Stefano Ratti è soggettista, sceneggiatore, disegnatore, scrittore per passione. Con i suoi lavori collabora a riviste amatoriali e siti internet come Fatece Largo, FaMe Comics!, Ink, Il Caffè di Monza, La Gazzetta di Clerville, ComixComunity, Colorado Comics, La Goccia Briantea, www.famecomics.org www.patriziopacioni.it Una serie di racconti di Odisseo, che hanno per protagonista un Ulisse adolescente, sono stati trasformati in fumetti con il supporto grafico di vari disegnatori esordienti. Dal 2000 in poi, i fumetti del giovane Ulisse vengono pubblicati regolarmente (o quasi) sulle fanzine come Fatece Largo e Colorado Comics. Nel 2004 esce un albo monografico che raccoglie alcuni episodi della serie Odisseo, edito da ComixComunity. Nel 2002 comincia a collaborare all’Associazione FaMe Comics, che lo definisce: “Una fucina di idee! Una mente che letteralmente trabocca di gag e situazioni divertenti, in grado di sfornare “al volo” sceneggiature su qualsiasi argomento”. Entrato a far parte del gruppo di FaMe, conosce Dimitri Fogolin. Insieme danno vita al duo Fogo&Ratti e alle strisce umoristiche di Don Salvo, Fame Nera e soprattutto Diabolic, parodia di Diabolik approvata dall’Astorina. Le strisce umoristiche vengono pubblicate regolarmente sulla Gazzetta di Clerville del Diabolik Club. In concomitanza con il Diabolik Fest del 2005, viene pubblicato l’albo monografico “Diabolic, vol. 1, la fortuna può attendere” e nel 2007, “Diabolic, vol. 2, la sfortuna non muore mai”, albi auto-prodotti, editi da FaMe Comics. Nel 2006 vince il concorso come miglior soggetto e sceneggiatura durante 8° Festival Internazionale del Cinema d’Animazione e Fumetto di Dervio: “i lavori mostrano l’eclettismo dell’autore ricco d’idee e che riesce a miscelare bene sia il registro comico sia quello realistico, sempre in bilico tra paradosso e ironia.” Nel 2008 esce “Fame Nera, vol. 1, il destino di un cacciatore” e l’albo “Diabolic, nei panni di…”. A maggio del 2008, durante la manifestazione Fumettopoli, Salone Internazionale del Fumetto, a Milano, viene distribuito un albo omaggio contenente tre suoi fumetti: una storia di Odisseo dal titolo “Cleo” e due storie della serie X, dal titolo “I nuovi vandali” e “Amnesia”. Sempre nel 2008, vince il 3° premio al Concorso Letterario di Poesia "UT UNUM SINT" dell'Ecumenical Word Patriarchate, con l’opera “Perdono”. A Novembre del 2009, in anteprima per Lucca Comics, esce “Diabolic, vol. 3…sempre meglio che lavorare.” Sempre a Novembre, nell’allegato della Gazzetta dello Sport e del Corriere della Sera dedicato ai 100 anni del Fumetto Italiano, nel n. 8 dedicato agli Eroi per Ridere, insieme a Ratman e Zorrokid, vengono pubblicate 64 strisce di Diabolic. Ha inoltre pubblicato il racconti: “Fango”, nell’antologia Nulla è per Sempre della Perrone Editore; “Ex” come E-book per la editrice Nuovi Autori; “Leggende” nell’antologia “Fantastic Zen”, Edizioni Diversa Sintonia. “L’Innominato”, nel semestrale Delitti di Carta, edito da Ass. Libreria dell’Orso Il suo romanzo “Gilgamesh” viene pubblicato a puntate sul sito www.patriziopacioni.it Stefano Ratti – Via Vicolo Superiore, 2 - 23849 Casletto di Rogeno (LC) – tel. 3466351840 email - ratti.comics@virgilio.it Il vento delle memorie 1 La chiamata Fuggiva disperato dalle voci. La sua vita avrebbe potuto essere quella di un normale mendicante se non fosse per quelle terribili voci che il vento, sempre più spesso, gli portava. A volte erano voci tenui, modulate. A volte un lungo lamento che sembrava non smettere mai. Altre volte erano come un sibilo fastidioso che si insinuava prepotentemente nella testa, mentre a volte erano talmente forti, come il rombo di un tuono, che gli facevano vibrare tutto il corpo. Più spesso erano come voci lontane, come se provenissero da un passato ancestrale, voci che lo chiamavano nelle ore più impensabili, urlando freneticamente il suo nome. “Etan… Etan… Etan” Come accadeva spesso, anche quel giorno, la pioggia si era fatta desiderare, l’unica eccezione era stata una pioggerellina caduta durante la notte e che aveva bagnato appena le fronde degli alberi. Dato che uno strato di nere nubi offuscava ancora il cielo, non si poteva dire di essere certi che il sole fosse già sorto. In quella fredda mattina di fine inverno, solo un debole chiarore aleggiava sulle colline di Altara. Il freddo vento del nord sibilava imperterrito, sottile, ma energico, portando il suo tocco gelido e secco in tutta la regione di Ardesia. Vorticosi e allegri giochi di sabbia si alzavano vivaci, danzando per alcuni istanti, per poi lasciare posto ad altri granelli, come in un gioco frenetico, ma piacevole. Il forte richiamo del vento non risparmiava la figura infagottata che giaceva tra le ruvide e taglienti pareti di roccia millenaria della collina e che pensava di sfuggire alle voci insistenti che lo colpivano, stordendolo e terrorizzandolo. Il vento non aveva pietà della sua povera mente e neppure di notte gli donava conforto, gli assicurava la calma e nemmeno per un istante gli veniva regalato il piacere del sonno. Anche quando le voci sembravano donargli un po’ di tregua, quando gli sembrava di potersi concedere un po’ di sonno ristoratore, esse glielo impedivano tornando a manifestarsi in tutta la loro forza. L’uomo, a volte, tra gli incessanti mulinelli di sabbia, intravedeva delle strane e bianche figure, eteree, come spettri, simili più a delle ombre che a esseri materiali. Allora gridava impazzito e correva a ripararsi dietro le rocce, come se questo potesse in qualche modo bastare a salvarlo da quel suono incessante. Quali paurose forme costellavano quel luogo? Quante volte sussultava e tremava dalla paura anche solo sentendo il rumore dei suoi stessi passi? Etan era un uomo dai lunghi capelli castani, scompigliati e la barba poco curata. Indossava indumenti pesanti di lana, sgualciti, poco più che stracci, con degli scarponi di cuoio consunto, cuciti e ricuciti da tutti i lati, vecchi di chissà quante stagioni. Non doveva avere più di una quarantina di anni, un fisico asciutto e stranamente atletico per un mendicante, anche se le condizioni di sporcizia in cui si trovava lo facevano sembrare molto più vecchio. In quell’ammasso di stracci però, spiccavano due occhi incredibili. Strani, incolori, come pezzi di cristallo senza espressione, ma penetranti come lame d’acciaio, ed erano l’unica cosa che sembrava dare una certa vitalità alla persona. Colto dai brividi per il freddo, si strinse sulle spalle la mantella di logora pelliccia che aveva rubato chissà dove, e chissà a chi. Sollevò il capo e inspirò malinconicamente, sentendo l’odore dell’erba nell’aria umida e fredda, osservando lo spesso strato di nubi che incombeva sulla sua testa. Le voci sembravano essersi calmate. Alcuni veloci passi e seguito dal silenzio rotto solo dall'incalzare del vento, si riparò sotto uno sperone di roccia nelle quali vicinanze si trovava il suo giaciglio fatto di erba secca e paglia. Si sedette a gambe incrociate, osservando intorno con terrore. Dal luogo in cui si era sistemato, si poteva scorgere una strada naturale scendere dal suo rifugio, seguendo il versante della collina rocciosa privo di arbusti, per poi giungere ad una stretta valle tra altre ripide pareti rocciose. Oltre la valle si potevano osservare i primi alberi della foresta di abeti e querce. In lontananza, si intravedevano anche i primi tetti delle capanne del villaggio di Colle, un piccolo villaggio posto su un versante di una collina. Per un attimo, gli sembrò di scorgere ancora le solite, misteriose e bianche figure sulla strada. Si strizzò gli occhi per guardare meglio, posandosi la mano sulla fronte per ripararsi dal vento che gli stava irritando gli occhi, ma non vide altro che alberi. Le figure sembravano essere svanite, sempre che ci fossero mai state e che il tutto non fosse uno strano parto della sua mente. Lui era un mendicante che viveva solo dell’elemosina della gente di buon cuore dei villaggi in cui si recava, o quello delle città fortezza comandati dai signorotti che tolleravano malvolentieri la presenza di gente della sua risma. Non ricordava di essere mai stato altro nella sua vita. Non ricordava neppure il volto di suo padre, di sua madre. A volte dubitava di avere avuto dei genitori. Forse aveva dei fratelli, ma nemmeno questo riusciva a ricordare. Etan era il suo nome, sapeva solo questo, ma non era più tanto sicuro neanche di quello. Non rammentava neppure il momento in cui le voci avevano cominciato a perseguitarlo. Osservò per qualche istante a nord. I monti Alban, a molte miglia di distanza, preceduti dalle alture di Amra, sferzati dalle violente tormente di neve che non li abbandonavano un attimo, assomigliavano a degli antichi e possenti titani che sfidavano le insidie del tempo con coraggio e abnegazione. L’uomo per un istante dimenticò le voci, ma esse si ripresentarono a lui sempre più forti e sempre più insistenti: “Etan… Etan… vendicaci Etan” L’uomo si accasciò al suolo coprendosi le orecchie con le mani, fino a farsele dolere, chiudendo gli occhi e urlando disperato: “Andate via. Lasciatemi in pace!” Ma la pace non era segnata nel suo destino e le voci continuarono insistentemente nel loro richiamo: “Etan…cosa ci fai lì, fermo e indolente. Vendica la tua famiglia… vendicaci.” “Io non ho una famiglia” urlò, “sono solo un mendicante, l’ultimo degli uomini, lasciatemi in pace, lasciatemi stare.” “Ti sbagli figliolo, tu sei molto di più… molto di più” continuarono le voci. “Vi sbagliate, io non sono niente, perché mi perseguitate?” “Segui ciò che ti diciamo e troverai la pace che tanto desideri. Segui la nostra voce e sarai libero.” Il giovane mendicante non era certo un uomo coraggioso, né un saggio, ma capì che non c’era via di fuga per lui, che doveva capitolare, se voleva ritrovare la tranquillità di un tempo. Alla fine, sfinito, alzò il capo e rispose alla chiamata. “E’ tempo che tu vada” ripresero le voci. L’uomo, anche se terrorizzato, si incamminò verso la direzione che gli indicarono le voci, al di là delle rocce, verso la foresta di abeti, seguito dal vento che mormorava ancora e incessantemente il suo nome. Attento ai rami e ai sassi sparsi sul selciato, discese il sentiero sino al limitare della foresta. Come per incanto, le voci si placarono e il silenzio sembrò regnare sovrano. Persino gli uccelli sembravano aver deciso di tacere. Per un attimo, le nubi si aprirono pigramente, lasciando passare un raggio di sole. Una lepre, sbucò timidamente dalla sua tana scavata tra le radici di un frassino. Annusò l’aria e si avvicinò a una piccola pozza che si era occasionalmente formata ai bordi del sentiero. Bevve velocemente, con la paura che qualche predatore potesse vederla, poi sentì un rumore. Allarmata, alzò il capo, movendo la testa a scatti. Rimase immobile per un istante, con le orecchie tese e vedendo la persona di Etan avvicinarsi, corse velocemente a rifugiarsi nella tana. L’uomo, con la fronte imperlata di sudore, freddo come la sua paura, continuò imperterrito per la sua strada, fino a raggiungere il limitare della foresta, respirando l’aria impregnata dell’odore del bosco, quell’aroma di fungo, di aghi di pino che si percepiva soprattutto dopo la pioggia. Si fermò solo quando si trovò davanti a una grande e antica quercia. Gli alberi avevano una notevole importanza per la gente del luogo, ma non tutti gli alberi venivano considerati sacri dall’uomo. Di solito, lo erano quelli più imponenti, quelli che avevano qualche conformazione particolare o che stavano accanto a enormi rocce, ma tutti, comunque, venivano dotati di un’anima e molto spesso, abitati dalle piccole entità dei boschi. La quercia che si ritrovò davanti Etan, era un albero sacro, simbolo dell’eterna rinascita, ponte di collegamento tra cielo e terra, inglobando in sé, sia il mondo sotterraneo (il regno dei morti), sia il mondo di mezzo (quello dei vivi), sia il mondo delle Armonie (il mondo degli dei). Aveva il tronco scuro e grinzoso, talmente largo che un uomo adulto non sarebbe riuscito a circondarlo con le sole braccia. La chioma poi, era formata una moltitudine di rami, alcuni che scendevano verso il suolo altri, la maggior parte, che si allungavano verso il cielo. Vissuto centinaia di anni, assorbendo le vibrazioni della terra, del vento, della pioggia, del sole e degli animali, racchiudeva in sé molta più saggezza di quanta l’uomo potesse immaginare, così ci si rivolgeva a lui sia nei momenti del bisogno, sia nei momenti di gioia. Gli uomini, nella foresta, adoravano gli dei, vi tenevano consiglio e giudicavano i colpevoli. Il grande albero fece da tramite con il regno dei morti e i morti parlarono a Etan attraverso di lui. Le bianche figure che aveva sempre intravisto, e alle quali aveva sempre cercato di fuggire, cominciarono a prendere forma dinanzi a lui. L’uomo scorse un bagliore e, nonostante tutto non indietreggiò di un solo passo, ma era solo la paura che gli impediva di muoversi. Poi, riuscendo a trovare un minimo di coraggio dentro di sé, si avvicinò alla luce. Un immagina bianca, eterea, gli apparve davanti. Era l’immagine di un uomo anziano dai lunghi capelli bianchi. Indossava un vestito di tela, coperto da una corazza di cuoio e le braghe di pelle. Sulla schiena, portava un fodero di pelle in cui era riposta una lunga spada dal manico d’avorio. A fianco della prima, si manifestò una seconda figura. Era quella di giovane uomo dai capelli lunghi e castani. Indossava una corta tunica di tela, delle braghe di pelle tenute strette da una cintura di cuoio da cui penzolava un fodero con all’interno una spada dalla lunga lama. Ciò che univa i due uomini però, era il loro sguardo di ghiaccio, così simile a quello di Etan. ”È solo un'illusione”, si ripeté più volte quest’ultimo, “un brutto scherzo della mente.” “Etan, figlio mio, non stupirti e non dubitare della tua ragione” disse l’anziano uomo, rompendo il silenzio. “Sei giunto a noi, finalmente.” Il silenzio scese sulle figure, poi: “Siamo stati traditi, le nostre anime non possono raggiungere il regno di Altea, non possono aspirare al paradiso degli eroi, ricevere il riposo dei guerrieri, finché non saremmo vendicati” proseguì. Etan guardò le due figure incredulo: “Non può essere!” disse spaventato. “Tu sei mio figlio, sei un nobile guerriero, è tuo dovere vendicare la tua famiglia” continuò l’anziano. “Io… io sono solo un mendicante. C’è un errore, c’è sicuramente un errore” rispose Etan. “Figlio mio” insistette l’uomo, con aria sofferente, come se parlare gli costasse fatica, “tu non puoi ricordare poiché la tua memoria ti è stata strappata da un potente sciamano che se n’è liberato vendendola ad altre persone. “Eri un grande mago-guerriero fratello mio, il migliore.” La voce del più giovane interruppe la figura più anziana: “Un grande uomo di sapienza. Conoscevi i segreti della magia, e i nomi segreti delle cose.” “Chi ha rubato la tua memoria ha tenuto solo una parte per sé e ha venduto il resto ad altri” riprese il discorso l’anziano. “Trovali e uccidili. Solo così riavrai la memoria e potrai vendicarci” dissero parlando all’unisono. “Cerca la vecchia Vaina, la stria che vive sulle alture di Amra, lei ti indicherà la via… lei sa.” Poi un lampo accecante e le figure scomparvero. Etan si accasciò al suolo tremante di paura, con gli occhi dolenti. “Forse è solo un brutto sogno” ripete tra sé e sé, “è sicuramente è un brutto sogno.” Un colpo di vento improvviso lo distrasse da quel pensiero. “Le pianure di Amra, ricorda…” urlò improvvisamente la voce nel vento. “Ricorda.” Etan corse via terrorizzato, ma sapeva bene che se voleva liberarsi da quel supplizio, doveva seguire le indicazioni che gli erano state date e senza quasi rendersene conto, prese la strada che portava verso le alture. Riprese il sentiero che aveva fatto per arrivare, e dopo un ora di cammino veloce, senza incontrare anima viva, arrivò nel luogo indicato. Le alture di Amra erano delle colline verdi e rigogliose. Un unico ammasso di roccia si intravedeva sulla sommità della collina più alta. Qui, abitava la vecchia Vaina, la stria. L’anziana se ne stava accoccolata davanti al fuoco, con la schiena appoggiata alle rocce, quelle rocce che nascondevano l’entrata della grotta in cui viveva. Etan vide il fumo del falò e si diresse in quella direzione. Quando notò la donna, si fermò un attimo, quasi intimorito. “Avvicinati Etan, non sono una strega che divora i viandanti” disse la vecchia, continuando a osservare le fiamme. Più che da una persona, la voce sembrava venire da un mucchio di stracci maleodoranti, sotto cui si riusciva a malapena, a indovinare un essere umano. Piccola, incurvata sotto il peso degli anni, il viso raggrinzito, ormai conquistato dalle rughe, gli occhi infossati, le orecchie appesantite da pesanti orecchini di metallo. Grosse vene blu pulsavano visibilmente sul suo collo grinzoso. Il volto restò immobile, mentre la mano rugosa si tendeva a cogliere il tepore delle fiamme. Il mendicante si avvicinò titubante, sedendosi di fronte a lei. “Mi conosci?”domandò stupito del fatto che l’anziana l’avesse chiamato per nome. “Non fare domande stupide” rispose seccamente la donna, facendo risuonare di nuovo la sua voce stridula, e senza distogliere gli occhi dal fuoco. “Non ti ho mai visto, ma le anime dei tuoi morti mi hanno perseguitato per giorni, mostrandomi il cammino che devi intraprendere.” “Anche a te… io…” La donna lo zittì con un gesto. Con un movimento lento, esplorò coscienziosamente i propri stracci. ”Ah… una l’ho presa” disse soddisfatta, togliendosi di dosso una pulce che la stava infastidendo. L’insetto finì nelle fiamme seguito da una smorfia di disgusto di Etan. “Cerca Petro, il bandito. A lui è stata data la tua memoria da guerriero. Uccidilo e la riavrai” continuò, senza guardare minimamente l’uomo che gli stava davanti. “Cosa?” Come sarebbe? Devo uccidere quel bandito?” rispose sorpreso l’uomo. “Dovrai farlo se vuoi che le voci ti lascino in pace.” “Ucciderlo? E come? Io sono solo un mendicante, non un guerriero.” La donna, infastidita dalla riluttanza del giovane, gli allungò un sacchetto di pelle chiuso da una corda di canapa annodata. “Che cos’è?” domandò Etan. “Dubito che il tuo misero cervello riesca a capire cosa sia, e non ho voglia di perdere tempo a spiegartelo, ma se riuscirai a venire a patti con la tua paura, potrai farne buon uso… spero.” “Perché non parli chiaro vecchia?” rispose alterato Etan, trovando in sé un briciolo di coraggio. “Quando verrà il momento, apri questo sacchetto e chiudi gli occhi, poiché il suo potere corromperebbe anche te” continuò l’anziana. “Insomma vecchia, cosa c’è qui dentro?” urlò, spazientito, cercando di aprire la sacca. Un dolore lancinante alla mano gli fece cadere la sacca, che cadde in terra. La donna gli aveva lanciato una pietra rovente, appena tolta dal fuoco. Con calma ne prese un'altra, tenendola in mano, come se niente fosse. “Maledetto pazzo, in quella sacca c’è un basilisco, se lo liberi, potremmo morire tutti e due.” Etan sgranò gli occhi e dimenticò il dolore alla mano. “Brutta vecchiaccia, tu sei pazza. Io dovrei portarmi dietro una creatura simile… sei pazza… sei pazza” urlò spaventato. L’anziana depose con calma la pietra nel fuoco. Le fiamme lambirono il suo braccio scheletrico, senza bruciarla. “Ricordati!” proseguì la vecchia. “Finché viene tenuto al buio, è inoffensivo. Il piccolo essere potrà aiutarti, ma dovrai essere tu ad uccidere Petro, con le tue mani, è l’unico modo per riavere la tua memoria. “Non capisco… e poi dove lo trovo questo Petro?” chiese, abbassandosi a raccogliere la piccola sacca, e stringendo con tutte le forze il laccio che la chiudeva. La donna bisbigliò appena delle frasi ingiuriose, poi alzò la mano indicando una direzione. In lontananza si poteva vedere un filo di fumo nero alzarsi verso il cielo, e degli uccelli neri volteggiare sopra un punto preciso. Poi la donna chiuse gli occhi e sorprendentemente, si addormentò. A nulla valsero i tentativi di Etan nel cercare di risvegliarla per avere altre informazioni. Così, anche se riluttante, si infilò il sacchetto nella logora tunica e si avviò nella direzione indicata da quel gruppo di uccelli neri come la notte. Anche se il vento continuava a soffiare incessantemente, colpendo con raffiche violente la sua persona, le voci rimasero in silenzio. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.   1