Corinna Pancheri nasce 22 anni fa su di un Pianeta assai bizzarro. Passa la sua infanzia e adolescenza a tentare di inserirsi negli inverosimili schemi sociali degli indigeni del Pianeta con risultati soddisfacenti. Impara l’assurda arte del ridere e l’improbabile tecnica del pianto. Con non poche difficoltà riesce a comprendere il significato della gelosia, della libertà e del pudore. Impara a sfruttare il vento per correre sull’acqua e a baciare un altro essere umano per sentirne l’odore più da vicino. Tutt’oggi vive in una città chiamata Roma, studia l’arte medica dei suoi antenati, e cerca ancora di comprendere, giorno dopo giorno, l’incredibile significato di ogni cosa. Forse, prima o poi, ci riuscirà. David Forse lui non esiste. Forse é solo polvere, e sabbia che filtra attraverso il vetro delle nostre clessidre. Forse lui é il sole. Forse é gli alberi che cantano la melodia del vento. Forse lui é un sorriso. É parole, e musica dei sentimenti. Forse lui é scintille, e magia nella svilente razionalità della vita. O forse, lui non é altro che noi stessi. Lui é lo specchio su cui ci osserviamo ogni giorno. Forse é quello che siamo. Forse é quello che vorremmo essere. Forse é quello che vorremmo trovare. Ma forse, tutto questo non ha senso. Forse, lui é semplicemente un sogno. ------------ Teresa si svegliò tranquillamente, con dolcezza. Oggi era il giorno del suo 35esimo compleanno e ancora una volta avrebbe dovuto passarlo senza suo marito. Un lieve senso di sconforto sembrò oltrepassarla da un orecchio all’altro, come se qualcuno cercasse di soffiarglielo dentro la mente. Ma passò presto, appena aprì la finestrella della sua camera da letto e fece entrare il festoso vento mattutino. Prima di alzarsi decise di guardarla per un paio di minuti. Ultimamente le sembrava che il viso di David si stesse annebbiando sempre di più nella sua testa. E questo la infastidiva. Aprì il primo cassetto del comodino e ne tirò fuori un piccolo rettangolo ingiallito. Osservò il volto dell’uomo nella foto con molta attenzione ma l’immagine si era inspiegabilmente sbiadita. Quasi le pareva di non riconoscerlo più, eppure era suo marito. Quanto lo amava, anche ora dopo tanto tempo che lui era lontano da casa. Le venne in mente il giorno in cui camminando su un campo di papaveri vicino al paese, David le disse che avrebbe passato il resto della sua vita con lei a partire da quel momento. Glielo disse così, sulle note di un soffio di vento, con gli occhi luminosi di una gioia infantile, quasi disarmante. David era il suo punto di riferimento. Il suo futuro più prossimo e quello più remoto. Quel futuro che lei vedeva sempre nei suoi sogni, in una bella casa con tanti figli e tanti ricordi da condividere con loro. La sicurezza del suo avvenire scolpita sulle pieghe del corpo di un uomo meraviglioso. Scrutando ormai ipnotizzata quel consunto ricordo cartaceo, si ritrovò quindi a pensare al futuro e a sognare quanto sarebbe stato bello in effetti avere un figlio con suo marito, condividere tutto, invecchiare insieme. Il sorriso le riempì le labbra. Si, sarebbe stato meraviglioso passare il resto della sua vita con lui, a partire da qualunque momento, e si, lo avrebbe aspettato anche in eterno. Si infilò la fotografia del marito nel reggiseno e si alzò dal letto. Quel giorno lo avrebbe conservato proprio accanto al suo cuore. Prima di andare al supermercato, Teresa decise di passare per il bar a fare colazione. Fuori, seduto ad un tavolino con una tazzina di caffe tra le mani vide suo cognato. Un sorriso di saluto fugace ed entrò nel locale. ------------ Faceva molto freddo, quella mattina. Gli abeti sulle montagne a ridosso del paese lanciavano le loro cime a destra e a sinistra con violenza. L’aria che si respirava aveva il profumo della resina degli alberi e del terriccio bagnato dalla rugiada mattutina. ------------ Patrick era seduto fuori dal bar di Mauro. Beveva il caffé del mattino sotto ai baffi cespugliosi che alla fine di quel suo sorseggiare assonnato gli lasciavano sempre l’odore della colazione sotto il naso, per tutto il giorno. Accanto a lui un gruppo di anziani del paese era riunito intorno ad un tavolino rotondo. In silenzio. Si fissavano le mani con occhi spenti. Patrick li osservò pensieroso domandandosi come sarebbe stato avere della mani così interessanti. Nel vero senso della parola. Adorava le mani dei vecchi, erano fatte di vetro fuso e di panna montata. Sarebbe stato li fissarli per ore, ma uno di loro si alzò dal suo trono ingiallito e gli si avvicinò, sedendosi sulla sedia accanto alla sua. Patrick a fissargli le mani, poi gli occhi, poi le mani. Il vecchio lo guardava e sorrideva gentile, poi all’improvviso si issò dalla sedia e avvicinò la bocca al suo orecchio. “Vorrei che David mi venisse accanto, e mi sussurrasse all’orecchio che non sono ancora morto.”. Dopo aver parlato il vecchio si girò e tornò a sedersi silenzioso nel museo delle mani, il sorriso gentile era svanito. “Patrick il té é pronto?”. Urlò la signora Foster dalla camera da letto al primo piano. “Patrick portami il giornale”. “Patrick non fare finta di non avermi sentito lo so che sei a casa, quando mai ti muovi”. “Patrick se credi di ignorarmi per il resto del giorno almeno portami qualcosa da mangiare e un libro da leggere”. “Patrick come mai sento l’odore del té che sta bruciando?”. “Patrick hai riparato poi quell’asse di legno sul tetto?”. “ Allora Patrick il mio té?”. “Mi andrà via la voce a forza di gridare, Patrick il giornale sta nell’ingresso l’ho intravisto prima mentre andavo in bagno”……..“Quindi hai proprio deciso di ignorarmi oggi? Ti pare questo un comportamento corretto verso tua madre?” . “ Eh, se solo ci fosse qui tuo fratello..”. ‘Se solo fosse qui..’. Un sottile gomitolo di fumo si disperse sopra la testa del ragazzo con i baffi. Patrick appoggiò la sigaretta sul tavolino e stringendo fra le mani una vecchia fotografia ingiallita, chiuse gli occhi cercando di non sentire le urla della madre al piano di sopra. ‘Se solo fosse quì, pensò accarezzando la foto con i polpastrelli, ‘se solo ci fosse ora io potrei essere un bravo figlio e mia madre una buona madré. Erano anni che suo fratello mancava da casa, ormai non ne teneva più il conto. Gli mancava enormemente. Dal giorno della sua partenza si era dovuto occupare della madre vecchia e malata ad ogni ora del giorno e della notte. Non ricordava esattamente da quanto sua madre avesse quella malattia, ma era certo che quando David era ancora a casa lei stava bene, tutti stavano bene. Ora ogni cosa era cambiata: sua madre con la malattia e la vecchiaia era diventata acida e scontrosa, le sue mani grigie ed avvizzite, i suoi occhi freddi e scoraggianti. In quanto a lui, i sogni con cui si crogiolava da ragazzo insieme a suo fratello David, sdraiati sull’erba con una canna in mano, sogni di viaggi fantastici in giro per il mondo, di donne esotiche di cui innamorarsi perdutamente, erano tutti stati schiacciati per sempre dal macigno del dovere, persi e affogati nel mare della sua fragilità. Patrick e David amavano disegnare. Da ragazzi lo facevano spesso insieme. Disegnavano quello che vedevano, quello che li emozionava. Ma Patrick sapeva che David era molto più dotato di lui. Spesso cercava di stupirlo, di fargli vedere quanto valesse, si sforzava di dipingere le cose che piacevano a David, restava anche giorni interi chiuso in casa per completare i suoi disegni. Compiacerlo era la sua vittoria più bella. Anche a distanza di anni, non ce l’aveva mai avuta con lui per quella dolorosa disparità. Anzi, lo apprezzava ancora di più per la sua meravigliosa capacità di farlo sentire, se non proprio al suo stesso livello, soltanto una spanna più in basso di lui, seduto accanto al suo trono. Ogni singolo giorno della vita che passava in quel piccolo paese di montagna, lo trascorreva pensando al momento in cui David sarebbe tornato. A quanto sarebbe stato bello riabbracciarlo, baciarlo sulle guance, sorridere al suo sorriso e finalmente consegnargli il peso di anni di rimpianti e di fantasie andate a male, anni passati al servizio di una moralità tanto ingiusta quanto incatenante. David sarebbe stato il suo serbatoio di vita, in lui avrebbe riposto la sua speranza di scappare via da tutto, a lui avrebbe affidato i rimasugli della sua coscienza stropicciata. David lo avrebbe salvato, ne era certo. Osservando la foto che aveva tra le dita notò che il volto del fratello non era più visibile. Un alone opaco tinteggiava il suo viso sorridente come se mille mani lo avessero accarezzato proprio in quel punto, tra le sopracciglia nere e il mento sporgente. Patrick si domandò se fosse sempre stata così quella fotografia ma non riuscì a trovare una risposta. D’altronde non aveva bisogno di un pezzo di carta per ricordarsi di lui. Ce lo aveva scolpito in mente il suo viso, e quel sorriso sopratutto. David gli sorrideva sempre. Sorrideva, e facendolo riusciva ogni volta a trovare un modo per alleggerire le cose, per renderle morbide e oltrepassabili. Ora che ci pensava, era soprattutto questo a mancargli di David: la leggerezza, la facilità con cui tutto si sistemava, e le cose diventavano trasparenti e limpide e nessuno sembrava aver più paura di niente, in sua presenza. Gli venne in mente l’immagine della Terra, pesantissima, e di tanti uomini volanti che la tengono sospesa per aria con una corda, come palloncini. Uno di quegli uomini era David, con quella sua leggerezza che tiene a galla ogni cosa. Un pensiero molto buffo. Si alzò dalla poltrona su cui era seduto e si avviò ancora assorto dalle sue visioni verso la cucina, dove il tè bolliva nel pentolino. Preparò la tazza con cura, prese lo zucchero e il latte e si incamminò verso il piano di sopra, dove il peso della sua coscienza lo aspettava sdraiata sul letto. ------------- Il bar del paese si trovava nella piazza principale, proprio dove sorgeva la pesante chiesa romanica. Piccole mattonelle scure dipingevano il pavimento dello slargo cittadino mentre intorno lo cingevano tante basse casette bianche. Quando nevicava la piazza si trasformava in un magico lago bianco, e le persone lo attraversavano lentamente, con rispetto. ------------- Il parroco del paese si chiamava Lorenzo, aveva cinquant’anni e un passato immacolato. Padre Lorenzo si ritrovò a pensare a David quando la signora Foster lo chiamò quella mattina per la messa domiciliare. Appena entrò in quella casa sentì l’odore dei capelli di David. Inconfondibile e indelebile ovunque. Anche la sua chiesa sapeva di David. E questo la rendeva un po’ più sopportabile del solito. É meraviglioso come i luoghi che attraversi durante la vita si incollino ai pensieri, ai profumi, e alle emozioni che provi nel momento del passaggio. Come del nastro adesivo, le cose si attaccano alla strada che percorri, e rimangono li, anche per anni, a ricordarti per sempre quello che eri e quello che sei diventato. La signora Foster era malata e ogni domenica chiedeva al parroco del villaggio di andarla a trovare per leggerle la Bibbia e darle la comunione. Lui lo faceva volentieri, per passare il tempo, perché l’attesa lo faceva impazzire, persino di notte, era un continuo rigirarsi fra le lenzuola in cerca di pace, di serenità. Attendere il ritorno di uomo che non avrebbe mai dovuto amare. Il solo pensiero lo uccideva. Conobbe David il giorno stesso del suo arrivo in paese come sostituto del vecchio prete malato. David era gentile e affabile e molto accomodante. Gli fece fare il giro della chiesa e poi del paese. Scorrendo per le vie del posto gli raccontò delle persone che vivevano li, delle loro speranze, delle loro paure. Fu talmente preciso, e attento nel descrivere tutti, uno per uno, che Lorenzo si sentì schiacciare dal peso della sua sincerità. Si era sempre definito un buon analizzatore di anime ma con quell’uomo accanto che gli parlava del fuoco negli occhi di quella massaia, o del buio di cui aveva paura il verduraio, o del silenzio che velava il cuore del fornaio, con quell’uomo gli sembrava di essere stato cieco per tutti quegli anni. Senza aver mai visto quelle persone, Padre Lorenzo avrebbe già saputo riconoscerli per strada. Danzarono sui visi immaginari della gente del luogo per più di due ore. Poi David riaccompagnò il nuovo parroco nella sua chiesa e lo salutò con un sorriso infantile, stringendogli la mano e baciandolo tre volte sulle guance. I giorni e le settimane che seguirono, Padre Lorenzo vide David ogni giorno, in chiesa. Ci avrebbe scommesso che era un bravo cattolico. Quell’uomo veniva da un mondo in cui le cose della vita erano leggere, e soffici, e la giustizia si faceva seguire lasciando delle molliche di pane sul suo cammino. Avrebbe tanto voluto vivere in quel mondo anche lui. Ma troppo spesso si sentiva in colpa per qualcosa, in debito con qualcuno, e la via della giustizia gli sembrava sempre così impegnativa da trovare. Dopo ogni funzione David andava da lui e lo ringraziava per le belle parole, gli stringeva la mano e ogni volta lo salutava baciandolo tre volte sulle guance. Lorenzo iniziò a pensare a lui più spesso di quanto avrebbe voluto. Di nuovo, faceva e sentiva cose che lo sminuivano di fronte a se stesso. E David invece era lì, perfetto, con i suoi tre baci sulla guancia, i suoi sorrisi e il suo capire la gente più di chiunque altro. Desiderava ardentemente avere, essere, avere quell’uomo. Era arrabbiato e innamorato. Il giorno in cui David partì gli si avvicinò. Il prete non riusciva a pensare ad altro se non al fatto che David aveva capito tutto, era impossibile che non fosse così. Nel dargli i sui soliti baci, David si avvicinò distrattamente alla sua bocca durante l’ultimo dei tre. Un brivido, poi se ne andò, e Lorenzo rimase solo, con la sua voglia insoddisfatta e un bacio disattento come tragico regalo d’addio. Prima di suonare alla porta di casa Foster, Padre Lorenzo si fermò un attimo sulla soglia. Tirò fuori dalla tasca una vecchia fotografia ormai scolorita, e la baciò, tre volte. ------------- Il paese sorgeva su una collina a ridosso delle montagne. Se si seguiva la strada principale, in alto fino alla fine del paese, si poteva arrivare in un punto particolare da cui la vista era mozzafiato. C’erano le montagne che circondavano la collina in basso, e gli abeti che la infoltivano di verde scuro. Proseguendo ancora più in alto si finiva nel bosco di pini, dove spesso gli abitanti andavano a raccogliere funghi prelibati. -------------- Dopo la visita di Padre Lorenzo la signora Foster si sentiva insolitamente bene. Decise quindi di uscire dal letto quel giorno e fare una passeggiata in paese. Si vestì, prese il bastone e uscì di casa evitando di incrociare lo sguardo di suo figlio Patrick che quel giorno era stato particolarmente indisponente con lei. Non aveva voglia di discutere come al solito, ma soprattutto non aveva voglia di vedere la sua faccia più del necessario. Suo figlio. L’addolorava solo pensare a questa espressione. Patrick era suo figlio, ma nel suo cuore valeva quanto la testa di uno spillo. Era vuoto dentro quel ragazzo, privo di qualunque lucentezza, ma la signora Foster non ricordava se fosse sempre stato così. Ora lo era, e lei non riusciva a sopportare la sua presenza, anche se purtroppo le era necessaria, per via della malattia. Suo figlio, quello vero, quello che la faceva sentire fiera di essere madre, suo figlio era lontano, in viaggio ormai da anni. Il cuore nel petto le si strinse in una vertigine vorticosa. David era tutto ciò che una madre può desiderare da un figlio, il suo capolavoro più bello e prezioso. Patrick era vuoto, David invece, era traboccante di vita. Con gli occhi chiusi la signora Foster si fermò di fronte alla ringhiera nella piazza che dava sull’intero paese, in cima alla collina. Afferrò la grata di ferro con le mani e strinse con forza, cercando di ricordare il volto di David l’ultimo istante in cui lo aveva guardato negli occhi prima di vederlo andar via. Come già altre volte prima, non riusciva a mettere a fuoco quell’immagine, e questo la fece arrossire di rabbia. Perché si era alzata dal letto quella mattina? Poteva benissimo rimanere ferma dov’era sempre stata nelle ultime settimane, immobile in quell’angolo della sua mente dove David stava per arrivare, e non importava se il suo viso fosse annebbiato o scolorito su una vecchia fotografia. Uscire aveva significato ricordare che lei viveva solo per quel viso, per un ritorno che tardava ad arrivare e per un abbraccio che racchiudeva in se il significato ultimo della sua esistenza. Con una lentezza logorante, la signora Foster liberò i pugni serrati dalla presa della ringhiera e passando davanti alla panetteria si avviò verso il suo letto, alla ricerca di un brandello di speranza da cullare sul suo ammaccato grembo materno. ------------- “Ho bisogno di una doccia di pioggia” ------------- A Sofia non piacevano le focacce al miele. I clienti alla panetteria ne chiedevano in continuazione ma lei le detestava, le facevano venire il mal di stomaco. Con le mani infarinate raccolse lo strofinaccio che aveva legato in vita e si asciugò la fronte sudata. Poi si fermò per un istante. Si guardò intorno: la luce della lampadina sopra di lei illuminava mollemente l’ambiente circostante mentre un fumo di farina denso e bianco circolava danzando per la cucina del forno in cui lavorava dopo la scuola. Chiudendo gli occhi ne respirò l’aroma a pieni polmoni. Era uno strano giorno di primavera quando Sofia uscì da scuola per andare a lavoro e decise di comprare il giornale del paese, per la prima volta in vita sua. Faceva caldo, ma dal cielo scendevano delle buffe gocciolone di acqua tiepida. Pagò il giornalaio e se ne andò via correndo per non bagnarsi troppo. Arrivata al forno in anticipo buttò la cartella e la giacca sul tavolo e si sdraiò su due sacconi di farina poggiati in un angolo. Fu così che Sofia iniziò a leggere i racconti di David. Lo conosceva, ma solo perché tutti conoscevano tutti in quel paese. Sapeva che scriveva sul giornale e sapeva che i suoi genitori conoscevano molto bene lui e sua moglie ma non si era mai soffermata tanto a capire chi fosse davvero quell’uomo. Ultimamente aveva iniziato a sentire uno spiacevole senso di sgradevolezza nei riguardi delle persone che la circondavano. Le sembravano tutti così piccoli, e miseri. Era attorniata da gente che si crogiolava nella propria falsità con una leggerezza esasperante. Fingevano, tutti. Chi più chi meno, ognuno ostentava con grande naturalezza la maschera che si era cucito addosso. Sofia aveva appena compiuto 18 anni e più andava avanti il tempo più sentiva di allontanarsi dalle persone. Più capiva cose nuove su se stessa e più detestava gli altri. Più tempo passava in quella piccola scuola di quel piccolo paese, più desiderava ardentemente scappare via, conoscere nuovi mondi e nuove facce, nuove storie e nuove visioni. Vedendosi sfilare davanti agli occhi ogni singolo giorno tutto ciò che lei non avrebbe mai voluto diventare, aveva imparato a capire ciò che invece si sarebbe sempre sforzata di essere: pura. Essere puri a discapito di tutto, meravigliarsi sempre di ogni cosa, non rinunciare mai alla verità, professarla, elargirla ed accoglierla in ogni momento come il bene più bello e prezioso. Era sempre stata una lettrice appassionata, ma mai come allora le parole che stava leggendo su quel giornale la rapirono completamente. Rimase su quei sacchi di farina per quasi un mese e mezzo. Ogni sabato dopo la scuola correva a comprare il giornale e ogni sabato arrivava prima a lavoro per leggere le sue storie. Storie leggere, parole sussurrate in bilico su un filo di seta. David scriveva delle cose del mondo con una tale leggerezza e una tale onestà che tutto diventava semplicemente, bello. Imparò a conoscere la sua testa, il modo con cui ragionava e con cui interpretava la realtà. Imparò a correre sulle note dei suoi racconti fantastici, a girare come una trottola sui vortici delle emozioni che gli procurava ogni parola, ogni frase, ogni immagine lampeggiante davanti ai suoi occhi. Parlava di tante cose David, nelle sue storie, parlava di quello che esiste e che vale la pena sentire, ma in sostanza tutto questo era riconducibile ad una cosa sola: in realtà David non parlava di tutto, David parlava soltanto d’amore. E Sofia questo lo capì improvvisamente, un giorno in cui i sacchi di farina sotto alla sua schiena erano particolarmente morbidi. Proprio nel mezzo della storia che stava leggendo, fermò di colpo gli occhi e come stordita disse ad alta voce: “Sta parlando d’amore.”. Da quel momento non fece altro che pensare a lui. Il giorno della festa di paese arrivò. Sofia si presentò con un pacco di fogli stampati in mano e una cartella di pagine di giornale strappate piene di appunti scarabocchiati ai lati con una matita rossa. L’incontro con David fu molto sereno, quasi surreale. Passarono più di tre ore seduti sui gradini della chiesa con mille pezzi di carta sparsi ovunque a discutere sul perché delle cose. Sofia non faceva altro che parlare, ma lo faceva evitando il piu possibile il suo sguardo, sapeva che un solo secondo in più dentro ai suoi occhi l’avrebbero rapita per sempre e non era sicura di essere ancora pronta per tutto quello. David la guardava parlare e il suo sguardo sorrideva sereno, ricco di quella polvere argentea che solo poche persone sulla Terra possiedono e che emana forza e entusiasmo per ogni cosa. Poi si lasciarono, lui le diede un molle bacio sulla guancia, lei gli consegnò quello che aveva scritto per farglielo leggere e poi gli sorrise, per la prima volta guardandolo negli occhi, ed arrossì di colpo. Non fu soltanto la prima volta che lo guardò negli occhi, fu anche la prima volta che guardando una persona vide esattamente quello che voleva vedere. Gli occhi di David non mentivano. Lo salutò imbarazzata, come se la potenza di quella nuova scoperta fosse talmente forte da uscire dalla sua testa e urlare a squarcia gola. Da quel momento non fece altro che pensare a lui. Il giorno che seguì quel primo incontro fu uno strano giorno di inizio estate. Faceva caldo, ma dal cielo scendevano delle buffe gocciolone di acqua tiepida. Era domenica e Sofia decise di camminare per le vie del paese assorbendo il profumo dell’asfalto bagnato che le entrava nelle narici. Le strade erano deserte, tutti si erano serrati in casa per non bagnarsi quel pomeriggio, ma a Sofia quell’acqua che cadeva goffamente dal cielo la faceva sorridere. A braccia aperte, con la testa rivolta verso l’alto, rideva, e le gocce di pioggia le riempivano la bocca di succo di vita. Dolce, e delizioso. Camminava zuppa di pioggia, poi d’un tratto notò uno strano sasso nero per terra, proprio nel mezzo della strada. Era non più grande di una noce, tondo e lucido per via dell’acqua. Lo raccolse e lesse le parole che vi erano state scritte sopra, con un pennarello bianco. “Ho bisogno di una doccia di pioggia” Sofia era a bocca aperta. Possibile? Proseguì a camminare sul sentiero invisibile che gli era apparso davanti. Poi dopo poco più di qualche metro ne vide un altro. Sempre nero, sempre in mezzo alla strada. “Ho bisogno che le cose mi scivolino addosso come grosse gocciolone di acqua tiepida” Raccolse anche questo sasso da terra e se lo mise in tasca, insieme al primo trovato. “Ho bisogno di uno sguardo di complicità” “Ho bisogno di amare il profumo di un collo” “Ho bisogno di un luogo dove scoprire di essere a casa” “Ho bisogno di giocare a nascondino” “Ho bisogno di … sentire” Erano già sette i sassi nella sua tasca, e seguendo quella scia misteriosa era arrivata in fondo alla cittadina, sulla radura dove sorgevano le rovine di un antico convento. Oltrepassò i muri dell’entrata che le tempie le pulsavano forte, e le guance erano diventate rosse di caldo e di emozione. Appoggiato al muro davanti all’ingresso c’era lui. I suoi riccioli castani gocciolavano acqua sul pavimento. Era zuppo. Sofia gli si avvicinò e appoggiò la guancia sul suo collo. Poi lui le accarezzò i capelli e in un orecchio le sussurrò: “Oggi sono fatto di carne, e non più di parole.”. Poi la sua testa fu inondata dal profumo dei suoi capelli. Erano le 6 del pomeriggio, e il suo turno in panetteria era finito. Sofia si tolse il grembiule e si spolverò i vestiti dalla farina che le si era attaccata addosso. Aveva rivissuto quella storia così intensamente da farla rabbrividire. E mentre sognava ad occhi aperti le mani di David che le accarezzavano il corpo umido di pioggia, si domandò quanto sarebbe riuscita a resistere ancora in quel paese, senza di lui. David le mancava. Tutto ciò che la teneva legata a quel posto era lui e la sua attesa era l’unica cosa che la spingeva ad andare avanti. Aspettare il suo ritorno costituiva quel briciolo di bellezza che le serviva per credere ancora nel futuro. Prese la foto di David che custodiva nel suo zaino e uscì stringendola forte tra le mani. ------------- “Oggi sono fatto di carne, e non più di parole.” ------------- La voce che David stava arrivando venne dalla cugina della parrucchiera, Matilda, che aveva contatti con gente all’estero. Sia chiaro, era solo una voce, ma questo bastò a destabilizzare l’ordine delle cose in quel piccolo paese di montagna. La gente sembrava sotto l’effetto di qualche droga miracolosa. Si vedevano uomini e donne indaffarate a mettere a posto, a costruire cose, a comprare oggetti, abiti e cibo di ogni genere. Nessuno parlava con nessuno. Tutti erano occupati ad organizzarsi per l’arrivo di quell’uomo e fermarsi per scambiare una parola con qualcuno sarebbe stato estremamente superfluo e controproducente. Un bambino in mezzo alla piazza osservava immobile, mordicchiando una mela, quel tumulto di corpi che correvano per le vie e i negozi, con facce serie e perse in un mondo lontano. Vide il barista tirare fuori tutti i tavolini da mettere sulla strada, e spolverarli freneticamente con una cura quasi maniacale. Lo sentì canticchiare un motivetto agitato mentre cercava di specchiarsi su quei cerchi di metallo. Vide le vecchie signore delle case che davano sulla piazza principale, intente a cucire degli indumenti colorati con grossi gomitoli di lana che pendevano dai loro grembiuli. Vide Teresa, quasi sconvolta in viso, attraversare la strada come un fulmine e dirigersi in pantofole verso il parrucchiere di fronte. Vide i vecchi del bar distogliere lo sguardo dalle loro mani antiche e rivolgerlo per la prima volta dopo tanti anni verso quello dei loro compagni, stupiti e meravigliati. Uno di loro però, lo vide ancora fissare per terra, mentre piano si accarezzava un orecchio e sorrideva gentile. Vide Patrick, fuori dalla porta della sua casa, seduto sul gradino del marciapiede, intento a scarabocchiare su un foglio chissà quale meraviglioso disegno. Muoveva freneticamente la mano a sinistra e a destra sulla carta, con gli occhi spiritati e le gambe che gli tremavano. Vide il prete, Padre Lorenzo, dentro alla chiesa, stava preparando la casa di Dio per l’arrivo del suo più grande servitore, con la sicurezza nel cuore che se David fosse davvero arrivato, sarebbe passato di la prima di ogni altro posto. Vide la signora Foster, fuori casa, che correva verso l’alimentari all’angolo, come se non fosse mai stata malata, correva senza neanche zoppicare, la vide entrare e poi uscire con cinque buste cariche di cibo. Non era vera e propria felicità la loro, era più una specie di timore irrequieto, di eccitazione mista a sgomento, come se nessuno si aspettasse che proprio quel giorno potesse accadere qualcosa. In qualche modo erano stati presi tutti alla sprovvista, e adesso cercavano in ogni maniera di rimediare a quello stato di incresciosa rilassatezza in cui sentivano di essere sprofondati negli ultimi tempi. Ecco, timore, ma sopratutto un fastidioso senso di colpa per non essere stati sempre pronti all’evenienza di un suo imminente ritorno. Il bambino non sapeva cosa stesse accadendo, si sentiva confuso. Poi una ragazza gli si avvicinò dolcemente, poteva avere poco meno di diciotto anni e a differenza di tutti gli altri non sembrava colta da quella frenesia collettiva, sembrava piuttosto allibita, quasi ipnotizzata dai suoi stessi pensieri. Camminava lentamente in mezzo alla piazza, con dei giornali stretti tra le mani, e guardava in alto il cielo nuvoloso. Sembrava proprio stesse per piovere. Vide il bambino e gli sorrise, si chinò su di lui e gli sussurrò all’orecchio: “Oggi é il giorno che stavo aspettando.” Semplicemente. Poi rientrò sui binari del suo pensare lasciando di nuovo solo il bambino con la mela in mano che, finalmente, capì, e ridendo si diresse un saltello dopo l’altro verso casa, per sistemare in bell’ordine i suoi giochi migliori. Passarono tre notti dal giorno del previsto arrivo. David non si fece vedere. Il paese era caduto in una sorta di nebbia spettrale. Come se su tutti gli abitanti fosse scesa una valanga di resina opaca che li avesse imprigionati all’interno del suo liquido viscido e appiccicoso. Faceva caldo, in quei giorni, e tutto era fermo. Persino il sudore sulla pelle delle persone sembrava non volersi muovere, ma stagnava sulle fronti corrucciate e sui corpi tesi, immobile nell’ansia di quell’attesa ora così palpabile e reale. Seduti ai tavolini del bar un gruppo di abitanti fumava una sigaretta dopo l’altra fissando in silenzio la strada principale. Uno di loro parlò: “ A me aveva regalato una busta di tabacco alla vaniglia, il giorno in cui nacque mio figlio. Mi disse che mi sarebbe stato utile per ricordarmi del profumo della mia giovinezza.” Tutti annuirono sommessamente. Teresa era affacciata alla finestra, i capelli d’oro scintillanti e boccolosi, il vestito di raso viola, le scarpe nere eleganti, il rossetto rosso che gli colorava la bocca stretta in una smorfia di tensione. La casa era perfetta, sembrava che anche quei mobili lucidati a specchio e quei tappeti colorati, e quelle tende drappeggiate, stessero aspettando il loro ospite più prezioso. C’erano voluti tre giorni di intenso lavare e pulire e rassettare e comprare per rendere ogni cosa degna del suo arrivo. Era tutto pronto, e la casa splendeva come le unghie laccate di Teresa. Perfetto. Mancava solo David. La signora Foster era seduta su una sedia della cucina, con un grosso grembiule da casa adagiato sul ventre prosperoso. Dietro di lei una sfilata di prelibatezze riposavano chiuse nelle pentole e nei recipienti di plastica. Una torta al cioccolato con una scritta di glassa bianca recitava “Sei tutta la mia vita amore mio”. Lorenzo camminava inquieto sul sagrato della chiesa con la testa bassa, gli occhi chiusi e le mani giunte. Patrick sedeva ancora sui gradini davanti alla sua casa, gli avambracci appoggiati sulle ginocchia e la testa affondata tra le gambe. Il blocco di fogli era disteso vicino a lui mentre dalle mani penzoloni gli gocciolavano lenti e languidi chicchi di sangue scuro, conseguenza del troppo graffiare su quelle pagine rugose. All’improvviso accanto a lui apparve la sagoma di un corpo giovane. Sofia si sedette sui gradini proprio a ridosso delle sue cosce. Tirò fuori un fazzoletto di carta dalla sua tasca e asciugò il sangue che colava dalle dita. Poi gli accarezzò i capelli lisci neri che gli spiovevano sul volto, e gli tirò su il viso contratto in una smorfia ansiosa. Si fissarono negli occhi per qualche istante, poi ognuno tornò a guardarsi dentro, e ad aspettare in silenzio. Una vecchia fotografia ingiallita passava di mano in mano tra la gente del paese. Come una reliquia veniva palpeggiata e baciata con devozione, conservata nelle tasche dei pantaloni e nelle borsette delle signore. Ma più nessun viso si lasciava mostrare su quel ritratto. L’eterno palpeggiare aveva logorato la carta fotografica già da chissà quanto tempo. E ora solo la nebbia accarezzava i tratti di quel sorriso gentile. Silenzio. Attesa. Poi David arrivò. Lo vide Franco, il figlio undicenne del fruttivendolo, mentre tornava dal bosco alla ricerca di qualche fungo di stagione. Una volta corso a casa riferì alla madre di aver intravisto David attraverso gli alberi sul sentiero che portava al paese. A detta del ragazzo, David stava camminando lentamente con uno zaino sulle spalle fischiettando un motivetto allegro. Era sicuro che fosse lui. Sua madre uscì di corsa da casa e andò dalla vicina, Adele, a raccontare eccitata dell’avvistamento del figlio. Adele aprì la finestra che dava sulla piazza e chiamò Mauro, il barista, proprio sotto di lei e con gli occhi pieni di lacrime urlò che David stava arrivando. Il barista quasi cadde svenuto per la notizia. Si precipitò verso i suoi vecchi clienti seduti ai tavolini poco più in la e per una frazione di secondo restò in silenzio, con le orbite sgranate e la bocca spalancata, poi, con un filo di voce, esclamò: “É qui”. In poco tempo tutto il paese sapeva. La gente si precipitò in piazza eccitata. Se il ragazzo aveva detto la verità, David sarebbe dovuto comparire da un momento all’altro dalla strada principale, proprio dietro alla chiesa. Attesero tutti in silenzio per quasi mezz’ora, poi qualcuno uscì dal gruppo e iniziò a camminare verso la strada. Subito dopo di lui lo seguirono altri due e poi altri tre finché piano piano tutta la folla si ritrovò a coprire con i propri passi la strada che dalla piazza portava alla fine del paese. Era da poco passato il tramonto. Sul villaggio era calato un soffice vento primaverile mentre ogni cosa si stava tinteggiando di blu. Blu erano le strade, azzurre le case, celesti i volti tesi degli abitanti del villaggio. Il solo rumore che si sentiva era lo scalpitare delle suole delle scarpe sul selciato, come un meraviglioso concerto di nacchere impazzite. La mandria di uomini risalì incalzante la strada verso la montagna. Le donne racchiuse nei loro scialli, gli uomini in testa, con i pugni serrati. Raggiunta l’ultima casa del paese si fermarono. Spaesati, già certi di dover rimproverare lo scherzo di un ragazzino. Ma poi, all’improvviso, una luce. La vecchia casa del taglialegna, in mezzo al bosco, disabitata ormai da anni, magicamente si illuminò. Quasi ipnotizzati da quella luce gli abitanti si avvicinarono alla casa. La circondarono. I visi pigiati sulle finestre opache. Si, una sagoma si muoveva all’interno della baracca, tutti la videro. Ma lo spessore e l’irregolarità del vetro non permise di riconoscerne l’identità con certezza. Poi, un anziano signore con il naso schiacciato sulla luce, sorridendo gentile sussurrò: “David…”. Fu un bisbiglio impercettibile, ma stranamente lo sentirono tutti, e quasi contemporaneamente ognuno iniziò a parlare col proprio vicino, a bassa voce, indicando la baracca e pronunciando quel nome così speciale. Passò molto tempo prima che il primo iniziò ad andarsene, in punta di piedi. Lentamente lo seguirono tutti, uno dopo l’altro, scoraggiati e impauriti. Nessuno aveva avuto il coraggio di bussare, nessuno. Chi per semplice codardia, chi per scetticismo o chi invece per paura di disturbare il riposo di un viaggiatore stanco. Nessuno. In poco più di mezz’ora tutti erano di nuovo chiusi nelle loro case, speranzosi per il giorno avvenire. Solo una persona era rimasta davanti alla baracca. Teresa sostava di fronte alla porta d’ingresso, dove la luce filtrava dagli stipiti arrugginiti. David era a pochi passi da lei. In una casa che non era la sua. Avrebbe potuto toccarlo solo bussando a quella porta. Ma non lo fece. Pianse invece, in silenzio. Dopo un po’ se ne andò anche lei. I giorni che seguirono furono giorni strani. I cittadini del paese sembravano confusi. Tentennanti si presentavano davanti alla porta della casa del taglialegna, osservavano per qualche minuto la luce attraverso i vetri opachi, magari lasciavano qualche dono sulla soglia, e poi se ne andavano sconsolati. Il fatto é che il ritrovarsi a pochi centimetri di fronte alla fonte delle loro speranze li spiazzava terribilmente. Erano persone semplici. Sapevano che quel loro aspettare era l’unico appiglio per non cadere nel baratro dell’inconsistenza. Dentro ognuno di loro covava la paura di realizzare il proprio sogno, e di non avere, poi, più alcun motivo per mantenersi vivo. Tirava una strana aria di tensione sul paese. La gente chiacchierava, svolgeva i propri compiti, si svagava, ma era come se sotto a tutto ciò vi fosse una grossa bolla d’acqua che ogni giorno di gonfiava sempre di più pronta ad esplodere in qualunque momento. Il quarto giorno dopo l’Arrivo iniziò a girare una strana voce in paese. Si diceva che Cassandra, la sarta, passando per il bosco avesse incontrato David sul sentiero e che lui, vedendola, non l’avesse neanche salutata. Il giorno dopo Adriano, il vecchio calzolaio, affermò con certezza di aver visto fuori dalla casa del taglialegna un saccone dell’immondizia dal quale, ne era sicuro, fuoriuscivano tutti i regali che gli abitanti avevano lasciato sulla porta dell’abitazione. Il sesto giorno Luisa tornò in paese rossa di rabbia. Disse che quel giorno, sentendosi particolarmente sicura di se, aveva provato a bussare alla porta della baracca e, vedendo che nessuno le apriva, si era appoggiata al vetro della finestra sul retro. Avrebbe potuto giurare su qualunque cosa che aveva visto David, nitidamente, stravaccato su una poltrona a fumare un sigaro facendo finta di non aver sentito niente. Il settimo giorno si diceva in giro che Padre Lorenzo era andato a trovare David di buon mattino, speranzoso di poter chiacchierare con lui e farsi raccontare dei suoi innumerevoli viaggi. Pare che David lo avesse ricevuto nudo e ubriaco sulla soglia della porta, e che lo avesse cacciato via a parolacce bestemmiando ad alta voce. L’ottavo giorno le voci che giravano erano sufficienti a scaldare gli animi di tutta la popolazione del villaggio. Ognuno per conto suo pensava a ciò che David avrebbe potuto fargli se mai avessero deciso di aprirgli il loro cuore, o chiedergli un parere, o un aiuto, o un consiglio. A nessuno sembrava vero che quella persona che tanto avevano amato, e venerato, e aspettato, si fosse rivelata una tale bestia. Una rabbia ancestrale solcava i loro volti esterrefatti. Per quasi due giorni nessuno osò più avvicinarsi a quella casa. Nella piazza del paese si erano formati tanti piccoli comizi privati. Le persone parlavano ad alta voce e si fomentavano il loro disprezzo a vicenda. C’era poi chi piangeva e basta, e lo faceva sommessamente, in disparte, colto da singhiozzi irrefrenabili. Alla fine del secondo giorno qualcuno tirò fuori una fotografia ingiallita dalla tasca dei pantaloni, aspettò di avere l’attenzione di tutti, poi la strappò in mille pezzi. Pochi secondi dopo, un ragazzo, ispirato da quel gesto eroico, si asciugò le lacrime con il lembo della camicia, prese anche lui un’altra copia della stessa fotografia e con un fiammifero le diede fuoco in un lampo di scintille. Fu subito il caos. La gente urlava e imprecava, tirava calci e pugni al vento. Nei loro occhi ribolliva la voglia di distruggere ogni frammento di quell’esistenza passata ad aspettare la più grande delusione della loro vita. Si sentivano traditi, e imbrogliati, e presi in giro. Ben presto, la delusione e l’amarezza vennero sostituiti da un odio quasi euforico. Un nuovo senso di eccitazione li stava magicamente appagando di tutti quegli anni morti, in cui erano stati avvolti dall’opaca serenità di una speranza lontana. Ora si sentivano vivi più che mai, e dovevano agire per dimostrarlo a se stessi. Fu Patrick il primo a parlare in nome di tutti. Si alzò su una sedia, al centro della piazza, e disse con occhi fiammeggianti: “Bruciamola!” Uno sciame di torce urlanti iniziò a volare verso il limite del villaggio. Era notte, e dal cielo scendevano delle buffe gocciolone di acqua tiepida. Ci volle poco affinché la folla raggiunse la baracca. Il fuoco invase la casa quasi istantaneamente. Un cerchio si era formato attorno al perimetro delle fiamme, e gruppi di uomini indiavolati danzavano urlando in circolo. Teresa roteava su se stessa colta da un euforia surreale. Fu una delle prime ad appiccare l’incendio e una delle ultime ad andarsene via quando tutto fu finito. Rideva rumorosamente guardando le fiamme lambire la casa del taglialegna. Patrick si ritrovò a correre. Correva in mezzo al bosco senza concedersi un attimo di respiro. Le fronde degli alberi lo ferivano in viso e gli tiravano i vestiti. Ma lui correva. Davanti a se su quella strada invisibile vedeva il futuro che non era mai riuscito ad avere: i viaggi, e le donne, e il successo che David aveva avuto e che gli aveva indirettamente strappato dalle mani. Correva a perdifiato. Con gli occhi chiusi e i pugni stretti. Finché non cadde sul corpo di una ragazza, che si era fermata proprio di fronte alla sua disperazione. Dopo aver danzato intorno al rogo di quella casa maledetta, Padre Lorenzo corse ansimando verso il paese. Accertatosi che nessuno l’avesse seguito, entrò in chiesa fradicio di pioggia e sporco di fuliggine. Il sudore si mischiava all’acqua benedetta del cielo, e il suo ansimare si fece sempre più incalzante mentre apriva la porta della sacrestia. Qualcuno da fuori lo sentì gemere mentre lui, dentro, si masturbava con violenza. La signora Foster non aveva partecipato alla danza del fuoco. Era rimasta seduta, in cucina, col suo grembiule da casa, a fissare la porta d’ingresso. Quando sentì le urla e le risa diaboliche, si alzò lentamente dalla sua sedia. Andò al piano di sopra, si affacciò alla finestra e assistette a tutta la scena. Poco dopo lo spegnersi delle fiamme per via della pioggia, la signora Foster prese una corda e ne fece un cappio, se lo passò attorno al collo, poi legò l’estremità ad una trave del soffitto, salì su una sedia e in punta di voce sussurrò: “Non c’é più nulla da aspettare”. Sofia si ritrovò a correre. Correva in mezzo al bosco senza concedersi un attimo di respiro. Le fronde degli alberi la ferivano in viso e le tiravano i vestiti. Ma lei correva. Davanti a se gli occhi di David il giorno in cui si scambiarono la vita tra le mani, in forma liquida, di pioggia sui loro corpi coesi. Correva a perdifiato. Con gli occhi chiusi e i pugni stretti. Finché non cadde sul corpo di un ragazzo, che si era fermato proprio di fronte alla sua disperazione. É strano come una notte di fiamme e di pioggia possa liberare tanta passione, e tanta verità, tutta in una volta. Quella fu la notte della liberazione. Gli abitanti del villaggio diedero sfogo alle più estreme e primordiali pulsioni. Per qualche ora si sentirono completamente liberi. Distruggere, amare, morire. Il confine delle cose apparve più stretto del pensabile in quella notte di fuoco. Morire, distruggere, amare. Non esisteva più niente di reale al mondo, tutto era un sogno, tutto era un’illusione. Amare, morire, distruggere. La libertà é come un liquore troppo forte che ti da subito alla testa. La libertà, come la verità, sono droghe troppo potenti da poter assorbire per il nostro debole organismo, che quando ne viene a contatto, collassa, perde ogni punto di riferimento. Distruggere. Amare Morire. I due ragazzi si amarono nel bosco, quella notte, coperti da una fitta nebbia di fuliggine nera. Nessuno sapeva chi fosse effettivamente l’altro, ma non aveva importanza, perché entrambi avevano perso tutto. Avevano perso il loro futuro e quindi avevano perso loro stessi. La strada di fronte a loro era infinitamente vuota, e qualunque cosa, anche l’amore di una notte, sarebbe bastato per riempirla. Così fu passione, e rabbia, e amore. Entrambi soli, entrambi eccitati per quell’improvvisa e meravigliosa assenza di razionalità. Appena il fuoco si spense, gli abitanti del paese si risvegliarono da quell’assurda intossicazione da libertà . Piano, coperti di fumo e di odio colato, tornarono ciondolando alle loro case. Intontiti e confusi. Il giorno dopo il sole era alto in cielo, tirava un fresco venticello caldo e l’aria profumava di legno bruciato. Di prima mattina, al bar della piazza, comparvero due anziani signori. Poi ne comparve un terzo, e poi un quarto. Insieme si sedettero al solito tavolo e iniziarono a fissarsi le rughe bluastre sul dorso delle mani. Presto arrivò un giovane coi baffi e i capelli lisci, neri. Il barista passando gli fece le condoglianze. Poi uno dei vecchi signori si alzò e si andò a sedere proprio accanto a lui. Lo fissò intensamente e gli sorrise di un sorriso gentile. Si avvicinò al suo viso e gli sussurrò: “Vorrei che David mi venisse accanto, e mi sussurrasse all’orecchio che non sono ancora morto.”. Il ragazzo con i baffi gli sorrise, e con occhi sognanti annuì dicendo: “Anch’io non vedo l’ora che torni da me.” ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. 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