Marco Bottoni è nato a Castelmassa nel 1958. È neurologo (Università di Ferrara) specializzato anche in Medicina dello Sport (Università di Chieti). Esercita l'attività di Medico nel suo paese di 4500 abitanti sulla riva sinistra del fiume Po. "Sullo stesso treno" è stato inserito nella raccolta Racconti nella Rete 2003 dalla Newton & Compton, e presentato alla Fiera del Libro di Torino nel febbraio 2004. Ha pubblicato L’Altro e altre storie con Montedit di Milano. Fara Editore ha pubblicato nel 2006 Sullo stesso treno, raccolta di racconti a carattere ferroviario. Nel 2007 su Storie di Vita (Fara Editore) sono stati pubblicati sei racconti brevi. Altri racconti sono stati pubblicati in varie antologie). I suoi ultimi libri sono Prosecco e Prolegomeni, memorie di un Filosofo da bar" pubblicato nel 2007 da Montedit e Luna (Tindari Edizioni), veloce e interessante raccolta di piccoli enigmi risolti da un nuovo e originale detective al femminile. Nel 2007 ha scritto Biglietto, prego! riduzione teatrale dei racconti contenuti in "Sullo stesso treno". Dal 2002 coordina il comitato di Redazione del Notiziario Biancoverde, periodico della Società Sportiva U.S. Altopolesine.  È socio fondatore della Associazione culturale onlus Amici di Gianni per il Patì che sostiene una campagna di alfabetizzazione dei "meninos de rua" di Salvador de Bahia (Brasile).  Io, che sono un uomo inutile Chissà che faccia farà Gabel, quando lo verrà a sapere. Faccia la faccia che vuole, non me ne può importare di meno. Ormai ho deciso: vado io. Non è certo quello che penserà lui che mi preoccupa: in fondo, se l'è cercata lui. Glielo avrò ripetuto mille volte ormai, lo avrò detto un milione di volte a Gabel di non comportarsi così, con me. Che bisogno ha, in fondo, di umiliarmi in continuazione? E’ chiaro come la luce di Sirio che lui è migliore di me; se è per questo, è senza dubbio migliore anche di molti altri: forse lui è davvero il migliore di tutti. E con questo? Il fatto di valere così tanto non gli dà il diritto di trattarmi male. Io, di valere ben poco, lo so già da me, senza bisogno che lui me lo faccia continuamente notare. Se valessi qualcosa, avrei fatto anch’io carriera come gli altri; come lui, che è tanto stimato da tutti. Eppure, non sono uno stupido. Contrariamente a quanto la gente può pensare, diversamente da come pensa Gabel, io non sono uno sciocco. Se non ho avuto successo negli studi, non è perché mi manca l’intelligenza. Quello che facevo fatica a mantenere, a scuola, era l’attenzione, e se non prestavo sufficiente attenzione era perché le materie di insegnamento non suscitavano il mio interesse. Mi distraevo, ecco tutto. Non era la capacità di comprendere a mancarmi; il fatto è che, invece di seguire le lezioni, rimanevo incantato a osservare la grazia infinita del profilo di un fanciullo, o mi estasiavo a rimirare il brilluccichìo che fa l’acqua del torrente quando sbatte, scrosciando allegra, sulle rocce e sulle pietre del greto. Con lo sguardo perso nel vuoto, sognavo ad occhi aperti le immagini epiche di una scena di battaglia; invece delle parabole e delle iperboli della geometria analitica, sulla lavagna io vedevo le curve perfette del corpo di un cavallo. Gabel, invece, seduto nel banco accanto al mio, era sempre pronto, sempre attento e concentrato, non perdeva una sola parola dei lunghi e noiosi sermoni degli insegnanti. Così riusciva sempre bene in tutte le materie, e non prendeva altro che ottimi voti: bene Gabel, bravo Gabel, ottimo Gabel! Gabel, Gabel, sempre Gabel! Con queste premesse, uno come me non poteva pretendere di avere un grande successo nella vita. A causa del mio scarso rendimento scolastico, sono rimasto tagliato fuori da tutto, dalla carriera Accademica così come dalla scalata ai livelli più alti della Classe Dirigente. L’industria non mi ha cercato, e in quanto alla Ricerca, beh… quella è stato appannaggio unico ed esclusivo di Gabel, e devo ammettere che il successo che ha avuto se lo è ampiamente meritato. Ha speso praticamente tutta la sua esistenza chiuso dentro un laboratorio e, mentre io rimanevo ore e ore a osservare, affascinato e muto, il volo degli uccelli, lui elaborava le tre Leggi della Traslazione Spazio-Temporale della Materia; mentre io “giocavo” a fare alzare in aria piccoli insulsi modellini di macchine volanti intagliati nel legno di balsa, lui poneva le basi concettuali per la realizzazione del primo Modello Sperimentale di Transduzione Molecolare. Io mi appagavo della costruzione di semplici e volgari marchingegni meccanici o idraulici, lui calcolava le coordinate per i primi veri e propri trasferimenti di Materia, anticipando quella che sarebbe stata la sua più grande scoperta, cioè la possibilità, per l’uomo, di effettuare viaggi attraverso l’Iperspazio. Bravo Gabel, bene Gabel, ottimo Gabel! In tutto il tempo che lui ha impiegato per diventare il più grande scienziato del pianeta, io non sono riuscito a realizzare, in pratica, altro che un banale strumento musicale a tre corde, dal quale ricavo, con tocchi leggeri delle dita, dolci armonie dal sapore antico. Forse ha ragione Gabel quando dice che sono un vero fallito. D’altra parte, Gabel ha quasi sempre ragione. Allora, se è così, anzi, visto che è proprio così, è deciso. Vado. Vado io. Non mi importa che faccia farà Gabel quando verrà a sapere che sono partito io al suo posto. L’importante è che io riesca a imitarlo bene, e che al posto di controllo della Base di Lancio nessuno si accorga dello scambio di persona. Ma questa è la parte più facile, perché io e Gabel siamo perfettamente uguali. Mai visto due fratelli gemelli più identici di noi due. Sì, è vero, io sono il fratello scemo e lui è il fratello genio, ma i tratti somatici sono pressoché gli stessi , e se non si tratta di risolvere a mente un'equazione a variabili multiple, sfido chiunque a distinguerci l'uno dall’altro. Così vado io, al suo posto. E voglio vedere se si metterà a ridere, se tutti quanti si metteranno a ridere, come fanno quando mi prendono in giro con i loro stupidi giochi di parole: “Ehi, sei tu o sei tuo fratello?” Quando Gabel è tornato a casa tutto trionfante, con le coordinate esatte per il primo viaggio umano nell’Iperspazio, ho intuito che poteva essere arrivato il momento del mio riscatto. Quando poi sono riuscito a vedere i dettagli del Piano di Traslocazione Molecolare, non ho più avuto dubbi: era la mia occasione, ora o mai più! La destinazione è perfetta, e sembra essere stata scelta apposta per uno come me: nel Settore di Andromeda, il terzo di un sistema a nove pianeti orbitanti attorno a una Stella di media grandezza. Ha persino un unico satellite che gli ruota attorno, presentando una successione di quattro fasi durante il periodo di ventotto rivoluzioni circa, così, quando di notte si trova al di sopra dell’orizzonte ottico, brilla della luce riflessa della Stella a volte tutto intero, a volte per metà o un quarto, cambiando continuamente forma nel cielo: che romanticheria! A parte questo, ciò che più conta è che laggiù sono a un livello di Civiltà e di sviluppo tecnologico paragonabile a quello che avevamo raggiunto noi in tempi ormai dimenticati: nessuno sfruttamento di energia elettrica, né atomica, né magnetica o antigravitazionale. Figurarsi che bruciano ancora legna, e che non conoscono, non dico il volo interstellare, ma nemmeno quello planare ad ala, in atmosfera! Non c’è che dire, è il Mondo adatto a me. Non sanno nulla di Termodinamica, poco o niente di chimica, e quel poco di Matematica e Fisica che balbettano incerti gli serve sì e no per costruire marchingegni appena più complicati di una carriola. Non ci crederete, ma sfruttano ancora la forza del vento per la navigazione in mare, navigazione che per loro è possibile, ovviamente, soltanto in superficie! E’ la mia ultima occasione, non posso perderla. Per una volta tanto sarà Gabel a rimanere con un palmo di naso, e al suo posto ci andrò io, anche se so che si tratta di un viaggio senza ritorno: gli abitanti di laggiù dovrebbero impiegare qualche migliaio di anni per sviluppare la tecnologia adatta a ricatapultarmi qui attraverso l’Iperspazio. Ma non mi importa di essere destinato a morire laggiù: vivrò laggiù, e se è vero che loro non hanno nemmeno l’idea di che cosa sia un velivolo, o un’arma da fuoco, o un motore a combustione interna, io che qui valgo poco meno di nulla, là sarò considerato un vero Genio. Perché, come recita il vecchio saggio: “nel Paese dei ciechi, un orbo è il Re!” C’è solo un particolare, un dato fra i tanti che Gabel ha meticolosamente raccolto per pianificare il suo (ora il mio: bene Gabel, bravo Gabel, ottimo Gabel!) Viaggio Interstellare che mi preoccupa alquanto: in quel mondo lontano e arretrato, la scrittura va da sinistra a destra, e non da destra a sinistra come qui da noi. Temo che farò fatica a cambiare il mio modo di scrivere. Ma, ripensandoci, tutto il male non viene per nuocere: può essere che “scrivere alla rovescia” mi ammanti, ai loro occhi ignoranti, di un alone di mistero, e che ciò aumenti il rispetto e la considerazione che avranno di me. Questo, in fondo, non è che un trascurabile dettaglio. Ciò che conta veramente è che, sempre secondo i calcoli di Gabel, la congiunzione ottimale per il Trasferimento Molecolare attraverso i corridoi dell’Iperspazio è prevista per domani e che io, stasera, brindando con lui alla sua partenza, sia riuscito a mettergli una forte dose di sonnifero nel bicchiere (la “pozione” l’ho creata io, nel mio tanto vituperato e deriso laboratorio di alchimia da “piccolo chimico”). Così, il grande Gabel, domattina giacerà addormentato e quando si aprirà il Corridoio Iperspaziale per il Settore di Andromeda, ad andare su questo lontano Pianeta, in una zona geografica dell’emisfero Boreale che ricorda vagamente uno stivale, sarà suo fratello gemello Leonardo. Ed è giusto così: visto che è un viaggio senza ritorno, è giusto che lo faccia io. Io che qui, sul dodicesimo Pianeta esterno di Rigel, oggi come oggi sono soltanto un uomo inutile. ATTENZIONE! 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