Prosegue con grande consenso (testimoniato dal numero di contatti e dal gradimento manifestato dai nostri lettori) la spettacolare saga ideata e scritta da Stefano Ratti (al quale appartengono anche le suggestive illustrazioni) Gilgamesh di Stefano Ratti 6° episodio Hubaba È passato un inverno da quando ho portato l’uomo primordiale a Uruk. Entrando in città come un ladro, col favore delle tenebre, ho cercato di non lasciare Enkidu in balia della curiosità morbosa della gente che, nonostante le mie precauzioni, è venuta ugualmente a sapere della sua presenza e che, per un certo periodo, si è accalcata davanti alle porte del palazzo per poterlo vedere, urlando e osannando il nome di colui che pensano lo abbia sconfitto, urlando il mio nome. I primi giorni, Enkidu, rifiutava il cibo grugnendo come un animale ed emettendo versi di dolore come una bestia braccata. Eppure lui mi ha seguito fin dentro le mura della città senza una minima esitazione, forse, consapevole del fatto di non poter più vivere nella steppa, consapevole di non avere più i requisiti necessari per continuare a viverci. I miei servi erano intimoriti dalla sua figura, e lo sono ancora, tanto quanto hanno paura di me. Io e Samhat eravamo le uniche persone che riuscivano ad avvicinarlo senza incappare nella sua ira, ma è solo da lei che ha accettato di ricevere del cibo. Lei, che giace ogni notte con lui, che lo ha accompagna pazientemente lungo il cammino che lo trasformerà in un uomo civile. Per un certo periodo si è nutrito solo di carne cruda, ma pian piano, lo abbiamo abituato a cibarsi anche di quella cotta: ha mostrato di apprezzare molto il pane di cui non conosceva l’esistenza, i legumi, la frutta e la birra. Rifiutava il fatto di essere un umano e, a fatica, siamo riusciti a vestirlo con un semplice straccio che gli coprisse almeno gli attributi, così come non è stato facile insegnargli a non urinare o defecare nel palazzo, soprattutto durante i pasti o dinanzi alle persone. Con difficoltà gli abbiamo insegnato ad usare i luoghi preposti per tali urgenze. Con altrettanta fatica, siamo riusciti a lavarlo e soprattutto, a convincerlo a tagliarsi la barba e i capelli pieni di pidocchi e solo gli dei sanno di cosa altro. Per farlo, non è bastato l’esempio della mia testa rasata, Samhat, ha dovuto sacrificare i suoi lunghi capelli, tagliandoli; dimostrando così al povero selvaggio, che non c’erano conseguenze negative nel tagliare quella massa di lunghi peli unti e maleodoranti. Con il passare del tempo, la sua mente si è aperta alla ragione, si è allontanata dalla prigione primitiva nella quale era prigioniera, ora sembra accettare il fatto di essere simile a noi. Con mia grande sorpresa pronuncia qualche parola: il suo nome, il mio, pane, cibo, dormire. Poi un giorno, finalmente riusciamo a portarlo fuori dalla sua stanza, dal palazzo e a mostrargli la città. Mentre cammina per la strada, incuriosito da ogni piccola cosa, la gente lo guarda meravigliata e intimorita allo stesso tempo. Alcuni lo toccano e lui si ritrae quasi spaventato. E’ disorientato, non ha mai visto tanti esseri umani in una sola volta. I bambini si avvicinano, incuriositi e allegri. Per la prima volta vede dei bambini e sul suo volto si fa strada un sorriso, anche se nei suoi occhi intravedo un velo di tristezza. Lo guardo accarezzare i bambini con quelle mani che potrebbero uccidere un toro con un pugno, ma più lo guardo e più mi sembra simile a quei bambini. Resterei volentieri con loro, ma il dovere mi chiama. Lascio Enkidu in compagnia di Samhat e dei bambini che urlano di gioia intorno a loro. Mi reco nella sala del trono dove alcune persone attendono spazientite il mio arrivo, ma nessuna osa lamentarsi. Come ogni giorno la gente mi porta i suoi problemi. Oggi abbiamo una disputa di confine tra un proprietario di un terreno e un altro, poi il litigio tra le due vedove di un ricco commerciante. La lista continua con la punizione di un venditore avaro di monete che ha cercato di allungare con acqua il vino destinato ai miei soldati, facendolo passare per vino buono. Per ultimo c’è uno straniero che chiede il mio aiuto e che desta la mia curiosità. Per prima cosa, proibisco al proprietario di sconfinare con le proprie pecore sul terreno dell’altro senza il dovuto permesso, poi divido in parti uguali le proprietà ereditate dalle vedove, a prescindere da quale sia la prima o la seconda moglie, infine confisco i talenti con cui è stato pagato il venditore in precedenza e lo condanno a venti mesi di lavoro alla muraglia. È la volta dello straniero. Arriva da molto lontano, fin dalle terre del Libano, una territorio montuoso che si affaccia sul mare, un posto di cui ho sentito parlare ma che non ho mai visto. La cosa eccita il mio animo e sono curioso di sentire il suo racconto. Il suo nome è Ilim: è un tipo alto, molto magro. Indossa vesti di pelliccia consumata e sandali di pelle. “Grande re, la tua fama è giunta fino a noi e solo tu sei in grado di aiutare me e la mia gente” dice inginocchiandosi. La sua voce è debole e rauca. “Solo tu puoi sconfiggere il mostro “Hubaba.” Gli faccio cenno di alzarsi e lo invito a continuare. “Abito con la mia gente nelle pianure che costeggiano il mare. Oltre alla pesca e alle coltivazioni, per vivere, vendiamo il legname che ci procuriamo sulle montagne, soprattutto nella foresta di cedri che da noi crescono alti e forti” prosegue, rincuorato dal mio gesto. “Da tempo però, Hubaba, non ci permette di procurarci il legname e i suoi seguaci derubano le carovane che si fermano a riposare all’ombra dei grandi cedri. Nessuno osa sfidare il mostro Hubaba e la sua progenie. La sua gente venera e teme quell’essere oltre ogni immaginazione. Ti prego, aiutaci a distruggere Hubaba!” Lo guardo perplesso, anche Enkidu era considerato un essere misterioso e divino, ma si è rivelato un uomo, un uomo straordinario, ma pur sempre un uomo. E questo mostro? Cosa sarà mai scaturito dalla fantasia della gente? Guardo Sinleqiunnini a fianco del trono, egli ha già capito il mio pensiero e scrollando la testa, mi mostra il suo disappunto per ciò che sto per decidere. In cuor mio, ho già deciso che questa sarà un impresa che farà ricordare ancora di più il mio nome nel corso degli anni, dei secoli. “Mi farai da guida verso la tua terra e lì sconfiggerò questa creatura chiamata Hubaba” dico con voce ferma e sicura, indicando Ilim. Lui si inginocchia in segno di ringraziamento, poi si alza ed esce dalla sala. “Le terre del Libano sono molto lontane, cosa farà Uruk senza il suo re?” chiede Sinleqiunnini con aria severa: sa bene che non cambierò idea. “Ci sei tu, mio buon consigliere, sei l’unico di cui mi fidi. Tu controllerai tutto fino al mio ritorno, tu e il Consiglio.” Convoco a sorpresa, il Consiglio, riunendo i rappresentanti nella grande sala circolare: è una sala ornata di mosaici che mostrano figure di soldati con lunghe lance, tre alti e lunghi gradini corrono in circolo lungo il perimetro della sala e si fermano all’altezza del grande trono di ebano lavorato. E’ da tanto tempo che non riunisco il Consiglio, ho sempre preso le decisioni per mio conto ma, dovrò stare lontano da Uruk per parecchio tempo e ho bisogno di far sapere al Consiglio che conto su i suoi rappresentanti per salvaguardare la città. Il Consiglio è formato da persone di diversa età: sia anziani che giovani. I più anziani entrano e prendono posto sui gradini di destra parlando tra loro, bisbigliando: sono coloro che dovrebbero detenere il dono della saggezza acquisita con l’età. I giovani si siedono rumorosamente al loro posto: alcuni hanno la mia età, altri sono più giovani; la loro voce è forte e attira occhiate di disappunto da parte degli anziani. Faccio la mia entrata e subito cala il silenzio. Mi siedo, appoggio i gomiti sui braccioli del trono, osservando i membri del consiglio; tutte persone che fanno parte delle famiglie nobili della città. “Ascoltatemi!” urlo, spezzando il silenzio. “Presto prenderò la via che mi condurrà alle montagne del Libano dove ingaggerò una lotta dall’esito incerto con il terribile mostro Hubaba. Ha voi lascio la responsabilità immensa della città, fino al mio ritorno.” I membri del Consiglio mormorano tra loro, soprattutto gli anziani, ma anche gli altri borbottano, e tutti insieme danno vita ad un fastidioso brusio. “Silenzio!” intimo a tutti. “Poiché ho deciso di intraprendere questa impresa, chiedo la vostra benedizione, in modo che io possa tornare e nuovamente entrare attraverso la grande porta di Uruk per celebrare la festa del nuovo anno.” Mi guardano stupiti, poi Astrariti prende la parola. Lui è il più anziano dei membri del Consiglio: è un uomo alto e magro, dai capelli grigi, lunghi e curati, quanto i suoi vestiti. “Devi scusarmi o divino, ma perché hai riunito il Consiglio se hai già deciso cosa fare?” dice con voce seccata, poi scuote la testa in segno di disapprovazione e continua: “Sei ancora giovane, il tuo cuore è impetuoso. An ti protegge come un figlio, ma la tua impresa è disperata, non sai a cosa vai incontro.” “Portami con te mio signore!” urla un giovane. Altri giovani si alzano e gli fanno coro: “Portaci con te! portaci con te!” Alzo le mani guardandoli in malomodo, loro capiscono la mia disapprovazione e subito fanno silenzio.. “Se porti con te tutti i giovani del regno, chi difenderà la città quando si verrà a sapere che il re se n’è andato con i suoi migliori guerrieri” continua Astrariti. “Non ho intenzione di portare con me nemmeno un guerriero! Porterò solo Ilim, lo straniero, che mi farà da guida verso le sue terre” rispondo, tranquillizzando gli anziani che si guardano perplessi e deludendo i giovani che speravano in un’avventura. “Se sei convinto della tua decisione, va bene! Confidiamo in te e Uruk attenderà il tuo ritorno!” termina Astrariti con tono non troppo convinto. Esco velocemente dalla sala, ho ottenuto ciò che volevo anche se noto del malcontento nel Consiglio. Passando per i larghi corridoi, mi reco nei splendidi giardini del palazzo dove posso ripararmi all’ombra delle alte palme, degli agrumi e dei platani. Tutte piante irrigate per mezzo di una cisterna posta in alto al giardino e che raccoglie l’acqua che viene fatta correre lungo i piccoli canali che lo attraversano. Enkidu è seduto su alcune pietre che ornano l’ambiente: contempla gli uccelli che volano tra i rami degli alberi e qualche piccola scimmia che salta qua e là, incuriosita dalla sua presenza. Faccio per andargli incontro, ma sento una presenza alle mie spalle e la posso riconoscere dal profumo, ancora prima di vederla: è Samhat, colei che mi ha aiutato a rendere il mio nome una leggenda. Indossa una lunga veste bianca e i capelli corti non tolgono nulla alla femminilità del suo viso. E’ bellissima, come sempre. “Delle voci dicono che presto partirai per dei luoghi lontani, ho sentito che vuoi sconfiggere un mostro protetto dagli dei” dice con un tono che sembra quasi preoccupato. Rido. E’ incredibile come le notizie viaggino veloci in questo palazzo. “E queste voci da chi le hai sentite?” domando. “I tuoi servi sono ovunque, hanno le orecchie e la lingua lunga, non sottovalutare i servi del palazzo Gilgamesh.” “La mia era una domanda retorica Samhat, comunque appena avrò preparato le armi e l’occorrente per il viaggio, lascerò Uruk per andare verso le montagne del Libano.” Mi si avvicina ulteriormente, guardando Enkidu assorto sempre nei suoi pensieri, poi si volta verso di me. “Porta con te Enkidu, mio signore.” “Perché dovrei?” chiedo sorpreso, guardando a mia volta ciò che rimane dell’uomo primordiale. “Lui non è fatto per vivere tra le mura di una città. Portalo con te, lui ti guarderà le spalle e tu le guarderai a lui. Insieme potrete sconfiggere il mostro Hubaba.” Fisso attentamente Enkidu, sembra un animale braccato, senza entusiasmo e gioia di vivere: Samhat ha ragione, gli farà bene uscire dalla città. Soppeso la mia decisione, poi mi convinco: “Va bene! Verrà con me.” “Non te ne pentirai, voi siete simili, siete protetti dagli dei e destinati a grandi cose.” “Forse hai ragione ma, vorrà venire?” “Gli parlerò io. Mi ascolterà, mi ascolta sempre.” Appoggio leggermente la mia mano sulla sua spalla, incrociando il suo sguardo. “Conto su di te allora.” Esco dal giardino, lasciandola con Enkidu. Lei gli si avvicina lentamente con movenze invitanti e sensuali, rimanendo in piedi di fronte a lui, che rimane seduto a guardarla, abbagliato ed eccitato dalla sua presenza; i suoi occhi la scrutano, la sua bocca accenna un debole sorriso. “Enkidu, voglio che tu vada con Gilgamesh!” dice perentoria. Il suo viso non emana più segni di dolcezza, ora la sua espressione è dura come la pietra. “Gilgamesh?” domanda, senza capire bene cosa lei voglia. “Gilgamesh sta per partire per un lungo viaggio, rischierà la vita per sconfiggere un pericoloso mostro e rendere la sua fama ancora più grande. Tu andrai con lui, lo proteggerai.” “Gilgamesh… no!” risponde Enkidu, indifferente. Lei si alza mostrando una collera inaspettata.. “Gilgamesh ti ha dato una nuova vita, ti ha restituito l’umanità che avevi perso. Grazie a lui, tu hai me!” dice prendendo tra le mani il volto di Enkidu. “Se lui muore, io non potrò più stare con te, mai più, chiaro! capisci cosa dico? Capisci mio stupido essere?” “Capito. Io difendo Gilgamesh. Tu sempre con me?” Lei lo abbraccia fortemente appoggiandogli i seni sul viso. “Sì, io starò sempre con te.” Preso da un’incontenibile desiderio, l’uomo le strappa i vestiti e la possiede lì, tra il profumo degli agrumi, il cinguettio degli uccelli e i salti delle scimmie curiose. Dal fabbro armaiolo del palazzo, prendo quattro giavellotti con punte di ferro, due asce e due spade di bronzo con finimenti in cuoio. La sera stessa vado a salutare i miei figli ed entro nella grande sala dove sono soliti mangiare tutti insieme con le loro madri. Si sorprendono nel vedermi, di rado vado a trovare i miei figli, mentre più spesso faccio visita alle loro madri per perdermi tra le loro braccia, tra i loro baci, le loro carezze, i loro corpi. Si alzano tutti a salutarmi. Urlugal, il mio unico figlio maschio, si aggrappa a sua madre, intimorito. Guardo Irlene negli occhi, sorride e il suo volto è come una maschera che brilla di luce. Tra un anno dovrei strappare il piccolo dalle sue amorevoli braccia, per permettere a mio figlio di ricevere l’educazione di un futuro sovrano e sottoporlo agli insegnamenti degli scribi e dei sacerdoti. Dovrei separarlo dall’amore di sua madre ma, più guardo Irlene negli occhi e meno trovo il coraggio di fare una cosa del genere. “Gilgamesh!” pronuncia il mio nome dolcemente, poi accarezza nostro figlio e lo invita ad avvicinarsi a me. “Tuo padre vuole salutarti figliolo.” Mi avvicino a mio figlio abbassandomi all’altezza del suo sguardo. “Sto per partire, starò via molto tempo questa volta” gli dico accarezzandogli la testa. “Sei un ometto ormai, ti affido tua madre e le tue sorelle, posso contare su di te?” Urlugal resta perplesso per un attimo, poi mi allarga un sorriso che mi riempie di gioia nell’animo. “Non preoccuparti!” dice con tono fiero. “Ci penso io a loro.” “Bene! Ora sono più tranquillo.” Mi alzo e Irlene, con gli occhi lucidi dall’emozione, mi abbraccia dolcemente. “Stai attento” sussurra, che An ti protegga nella tua impresa e ti faccia tornare da noi sano e salvo.” “Non temere” rispondo, accarezzandogli i capelli e il viso, provando per lei un affetto di cui quasi mi vergogno. “Non temere.” Mi allontano da lei e mi avvicino ad Haana che sembra molto arrabbiata; a dire il vero è perennemente arrabbiata con me, forse con il mondo. “Nessuno ti ordina di andare ad aiutare quella gente “ dice con tono risentito. “Potrei spiegarti Haana, ma dubito che mi capiresti.” “Almeno provaci!” “Non adesso, non ora!” rispondo, abbassandomi ad abbracciare Amah e Manel, le mie due figlie. Le due piccole non mi temono, sono invece incuriosite dalla mia figura, anche se sono imbarazzate da quell’abbraccio imprevisto. Manel, mi mostra la bambola che tiene in mano, una bambola intagliata nel legno da qualche artigiano del mercato. Amarna, la mia ultima moglie, mi sorride con in braccio Kaltola, la mia figlia più piccola che sgrana gli occhi emettendo degli strani versi. Amarna è nata per essere la sposa di un re, per servire un re, è stata cresciuta per questo. Lei non chiede spiegazioni, non gli interessano. Esco dalla stanza, lascio la mia famiglia e spero infinitamente di rivederla. “Hai visto, lui parte senza rendere conto delle sue decisioni a nessuno” dice Haana rivolgendosi a Irlene. “Lui è il re, non hai il diritto di giudicare le sue decisioni!” gli risponde Amarna. Haana non bada a quelle parole e si rivolge ancora a Irlene. “Tu non dici niente?” “Io amo Gilgamesh, lo amo fin da quando ero la sua ancella. Potevo essere una schiava per tutta la vita, ma lui mi ha voluta in moglie, nonostante il parere contrario di tutti. Il minimo che posso fare, è cercare di capirlo, e capire le sue paure. Sono certa che anche lui mi ama… che ci ama, e ama i nostri figli. Ma lui è un re, un guerriero, e non si può permettere gesti di debolezza.” Haana alza le spalle senza commentare la risposta che ha avuto. Ritiene quelle due donne, deboli e sottomesse, e mal sopporta il fatto di dividere il titolo di consorte del sovrano con loro. Piena di ira, prende per mano le figlie ed esce dalla sala, dirigendosi nelle sue stanze. Arriva il giorno della partenza. Quattro cavalli tenuti da alcuni servitori mi aspettano nel grande cortile del palazzo. Ho caricato le armi, distribuendo il loro peso su tre animali. Sul quarto, ho caricato delle sacche di pelle piene di frutta secca e delle borracce di acqua. Porto con me anche l’arco e la faretra piena di frecce. Ilim mi aspetta già in groppa a uno degli animali e freme dalla voglia di partire. Aspettiamo Enkidu, Samhat è riuscita a convincerlo a venire con noi ed egli non si fa attendere molto. Si avvicina a uno dei cavalli, seguito dai nostri sguardi incuriositi. Che io sappia, non è mai salito in groppa a un cavallo. Osserva Ilim, tranquillamente seduto sulla schiena dell’animale, gira un po’ intorno alla sua cavalcatura, si aggrappa alle redini e con un salto ci sale sopra, stringendo le gambe per non cadere. Per un attimo sembra vacillare, ma poi riesce a tenersi in equilibrio. Anch’io salgo sulla mia cavalcatura e finalmente partiamo col favore delle prime luci del mattino. Usciamo dalle porte del palazzo salutati dalle guardie. Avanziamo nelle strade e io osservo le mura degli edifici, soppesando lo sguardo di casa in casa, poi attraversiamo la grande porta di legno e bronzo e siamo fuori dalla città. Successivamente usciamo dalle terre di Uruk e dalle sponde, seguiamo il sacro fiume Eufrate che con suo fratello Tigri, delimita la terra tra i due fiumi: la Sumeria. I pescatori che abitano sul fiume, ci vedono e ci seguono sulle loro chiatte di legno. Ogni tanto ci fanno dono di una parte del loro pescato, lanciandocelo trovare sulla riva. Seguiamo il padre fiume, fonte di sostentamento per molta gente, sacro a tutti gli dei e agli uomini. Seguiamo il suo lento cammino fino alle terre di Saria. Qui, lasciamo le sue rive e proseguiamo attraverso un territorio costituito da fertili valli, dove possiamo cacciare e nutrirci di selvaggina. Ci accampiamo nei pressi dei ruscelli o dei torrenti che incontriamo lungo la strada, riempiendo le nostre borracce di pelle con acqua limpida e fresca. Lungo il viaggio, attraversiamo incredibili e aspri scenari, dove ripidi pendii coperti di erba verde brillante, lasciano spazio a montagne ricche di fitti alberi, e finalmente, dopo un duro viaggio durato almeno un mese, arriviamo nelle terre del Libano. Il benvenuto di queste terre non è dei migliori. Lungo la strada, all’interno delle valli, troviamo dei piccoli villaggi completamente abbandonati, ormai completamente assediati dalle piante e dalle erbacce. Decidiamo di fermarci in uno di questi villaggi fantasma, dove la natura sta pian piano riprendendo possesso del suo territorio. Ci abbeveriamo dal pozzo di pietra che sta al centro del villaggio. Le case intorno a noi, oramai invase dalla vegetazione, sono costruzioni semplici e funzionali, formate da tronchi di albero tenuti insieme con del fango. Intorno a noi c’è il silenzio, rotto solo dal cinguettio degli uccelli e non rileviamo nessun segno di presenza umana. Non ci sono cadaveri: probabilmente è stato abbandonato prima, per paura di un probabile attacco di chissà quale nemico. Ilim si guarda intorno. “I servi di Hubaba devono essersi spinti oltre i confini della foresta dei cedri per costringere la gente ad abbandonare il loro villaggio. Nessuna persona avrebbe lasciato una terra così fertile senza un pericolo concreto.” Enkidu annusa l’aria senza dire una parola, sente uno strano odore e indica una casa poco lontana da noi. Mi sembra di scorgere un movimento. Ilim si avvicina alla casa lentamente e cautamente, facendo prima un largo giro intorno per studiarla meglio. Io lo proteggo puntando la capanna con una freccia già incoccata nell’arco. All’improvviso intravedo un ombra furtiva e veloce. Ho solo un attimo per vederla e poterle dare delle sembianze di un uomo vestito di pelliccia. L’uomo balza addosso al nostro compagno da una delle finestre della casa, cogliendolo di sorpresa e disarcionandolo da cavallo. La bestia scappa via nitrendo, in preda al terrore. I due uomini sono a terra, l’assalitore ha un pugnale in mano e cerca di colpire la nostra guida. Alza la sua arma verso il cielo, pronto ad abbassarla nel corpo di Ilim. Non perdo tempo! Gli infilo una freccia in pieno petto e il suo volto, sporco e incredulo, si esibisce in una smorfia di dolore poi, cade all’indietro, colpito a morte. Ilim si alza spaventato, cercando di ripulirsi dalla terra, senza togliere gli occhi di dosso dal suo assalitore. Ci avviciniamo all’uomo: è un tipo basso, ma corpulento, una chiara fisionomia degli uomini abituati alle fatiche della montagna. “Non è un servo di Hubaba, credo sia un abitante del villaggio” dice Ilim, grattandosi la nuca. “Forse non ha voluto abbandonarlo e forse, ha creduto che noi fossimo i figli del mostro Hubaba, ma credo che questo non lo sapremo mai.” Osservo l’uomo, quasi dispiaciuto per averlo ucciso: “Mi dispiace, ma stava per ucciderti” dico a Ilim. “Lo so mio signore e ti ringrazio per questo.” Enkidu recupera il cavallo e Ilim salendo di nuovo in groppa al suo animale, guarda l’orizzonte e le montagne che si scorgono poco lontano; quelle montagne gli indicano la direzione: “Non manca molto ad arrivare alla foresta dei cedri, al regno di Hubaba e dei suoi figli, ma d’ora in poi, dovremo stare attenti a quello che troveremo.” “Bene!” rispondo, spronando il mio cavallo in direzione delle montagne. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. 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