La grande saga del leggendario re sumero è ormai una delle scelte più frequenti dei visitatori di www.patriziopacioni.it amanti della narrativa. Ad averla costruita e scritta è Stefano Ratti disegnatore, soggettista, abile narratore di storie. E, in un’altra sezione di questo stesso aggiornamento, anche ispirato poeta. Gilgamesh (5° episodio) Enkidu Sangasu è un giovane cacciatore che vaga nella steppa in cerca di prede. In quel territorio dalla vegetazione isolata, ma ricca di animali, scava delle buche e tende le reti per intrappolare le bestie selvatiche come la gazzella e l’antilope; tutte prede in grado di soddisfare la fame della propria numerosa famiglia. Ritornando a controllare le sue trappole, ha la sorpresa di trovarle distrutte: le reti strappate, le buche coperte e gli animali che vi erano intrappolati, liberati. Sangasu controlla attentamente le reti strappate con furia da qualcuno e, mentre si chiede chi possa essere stato a rovinare le sue trappole, una enorme figura gli compare davanti togliendo il sole che un attimo prima picchiava incessante sulla sua pelle abbronzata. La figura sembra alta due metri, forse di più, ed è completamente nuda, solo i capelli lunghissimi e la barba incolta gli ricoprono parte del corpo. Il giovane cacciatore non è certo uno a cui manca coraggio, ma quella figura selvaggia e primitiva che sembra un demone uscito dall’Irkalla lo riempie di terrore. L’essere gli ringhia contro come un animale selvaggio e il giovane scappa a gambe levate come se avesse un leopardo della steppa alle calcagna. Sangasu corre fino a raggiungere la capanna del vecchio padre al quale racconta ogni cosa. L’anziano consiglia al figlio di recarsi a Uruk per informare dei fatti il sovrano della città e delle terre annesse. “Segui la strada che arriva all’ovile, informa il grande re che quell’essere ti impedisce di sfamare la tua famiglia” dice il vecchio padre. Sangasu accetta volentieri il consiglio del padre e il giorno seguente, armato di buona volontà, dopo aver salutato la sua famiglia, si incammina lungo la strada che lo porta a Uruk, l’ovile. Tutto questo lo vengo a sapere dalla sua viva voce, dopo essersi presentato nel mio palazzo in una calda mattina, sporco di terra e stanco per il lungo viaggio. Il giovane si aspetta che io faccia qualcosa, si aspetta che il grande e saggio Gilgamesh risolva il suo problema. La vicenda mi incuriosisce e decido di saperne di più su quest’essere selvaggio incontrato da Sangasu. Mando a chiamare alcuni cacciatori che, come lui, vivono oltre i confini della città e scopro che i racconti su questo essere circolano da un po’ sulla bocca della mia gente. Scopro che questa figura primitiva si è pian piano insinuata nelle discussioni del popolo e rischia di trasformarsi, da un semplice chiacchiericcio da mercato, in una misteriosa e temibile leggenda. Preso dai miei pensieri, assorto nei miei problemi, ho tralasciato per troppo tempo di sentire la voce della gente, consentendo a questa nuova leggenda di crescere indisturbata dentro le mura e tra le strade della mia città. La gente ne parla quasi con rispetto e timore: lo chiamano Enkidu e lo identificano con l’uomo primordiale della creazione, generato dalla dea madre Aruru e protetto da Sumuquan, il dio della steppa e degli animali. Faccio chiamare Sinleqiunnini, il primo consigliere, l’unico di cui mi fidi, da uno dei miei servi, E’ un uomo anziano, più alto della norma, con barba e capelli corti. E’ molto magro e porta un vestito lungo che sembra sempre troppo largo per la sua figura. Non è mai stato un guerriero, la sua struttura gracile non gli ha mai consentito di esserlo, ma è l’unico dei consiglieri di mio padre che ho tenuto con me, perché mio padre lo riteneva onesto, forse un po’ avaro, ma onesto verso la sua gente, verso il regno. “E’ vero” dice con tranquillità. “Da tempo circolano varie voci su questo Enkidu.” “Come mai nessuno me ne ha mai parlato?” chiedo con tono alterato. “Devi ammettere che è da molto che non cammini per le strade di Uruk e che ritieni di poco interesse le chiacchiere della gente, mio signore” risponde in tono ironico. Lo guardo con aria truce. Potrei schiacciare quel corpo magro e ossuto con la stessa fatica con cui schiaccerei un insetto. Il primo istinto mi dice di scaraventarlo giù dalla torre del palazzo, ma rispetto quest’uomo che parla chiaro su ogni cosa e che non ha paura di dire ciò che pensa, anche se, a volte, questo può essere irritante. La verità non sempre è accettata come tale, spesso fa male, ci indica le nostre mancanze, i nostri errori. Ciò è fonte di fastidio e ci si offende chiudendo gli occhi e le orecchie davanti alla realtà. “Enkidu sta facendo parlare molto di sé, la sua figura potrebbe diventare una leggenda” riprende Sinleqiunnini. “Si dice che sia in grado di parlare agli animali e agli alberi; che sia più forte di cento leoni, più forte di… Gilgamesh.” Contemplo le sue parole, poi esplodo in una risata. Lui mi guarda come se fossi diventato matto, non riuscendo a trovare niente di divertente in ciò che mi ha appena detto. “Non c’è nulla di cui ridere!” mi apostrofa serio. “La grandezza della tua persona verrà messa in discussione da quest’essere incredibile, se la sua notorietà dovesse ancora aumentare.” “Io, ho reso Uruk ciò che è. Io le ho donato ricchezza e pace come nemmeno mio padre è riuscito a fare” ribatto, infastidito. “E’ vero, ma il popolo è dotato di memoria corta e di un facile entusiasmo. Ha bisogno di idoli ed eroi per dare un senso alla loro faticosa esistenza e tu sei quell’eroe. In tutte le terre dei due fiumi si parla di Gilgamesh, il saggio, il forte, ma ora Enkidu insidia la tua fama, una fama che potrebbe durare in eterno nella memoria degli uomini.” Ha ragione, le sue parole sono sensate, una leggenda maggiore può schiacciarne un’altra, cos’è la fama e la leggenda, se non un ricordo perpetrato nel tempo, una forma di immortalità, l’unico vero tipo di immortalità che sono riuscito a trovare. Sconfiggere Enkidu potrebbe essere un’altra impresa che perpetuerà il mio nome oltre la morte. “Affronterò apertamente Enkidu e lo porterò fino alle porte di Uruk in catene” rispondo deciso. Sinleqiunnini scuote la testa: “Lotteresti comunque con un semidio, saresti svantaggiato. Enkidu parla con le bestie, si accoppia con loro, vive con loro. Egli fa parte della natura che lo circonda ed è staccato completamente dal mondo degli uomini.” Si avvicina pensieroso, parlando con voce pacata e lisciandosi la barba con una mano: “Prima devi distruggere il suo aspetto divino, riportarlo alla dimensione di uomo. Solo a quel punto, potrai sconfiggerlo.” Il mattino dopo, nella sala del trono, scortata da due guardie che non gli staccano gli occhi di dosso, fa il suo ingresso Samhat, la prostituta sacra del tempio di Inanna. Congedo le guardie e rimango solo con questa donna che si inginocchia dinanzi a me senza distogliere lo sguardo dal mio. Non posso non essere abbagliato dalla sua bellezza. Una massa di capelli neri incorniciano un viso dolce, ma i suoi occhi, grandi e scuri, mostrano una fermezza d’animo non indifferente. E’ vestita con un abito bianco che la ricopre interamente, accompagnandosi alle morbide forme del suo corpo. Lei presiede le feste in onore della dea Inanna, dedicando alla dea dell’amore, in cima alla torre del tempio, i suoi balli sacri e il rituale del sesso. Lei sarà lo strumento con cui toglierò l’aspetto divino di Enkidu, il mezzo che lo trasformerà in un uomo comune. “Mi accompagnerai nella steppa, mi aiuterai a restituire un uomo alla sua vera natura” le dico, avvicinandomi. “Parlo di Enkidu, colui che è più bestia che uomo.” Samhat si alza, mostra un sorriso quasi maligno e parla con voce suadente: “Dedicherò alla dea Inanna il rituale sacro dell’amore e sarà doppiamente contenta perché avverrà con un essere puro e semplice come l’uomo primordiale.” Così, il mattino seguente, dopo aver avuto altre indicazioni del luogo, invito Sangasu ad approfittare dell’ospitalità del mio palazzo, promettendogli di risolvere la sua questione. Salgo sul mio carro da guerra, riempito dai miei servi con alcune ceste colme di vivande. Mi raggiunge Samhat, che dopo il riposo della notte, sembra ancora più bella. Abbandoniamo Uruk in direzione della steppa. Durante il tragitto, ci fermiamo solo a far riposare i cavalli. Mangiamo il formaggio con le olive e i datteri che abbiamo portato nelle ceste: ci cibiamo della selvaggina che riesco a catturare con il mio arco, ci dissetiamo con l’acqua che sgorga da alcune sorgenti che troviamo lungo il cammino e dormiamo sotto il manto stellato del cielo che illumina l’orizzonte. Dopo tre giorni di viaggio ci ritroviamo nella steppa selvaggia. Ci sediamo vicino a delle pozze d’acqua, ai piedi di una montagna, nascondendoci dietro alla poca vegetazione che fiorisce da quella terra. Ci spalmiamo il corpo con del fango per proteggerci dagli insetti e per coprire il nostro odore. Aspettiamo di incontrare Enkidu. Ho fame di carne; abbatto una gazzella solitaria appena arrivata ad abbeverarsi a una pozza e ci cibiamo della sua carne. La mangiamo cruda, il fumo della carne cotta sul fuoco potrebbe far scappare gli animali che hanno intenzione di abbeverarsi alle pozze. Enkidu potrebbe essere con questi animali. In questo lasso di tempo, mi capita di guardare la prostituta sacra con desiderio. Potrei usare la mia autorità per prendere ciò che voglio; lei è protetta dalla dea Inanna, è simile ad una sacerdotessa e, come re, non posso certo commettere un atto tanto deprecabile. Al secondo giorno di attesa, seduto sul bordo di una pozza, guardo Samhat immersa nell’acqua che cerca di pulirsi dal fango con movimenti delicati e eccitanti. Mi guarda ammiccante, indovina i miei pensieri e si avvicina. Il vestito bagnato mette in evidenza le sue forme generose e sensuali. “Aspettiamo pure Enkidu mio signore, ma permettimi di rallegrare la mia signora appagandola con il più grande re che abbia mai governato Uruk” dice, accarezzandomi il viso con una mano. “Oltre che essere saggio e intelligente, il nostro re, primeggia anche in forza, come un toro selvaggio, più potente di qualsiasi uomo. Fammi onorare la mia dea donandogli Gilgamesh.” Le sue braccia mi circondano il collo, la sua pelle liscia, il suoi seni, i suoi fianchi sono tondi e morbidi, ed è così facile abbandonarsi a lei: la possiedo nell’erba e nel fango, stretti l’uno all’altra, e nella foga, rotoliamo tutti e due nell’acqua della pozza, mentre gli uccelli, nascosti tra la vegetazione, scappano disturbati. Per altri due giorni aspettiamo vicino alle pozze fino a quando, in un caldo mattino, dalla montagna giungono delle gazzelle ad abbeverarsi; tra loro, posso distinguere nettamente la possente figura di Enkidu. Ci nascondiamo in tempo dentro un avvallamento del terreno e spio il mio rivale, lo guardo incredulo: assomiglia in tutto e per tutto a un uomo e sembra non avere niente di divino, di soprannaturale. Ha capelli lunghissimi, la barba altrettanto lunga e incolta. E’ molto alto, forse più di me e, anche se la barba, la sporcizia e i capelli lunghissimi lo fanno sembrare più vecchio, i suoi occhi brillano e mi dicono che è giovane; forse più giovane del sottoscritto. Completamente nudo, mette in mostra una muscolatura incredibile. Enkidu si abbevera con le bestie selvatiche e mentre lo osservo, non mi accorgo che Samhat è già passata all’azione. Si è tolta la veste e si mostra completamente nuda davanti a lui. Vedendola, le gazzelle scappano, ma non lui. Egli sente prevalere l’istinto, sente l’eccitazione nonostante non abbia mai incontrato una donna prima d’ora. Samhat si sdraia con calma, allarga le gambe in attesa; un attesa che non si fa attendere. Enkidu corre verso di lei eccitato, gli è sopra. Lei non respinge il suo assalto, lo abbraccia fortemente e l’uomo primordiale giace su di lei, la possiede con forza bestiale. Nel mio nascondiglio, chiudo gli occhi, mi tappo le orecchie con del fango per non sentire i gemiti, ma poi, in un assalto di ira che non comprendo, esco dal mio nascondiglio urlando come un pazzo. Enkidu sente le mie urla, alza la testa, sorpreso. Lo allontano dalla donna colpendolo con un violento calcio al viso. Rotola nella polvere, nel fango e quando a preso coscienza di ciò che sta succedendo, con uno scatto velocissimo, mi è addosso. Afferro le grandi mani protese verso di me, ci spingiamo puntando i piedi sul terreno. E’ come bloccare un toro infuriato. I nostri sguardi si incrociano. Nei suoi, scorgo una rabbia ceca e mi sforzo di trovare un barlume di ragione dietro il suo aspetto bestiale. Il sudore mi bagna la fronte, i muscoli mi fanno male dallo sforzo. La forza di quest’uomo è enorme, per la prima volta credo di aver trovato qualcuno che mi supera in questo. E forte, terribilmente forte; così cedo alla spinta, piego le ginocchia, punto i piedi sul suo stomaco e rotolo sulla schiena, spostando in avanti il mio avversario. La sua stessa spinta lo fa rotolare a terra e picchiare la schiena violentemente. Si rialza all’istante. Nonostante la mole, è agile, molto agile e mi è addosso in un attimo. Lo colpisco in pieno torace con un pugno che ucciderebbe un cavallo. Sento del rumore di ossa, forse una costola, mentre le nocche delle mie mani, per l’impatto, urlano dal dolore: è come colpire un muro di mattoni. Qualsiasi altro uomo sarebbe crollato a terra morto dopo un simile colpo, ma non lui e, nonostante il dolore che posso avergli provocato, parte nuovamente alla carica. I suoi pugni alzati verso il cielo si abbattono come un macinio sulle mie spalle. E’ un colpo terribile che a stento riesco ad accompagnare per limitare i danni. Cado pesantemente sul terreno e tutta la steppa sembra girarmi intorno. Non riesco a rialzarmi dal dolore, ho il sapore della polvere in bocca, il sapore della sconfitta. Finisce tutto così? La morte sta arrivando a prendermi ed Enkidu è il suo strumento. Mi aspetto il peggio, ma il peggio non arriva. Con mia grande sorpresa, invece di infierire sulla mia persona, si volta e si allontana, come se la sua furia si fosse dissolta misteriosamente lasciando il posto ad una serena calma. Ha vinto e gli basta, non gli interessa uccidermi. Vede alcune gazzelle che si avvicinano alle pozze, dopo che la calma è stata ristabilita. Si avvicina, ma loro, dopo un attimo di incertezza, fuggono terrorizzate. Enkidu, sorpreso, le rincorre, non si aspettava una reazione simile, le bestie però, fuggono da lui, non lo riconoscono. Qualcosa in lui è cambiato, comincia a capirlo, le lacrime gli rigano il viso. Cade in ginocchio urlando di dolore e di rabbia: é l’urlo di un animale ferito. Samhat si avvicina a lui, come una madre che debba consolare il proprio figlio: “Ora sei un uomo come gli altri Enkidu.” Ha ragione. Enkidu adesso odora di essere umano, per questo le bestie non lo hanno riconosciuto. Ha posseduto la femmina umana e in futuro non sarà più in grado di farne a meno, non sarà mai più benvoluto dalle bestie, il suo odore non sarà mai più accettato da loro. Lui non è più un semidio, ma è un uomo come tutti gli altri. Questo mi permette di guadagnare tempo. Il dolore del corpo si attenua leggermente, riesco a rialzarmi, anche se a fatica e stringendo i denti. Cammino verso di loro, lei mi guarda sorridendo e indicandomi con la mano: “Ecco il mio signore, l’uomo più forte e più bello di Uruk.” Enkidu alza la testa, mi guarda con odio e il suo viso, prima disteso e calmo, riprende l’aspetto bestiale dello scontro precedente. Spinge violentemente a terra la donna e mi attacca rabbioso. La sua rabbia è però mista al dolore, un dolore talmente grande da superare la rabbia, un dolore che lo consuma e gli toglie le forze. Lo colpisco allo stomaco con un pugno che abbatterebbe un toro. Lui si piega in due. Lo colpisco al viso e il colpo terribile lo fa cadere pesantemente nella polvere. Non si rialza. Il dolore che porta nell’animo è più forte di quello del corpo e non gli permette di reagire. Lo osservo a terra, sconfitto e in lacrime. Ho vinto e stranamente non ne sono fiero. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.