Anche loro, come tanti altri, mi reputano una persona strana. Non capiscono il motivo per cui vesto con abiti semplici, perché mi nutro con pasti frugali, perché mi vesto e mi lavo senza aver bisogno di nessun aiuto. Stolti! Un sovrano per essere tale deve dare l’esempio. Che razza di uomo è, colui che si fa servire anche per le cose più semplici. Mi raso barba e capelli, come i sacerdoti di An, non voglio perdere tempo ad acconciare delle lunghe chiome o ad arricciarmi la barba com’è in uso nelle famiglie nobili. Quando esco e cammino per la città, non mi faccio nemmeno seguire dalle guardie reali, non ne ho bisogno, sono il miglior guerriero del regno. Prendo una torcia dalla parete. Scendo le scale fino a quando, restringendosi, arrivano alle cantine. Tra le fredde mura sotterranee ho un piccolo rifugio, un angolo dove starmene in pace e proseguire le mie ricerche. Arrivo dinanzi a una porta di legno pesante. Ho proibito a chiunque di aprirla e a nessuno è mai venuto in mente di farlo, nessuno vuole rischiare la propria testa. Apro la grossa porta, la oltrepasso. Dietro c’è un ampia sala, oscura e silenziosa, e con la torcia accendo alcuni bracieri di terracotta posti sul pavimento. La luce opaca pervade la sala e illumina un mondo fatto di scaffali di legno, colmi di tavolette di argilla e di varie pietre incise o dipinte con segni strani. Vi sono anche dei vasi che contengono erbe provenienti da luoghi lontani mai visti, e che vorrei tanto poter vedere anche una sola volta nella vita. Invece sono bloccato qui dalle responsabilità di sovrano, responsabilità che mi schiacciano e mi impediscono di vivere la mia vita come vorrei. Prendo una piccola pietra con inciso dei segni rotondi, alternati a linee singole o accoppiate. Grazie allo studio di questi oggetti ho imparato a decifrare varie lingue, e grazie a questo, ho scoperto mondi nuovi e lontani che mai avrei immaginato potessero esistere. La mia sete di conoscenza aumenta ogni giorno che passa. Sono convinto che la conoscenza non abbia limiti, che c’è tanto da imparare e che non basta una sola vita per sapere tutto ciò che il mondo, e i popoli che lo abitano, sono in grado di insegnare. Quotidianamente, mercanti, nomadi, soldati o semplici avventurieri provenienti da ogni parte della terra tra due fiumi e oltre, mi portano il necessario per la mia ricerca: la ricerca iniziata con la mia nomina reale, la ricerca che avrebbe dovuto salvare la materia di cui è composto il mio corpo, la ricerca che avrebbe allontanato la più grande delle paure, la ricerca dell’immortalità. Da dodici anni non tralascio niente: studio strani trattati, sperimento formule, eseguo riti assurdi e incredibili, convinto che in ogni leggenda ci sia sempre un fondamento di verità. Ho provato e riprovato; sperimentato con metodo e studio costante ogni scritto riguardante le antiche arti, sperando di intravedere un barlume di onestà tra i mille rituali magici e i codici esoterici che ho racimolato nel corso degli anni. Ho soprattutto studiato i leggendari racconti della tremenda inondazione che, in tempi remoti, seppellì gran parte dell’umanità. Le leggende dicono che un uomo della città di Shuruppak si salvò dalla catastrofe, e che gli dei lo resero immortale. Per anni ho seguito il mistero di questa leggenda, un mistero che mi ha portato ad ascoltare centinaia di persone che conoscono tutta, o in parte, l’incredibile storia, ma nessuna di queste persone ha mai saputo dirmi dove poter trovare l’uomo immortale che chiamano Utanapistim, “colui che ha trovato la vita eterna”. Ormai sono arrivato a capire, o a rassegnarmi al fatto che quest’uomo sia solo un altro protagonista dei racconti esagerati della gente, racconti che lo hanno però trasformato in leggenda, una leggenda che lo ha reso immortale nel ricordo degli uomini. Alcuni stranieri, sapendo delle mie ricerche, hanno provato a ingannarmi cercando di vendermi degli intrugli a base di erbe e chissà di cos’altro, su cui giuravano, e spergiuravano che, bevendoli avrei ricevuto l’immortalità. Io non ho avuto l’immortalità a causa dei loro intrugli, ma loro hanno ricevuto la morte da parte dei miei carnefici. Da un vaso, appoggiato su un polveroso scaffale, prendo alcune foglie secche di cui non ricordo neppure il nome e il paese da cui provengono. Guardo il loro colore, un rosso scuro e appassito. Forse, pochi anni addietro, avevo stupidamente sperato che in queste foglie ci fosse il soffio della vita eterna che bramo. A un tratto le foglie si sbriciolano tra le mie dita e un incontenibile rabbia mi assale. Getto le foglie e la pietra per terra, a cui fa seguito il vaso che finisce in frantumi davanti ai miei piedi e, in un gesto di disperazione, urlo il mio dolore, la mia sconfitta verso un nemico invisibile come la morte: “Dei! Perché deve essere così, perché questa condanna a morte?” Alzo la voce pensando di farmi sentire da loro, come se gli dei potessero rispondermi, quegli dei a cui non riesco più a credere. “I miei giorni passano e in qualsiasi momento la mia vita può finire.” Le mie inutili urla vengono udite all’esterno dai soldati, dai servi, da tutti coloro che vivono nel palazzo che, per un attimo, sembra sprofondare in un cupo silenzio. Le mie tre mogli si trovano in un grande salone del palazzo riservato solo a loro. Si guardano con sgomento e abbracciano i nostri figli con timore. Irlene, colei che mi fece diventare uomo, conosce la mia angoscia. La sposai nonostante il parere contrario dei consiglieri di allora; nonostante il parere contrario dei sacerdoti; nonostante fosse una schiava. Abbraccia nostro figlio Urlugal. E’ un bambino di nove anni e mi teme: teme questo padre incomprensibile e si stringe stretto a sua madre che teme invece la mia ossessione, teme che possa distruggermi e distruggere entrambi. Haana, ha la pelle scura e dei bellissimi occhi neri, grandi e profondi. Mi è stata donata dal padre: il re nero Amulaluma, sovrano delle terre misteriose del sud, dove si dice che la gente si adorni il capo con le ossa dei loro nemici. L’ho sposata sei anni fa ed era poco più che una bambina. Da lei ho avuto le piccole Amah e Manel di cinque e quattro anni. La madre le stringe a sé, fortemente, e loro restituiscono l’abbraccio tutte contente. Amarna è una mia cugina paterna. E’ diventata mia moglie dopo le lunghe insistenze dei consiglieri che pretendevano di avere una regina che avesse il sangue della famiglia reale. Devo ammettere che non è stato difficile convincermi: la mia giovane sposa è bella, ha gli occhi chiari e il seno prosperoso. Da lei ho appena avuto Kaltola, una bimba che porta gli occhi dello stesso colore di quelli della madre ed è dotata di una voce squillante che, sfortunatamente, usa spesso durante la notte. Irlene e Haana si guardano in silenzio, mentre Amarna allatta la piccola. “Gilgamesh è pazzo!” esclama Haana, rompendo il silenzio. “Non è vero, non è pazzo!” risponde con fermezza Irlene. “Allora perché quest’ossessione per la magia, perché questo continuo sfidare gli dei?” continua Haana “E’ solo un uomo che soffre” replica ancora Irlene, accarezzando il viso del figlio che la ripaga con un sorriso. “La muraglia, a che serve quell’opera così grande?” “E’ un buon re. E’ stata una benedizione per Uruk. Ha riempito i nostri granai, ha sconfitto i nostri nemici, nessun re ha mai donato tanta prosperità al suo popolo come lui.” “E’ vero, ma a volte vorrei riuscire a capirlo di più.” Chiudono il discorso dando retta ai propri figli, mentre Amarna, finito di allattare, canta una canzone per la piccola Kaltola. E’ una canzone imparata dalla propria madre: una canzone tramandata da madre a figlia, una canzone che si perde in un lontano passato. Tutta la gente di Uruk parla di Gilgamesh, del loro sovrano pieno di strani sogni e manie, che teme per la propria vita, per la loro. Non possono capire il motivo dei miei studi, della mia angoscia, del mio voler sapere: loro sono rassegnati alla propria fine. Lascio il mio rifugio, richiudo la grossa porta di legno, risalgo le strette scale ed esco dal grande portale del palazzo. I due soldati di guardia che un attimo prima chiacchieravano tranquillamente, vedendomi, scattano in posizione marziale in segno di saluto ed esibendo un’espressione dura. Mi allontano dal palazzo e mi ritrovo tra le larghe strade della città. Il sole picchia terribilmente sulle case e sulla pelle della mia gente che cammina riparandosi all’ombra delle costruzioni. Le persone che incontro mi donano un gesto di saluto abbassando leggermente la testa. Passeggio per i cantieri, guardando il lavoro febbrile degli operai e degli schiavi intenti a impilare i mattoni che formeranno le mura delle case. Per la costruzione delle mura, i mattoni, vengono cotti al sole in stampi e disposti in orizzontale, riempiendo poi gli spazi vuoti con della malta. Variando l’inclinazione dei mattoni, ottengono un disegno a spina di pesce, mentre in prossimità delle porte, vengono disposti in linea retta. Lascio gli operai al loro lavoro e ritorno per la strada ad assaporare la vita quotidiana della gente, quando un forte rumore di zoccoli attira la mia attenzione. Da dietro l’angolo di una casa, appare un cavaliere lanciato al galoppo. Si tratta di un soldato che fa parte di alcune pattuglie che controllano i confini e il suo destriero è stremato dalla fatica. Il soldato mi vede e tira bruscamente le redini. Il destriero si alza sulle zampe anteriori nitrendo, quasi volesse disarcionare il suo cavaliere che però, riesce a tenersi ben saldo in sella. Poi la cavalcatura allarga le zampe, abbassa la testa e il soldato scende velocemente da cavallo, inginocchiandosi davanti a me. E’ un giovane sui venti anni, coperto di polvere, stremato dal viaggio e nonostante questo, parla urlando: “Mio signore! Molti guerrieri di Aratta si sono radunati oltre le alture di Namsa. Zabardab, il mio comandante, teme stiano organizzando una rivolta contro di noi e mi ha mandato ad avvertirti.” Aratta, una città costruita secondo il modello di Uruk, in cui vige la medesima organizzazione. Una città legata ad Uruk, anche se i suoi abitanti hanno sempre rivendicato la loro autonomia ricorrendo anche alla forza delle armi. Mio nonno Enmerenkar e mio padre Lugalbanda, hanno combattuto molte volte contro di essa. Fu in occasione di una probabile guerra contro Aratta che mio nonno ideò la scrittura; la madre degli oratori, il padre di tutti i maestri. “La scrittura è difficile da imparare, ma chi la impara, ha il mondo nelle sue mani” così dicono gli scribi. Raccontano che mio nonno, chiedendo la resa di Aratta, inviò un messaggero a riferire le sue parole. Dopo aver considerato la complessità del messaggio che l’inviato avrebbe dovuto riferire al signore di Aratta, e siccome il messaggero non era in grado di ricordarselo tutto e di ripeterlo, impastò dell’argilla e incise delle parole a forma di chiodo su di essa. Nessuno prima di lui aveva mai inciso parole sull’argilla. Aratta minaccia ancora il dominio di Uruk. Già tre anni addietro sconfissi il loro esercito, ma i suoi abitanti non hanno mai accettato la sconfitta. Ogni scusa è buona per fomentare disordini e ribellioni, nonostante la mia gente abbia portato loro la pace e la cultura di Uruk. Alcune spie, che avevo infiltrato nella città, mi avevano a suo tempo informato di alcuni focolai di ribellione; focolai che, a quanto pare, stanno per diventare un incendio che intendo spegnere sul nascere. Da strette scale semibuie, corro sulla torre del palazzo reale da dove si domina tutta la città. Su questa torre ho posto un largo tamburo costituito da una cassa di legno alle cui estremità sono tese due pelli di montone. Percuoto con un grosso legno le pelli, e il loro suono attraversa l’aria, si diffonde per tutta la città, richiamando i soldati dai quartieri di Uruk. Non voglio aspettare che i guerrieri di Aratta si organizzino ulteriormente e formino un esercito pronto a minacciare i nostri confini. Non convoco il Consiglio, dovrei, ma perderei troppo tempo. Mi armo di una spada di bronzo forgiata appositamente per me dai migliori fabbri del regno. Preparo il mio carro da guerra a quattro ruote, trainato da quattro robusti cavalli. Raduno i cavalieri del mio esercito, armati di lancia e spada e comandati dal giovane generale Kamadir, un ufficiale pieno di sogni di gloria. Voglio un’azione rapida e efficace, per questo ci armiamo leggermente. Nel primo pomeriggio siamo in marcia e io sono in testa alla cavalleria con il mio carro da guerra. Il giovane generale affianca il mio carro in groppa al suo cavallo, lo vedo sorridere, entusiasta della situazione. Dovrebbe avere poco meno della mia età, eppure mi sembra che secoli ci separino. Io non provo più entusiasmo per le battaglie, per il fragore degli eserciti in lotta, dove la morte può colpire in un attimo e in qualsiasi momento. Arriviamo alle prime alture al tramonto. Le poche guardie nemiche ci vedono e danno l’allarme: un allarme lento e sonnolento, che serve a ben poco, nessuno di loro si aspettava un attacco immediato. Approfitto di questo e non gli lascio il tempo di organizzarsi. Lancio la cavalleria oltre l’altura. Le sentinelle, mezze assonnate, si svegliano di colpo e scappano urlando, dandoci la schiena, permettendo ai cavalieri di infilzarle con le lunghe lance. Cavallo e cavalieri si lanciano urlando contro il gruppo di capanne di legno improvvisate, poste a semicerchio nella valle. Il nemico esce dalle capanne allarmato dalle urla. Sorpresi, provano ad armarsi in fretta e furia, cercando di capire l’entità del pericolo. Da un’altura, in piedi sul mio carro, guardo la scena con aria indifferente. Kamadir, affianca il mio carro e sorride, gustando la scena dei nostri soldati che irrompono come un fiume in piena nell’accampamento nemico. Alcuni uomini, ripresosi dalla sorpresa, riescono ad armarsi e a creare una debole resistenza che viene falciata, senza particolari problemi, dall’impeto della nostra cavalleria. Tre soldati di Aratta ci vedono, mi riconoscono. Decidono di provare a uccidere il re di Uruk e si lanciano in una corsa sfrenata verso di noi. Il mio giovane ufficiale si sente sicuro nella sua corazza di cuoio, con la sua lunga lancia, la sua spada, in groppa al suo baio dalla criniera fulva e non aspetta altro che dimostrare il suo valore in uno scontro diretto. Sprona il cavallo a correre incontro ai tre uomini che urlano e agitano le loro spade in aria. Scendo dal carro, estraggo la mia spada e aspetto. Kamadir punta la lunga lancia verso l’uomo che corre in testa agli altri due e centra in pieno il bersaglio. La lancia penetra nella carne all’altezza del torace. Il nemico viene trapassato da parte a parte; tale è la forza di quel colpo, unita alla velocità della cavalcatura. La lancia resta nel corpo del nemico e nella corsa, Kamadir, oltrepassa gli altri due uomini. Un secco colpo di redini e fa voltare velocemente il cavallo rischiando quasi di cadere. Estrae la spada e sprona l’animale contro le altre due figure che corrono verso di me. Uno di loro intuisce il pericolo, si ferma, getta la grossa spada che porta in mano e si volta verso Kamadir. L’uomo di Aratta, ha con sé una fionda formata da una striscia di pelle e con apparente calma, estrae una pietra da un sacchetto di tela che ha legato al fianco. Inserisce la pietra nella parte centrale della striscia di pelle, la fa roteare sopra la testa, poi lascia di colpo un capo della striscia e fa partire la pietra, velocissima, contro il bersaglio. Kamadir, viene colpito violentemente alla tempia e per un attimo, sembra cadere da cavallo, ma sorprendentemente, rimane in sella, anche se intontito da quel colpo tremendo, appoggiandosi sul collo del cavallo che continua la sua corsa. L’uomo di Aratta è stato bravo, un buon tiro e si compiace di quel colpo andato a segno ma, commette l’errore di stare sulla linea di marcia del cavallo e quando se ne accorge è troppo tardi. Il suo sorriso si trasforma in una smorfia di incredulità mista a orrore, mentre viene travolto dal cavallo e calpestato sotto gli zoccoli. Il suo urlo è agghiacciante. L’ultimo uomo è ormai arrivato davanti a me, ansimante e rabbioso. Mi attacca accecato dalla furia, ma non ha nessuna possibilità di battermi in uno scontro frontale. Prima di essere un re, sono un guerriero che ha addestrato il proprio corpo al combattimento. Alza la sua pesante e grossa spada di bronzo urlando insulti. Paro quel colpo violento con la mia arma, mettendo tutta la forza che ho nelle braccia per frenarlo, poi, gli assesto un calcio all’altezza dell’inguine. Deve far male, molto male. Cade in ginocchio, gemendo. Poi intuisce, alza la testa e mi guarda con gli occhi sbarrati dalla paura, mentre la morte cala su di lui sottoforma della lama della mia spada. Un colpo violento, e apro uno squarcio nella testa dell’uomo che cade a terra, bagnando il manto erboso del terreno con il sangue che zampilla dalla ferita mortale. Osservo l’uomo che ho appena ucciso: ha il volto dipinto da righe nere, porta al collo vari e strani amuleti portafortuna, il suo corpo è pieno di tatuaggi tribali. E’ un’altro uomo che ha affidato la propria vita, la propria sopravvivenza alla superstizione, al fato, piuttosto che alle proprie capacità, e ora è morto. Chissà se aveva moglie e figli? Forse anche lui aveva un sogno da realizzare, uno scopo da perseguire: adesso è morto e tutto ciò che aveva intenzione di fare, è morto con lui. Il nemico è oramai allo sbando, gli ultimi guerrieri scappano in ogni direzione, terrorizzati, facili prede dei cavalieri che li inseguono e li falciano con le loro lame, come fossero spighe di grano mature. Alcuni si arrendono e vengono fatti prigionieri; altri schiavi che contribuiranno alla costruzione della muraglia con il loro lavoro. La battaglia finisce, i miei cavalieri tornano a me, urlando trionfanti ed ebri di vittoria, mentre poco lontano, con passo calmo e lento, il cavallo di Kamadir è tornato sui suoi passi, portando indietro il corpo del suo padrone. Mi avvicino a Kamadir, svenuto dal tremendo colpo che ha ricevuto e chino sul collo della sua cavalcatura. E’ l’unico ferito che abbiamo nelle nostre fila. La sua ferita emette sangue in abbondanza, segnando sul terreno il cammino del suo cavallo. Strappo dei lembi di stoffa dal suo vestito e gli bendo la testa prima che il corpo si dissangui ulteriormente. Forse vivrà, nonostante la ferita, ma questa battaglia, per lui, non sarà un bel ricordo. Carico il suo corpo incosciente sul carro, mentre i cavalieri si mettono in fila, ordinati e marziali; facciamo ritorno alla nostra amata città. La morte a minacciato me e la mia gente. Ma sono riuscito a evitare che la violenza potesse arrivare fin dentro le mura di Uruk, anche se questo è costato altre morti. A questo penso mentre passiamo sotto le mura in costruzione, mentre la gente ci viene incontro urlando di gioia, urlando il mio nome con foga. Non bado a tutto questo. Mi affretto ad arrivare a palazzo e lascio che i servi si occupino del giovane ufficiale steso sul mio carro. Sporco, insanguinato del sangue dei nemici, raggiungo la sala del trono e mi siedo. L’ombra mi avvolge e penso alla muraglia, come se quell’enorme costruzione potesse davvero proteggermi da ciò che più temo. Irlene mi ha visto arrivare, vorrebbe entrare nella sala per chiedermi qualcosa, ma vedendomi assorto nei miei pensieri si ferma e io, Gilgamesh il saggio, il forte, il magnifico, lo strano, rimango solo con le mie angosce, aspettando un qualcosa che mi scuota dal torpore che invade tutto il mio essere. ATTENZIONE! 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