Tiziana Soressi nata a Vernasca, in provincia di Piacenza, è scrittrice versatile, dotata di delicata fantasia e di mezzi tecnici espressivi di notevole spessore. Si è fatta conoscere dagli amici e dai visitatori di www.patriziopacioni.it in occasione del recente aggiornamento di ottobre 2008, in una puntata monografica della rubrica di poesia VersiDIversi. In rete si può trovarla qui: http://www.tizianasoressi.altervista.org/ . La lunga vita In quelle tre stanze al secondo piano della sua casa entrava solo di sabato mattina. In punta di piedi come dentro una chiesa. Erano di sua esclusiva proprietà, anche se non le abitava ancora, dal momento che preferiva continuare a vivere coi suoi famigliari nell'appartamento sottostante. Coltivava però le sue tre stanze con la cura meticolosa che si riserva alle piante rare: guai a lasciarle senz'acqua, guai a non recidere con un colpo deciso di forbici le foglie rinsecchite! Muoiono. Quelle tre stanze erano il suo domani: un giorno ci avrebbe passato l'ultima parte della sua vita. Lì, dietro lunghi tendoni di pizzo, ogni mattina spuntava con il sole il suo futuro, forava la trama del tessuto con emersioni intermittenti di luce, anche quando il tempo era brutto: cinque tapparelle per tre porte. Un fuori-dentro assicurato. La vita è una lunga moltiplicazione di accessi e d'uscite. C'era, però, ancora tempo per questo: la vita è lunga. All'interno si percepiva un odore di chiuso, misto a fragranze di lavanda rinsecchita. Aleggiava ovunque un profumo di luce appassita tra serrande sempre calate e porte accuratamente chiuse a doppia mandata. Natalia veniva a rimuovere la polvere con l'ossequiosa compunzione di un fedele davanti all'altare, trascinando con riverenza i calcagni sul pavimento e affondando le mani sui fianchi fino a sentirsi le ossa. E ogni volta la stessa cosa. Appena entrata, aveva quasi l'impressione che lo spazio vuoto di quelle stanze facesse resistenza allo slancio del suo passo ingombrante. Talora avvertiva con imbarazzo un tocco denso di invisibili compattezze che le lambiva la pelle. E percepiva risonanze di carne frangersi sui muri e ritornare al suo corpo con la leggerezza di un passero. Carne contro carne, pulsazione contro pulsazione. Eppure non c'era nessuna presenza vivente in quelle tre stanze disabitate. C'era solo un respiro di cose. Respiro di legno, di ferro battuto, di terracotta. Respiro lungo, incantato, sospeso, duro come marmo, trasparente come cristallo: soffio. Il suo inseparabile cane Toby non si sentiva a proprio agio a varcare la soglia di quell'appartamento il sabato mattina. La attendeva sdraiato sui gradini di fronte con le orecchie ritte e lo sguardo fremente: "Toby, che c'è? Che c'è Toby?". E invano lei dall'interno delle stanze faceva risuonare i suoi palmi contro le cosce per attirarlo: "Toby, dai, entra!". Il suo richiamo sembrava impercettibile, mentre lui dall'esterno fiutava ansimando l'aria densa che proveniva dalle stanze chiuse. Allora lei si arrendeva e con un gesto energico cominciava ad aprire le serrande ad una ad una: il soggiorno, il bagno, la camera. Le stanze davano un urlo sguaiato. Straripava la luce giù dagli stipiti delle finestre. Per un attimo, lei avvertiva alle proprie spalle un socchiudersi rapido di ciglia scosse dai riflessi come se ci fossero occhiate da cogliere qua e là, da qualche parte. Invece c'erano solo sguardi di cose: superfici lisce, scabre, tratteggi, linee, circonferenze, orli. Perfino i suoi zii, lo zio Manfredo e la zia Cosima, nella fotografia a tutto busto appesa alla parete della camera, avevano uno sguardo di cartone. Intorno era tutto pieno, stipato all'inverosimile: oggetti, mobili, quadri, in alto in basso al centro addirittura negli angoli. Uno accanto all'altro, contigui, impilati, il piccolo dentro il grande, il grande sopra il piccolo, linee rette, curve, tese, sinuose, in un ordine scomposto che colmava ogni spazio colmabile tanto che la stanza ne trasudava. C'era ovunque un'immobilità scalpitante. Perfino i rubinetti del bagno non avevano quasi ancora spremuto una goccia d'acqua, come se tutto dovesse essere debitamente conservato. Per l'avvenire. Sul ripiano del camino si ergeva una statuetta in avorio di Madras. Era la dea Sita, bianca come il latte, dallo sguardo inarcato di cerva. Pregava in punta di dita, le sue dita lunghe, tat tvam asi. Gli occhi li rivolgeva a terra sdegnosamente: lì c'era l'inferno. Non li sollevava neanche quando la finestra era aperta e l'aria le solleticava da sotto le ginocchia. Dalla sua posizione sulla mensola essa poteva vedere uno spigolo di strada e un punto di cielo là in alto: "Alza gli occhi al cielo, Sita!". Ma essa pregava ad occhi bassi. Si vedevano solo le sue ciglia ripiegate come l'ala di un passero. Fredde come il petto di una rondine precipitata dal sottotetto: "Alzati in volo, Sita!". Ma lei restava immobile con le ginocchia incurvate sulla mensola del camino. Accanto ad essa spiccava il ghigno desolato dell'uomo a tre teste portato da Gibuti. Nero come il carbone. Neppure gli occhi gli si riconoscevano sul volto. Forse perché anche lui gli occhi li teneva chiusi o forse perché gli occhi non li aveva nemmeno. Sulla base portava una scritta: kumbaya. Natalia non era mai riuscita a guardarlo dritto in viso. Le rare volte che aveva tentato di farlo, il suo sguardo era stato sospinto lontano come da un vento secco che le inaridiva le labbra, prosciugandole le ciglia simili ad un fiore del deserto in piena siccità. Nel sorriso straziato di quell'uomo c'era un che di inconsolabile che la imbarazzava e le faceva tremare la mano sulla gibbosità delle sue tre teste. Lui aveva incubi ogni notte, tre per notte, tre smorfie tese: una due e tre. Kumbaya, kumbaya, kumbaya. Natalia questo non lo sapeva: non era mai entrata in quella stanza di notte. Si accinse subito a rassettare. Percorse con lo straccio il centrotavola delle Andorre, passando tra il quadro di Bombay, le sculture del Senegal ed il boomerang dell'Australia. Strofinò col polpastrello delle dita i cuscini di Taywan ed il tamburo di Nairobi, poi scivolò giù giù fino ai sigari dell'Avana ed al cappello rigido del Perù: era salito fino a Machupicchu. La collezione delle monete più piccole del mondo tintinnarono lievemente al suo passaggio, sibilando dietro al vetro di protezione din din din din. Strano: non c'era un alito di vento nei paraggi. Indugiò sulla piramide del Cairo, quindi con uno struscio sicuro proseguì in direzione dei vasi di Ankara, non si fermò neppure sulle bottiglie di Budapest. Solo quando arrivò ai soprammobili di Rio de Janeiro, cominciò un po' a sbuffare. Si scostò i capelli dalla fronte col dorso della mano, sollevandosi sul busto: aveva fatto quasi il giro del mondo. A piedi, per giunta, anzi in ciabatte. Lei non aveva quasi mai messo il naso fuori dal suo paese. Era Silvana, la sua amica del cuore, di molti anni più vecchia di lei, che dapprima per motivi di lavoro aveva iniziato a girare in lungo e in largo l'orbe terrestre. Poi ci aveva preso gusto anche in privato ed ormai viaggiare era diventato il suo vizio preferito. Aveva spaziato da nord a sud, da est ad ovest, da un oceano ad un arcipelago, da una catena montuosa ad una foresta equatoriale, dalla Muraglia cinese al muro di Berlino. Polo nord, polo sud, tropico del Cancro. E dai suoi lunghi viaggi riportava immancabilmente a Natalia dei souvenir. Del resto, lei si raccomandava caldamente con l'amica prima della partenza: "Un quadro da Bombay, sigari dall'Avana, un vaso da Ankara, un tamburo da Nairobi…!". Le piaceva avere il mondo in casa, così, un viaggio oggi e un viaggio domani, il mondo in casa ce l'aveva veramente. Ora non le rimaneva che attendere che si avverasse un giorno anche per lei il progetto di viaggiare in lungo e in largo come Silvana e di portare a casa dei souvenir per le amiche che non mettevano il naso fuori dal tetto natio. Le valigie adatte per i suoi viaggi futuri le aveva già comprate: di pelle nera, resistenti, comode, esattamente come quelle di Silvana. Le aveva depositate per il momento nella camera da letto del suo appartamento, nel ripiano basso dell'armadio tra la canfora e la lavanda. Le rare volte che ne apriva l'anta, era investita da un odore brusco di lontananze, una fragranza mista di distacchi e di ritorni. Il camino di casa e il tetto del mondo. E' solo una questione di tegole: kumbaya! C'era tempo però. La vita è lunga. La dea Sita sul camino pregava sempre, pregava per tutti, avrebbe pregato anche per lei: "Brava, Sita!". I suoi occhi chiusi conoscevano i confini curvi delle lunghe distanze dalle catene montuose alle pianure tropicali, dalle alte cascate alle profonde depressioni. Vedevano il cielo: "Alzati in volo, Natalia!".Vedevano anche sott'acqua tat tvam asi. Se poi ci si aggiungeva pure il Buddha del Tibet, il gioco era bell'e fatto. Glielo aveva portato da Lasha Silvana, facendolo viaggiare in borsetta, seduto a gambe incrociate, tra una scatola di cipria e una bustina di pasticche alla menta. Ora se ne stava beatamente appoggiato sulla ribaltina fine Ottocento. Sorrideva al di sopra del suo grasso ventre, spargendo tutt'intorno il suo sguardo indulgente da grande clown. Si vedeva chiaramente che aveva raggiunto il suo nirvana, lo si percepiva nell'aria. E Natalia era convinta che prima o poi il nirvana del suo Buddha lo avrebbe trovato anche lei, spolverando e frugando qua e là nella camera. Non doveva essere lontano. Infine, un giorno avrebbe imparato a perfezionarsi anche nel tango. Il tango era la sua passione. Teneva in bella mostra sul tavolino del suo soggiorno un quadro del corpo di ballo di Buenos Aires. Baila, guappa, baila! Glielo aveva raccomandato perentoriamento alla Silvana, quando era andata in Argentina: "Questo no, quello no, quello sì: voglio qualcosa del tango!". Natalia spolverava quel quadro ogni sabato mattina e, a volte, anche di domenica pomeriggio, quando rimaneva a casa sola. Quiere bailar, guappa? Anda, anda! A presto, Argentina! C'era ancora tempo per tutto questo però. La vita è lunga, oh, se è lunga. La sua mente non riusciva neppure a configurarsi l'incalcolabile cammino dell'adesso e del dopo: il fratello minore doveva ancora crescere, quello maggiore avere il terzo figlio, i genitori invecchiare, il suo lavoro giungere al pensionamento. Ce n'era ancora di tempo. Neanche a pensarci! Passò dal soggiorno alla sua camera da letto con passo leggero. Un movimento rapido di braccia e le tapparelle erano già tutte sollevate, quasi un alza-bandiera mattutino: "Agli ordini!". La stanza fu squartata dalla luce. "Dai, Toby, vieni!" gridò ancora lei invitante. Ma Toby continuava a rimanere sdraiato fuori dall'appartamento. Annusava l'aria con diffidenza. Tornando dalla finestra, lei avvertì improvvisamente all'interno della camera uno sguardo pregnante che le attraversava il corpo. Un punto senza collocazione dove convergevano battiti prolungati di ciglia. Visioni invisibili, smorzate dal tempo, rinsecchite come la lavanda di Marsiglia appesa al muro. Non era la prima volta che questo succedeva. Inconsapevolmente, come al solito, voltò gli occhi verso la parete destra della stanza. Lì c'era il ritratto di Cosima e Manfredo, gli zii di suo padre. Ogni volta lei era indotta ad osservarlo come se lì rifluissero tutti i punti d'osservazione. Così il cerchio si chiudeva. E lei si liberava finalmente dalla crisalide di ogni sguardo. In qualità di unica pronipote femmina, dagli zii aveva ereditato i mobili della camera: puro noce massiccio. Nel ritratto sulla parete essi avevano tutte e due vent'anni, ora ne avrebbero centoventi. Erano definitivamente più giovani di lei nella loro immobilità in bianco e nero firmata Studio fotografico Battelli Parma. Ora lo studio fotografico Battelli Parma non c'era più da un pezzo ed il fotografo chi l'aveva mai visto? Eppure gli occhi dei suoi zii lo fissavano ancora fieri e compunti. Inseguivano la direzione imperiosa del suo gesto: "Qui, signori, prego, fissate l'obiettivo!". Era mattino, pomeriggio o sera quel giorno? "Qui, signori, fermi, sto per scattare!". Sua zia Cosima aveva avuto un ultimo pensiero prima dello scatto. "Non si muova, prego!". Oppure in quel momento non aveva pensato più a niente e la sua mente era libera come l'aria. "Signori, quasi ci siamo!". La zia offriva docile il suo volto all'obiettivo come a un raggio di sole. Forse quello era stato un giorno di pioggia, c'era un'umidità che arrugginiva le ossa. Era l'inizio di novembre? Al suo arrivo la zia aveva aperto di corsa la porta dello Studio Battelli, scalpicciando contro il pavimento: "Propri' incò a dùja piovar?". Suo marito Manfredo, seguendola a breve distanza, la guardava orgogliosamente al di sopra della testa. Non si stancava mai di dirglielo con convinzione: "Sa ta fiss una spana piu elta, at sariss la pu bela ad Perma!". La più bella di Parma. Come la regina Maria Luigia. Lei si sollevava compiaciuta sui talloni: non aveva motivo di dubitarlo. "Lo sguardo all'obiettivo, signori!". Guardavano lontano tutte due, al di là della macchina fotografica, al di là del fotografo, al di là della tenda nera dello Studio Battelli. C'era un punto invisibile che imbrigliava i loro occhi. Sembrava un'ala… e vola e vola…O un colpo di vento improvviso che schiudeva le porte, tutte le porte, ad una ad una. Si sentiva la pioggia fuori -era novembre?- e la zia Cosima pensava guardandosi gli stivali infangati: "Propri' incò a dùja piovar?". Era stato il suo penultimo pensiero. L'ultimo pensiero non era stato neanche un pensiero. Fu un'elevazione. Aveva i talloni ben piantati a terra, aveva pure i piedi bagnati. Ma non sentiva più la terra, non sentiva neanche i suoi piedi. Aveva guardato dritta la luce senza abbassare lo sguardo. Era andata al di là della luce coi piedi bagnati propri' incò a dùja piovar? E il fotografo aveva annunciato con un sospiro: "Signori, è finita!". Non s'era mai vista tanta pioggia come quel giorno. Non avevano mai visto tanta pioggia, non avevano più visto quel giorno e, ogni volta che la zia Cosima guardava quella fotografia, pensava di aver vissuto un giorno in meno nella sua vita, quel giorno era finito là, nel cerchio luminoso della macchina fotografica, intenso, puro, assoluto. L'ultimo scatto aveva sfiorato la sua pelle come una folata di vento, lei non aveva più piedi, non aveva più freddo, non aveva più anni. Il suo sguardo era disteso come l'orizzonte. Se strizzava gli occhi, riusciva a vedere oltre. Un brivido le aveva solleticato la schiena. Non aveva mai volato così in alto, si sarebbe bruciata le ali. "Signori, è finita!". Il fotografo era sbucato lentamente dal panno nero "Signori, è finita!". Aveva perfino sorriso. E la zia Cosima non aveva più piedi e fuori aveva smesso di piovere. Ora lei non c'era più e lo zio Manfredo non c'era più. Scomparso il fotografo e lo Studio Battelli e la pioggia di quel giorno- era novembre?-. Ora i loro occhi fieri e risoluti fissavano ostinatamente le ante dell'armadio come se all'improvviso dovesse comparire il fotografo, lo Studio Battelli, la pioggia di quel giorno di novembre -era l'inizio di novembre? Natalia da bambina aveva conosciuto sua zia Cosima. Era morta a novantasette anni, sperando che potesse toccare a lei di non morire mai. Sarebbe stato possibile? Rimaneva sospesa nel suo assillo, ondeggiando sulle sue gambe cavalline con le mani rovesciate sui fianchi in aria di sfida: "A gh' l'ha faroi?". Poi tentennava il capo sconsolata a labbra imbronciate: nessuno finora ce l'aveva fatta a ritornare, nessuno era sopravvissuto. Intanto, di nascosto, mattina e sera si lisciava con della crema emolliente i gomiti rinsecchiti: "La vciaia l'é un pran brut afèri!". Così con quel massaggio untuoso evocava la sua immortalità. Chissà se l'aveva raggiunta! Natalia distaccò gli occhi dal quadro e si mise ad accarezzare per il lungo col dorso della mano il letto che le stava di fronte. Anch'esso era appartenuto ai suoi zii. Era un letto alto, duro, sodo, con un copriletto di raso teso fino allo spasimo su due materassi impeccabilmente rigidi. Non avrebbe fatto neanche una piega, se non ci fosse stata, invece, proprio una piega nello spigolo di sinistra in basso: una piega curatissima, ricercata, studiata con sapienza geometrica. Quella piega era il fondamento stesso di tutta l' impalcatura massiccia del letto, la linea ondulata che sorreggeva con indistruttibile equilibrio tutte le linee rette verticali ed orizzontali dal fondo fino ai cuscini. Era il punto di forza di assi, tangenti e curve che sembravano attingere la loro solida incrollabilità proprio da quella perfetta scompostezza, calcolata al millesimo. Per un buon quarto d'ora, prima di uscire dalla stanza, lei si aggirava intorno al letto indaffarata a perfezionare a colpi di polpastrello quell'angolo miliare. La casa poteva anche crollare, la struttura del copriletto no. Da essa dipendeva la sicurezza del lenzuolo di sopra, rimboccato alla perfezione esattamente all'altezza dei cuscini. E poi la sicurezza del lenzuolo di sotto, teso ai quattro lati come un uomo alla ruota della tortura e poi del materasso, del sottomaterasso, infine della rete. Per non parlare della impalcatura del letto stesso. Era una costruzione magistrale che sfidava la volta celeste. Nasceva dal tocco esperto del polpastrello del suo dito: un centimetro più avanti, cinque millimetri più indietro, un po' più in qua, un po' più in là. Ecco, ferma! Adesso ci siamo, adesso ci siamo veramente. Toby da fuori ascoltava a orecchie tese gli sbuffi di lei, chinata presso l'angolo del letto. Agitava la coda contro il pavimento, mugulando con la lingua di fuori, ma non si spostava di un centimetro. Non sarebbe entrato in quella stanza per tutti gli ossi del mondo: "Dai Toby, vieni! Toby che c'è?". Lo sguardo di Natalia fu attratto in quel momento da un punto della parete proprio sopra il letto: "Ecco, siamo alle solite!" gridò aggrottando la fronte. Ormai se l'aspettava: c'era sempre un ragno in quell'angolo, un ragno vorace dallo scatto fulmineo. Allora, prendendo la mira con precisione, lo colpì con la scopa. Uccideva quel ragno ogni sabato mattina proprio lì sopra il letto e il sabato successivo era ancora nel solito posto, troneggiante al centro della sua ragnatela a giocare al gatto e al topo con minuscoli insetti catturati qua e là nel soffitto. Ora l'aveva ucciso un'altra volta. Prima di lasciare la stanza, Natalia rivolse l'ultimo sguardo compiaciuto al letto. Chissà se quel capolavoro era pure comodo! Lei non lo poteva sapere, non vi si era mai coricata sopra, non era mai entrata in quella camera di notte. L'unica cosa che riusciva a sentire, stando nell' appartamento di sotto, era che c'era sempre una corrente dentro e fuori quelle stanze di notte: "Sara c'la porta la ad sura sul taràss!" le urlava da sotto sua madre mezza addormentata. La porta del terrazzo però non c'entrava niente: la corrente s'avvertiva anche con la porta del terrazzo perfettamente chiusa. Il fatto era che pure la maniglia di quella stanza a volte non voleva aprirsi e ciama al frèr alura! Oppure non voleva chiudersi e restava così come a bocca aperta per una risata interrotta, per un sussulto subito subito smorzato. Sospesa tra il dentro e il fuori, tra il sopra e il sotto, tra il buio e il buio. "Sàra cla porta dal taràss, t'ho dit!". Ma la porta del terrazzo non c'entrava nulla. Per il momento Natalia era intenzionata a lasciare le cose come stavano. Avrebbe fatto riparare una volta per tutte quella porta il giorno in cui si sarebbe trasferita per sempre al secondo piano. Allora, rimasta sola e in pensione, avrebbe avuto davvero tutta la vita per sé. C'era tempo però. La vita è lunga. Una volta sola qualcuno di notte era stato a dormire in quell'appartamento: i suoi due nipotini. Si era trattato di una situazione d'emergenza, non si era potuto trovare altra soluzione. Non era stato facile convincerli a dormire lì, loro due soli. Neanche un quarto d'ora dopo Natalia se li era veduti scendere piangenti e terrorizzati: "Abbiamo paura, non ci torniamo più là di sopra!". Il quadro guarda, piove sulle pareti, le statue ghignano e piangono, le monetine tintinnano din din din din, il tamburo batte, il camino soffia, le pareti parlano, una bocca mastica sopra il letto… "Lo sapevo: avete la febbre!" li aveva interrotti spazientita la loro madre. Natalia aveva accostato il palmo alle loro fronti: erano fresche come rose. Da allora, là di sopra i suoi nipotini non erano più voluti salire, neanche il sabato mattina. "Zia Natalia, zia Natalia!" la chiamavano dal fondo delle scale, mentre lei era indaffarata nelle consuete pulizie del suo appartamento al secondo piano. Sporgevano tutte e due la testa dalla ringhiera, guardando con circospezione verso l'alto. Le mani dell'uno appoggiate sulle spalle dell'altro. Venite, bambini, il quadro non guarda, non piove sulle pareti, le statue non ghignano e non piangono, non tintinnano le monetine din din din din, il tamburo non batte, il camino non soffia, non parlano le pareti…Sono le stanze del mio domani, qui c'è solo il futuro! "Abbiamo paura, zia Natalia, non ci torniamo più là di sopra!". "Dai Toby, vieni! Toby che c'è?". Neanche Toby sarebbe entrato in quelle stanze per tutti gli ossi del mondo. Il giorno che Natalia cominciò a sentirsi male era l'inizio della primavera: era stata costretta a rimandare le grandi pulizie con cui era solita mettere sottosopra tutto il suo appartamento. Esso rimase chiuso: cinque tapparelle per tre porte. Niente accessi niente uscite. Da sotto però si continuavano a sentire le correnti d'aria dentro e fuori quelle stanze. "Sara cla porta dal taràss, t'ho dit!". Ma la porta del terrazzo non c'entrava nulla e lei ora non avrebbe neanche avuto la forza di salire quelle scale. I medici riferirono ogni cosa prima ai suoi genitori. Lo fecero con il tatto che il caso richiedeva. Poi confermarono il tutto a suo fratello maggiore. Suo fratello minore lo scoprì quasi per caso. Natalia non fu neanche l'ultima a sapere, perché a lei nessuno disse nulla e, se anche glielo avessero rivelato, non ci avrebbe creduto. Si mise ad aspettare soltanto. Era appena arrivata l'estate. Neppure i gatti rimangono più nel tepore della casa, quando è caccia aperta nei prati stuzzicati dal sole. E cercano l'ombra dietro le macchie. E perdono peso, perché mangiano le lucertole. Anche Natalia cominciò a perdere peso come i gatti che mangiano le lucertole. Ma lei non mangiava le lucertole, non mangiava e basta. Quel giorno Natalia volle sedersi sui gradini ad aspettare. Aspettare ancora. Quanto le sarebbe rimasto? Il suo pensiero non riusciva nemmeno a configurarsi l'incalcolabile cammino dell'adesso e del dopo. Durante la notte precedente la porta dell'appartamento di sopra, tra una corrente e l'altra, si era chiusa da sé. Tutte le cose hanno porte che si chiudono. Ma sotto, come il riflesso di un cipiglio, adagio adagio sguscia un'ombra. Tra breve -mancava ancora poco -. Ora le sembrò che la maniglia del suo appartamento si aprisse e che l'alito delle cose le soffiasse sugli occhi adagio adagio, scomponendole la frangia: il ritratto, le statue e le bottiglie, il letto alto e i suoi materassi duri e il quadro di Bombay le sfioravano la guancia, le solleticavano le ciglia. D'estate c'era sempre corrente su quelle maledette scale. Perché era precisamente estate. Piena estate. Le coincidenze non esistono: cose piene, cose vuote, cose semipiene, cose semivuote, tutto si mescola. Tutto si vuota e si riempie, si riempie e si vuota senza preavvisi. Non esiste un pieno o un vuoto a perdere. Così che da qualche parte c'è sempre un vuoto da riempire e un pieno da svuotare. Il cesto vicino alla finestra del suo salotto era pieno di profumi mignon e i cassetti traboccavano sempre di souvenir uno sopra l'altro in ordine sparso senza ordine. L'ultimo cassetto del comò di zia Cosima non restava mai chiuso tanto era pieno. Il centrotavola delle Andorre era vuoto, ma era pieno di polvere. Non si lasciava mai spolverare, soffiava contro il suo straccio come un leone davanti alla frusta del domatore. La polvere ha una sua consistenza come la luce, se la prendi con le mani, rimane una traccia soffusa, un'ala di farfalla. Tu soffia e se ne andrà via. Ha la disperazione delle cose sempre in partenza, inutile come una mosca, repellente come un lombrico che striscia via dalla pioggia, viva come un respiro. Tu non soffiare e non se ne andrà via. Perché mai dovrebbe andarsene via? La polvere vive. Nel centrotavola vuoto delle Andorre. Pieno di polvere. Tu non soffiare e non se ne andrà via. Quanto tempo le rimaneva ancora? Con le braccia si circondò le ginocchia. La fronte sulle ginocchia. Sulle ginocchia i capelli. Ecco non vedeva più niente. Niente. C'era sempre stata una maledetta corrente su quegli scalini. Colpa della porta là in alto sulla terrazza. "Cla porta là ad sùra la va sarà!". Ora la maledetta corrente non c'era più. La porta sulla terrazza era chiusa ad una sicura mandata. Da qualche parte stava iniziando la lunga vita. La porta ad sùra l'è sarà! Bene. Tu non soffiare e non se ne andrà via. Così rimarrà anche la polvere e il ritratto degli zii Cosima e Manfredo sulla parete non cesserà il suo battito. Non picchiare col chiodo la calce viva! Il dolore urta contro di essa e le pareti lo ripetono lo ripetono. Le pareti hanno il vizio assurdo dell'eco. Le correnti della voce hanno gemiti lunghi, ne scricchiolano perfino i mobili e il loro strano cuore di legno. Lo mangeranno i tarli giorno dopo giorno. Li senti nella notte i tarli che divorano il cuore di legno dei mobili, il loro cuore tenero. Adesso però c'era inaspettatamente silenzio sulle scale e di corrente non ce n'era neppure un filo. Un filo, ago, ditale e forbici. Lei aveva imbastito il suo cuore alla vita per una messa in prova. Lavoro di sartoria sopraffina: le era sempre piaciuto cucire, tagliare, tagliare e cucire. Dentro, il cuore della stanza batteva all'impazzata -eccome batteva!-. Gran bel lavoro di rifinitura! Sentiva dalla porta socchiusa l'affanno lontano del quadro di Bombay e della collezione delle monete più piccole del mondo din din din din! I cuscini di Taywan ansimavano con un respiro soffocato come dopo una corsa in bicicletta sulla lunga Muraglia. Sul camino perfino la cenere soffiava e soffiava su se stessa per attizzare frammenti di braci finiti negli angoli. Solo due mesi prima, la mattina delle pulizie, lei si era avvicinata al suo impeccabile camino per metterlo a lustro. La pulizia, meraviglia delle meraviglie: spazzare, incerare, strofinare, ristrofinare per intingere finalmente lo straccio nel sacro ordine delle cose rigovernate! Il camino, però, d'un balzo le si era incredibilmente rivoltato contro e quasi le stava azzannando la mano, straccio compreso. Lei allora si era precipitata fuori dalla stanza urlando di terrore. Accidenti! Fuori dalla porta, di pulito le era rimasto in mano solo lo straccio delle pulizie. E le pianelle ai piedi, linde come un'acqua di corrente. Chi l'ha detto che il disordine è disordine e che gli avanzi delle cose sono immondizia? La vita ha il vizio di respirare dappertutto, anche dal buco della serratura. Tutto è in stato avanzato di ricomposizione. Ricompose le sue braccia attorno alle ginocchia. Ora non sentiva quasi più niente, nelle orecchie appena appena il sibilo del boomerang portato dall'Australia. L'aveva appeso alla parete destra sopra il tamburo di Nairobi. C'era ancora attaccato il vento. Il vento delle foreste vergini che si strofina contro il corpo scabro dei coccodrilli. Le cose hanno aderenze infinite come una scia di lumaca sopra le foglie. Si trascinano una insieme all'altra, una dopo l'altra ed è difficile distinguere la prima dall'ultima, l'ultima dalla penultima. La vita è un letto d'inverno: a strati. Prova a rifarlo: togli il piumino, togli la trapunta, togli la coperta, togli il lenzuolo di sopra, togli il lenzuolo di sotto, togli il coprimaterasso, togli il materasso, ora finalmente c'è la rete. Ricomincia da capo. Ricominciò a strofinarsi la fronte contro le ginocchia. Non pensava più a niente. Perché bisognava pensare? Le cose nascono dal respiro e non dal pensiero. E le cose respiravano, eccome se respiravano! Le sentiva fino a lì. Ora poteva anche smettere di pensare. Le cose morte vivono, le cose vive muoiono. Tra le une e le altre non c'è neppure il silenzio. Perché il silenzio è il nulla. Il silenzio non esiste. Come le nuvole quando c'è il sole. Come il sole quando c'è la nebbia. Le cose assomigliano alla pioggia, dissetanti, piene di umori, sanno di bosco, di sottobosco, dell'ultima foglia stecchita malata d'inverno. In quel momento le parve di sentire che dal ripiano del camino del suo appartamento di sopra la statua di Sita, dagli occhi di cerva, si alzasse in piedi. Avvertiva la forza dei suoi malleoli che si tendevano, il frullio delle sue ciglia spalancate: "Alza gli occhi al cielo, Sita!". Essa pregava ad occhi alti, pregava sempre, pregava per tutti, avrebbe pregato anche per lei: "Alzati in volo, Sita!". Subito dopo venne la risata dell'uomo a tre teste: tre sussulti, uno dopo l'altro. Ah, ah, ah! Vibranti, ostinati, a labbra riarse. L'ultimo le sembrò che la baciasse in fronte, lasciandole un tepore secco che sapeva di palude, di grotte con scorpioni, di deserto. Anche gli dei cercano l'acqua. Kumbaya. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato. ?? ?? ?? ?? 2 11