Ormai entrata nel vivo, la saga ideata e narrata da Stefano Ratti (al quale appartengono anche le suggestive illustrazioni) attira un sempre crescente numero di lettori affezionati. Gilgamesh di Stefano Ratti 7° episodio La foresta dei cedri Siamo ai margini della foresta, all’entrata del bosco, osserviamo estasiati e meravigliati l’incredibile altezza dei cedri. Dalla montagna, la loro ombra gradevole si allunga fino a noi dandoci un senso di frescura e felicità. I cedri si alzano maestosi e lussureggianti e il terreno è pieno di cespugli che sembrano riempire tutta la foresta. Enkidu guarda quello spettacolo come attirato da chissà quale richiamo, smonta dalla sua cavalcatura, e prima che ce ne rendiamo conto, si lancia nella foresta urlando come preso da un incredibile frenesia, dando sfogo al suo lato più selvaggio. Sorrido, forse questo posto gli darà un po’ di serenità. Ilim, scende dal suo cavallo scotendo la testa, si inginocchia guardando il terreno, come cercasse delle tracce. “Richiama Enkidu, Gilgamesh!” esclama allarmato “Ci sono delle presenze.” Annuso l’aria, sento uno strano odore. Estraggo d’istinto una freccia dalla faretra e armo l’arco. Un sibilo nell’aria, un respiro strozzato, una freccia trapassa il collo di Ilim che cade a terra incredulo. Un’altra freccia colpisce il mio cavallo a un fianco, un’altra al collo. Il cavallo cade a terra ferito mortalmente e riesco a saltare un momento prima che stramazzi al suolo, riuscendo a non farmi schiacciare dal peso dell’animale. Gli altri cavalli si impauriscono e scappano. Mi riparo dietro il corpo dell’animale ormai morto, mentre delle figure umane fanno la loro comparsa dal folto della foresta. Si avvicinano, e ora posso distinguerli bene, anche se non riesco a contarne il numero: forse una decina. Sono uomini non troppo alti, robusti, come quello che ho ucciso al villaggio fantasma e anche loro indossano delle pellicce di animale. I loro volti sono dipinti con delle righe nere e sono armati di archi, lance e mazze rudimentali, fatte di pietra e legno. Faccio partire una freccia dal mio arco, colpisco in pieno petto il primo uomo che è stato così stupido da avvicinarsi senza nessuna precauzione. Stramazza al suolo e le sue urla di dolore si mischiano a quelle bestiali dei suoi compagni che si avvicinano pericolosamente. Uno mi ringhia contro come un animale e io trasformo quel verso in un rantolo di agonia piantandogli una freccia in pieno stomaco. Vengo circondato dagli altri e sono così vicini che non ho il tempo di riarmare l’arco, così estraggo la spada e infilo la lama direttamente nel petto di un altro assalitore. Dietro di me, delle ombre si avvicinano. Faccio per girarmi e colpire, ma una rete di corde, mi viene lanciata addosso e mi impedisce i movimenti: è finita. I miei assalitori urlano e ringhiano eccitati. Qualcuno mi da dei calci tremendi poi, un colpo alla testa, e tutto si fa buio. Vago attraverso il regno dell’incoscienza e del sogno, dove ombre silenziose dalle sembianze indefinibili, pian piano, prendono la forma di alte torri, di mura possenti e invincibili. Un terribile dolore mi riporta alla realtà. Apro gli occhi, sono ancora vivo, legato mani e piedi a un tronco d’albero, trasportato sulle spalle da due uomini. Ora posso osservare bene queste persone e soprattutto posso sentire il loro odore nauseabondo, forse non si lavano da anni. Vestono con pellicce di lupo, portano i capelli e la barba incolta, tranne quelli che sembrano troppo giovani per avere la barba. Camminano nella foresta, in fila e a piedi scalzi. Alcuni di loro portano con sé le armi che avevo appositamente portato per questa impresa. Armi tolte dai cavalli che avevo con me, cavalli che sono riusciti a prendere e a macellare, visto che ora li trasportano a pezzi sulle spalle. Uno di loro si è legato al fianco il pugnale di mio padre, questo mi irrita tanto che, istintivamente, faccio un gesto di stizza, come volessi liberarmi. Uno di loro lascia la fila e mi assesta un calcio violento nel fianco. Il dolore mi consiglia di starmene calmo e tranquillo, di aspettare il momento favorevole per poter agire, per cercare una qualche possibilità di fuga. Guardo in alto, i rami dei grandi alberi formano una specie di volta sopra di noi e schermano la forte luce del sole. L’uomo che mi ha dato un calcio si avvicina sorridendo, mostrando i denti anneriti. Il fetore che emana mi fa ritrarre schifato. Porta il mio arco, la mia faretra sulle spalle e mi contempla ridendo. Fa un gesto di assenso con la testa poi, se ne va e io lo ringrazio di avermi restituito, con la sua lontananza, un aria meno fetida. Sento delle urla eccitate dinanzi a noi e capisco che forse siamo arrivati nel luogo in cui eravamo diretti. Ci avviciniamo a un gruppo di capanne fatte con i rami degli alberi, costruite in uno spiazzo circolare ricavato all’interno della foresta. Vengo portato al centro dello spiazzo, mi buttano a terra violentemente seguiti dalle mie maledizioni. Il fisico mi duole a causa dei lividi che ho su tutto il corpo. Il villaggio è un posto da incubo; odora di marcio, di escrementi, di malattia e di morte. Dalle capanne escono delle persone, si avvicinano e posso distinguere tra loro delle donne, anche se la sporcizia mi rende quasi impossibile capire se lo siano veramente. Vedo dei bambini, pochi, la mortalità infantile deve essere molto alta da queste parti. Alcuni, impauriti, non osano avvicinarsi e mi toccano da lontano con un bastone. Un odore nauseabondo mi opprime le narici, ci sono escrementi da ogni parte del villaggio, credo facciano i loro bisogni dove capita, senza problemi e mi ricordano un po’ Enkidu. Alcuni uomini si esibiscono tranquillamente in mezzo agli altri in rapporti sessuali con le donne. La vista mi cade su delle ossa rotte, ammucchiate vicino a una capanna poco lontano. Sono un mucchio di ossa umane, miste ad altre di animali, posso riconoscere i teschi. Il pensiero mi fa orrore, ma temo che questa gente si possa cibare anche di carne umana. A un tratto, il gruppo di gente si apre di fronte a me per far passare qualcuno: un uomo molto alto, enorme e grasso, si fa strada tra loro, forse è il loro capo. Si avvicina ridendo, mostrando i denti neri e gialli: indossa una pelliccia legata con delle corde di cuoio e ha in mano una grossa ascia di bronzo, rubata forse a qualche carovana di passaggio o a qualche taglialegna. Mi guarda contento, poi vede un suo simile con in mano il mio pugnale. Gli si avvicina, incuriosito dalle pietre incastonate nel manico. Getta a terra l’ascia, afferra il pugnale dando una forte spinta all’uomo e facendolo cadere al suolo violentemente. L’altro non osa reagire a quella prepotenza. L’uomo guarda il pugnale come se capisse la bellezza artistica di quell’oggetto, estrae la lama dalla sua custodia e urla, alzandola verso al cielo, per poi puntarla in direzione di un sentiero che a malapena si intravede tra gli alberi. Vengo portato lungo il sentiero, seguito dalla gente che urla come presa da un’isteria collettiva. Non capisco cosa dicono, che lingua parlino, sempre se si esprimono in una lingua. Sono completamente in balia degli eventi, con il dolore che pervade tutto il mio corpo e incapace di liberarmi dalle corde, nonostante mi sforzi terribilmente. Lungo il tragitto vedo un ruscello scaturire tra alcune rocce, una sorgente di acqua pura e cristallina. Ho una terribile sete, ma loro non si fermano e continuano lungo il sentiero, poi, il silenzio. La gente smette di assordarmi con le loro urla. Li vedo fermarsi e inginocchiarsi, borbottando una cantilena incomprensibile, io cerco d’intuire cosa succede. Davanti a me, tra le enormi piante, c’è una grossa pozza di fango. Osservo attentamente: c’è qualcosa di strano all’interno della pozza, qualcosa di grosso e scuro. Sembra un grosso tronco, poi quel tronco si muove e il terrore si impadronisce della mia mente. Vedo una testa allungata coperta di scaglie, una coda da rettile, delle zampe corte. E’ un coccodrillo enorme, forse di una tonnellata di peso, infinitamente più grosso di quelli che, imbalsamati, ho ricevuto in regalo dal re nero del sud, insieme alla mia seconda moglie. Questi uomini tengono un coccodrillo nella foresta e solo gli dei sanno come possa essere finito qui, tra le montagne. Coloro che mi portano mi scaraventano vicino alla pozza e si allontanano in fretta. Tutti quanti si nascondono dietro i grossi alberi. Solo il capo, il grassone, rimane e urla verso la bestia, attirando la sua attenzione. Ormai ho capito: sarò sacrificato a questa bestia che viene adorata come un dio, sarò sacrificato al mostro Hubaba, perché non ci sono dubbi a riguardo, il coccodrillo è il mostro Hubaba. Possibile che la morte mi prenda per mezzo di questo essere e lontano dalla mia amata Uruk. No! io sono Gilgamesh, non accetto una morte così stupida senza lottare. Urlo disperato, cercando di liberarmi dalle corde che mi imprigionano, riuscendo solo a scorticarmi i polsi dallo sforzo. Il grassone scappa a nascondersi tra gli alberi con gli altri, mentre il coccodrillo, indeciso sul da farsi, ritarda il suo attacco. Dopo attimi che sembrano eterni, in cui sento il terrore impadronirsi della mia mente, dalla foresta echeggia un urlo terribile e solo io posso riconoscere l’urlo bestiale di Enkidu. I due uomini armati con le mie asce, vengono mandati nella foresta per capire chi, o cosa, abbia emesso quello strano urlo. I due dimostrano una certa riluttanza a entrare nella folta vegetazione, ma il grasso capo gli ringhia contro e loro preferiscono entrare nella foresta, rischiando un probabile pericolo, piuttosto che incorrere nelle ire sicure del loro capo e si incamminano, sparendo tra gli alberi. Udiamo un primo e terribile urlo provenire dalla loro direzione, poi un secondo urlo e dalla vegetazione appare Enkidu, nudo e sporco di sangue, il sangue dei due uomini andati a cercarlo. Egli ha in mano le asce dei suoi assalitori che colano ancora di sangue. La sua figura terribile, terrorizza la gente che scappa in ogni direzione, urlando in preda al panico. Alcuni uomini si fermano ad affrontarlo trovando un barlume di coraggio dentro di sé, Forse sono fedeli al loro dio, al loro capo, o forse sono solo dei folli suicidi che vengono massacrati dalle armi di Enkidu senza troppa fatica. Davanti a me, infastidito da tutto quel chiasso, l’enorme coccodrillo si dimena nella pozza, agitando la coda e spruzzando fango da tutte le parti. Enkidu si avvicina a me e con dei forti colpi di ascia, recide le corde che mi legano. L’animale lo vede, decide che ha fame e lo attacca. Enkidu riesce a scansare il veloce attacco del coccodrillo che, nonostante il suo enorme peso, fa sfoggio di un’imprevedibile agilità. Enkidu mi lancia una delle sue armi e brandendo l’altra con tutte e due le mani, affonda violentemente la lama nel ventre dell’animale che emette un terribile urlo di dolore. La bestia spalanca le fauci scotendo la testa da una parte e dall’altra, aprendo la bocca al massimo e mostrando i suoi incredibili denti. Mi alzo a fatica, stringendo l’ascia con entrambe le mani e mi avvicino alla creatura da un fianco. Il coccodrillo, anche se ferito gravemente, si muove istintivamente di scatto. L’enorme coda colpisce Enkidu scaraventandolo a terra. Mentre la bestia è distratta, faccio appello alle forze che mi sono rimaste. Alzo la mia arma e la abbatto sulla testa di Hubaba. Sento il rumore sordo delle ossa spezzate, il cranio si squarcia e l’animale cade nel fango contorcendosi in una terribile agonia. Aiuto il mio compagno ad alzarsi. E’ancora stordito dal colpo di coda ricevuto e, nonostante la sofferenza, riusciamo ad allontanarci dalla pozza ormai piena di sangue della bestia. Siamo sporchi di fango, di sangue, doloranti nel fisico per i colpi ricevuti, ma i nostri problemi non sembrano essere finiti. Mi appoggio a un albero per sorreggermi, quando vedo un ombra calare minacciosa su di me. Il grasso energumeno ha deciso di dimostrare con i fatti, di essere il capo del villaggio e cerca di colpirmi con il pugnale che era stato di mio padre. Mi urla contro parole che non riesco a capire, ma che posso intuire dall’espressione del suo viso alterato. E’ molto forte, grazie alla sua grande mole, ma è lento, troppo lento. Faccio forza sulle gambe che mi dolgono terribilmente, riuscendo a spostarmi quel tanto da evitare il colpo del mio aggressore. La lama del pugnale si conficca nel tronco dell’albero a cui ero appoggiato; dal colpo violento, la lama penetra in profondità nel legno. Il mio aggressore cerca di estrarla. Urla, forse imprecando contro il suo dio che ora giace immobile e morto nella pozza. Cerca di liberare l’arma dal tronco dell’albero e si accorge troppo tardi che gli sono vicino, troppo vicino. Un colpo solo, e gli recido la testa di netto. Il suo corpo enorme cade a terra in un lago di sangue, mentre la sua testa rotola nella pozza di fango, vicino alla carcassa di Hubaba, oramai morto e immobile. Mi avvicino al corpo dell’uomo, mi riprendo il fodero del mio pugnale che porta infilato nella cintola poi, con un colpo d’ascia, squarcio il legno che imprigiona il pugnale e riprendo la mia arma. Alcuni uomini rimasti fedeli al loro dio ci guardano dubbiosi, disorientati, non sanno cosa fare. Enkidu, dolorante, si avvicina a me, osservando in malo modo quegli uomini e tenendo la sua arma bene in vista. Mi avvicino di nuovo alla pozza, raccolgo la testa del loro capo come un macabro trofeo, afferrandola per i capelli. La faccio roteare sopra la mia testa, spruzzando sangue da ogni parte e la lancio nella loro direzione. Il cranio sanguinante atterra vicino hai loro piedi, sporcandoli di rosso. Fanno un balzo indietro, guardano inorriditi ciò che rimane del loro capo e decidono che è meglio non sfidare la sorte, fuggendo nel folto della foresta. Enkidu si è seduto su un enorme radice che spunta dal terreno e non posso evitare di pensare di dovergli la vita. Lui mi ha salvato la vita, nonostante io abbia distrutto la sua. Mi sdraio sul manto erboso della foresta. Sono esausto e, nonostante il dolore che sento in tutto il corpo, il sonno si impadronisce di me. Dormo di un sonno agitato, ma profondo. Sogno ampi spazi aperti per poi ritrovarmi circondato da alte montagne di roccia che mi chiudono il passaggio. Delle ombre dall’aspetto femminile chiamano il mio nome e mi circondano, sensuali e avvolgenti. Poi, le figure scompaiono, tranne una, che mi abbraccia fraternamente e mia volta ricambio quell’abbraccio. La figura dai contorni femminili cambia aspetto e con mia sorpresa, prende le sembianze di Enkidu. Mi sveglio di soprassalto e mi ritrovo immerso nell’acqua del ruscello che avevo intravisto quando mi trasportavano da Hubaba. Enkidu mi ha portato sulle spalle, allontanandomi dal luogo dello scontro senza che io me ne accorgessi. Sono sdraiato all’interno del ruscello, il mio corpo è bagnato dall’acqua fresca che sgorga dalle rocce. Bevo avidamente quell’acqua, la sento scorrere e ridare vita a ogni fibra del mio corpo. Enkidu è seduto vicino a me, il volto serio, ma cordiale. “Mostro… morto” dice, mostrandomi dei frutti di bosco che ha appena raccolto, offrendomeli. Mangio avidamente quella frutta, la cosa più buona di questo mondo. Mi muovo a fatica, i lividi che ho sul corpo si fanno sentire; si assorbiranno pian piano, ma ci vorrà tempo. Così, aspettiamo che i nostri lividi guariscano e che i nostri corpi riprendano per bene le forze, prima di intraprendere il viaggio verso casa. Passano alcuni giorni, ci sfamiamo con i frutti della foresta e con la selvaggina che riusciamo a prendere. Poi ci incamminiamo verso l’uscita usando l’eccezionale senso di orientamento di Enkidu. Passiamo per il villaggio della gente che mi aveva imprigionato, trovandolo vuoto. Le persone che ci abitavano lo hanno abbandonato in fretta e furia. Vorrei dare fuoco a queste case, ma ho paura che il fuoco possa estendersi per tutta la foresta e distruggere questo luogo incredibile, per cui, continuiamo tranquilli per la nostra strada. Usciamo dalla foresta e arriviamo nel luogo in cui, giorni prima, eravamo stati attaccati. Troviamo il corpo del povero Ilim, in decomposizione e semi mangiato da alcuni predatori. Prima di incamminarci sulla via del ritorno, ai piedi della foresta, alzo un tumulo di pietra; è un monumento grezzo che conterrà il corpo della nostra povera guida e che resterà qui come monito a chiunque voglia seguire le orme dei figli di Hubaba. Questo tumulo sarà il simbolo dell’ennesima vittoria del signore di Uruk. Tutti sapranno della collera di Gilgamesh, di Enkidu e i nostri nomi saranno ricordati in eterno. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.