“Uno scrittore elabora la realtà attraverso il filtro delle proprie sensazioni e  delle proprie esperienza. A volte si scrive con la mente, altre soltanto col cuore.”     Patrizio Pacioni Terapia intensiva All’Ospedale S. Martino di Monteselva, il reparto di terapia intensiva postoperatoria era composto di cinque stanze doppie, contrassegnate con le prime lettere dell’alfabeto. La “C” ospitava due letti, di cui uno in quel momento era vuoto, come una bocca aperta in attesa di ingoiare l’ennesimo paziente; nell’altro invece… Nell’altro c’era sua madre. Paolo le si avvicinò camminando goffamente, una triste maschera da commedia dell’arte sanitaria, inguainata in un camice sterile color insalata masticata, completo di mascherina e copri-scarpe. Gli avevano fatto indossare anche un berretto, neanche fosse un cuoco, sebbene sulla testa gli rimanessero ormai ben pochi di capelli pronti a tuffarsi nella minestra. Al di là di una mezza parete di vetro c’era un infermiere, con folti baffi scuri alla Stalin che dividevano a metà un faccione rubicondo, sul quale indugiavano ancora pennellate di sole estivo. Lineamenti spicci e squadrati da contadino buono, di quelli che, quando ti trovi ad attraversare il loro campo, ti vengono incontro coi fagiolini appena colti che brulicano tra le dita come piccoli e appetitosi serpenti. -Tenga, guardi qui che splendore. Su, se ne porti un po’a casa e stasera li faccia cucinare a sua moglie. Mica quella robaccia che vendono al supermercato!- era ciò che Paolo si aspettava gli dicesse il tizio, una volta che si fosse accorto della sua presenza. Invece no. Il villico vestito di bianco si limitò a regalargli un sorriso distratto, prima di tornare a scrivere qualcosa su una specie di registro rilegato in azzurro. Intanto controllava, a scadenze regolari e ravvicinate, i due monitor che teneva davanti. Lì dentro c’era silenzio, se vogliamo chiamare silenzio quel concerto strano modulato dal ronzio elettrico di un macchinario complesso e misterioso, col contrappunto di beep rarefatti, del monotono gocciolare delle flebo e dei sibili di una ventilazione assistita. No, a tendere bene le orecchie c’era anche qualcos’altro: il soffio muto (ma che a Paolo sembrava di percepire chiaro e forte) di dolore impotente e di speranza inespressa. -Mamma, sono qui.- bisbigliò sottovoce. Lei reagì subito. Oddio, reagire è una parola grossa. Quello che fece, semplicemente, fu girare verso di lui le pupille grigio-celesti, splendide, seppure annegate in una marea di lacrime opache e in un rossore esausto. -Ah, sei qui.- riuscì a biascicare la donna, ma solo a prezzo di un incredibile sforzo, fermandosi e poi ricominciando tre volte per pronunciare quelle tre semplici parole. Paolo si abbassò, deponendole sulla fronte un goffo bacio dato attraverso il cotone della mascherina, che all’istante percepì solo come un ostacolo iniquo, un assurdo quanto incongruo profilattico dell’amore filiale. -Quanto tempo che non ti vedo.- aggiunse ancora lei, riuscendo persino a cavare fuori un facsimile di sorriso dalla bocca sdentata. “Abbastanza tempo.” pensò Paolo, avvertendo una fitta improvvisa nel cuore. Abbastanza tempo per capire, provando un’enorme delusione, che lei lo aveva scambiato per un altro: perché loro due si erano visti solo poche ore prima, quando l’anestesista era arrivato giù in camera a prelevarla per l’intervento. -L’operazione è andata bene, mamma.- Almeno, questo era quanto gli aveva detto il chirurgo, uscendo dalla sala operatoria dopo aver lasciato ai suoi assistenti il lavoro più umile, quello di pulire, medicare e ricucire. Paolo si accorse però di covare più di un sospetto che, almeno in quel caso, la frase “l’operazione è andata bene” nascondesse un significato diverso. Probabilmente la soddisfazione professionale che una donna tanto anziana, dopo un intervento del genere, per giunta, fosse uscita indenne dall’anestesia e dai suoi ferri. Tubi, tubicini, in entrata e in uscita da quel povero corpo martoriato. Un catetere, uno spurgo che piangeva viscoso sangue scuro. Lo strazio di carne nascosto pudicamente sotto il lenzuolo. Un respiro che sembrava venire fuori dai polmoni e dai bronchi per pura scommessa. -L’operazione è andata bene.- ripeté, scuotendo il capo per scacciare i pensieri cattivi. Lo ripeté ad alta voce, più che altro per convincere se stesso. Il contadino dei fagiolini, dal di là del vetro, gli mostrò il pollice alzato e sorrise. -Va tutto bene, i fagiolini sono maturi.- fu ciò che Paolo pensò volesse dirgli. Scrollò le spalle e increspoò le labbra in un sorrisetto nervoso. -Hai portato il cane?- gli chiese la mamma. -Il cane no, ho paura.- lo supplicò, piagnucolosa. -Non ho il cane, ho due gatti.- le rispose Paolo, mentre lei strabuzzava quegli occhi troppo smarriti, incredibilmente grigio-celesti, alla ricerca di chissà quale concetto, di chissà quale ricordo, di chissà quale frase che avesse un senso compiuto. Poi l’espressione di lei donna cambiò, virando repentinamente da specchio opaco della confusa nebbia che le ottenebrava la mente, qual’era un istante prima, a una malevola e incredula furbizia da donnola. Fissava il figlio come se volesse dirgli: “Allora tu non sei colui che pensavo, anche se già mi sfugge il ricordo di chi stessi pensando tu fossi.” Paolo trasalì. Gli faceva paura quell’ombra che aveva avvolto sua madre, nascondendo agevolmente nel proprio buio il mantello scuro della decadenza e della morte. Più per istinto che per scelta, prese la mano di lei tra le sue. Poi, colto da un dubbio improvviso, volse lo sguardo verso la postazione dell’infermiere: oltre il vetro non c’era più il contadino, avvicendato da una giovane, bionda, esile e diafana massaia, anche lei di bianco vestita. “Lei però, alla fine del suo turno, altrove ne comincerà sicuramente un altro.“ pensò Paolo. “Fatto di spaghetti da scolare, di piatti e pavimenti da lavare, di pannolini da cambiare.” La fissò per qualche secondo, in attesa di un consenso o di un divieto: tenere le mani di un’operata di fresco? Senza guanti? Si poteva osare un gesto temerario quanto il suo in quel reparto lindo, sterile, a prova di tutto, dal raffreddore alla peste? Ma anche la bionda stava scrivendo qualcosa, forse era un posto da poeti, quello. Dopo un po’, di riflesso, lei si girò a sua volta, e ciò che vide non fu altro che madre e figlio che si tenevano per mano. Regalò loro un sorriso distratto e tornò a comporre i suoi versi. Fu in quel preciso istante che qualcosa cambiò. Paolo avvertì il lento rilassarsi nella sua di quella mano gonfia, violacea, così come le braccia, per il tormento di mille aghi; inerte, ma così scopertamente affamata d’affetto e di conforto. Poi le rughe che aravano la fronte della madre si distesero, e negli occhi comparve una scintilla di attenzione e, in profondità… … giù in fondo, ma perfettamente riconoscibile, affiorava adesso disarmata e irresistibile dolcezza. Le cominciò a parlare, senza doversi preoccupare di mettere ordinatamente in fila ciò che diceva. Tirava via veloce e le parole gli fluivano fuori pacate e fluide allo stesso tempo: sapeva bene anche lui che mancava ormai solo mezzora al momento in cui avrebbe dovuto dismettere quel travestimento e tornare “uno di fuori”, di quelli che camminano tra i sani,. Sentì se stesso raccontare a lei degli anni belli, quando in famiglia erano in sei, con pochi soldi ma tanta allegria, tanta speranza, tanto coraggio di andare a vedere, con in mano solo una coppia, i bluff che avrebbe tentato di giocare il futuro. Quando per casa girava un micio, un siamese, e lei non odiava i gatti, né temeva i cani. La mamma lo ascoltava, rapita, e quei ricordi in breve diventarono come favole, dolci fiabe della buonanotte, e allora si assopì, abbassando lentamente le palpebre sulle pupille grigio-celesti, addormentandosi come una bimba tenuta per mano dal suo babbo. Perché proprio questa è l’assurda geometria della vita, parabola ripiegata su se stessa che a volte viaggia a ritroso, scambiando ruolo con ciò che verrà: madri che tornano figlie, figli che diventano padri. Lo scosse un beep più forte del normale, molto più forte. Paolo sollevò a fatica le palpebre, e si ritrovò disteso in un letto di ospedale, a guardare un soffitto bianco e, tra lui e il soffitto, il viso di una ragazza alta e slanciata, dai lunghi capelli castano chiari, che portava sul naso leggeri occhiali rotondi. Tubi e tubicini, cateteri e spurghi entravano e uscivano dal proprio corpo. -Mamma!- invocò, trafitto nel fianco da una lama crudele di dolore. -Mamma mia!- -Papà, sono io, sono Claudia. Mi riconosci?- gli disse lei, passandogli la mano sulla fronte. Fresca, profumata, gentile. -No, tu non sei…- cominciò Paolo, ma perse la frase a metà. Per un attimo gli sembrò che fosse fumo, come respiro stanco. E volò via. -L’operazione è andata bene.- disse lei. Paolo guardò la ragazza che guardava lui con la faccia preoccupata e compunta, la guardò con ingiusto quanto scaltro sospetto, come se fosse una spacciatrice d’amore bugiardo. Poi lei gli prese la mano tra le sue, stando bene attenta a non spostare la flebo che gli colava giù vita altrui da una rossa sacca di sangue. Gli cominciò a parlare con infinita tenerezza, raccontandogli di dolci e ormai lontani anni passati. Quando non erano ancora ricchi, ma vivevano sereni in una casa piccina-piccina. -Mamma.- sussurrò Paolo per l’ennesima volta, mentre il dolore si attenuava e il confuso terrore che poco prima s’era impossessato della sua mente e della sua anima, si andava rintanando, in un angolo lontano e nascosto. Chissà per quanto tempo ancora. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.