Patrizio Pacioni Chocolates Amare Mario si affacciò sulla strada, calpestando col piede destro proprio la striscia di marmo chiaro che separava il verde smeraldo delle mattonelle del negozio “Chocolates Amare” dal grigio dell’asfalto di via Roma. Aggiustati gli occhiali sulla punta del naso, lanciò un furtivo sguardo davanti, a destra e a sinistra, e annuì soddisfatto. Poi consultò l’orologio con le lancette dei minuti e delle ore puntate in alto, praticamente sovrapposte. Infine, con un energico strattone, calò la saracinesca, abbassandola dall’interno. Rimase immobile riassaporando, ora che le esalazioni del traffico e le altre mille puzze della città erano chiuse fuori, il dolcissimo e penetrante aroma emanato dalla merce che stipava il locale. Mentre le pupille si calibravano alla semioscurità del negozio gli vennero in mente le parole di Edgar Lee Master in Spoon River, genialmente reinterpretate da Fabrizio de André: “Tu che lo vendi, cosa ti compri di migliore?” chiedeva l’alcolizzato al mercante di whisky. “Bella domanda anche nel mio caso.” pensò, liquidando però subito la questione con una scrollata di spalle. Per prime cominciarono a riemergere dal buio le carte dorate dei gianduiotti, sistemati sulla destra del bancone di vetro trasparente. Poi il verde brillante dei cioccolatini farciti alla menta, subito dopo l’azzurro di quelli al latte e il rosso dei boeri, sull’estrema sinistra. Negli scaffali che tappezzavano per intero le pareti del negozio, invece, il ritorno del colore seguì il percorso giù - su: apparve per primo il candore del cioccolato bianco, sistemato sugli scaffali più in basso, poi poco più sopra il marrone morbido della cioccolata al latte, semplice o intarsiata di golose nocciole. Il tesoro vero, però, costituito da tavolette consistenti e preziose come lingotti d’oro, era esposto in alto, fuori portata delle mani rapaci e rozze dei clienti ordinari: la vera essenza del cacao, il nettare amaro che soli pochi eletti sanno apprezzare fino in fondo, il piacere più puro, rimaneva acquattato lì, come una pantera nera in agguato nel folto del bosco in una notte senza luna né stelle. Seducente, misterioso, al tempo stesso irraggiungibile e pericoloso. In quel silenzio solenne, scandito dal ticchettio del meccanismo a contrappesi della pendola sistemata sopra la teca in cui era raccolto il campionario di una notissima fabbrica svizzera, bastò il soffio sommesso di un sospiro per riportare Mario al presente, ricordandogli chi lo stava aspettando nel retrobottega. -Mario?- sussurrò una voce. Cauta, esitante, adeguatamente sottomessa, una donna sulla quarantina, di una bellezza assolutamente anonima, fece capolino dall’uscio che separava il negozio dal retrobottega. -Possiamo accendere la luce? Questa oscurità mi fa paura.- domandò. -Stai lì tranquilla.- le rispose lui. Imperioso, definitivo. -Adesso arrivo.- aggiunse, allungando la mano a pescare in un enorme vaso di ceramica poggiato direttamente sul pavimento, una manciata di piccole e sottili tavolette quadrate di “Black Label Extra Dry”. Dopo una breve esitazione la signora Caterina si ritirò, docile, stringendosi nel sottile abito di cotone bianco e nero, combattuta tra lo stupore per essersi lasciata andare a quella prima esperienza adulterina e il desiderio ardente di consumarla presto e intensamente. Lo spazio occupato dal retrobottega era più o meno equivalente a quello riservato alla vendita. -Uno spreco, dovremmo allargare la parte riservata ai clienti.- continuava a ripetergli la moglie Arianna, e nessuno (almeno su questo!) avrebbe potuto darle torto: tra i lavori da effettuare quello era certamente uno dei primi, visto che il pomeriggio di certi sabati entravano talmente tanti clienti che non solo si faceva fatica a muoversi, ma persino a respirare. -Per forza, qui c’è in vendita la migliore cioccolata di Torino e dintorni!- pensò Mario aggirando il bancone. -Ti avevo detto di toglierti quel vestito.- apostrofò la donna, che lo aspettava a capo chino. -Non vorrai mica sporcarlo di cioccolato?- le chiese poi, infilandole le dita tra i soffici riccioli bruni. “Per Giove, quanto adoro questi momenti!” disse a se stesso, osservando compiaciuto la preda, che rabbrividiva alle sue carezze. Era piccola, la signora Caterina, non più alta di uno e sessanta. I fianchi rotondi, forse leggermente troppo, il seno piccolo, le labbra sottili, le guance floride, il naso simpaticamente a patatina. -Mario, cosa stiamo per fare?- chiese lei, portando il dorso della mano alla fronte, in una non riuscitissima imitazione de “l’Innocente”. -Semplicemente una bella trombata.- le rispose lui, ma soltanto col pensiero. -Tra poco coroneremo il nostro fantastico sogno d’amore.- le disse invece, liquido, morbido, estremamente persuasivo, elargendole un’altra carezza, che stavolta discese dalla fronte al mento. Intanto, servendosi delle dita della mano sinistra con l’abilità di un prestigiatore, Mario scartò una delle tavolette “Black Label” e l’avvicinò alla bocca di Caterina. Poi, quando lei dischiuse le labbra a quella delizia, l’attirò a sé e la baciò, condividendo nel più intimo dei modi l’eccelso gusto amaro del cacao 80%. -Mi amerai per sempre?- mormorò lei, con la lingua impastata, mentre il vestito le scivola finalmente a terra. E senza aspettare la risposta s’industriò a venire a capo dei bottoni che ormai a stento contenevano nella patta l’evidente entusiasmo del suo seduttore. *°*°**°*°*°*°*°*°*°*°*°*° -Alzati in piedi.- ingiunse Mario, ravviandosi con le dita i radi capelli biondi. Anzi gialli, proprio come quelle tavolette di cioccolata al limone che gli comprava soltanto la matura signorina Anastasia quando ogni martedì mattina, con regolarità svizzera, calava in città da Nichelino. -Così, nuda come sono?- domandò la signora Caterina, sdraiata sull’antiquato ma funzionale canapé dov’era stata appena sedotta, ancora una volta combattuta tra due moti dell’animo diversi, per non dire opposti: su un piatto della bilancia il rimorso per la fornicazione proibita appena consumata, sull’altro la voglia di appagare completamente quel languore che la ginnastica da camera era riuscita a placare solo momentaneamente. -Certo, così nuda come sei, ti avevo avvisato che ti avrei chiesto un regalo… dopo.- le replicò immediatamente lui. Così dicendo la spinse avanti, mettendole le mani sui fianchi, impugnando nel modo migliore l’ancora sodo e quasi perfettamente sferico didietro che della donna costituiva senza dubbio alcuno la parte più pregiata e al tempo stesso più appetibile. In tre passi furono davanti a una porticina bianca che si apriva sul fondo del retrobottega. Una volta che lui l’ebbe spalancata, alla vista di Caterina si rivelò la ringhiera di una scala a chiocciola che menava al piano di sotto. -Su, vieni: scendiamo.- le ordinò Mario, mentre all’aroma del cioccolato si mescolava quello non del tutto sgradevole che emana da una cantina ben tenuta.. -Adesso non vuoi dirmi che tipo di regalo ti aspetti da me? Non te ne ho appena fatto uno grande?- mormorò Caterina, ma si stava già avviando, goffa e un po’ ridicola nel tardivo pudore che l’induceva a posizionare una mano sul petto e l’altra sul pube. Un clic, e un cono di luce gialla piovve giù da una lampada simile a quelle che illuminano le gallerie delle miniere. -Attenta a dove metti i piedi, i gradini sono levigati dal tempo.- La mise sull’avviso Mario, che solo per non infierire eccessivamente sulla preda già doma si astenne dall’aggiungere: -…e dai passi delle mie numerose amanti.- Così scesero le scale, lui davanti, lei docilmente dietro. -Chiudi gli occhi.- ordinò Mario, armeggiando col lucchetto di un’altra porticina. Poi la prese per mano, guidandola con sicura fermezza. Un nuovo clic, seguito da un chiarore più intenso che le illuminò le palpebre abbassate, unitamente a un prolungato ronzio elettrico, suggerirono a Caterina che stavolta a essere acceso era stato un tubo al neon. Rabbrividì. Faceva freddo, lì dentro. Le sembrò quasi di essere entrata in una specie di frigorifero. -Puoi rialzare le palpebre.- le disse semplicemente Mario, e quando lo fece la donna rimase talmente sorpresa da ciò che vedeva che fu colta da un’improvvisa vertigine. L’ambiente, davvero simile a una cella frigorifera, era ingombra di statue. Statue di donne a grandezza naturale, nude come lei. Sculture lucide, scure. “Statue di cioccolato.” realizzò Caterina, e si trattò di un nuovo colpo al cuore. Guardando meglio, poi, alcune di quelle donne le sembrò addirittura di riconoscerle. Massì, quella con una specie di registro nella mano sinistra e il braccio destro in alto, una Statua della Libertà senza toga (e senza nemmeno le mutande, per dirla proprio tutta!) non aveva forse le sembianze di Enza la fornaia? E l’altra? La spilungona con le mani congiunte sul capo, in una posa plastica da pin-up tesa evidentemente a mettere ancor più in risalto l’armoniosa pienezza del seno, non rassomigliava forse, come una goccia d’acqua può ricordarne un’altra, a Miriam la portalettere? -Così cerco di cristallizzare il tempo e i ricordi più preziosi.- le spiegò solennemente Mario, prima che la donna cominciasse a rifletterci sopra, scoprendo presto e agevolmente che due più due alla fine fanno sempre quattro. -Momenti strappati alla vita, in un’avida e incessante ricerca dell’estasi assoluta, che in te trova il compimento perfetto.- aggiunse, utilizzando per l’ennesima volta le stesse identiche parole già riservate alle ventiquattro prede che l’avevano preceduta in quello scannatoio. -Quindi ora t’immortalerò, mia diletta, e il tuo simulacro diverrà il mio capolavoro più perfetto.- E prima che Caterina potesse reagire, o soltanto ribattere alcunché, la prese per mano e la condusse davanti a una specie di sarcofago di sembianze grottescamente femminili, posizionato in verticale. Un’inquietante “vergine di Norimberga”, insomma, però senza chiodi. La spinse dentro vincendone la blanda resistenza, finché la schiena nuda della donna, le sue natiche e il retro delle cosce non entrarono in contatto con qualcosa di appiccicoso, che le strappò un gemito di raccapriccio. -Non ti preoccupare, è solo finissima e squisita pasta di cioccolata fondente.- la rassicurò, sistemandole intanto sugli occhi due conchiglie di plastica, tappandole subito dopo le froge con anatomici tappi di sughero, sigillandole la bocca con un rettangolo di cerotto. -Non spaventarti: dovrai semplicemente trattenere il respiro per un po’, non più di mezzo minuto. Giusto il tempo di ricavare un calco adeguato alla tua bellezza.- proseguì, spingendola ancora verso la parete posteriore del marchingegno e richiudendole poi in faccia l’altra metà, farcita anch’essa di densa, prelibata e soffocante crema scura. *°*°**°*°*°*°*°*°*°*°*°*° Mario salì in ascensore direttamente dal garage e quando mise piede sul pianerottolo aveva già tra le dita le chiavi di casa. “Possibile che ‘sta donna debba sempre barricarsi?” pensò, girando nella serratura la quarta e ultima mandata. “Ma mia moglie è fatta in questo modo fin da quando ci siamo conosciuti, ormai troppo tempo fa; prudente, cauta fino all’eccesso, una di quelle persone che prima di fare un passo pulisce il pavimento con lo straccio bagnato, per paura di inciampare in un granello di polvere.” E volerla cambiare adesso, che era in rapida rotta di collisione per i cinquanta, non avrebbe potuto rivelarsi altro che un’illusione. -Sei tu?- chiese petulante la voce di Arianna. -Certo che sono io.- le rispose Mario -Chi altro vuoi che abbia la chiave di casa? Hannibal the Cannibal? Jack lo squartatore?- avrebbe voluto aggiungere. Invece per l’ennesima volta, intanto che si avvicinava al rettangolo luminoso proiettato dalla porta della cucina sul pavimento buio del corridoio, con quel suo passo strascicato che (chissà perché) gli veniva così naturale solo in casa, tacque, limitandosi ad alzare gli occhi al soffitto e a lasciare andare un gran sospiro. -Niente bacino, stasera?- reclamò Arianna, pulendosi le mani bianche di farina sul grembiale una volta azzurro e protendendo in avanti le labbra sporche del sugo al pomodoro dell’ultimo assaggio. Mario si adeguò frettolosamente, poi proseguì lesto verso la camera da letto, ultima stanza in fondo a destra. La statua era proprio sul tappetino giallo, quello comprato dagli artigiani di Villamassargia nel corso delle ultime vacanze in Sardegna, che risalivano almeno a un paio di lustri addietro: un energumeno dalle spalle larghe e dai glutei sodi, i corti capelli ricci, il naso camuso, le labbra sporgenti, le mascelle squadrate, immobilizzato in una plastica posizione idonea a mettere in risalto la possente muscolatura d’atleta, col braccio sinistro piegato dietro la schiena e la mano destra quasi a sorreggere la nuca. Nero come la notte, lucido come un pezzo d’ebano. “Tale e quale alle mie sculture di cioccolato amaro.” realizzò Mario, e la scoperta lo lasciò per lunghi secondi senza capacità di connettere né, quasi, di fiatare. “In che modo è potuto venirlo a sapere?” fu la prima di una serie infinita di domande con infinite risposte possibili, quindi fatalmente destinate a rimanere in sospeso. “Cosa vuole dimostrare mia moglie, con questa ridicola provocazione?” fu la seconda, che precedette, come logico e inevitabile corollario, quella immediatamente seguente: “Qual è il migliore comportamento che possa tenere un uomo coinvolto in una situazione del genere?” Incredulità, forse, tipo: -Arianna, ma cos’è questo obbrobrio? Sarai mica andata ancora al mercatino dell’usato con quella mentecatta della tua amica Beatrice?- Oppure indignata protesta: -Per la miseria, già in questa casa non si cammina più, tanti inutili ingombri ci sono. E adesso ci mettiamo in camera da letto anche questa specie di totem?- No, così non avrebbe fatto altro che fornire comode rampe di lancio a una scenata ben più violenta e motivata. Allora si poteva ipotizzare una muta ma risoluta azione violenta sull’orrendo simulacro (“Tra l’altro ben dotato.” notò Mario abbassando lo sguardo. “Persino troppo.” sentenziò, distogliendolo in gran fretta dall’ingrato nonché indecente spettacolo). tale da ridurlo a un cumulo informe di spezzatura di cioccolato fondente? Ancora sbagliato. La distruzione del manufatto, costato alla donna chissà quanto impegno, avrebbe potuto costituire il “casus belli” per una resa dei conti potenzialmente devastante. Dunque non rimaneva altro che ricorrere a un’assoluta indifferenza. Rifugiarsi sicuro e tranquillo in un’affettata negazione della realtà, ecco quale sarebbe stata la reazione più adeguata. Quindi Mario aggirò la statua, stando bene attento a non sfiorarla al passaggio col rischio di provocarne la rovinosa caduta. Aprì l’armadio, si tolse la giacca e l’appese con grande cura sulla stampella, slacciò la cravatta che sistemò, insieme alle altre, a cavallo dell’apposita asticella di legno fissata all’interno dell’anta, quindi andò a sedersi, come se nulla fosse, sulla sua sponda del letto, e con studiata flemma si sfilò le scarpe, cavò dal comodino le pantofole e le infilò. -Tra poco metterò la cena in tavola.- annunciò Arianna, irrompendo in camera da letto col solito passo da bersagliera. Mario fissò sempre più sorpreso sua moglie mentre, come se nulla fosse, si immetteva sulla medesima rotta che aveva tracciato lui poco prima, circumnavigando il colosso nero che ingombrava il cammino. -Va bene il risotto al pomodoro?- gli chiese intanto che, aperto il terzo cassetto del comò, ne cavava fuori un set di asciugamani puliti, in diverse tonalità di azzurro. -Va benissimo.- le rispose Mario, sempre deciso a non mollare nemmeno un centimetro in quella logorante guerra di nervi. Arianna richiuse il cassettone e, aggirando questa volta l’ingombro sul lato opposto, vale a dire il sinistro, sparì oltre la porta. -Due minuti!- annunciò che già era a metà corridoio. -Non tardare, se lo lasci raffreddare nel piatto il riso diventa un’autentica schifezza.- gli ricordò ancora e, considerando la sua andatura da cavallo al trotto, Mario era pronto a scommettere che già avesse raggiunto il bagno e cambiato gli asciugamani. -Bene.- mormorò, rivolgendosi alla propria immagine riflessa nello specchio. -Sarà ancora una volta a tavola che si apriranno le ostilità.- aggiunse, incamminandosi a sua volta in direzione dell’angusto e buio tinello dove, per tenere in ordine il salone in caso di visite improvvise e inaspettate, Arianna lo costringeva da sempre a consumare i pasti. -Su, pronto alla battaglia, pronto a tutto!-, si incoraggiò, arrivato sulla soglia, gonfiando bicipiti, pettorali e addominali come un pugile che si appresta al combattimento della vita. Consumarono la cena in un silenzio stantio, così come erano abituati a fare da innumerevoli anni, con la sensazione incombente di sabbia che continuava ad accumularsi, granello dopo granello, negli ingranaggi logori di un menage matrimoniale arrivato troppo presto oltre la data di scadenza. Anzi no. Ci fu un: -Passami il cestino del pane, per favore.- che lei disse a lui. E un: -Visto che stai andando in cucina, potresti controllare se c’è una bottiglia di vino bianco in frigo?- con cui lui rivolse a lei. Ma poi più niente, finché Mario non ebbe ingoiato anche l’ultimo spicchio di pera, masticato a lungo insieme ai dubbi su quanto potesse resistere ancora sua moglie in quella snervante pantomima e (soprattutto!) dove e quando avrebbe attaccato l’esercito nemico. Invece di attacchi non ce ne furono, neppure una scaramuccia. -Sparecchio?- chiese soltanto Arianna. -Oppure gradiresti un dolcetto?- -Di dolce ne ho già abbastanza a negozio.- azzardò lui, provocando, ben consapevole che stava buttandosi in picchiata come un pilota giapponese col suo “Zero” contro una corazzata irta di cannoni e lanciarazzi. Ma ancora niente. Non scoppiò nemmeno un petardo Arianna alzò le spalle e, raccolta la tovaglia in un fagotto, per non far cadere le briciole in terra, si avviò alla volta della cucina. Mario lavò i denti nel bagnetto di servizio, col dentifricio antiplacca, spazzolando coscienziosamente incisivi, canini e molari col movimento che gli aveva raccomandato il dentista. Poi, già che c’era, liberò la vescica per assicurarsi un sonno tranquillo almeno fino all’alba, riempì d’acqua il bicchiere della notte e ritornò in camera da letto. La scultura era ancora lì, naturalmente. E come avrebbe potuto essere altrimenti? Così al povero Mario non restò che togliersi la maglia, la camicia, i pantaloni e i calzini, indossare il leggero pigiama di lino e, una volta sfilate le pantofole e sistematele accanto al letto in modo perfettamente simmetrico e parallelo, pigiare con l’indice destro il pulsante che spegneva la lampada sul comodino. Solo allora, finalmente, poté distendersi con un gran sospiro sul materasso, avvolgendosi intorno il lenzuolo. Non chiuse subito gli occhi. In quella semioscurità la statua nera ai piedi del letto sembrava incombere ancora più minacciosa nella stanza e, soprattutto, nella propria coscienza. “Non finisce qui.” pensò, “Non può finire così. Arianna è una macchina da guerra, quando si mette in testa qualcosa. Una persona implacabile a suo modo, che di solito reagisce d’impulso, ma quando non lo fa… è proprio allora che c’è da aspettarsi il peggio.” Così la mente di Mario cominciò a elaborare i possibili scenari che gli si sarebbero potuti presentare già al mattino seguente, ma senza riuscire a individuarne uno più probabile di altri sul quale poter lavorare, cominciando a scavare una solida e inespugnabile trincea difensiva. Cambiò posizione, rannicchiandosi sul fianco destro, in modo di distogliere lo sguardo dal Golem di cioccolato. Poi, nonostante la tensione creata da quella bizzarra e inaspettata situazione, mentre dal fondo dell’appartamento arrivava la voce della moglie che canticchiava un’allegra canzone d’amore, un torpore sempre più denso cominciò a incollargli gradualmente i pensieri. Dopotutto era stata una dura giornata di lavoro, no? In più l’incontro erotico con la signora Caterina doveva avergli sottratto non poche energie. Sentì arrivare il sonno, gli sembrò quasi di avvertirne i passi felpati aggirarsi per la stanza. L’ultimo pensiero semi-cosciente fu, come ogni sera, per la magnifica collezione di statue di cioccolato che lo aspettava nello scantinato di “Chocolates Amare” e la certezza che presto si sarebbe arricchita di una nuova scultura. Poi si addormentò. A svegliarlo fu la cascata di luce che gli piovve addosso dalla finestra, come ogni giorno spalancata da Arianna senza tante cerimonie e senza nessun riguardo per il riposo del marito. -Oggi non vogliamo aprire il negozio? Hai deciso di fare festa?- gli ripeté per la milionesima mattina di fila. -Mi alzo, mi alzo.- bofonchiò Mario, mettendosi a sedere sul materasso e stropicciandosi intanto gli occhi. Guardò la moglie accostare i vetri della finestra, tirare la tenda, raccogliere la camicia sporca che lui s’era tolta la sera precedente e portarsela via per unirla al resto del bucato dei panni chiari. La seguì con lo sguardo finché non fu scomparsa al di là della porta e vide… Vide… Vide che la scultura non era più al proprio posto. Per ogni uomo ci vuole un certo lasso di tempo, perché le cellule del cervello riescano ad andare a una velocità pressoché normale dopo il risveglio, soprattutto quando si trattava di uno di quelli bruschi che era solita imporre Arianna. A Mario, che soffriva da sempre di pressione bassa, occorreva qualche minuto in più e un paio di tazze di caffé. Quella mattina però, si sentì immediatamente sveglio, lucido e pronto all’azione. La prima cosa che si chiese, cercando con i piedi le ciabatte, era come potesse aver fatto Arianna a portare via la statua senza svegliarlo, considerando tra l’altro che il suo sonno era leggero e fragile come un foglio di carta velina. “Razza di fetente, deve avermi messo qualcosa nel risotto, oppure nel brasato.” fu la risposta più immediata e naturale che gli venne in mente. “E adesso cosa crede che io faccia? Che le chieda notizie e spiegazioni per darle modo di contrattaccare?” furono quelle immediatamente seguenti. “Povera illusa. Hic manebimus optime!” si rispose ancora, appropriandosi del motto degli alpini in cui, tanti anni prima, aveva prestato onorato servizio. Nonostante tutto, però, fu costretto ad ammettere a se stesso che la strategia di Arianna aveva il potere di spiazzarlo e innervosirlo come mai era accaduto prima. “Se sa, perché non parla? E se non sa, perché mai avrà architettato questa commedia?” Domande, domande, domande… Ecco, era lì, sulla perpendicolare esatta della porzione di pavimento che aveva ospitato la sera precedente quel bronzo di Riace di cacao in formato extra-large. “Proprio un omone, già.” si disse mentalmente. “Un metro e ottantacinque se non di più.” fu la rapida valutazione che Mario fu agevolmente in grado di effettuare a memoria. “Quanto può essere pesante un affare del genere?” il dubbio molesto che gli si insinuò dentro come un acuminato stiletto di ghiaccio. “Certamente troppo, perché una donna esile come Arianna…” Si interruppe, fulminato da un’intuizione decisamente indigesta. “Il modello. Chi può averle fatto da modello?” QUESTA sì che era una gran bella domanda. Ma il colpo più forte, quello decisivo, ahimé, il destino non lo aveva ancora assestato: accadde qualche istante dopo, quando Mario si trovò ad abbassare lo sguardo. Sul pavimento spiccava il rettangolo opaco di ciò che doveva essere stato il basamento della statua, e fin qui tutto bene. Più in là, però, a distanza di mezzo metro l’una dall’altra, quattro orme di piedi taglia quarantacinque, perfettamente riconoscibili sulle piastrelle lucide, apparivano inconfutabilmente dirette verso la porta. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato. 5