Marco Bottoni medico, scrive per passione dal 1999. Nel novembre 2004 ha pubblicato L’Altro e altre storie con Montedit di Milano. Fara Editore di Rimini ha pubblicato nel 2005 due suoi racconti (“Storie di donne”) nella raccolta Antologia Pubblica; nel 2006 Sullo stesso treno e nel 2007 sei suoi racconti (“Vita”) nella raccolta Storie di Vita. Con Prosecco e Prolegomeni – memorie di un filosofo da bar edito da Montedit nel 2007 ha vinto il Premio Nazionale di Letteratura umoristica “Umberto Domina” indetto dal Rotary Club di Enna. Nel 2009 ha pubblicato Luna – quattro storie di scacchi e di mistero con la casa editrice Tindari di Messina. Ultima uscita, pochi mesi fa, Mi siete mancati - Storie di vita padana., per le stampe di Fara Editore. Nipoti miei, amatissimi. “Nipoti miei, amatissimi” Lo studio del Notaio era molto diverso da come Alberto se lo era raffigurato con la mente. Chissà perché si pensa sempre all’ufficio di un leguleio come a un antro oscuro e opprimente, con scaffali pieni zeppi di antichi polverosi volumi elegantemente rilegati, probabilmente mai letti da nessuno. “Non vi stupisca il fatto di avere ricevuto, e per il tramite di un Notaio, questo invito a riunirvi nel mio nome”. Per niente oscuro e polveroso, l’ambiente era costituito da una ampia sala elegantemente arredata, sulle cui pareti si aprivano, una per ognuno dei lati che guardavano all’esterno, due ampie vetrate protette da moderne tende alla veneziana, attraverso le quali diffondeva un chiarore omogeneo e delicato, riflesso dalle pareti e dal soffitto dipinti in un tenue rosa chiaro. Libri davvero ce n’erano molti, ma erano per lo più volumi rilegati in stile moderno, ordinatamente distribuiti sui ripiani di una libreria in legno e metallo, che occupava quasi tutta la parete alle spalle della scrivania del Notaio. Seduto su una poltroncina bassa e scomoda, giusto a fianco di suo cugino Augusto, Alberto si rigirava fra le mani la lettera che aveva ricevuto, con posta raccomandata, qualche giorno prima, e il contenuto della quale non aveva potuto fare a meno di stupirlo, checchè ne potesse dire chiunque. “Gentile Signore, mi pregio invitarLa a una riunione che si terrà Sabato 9 p.v. alle ore 17,00 (senza fallo) nel mio studio all’indirizzo in epigrafe; riunione durante la quale, in esecuzione di specifico mandato e incarico attribuitomi dalla stessa, darò lettura delle volontà testamentarie, redatte in maniera olografa e presso di me depositate e giacenti, della di Lei zia Augusta Berengani Sterza. Vista l’importanza della questione mi permetto raccomandarLe la massima puntualità, mentre ribadisco l’assoluta inderogabilità della Sua presenza. Distinti saluti. Andrea M. Vuckcic Notaio in Torino. Anche Pietro, così come era accaduto ad Alberto ed Augusto, doveva avere ricevuto da parte del Notaio la stessa enigmatica lettera contenente la medesima raccomandazione alla puntualità, eppure era arrivato in ritardo. D’altra parte, Pietro era sempre in ritardo. Augusto pensò, non senza una punta di stizza, che almeno in una occasione come questa suo cugino più giovane, il “cuginetto” come gli avevano sempre insegnato a chiamarlo gli adulti, avrebbe potuto fare un piccolo strappo alla regola e presentarsi, una volta tanto, in orario. Invece no. Ancora una volta non aveva perso l’occasione di farsi riconoscere per quello che era, un borioso ed arrogante bellimbusto, menefreghista e maleducato, incapace di osservare anche le più elementari regole di un comportamento civile. Il Notaio rigirava fra le mani alcuni fogli, e li muoveva con attenzione come se stesse ordinando le pagine, prendendo ogni tanto qualche appunto con la stilografica su un block notes rilegato in cuoio, dello stesso colore del piano di legno della scrivania. “Una scrivania” pensò Augusto “che ha una superficie appena di poco inferiore a quella del soggiorno di casa mia”. Le diciassette erano ormai passate da qualche minuto quando il Notaio, stigmatizzando con una certa enfasi il ritardo di Pietro, aveva annunciato che, trascorsi quindici minuti dall’ora di convocazione, avrebbe proceduto alla lettura senza ulteriori perdite di tempo. Proprio su quelle parole, Pietro aveva aperto la pesante porta dello studio del Notaio ed era rimasto impalato lì sulla soglia, quasi paralizzato dalla sorpresa. “Cristo Santo!” aveva detto. Anche Alberto aveva notato lo stupore dipinto sul volto del suo giovane e scorretto cugino, ma si era subito conto che non si trattava della sorpresa per il tipo di ambiente, o di arredamento. A paralizzare letteralmente Pietro, e a inchiodarlo sulla porta, era stata proprio la vista del Notaio. “Ho depositato presso il Notaio Vuckcic questi fogli contenenti le mie volontà, dandogli precise istruzioni sui modi e sui tempi secondo i quali convocarvi tutti e tre per darvene lettura, amatissimi nipoti miei” “Cristo Santo!” aveva detto Pietro, in un soffio “Melania!” Poi si era come accasciato sull’ultima poltroncina rimasta vuota, quella accanto ad Augusto, ed il Notaio aveva continuato la lettura. * * * Il Notaio Andrea Melania Vuckcic era quello che si può definire, e senza tema di apparire esagerati, una donna bellissima. Gli occhi verdi, luminosissimi nella cornice degli occhiali dalla montatura blu cobalto, facevano risaltare ancora di più il colore rosso ramato dei capelli che le cadevano ai lati dell’ovale perfetto del viso, morbidi e leggermente ondulati. Pietro l’aveva riconosciuta subito. Nonostante fossero passati più di quindici anni dai tempi del liceo, non era affatto cambiata: il collo lungo e sottile emergeva elegante dal busto che teneva eretto ma non rigido, la linea delle spalle morbidamente disegnata a scivolare in due braccia dall’aspetto forte e aggraziato allo stesso tempo. Era ancora lei; nonostante il passare degli anni aveva ancora lo sguardo di allora, profondo e penetrante, allo stesso tempo altero, reso ancora più affascinante, se possibile, dal maturare dell’età. Mentre la guardava rapito, Pietro pensò che doveva avere, a conti fatti, una trentina d’anni, o giù di lì. “Ho compiuto ottantacinque anni il giorno cinque dello scorso mese e, grazie a Dio, godo ancora di ottima salute. Vi piaccia o no.” Alberto fece per intervenire ma il Notaio lo zittì con un gesto perentorio della mano, non consentendogli l’interruzione. “Gradirei completare la lettura senza interruzioni da parte vostra” disse con la stessa voce calda e sensuale che(Pietro lo ricordò con un leggero brivido a fior di pelle), aveva ai tempi della scuola. “Pertanto vi chiedo gentilmente di rimanere in silenzio fino a che non avrò finito.” “Ma la vecchia…” sbottò Alberto. “La vecchia è sempre la stessa” disse Augusto dandogli sulla voce, “anche da morta non ….” “E non chiamarla vecchia, tu !” lo interruppe Pietro, senza smettere di fissare l’affascinante notaio. “Signori! Vi prego!” Pietro, Alberto e Augusto, i tre cugini che a causa di una strana lettera ricevuta alcuni giorni prima si erano ritrovati in uno studio notarile, non avevano trovato di meglio che parlare tutti insieme, accavallando una sull’altra le loro voci concitate, ma in risposta all’invito del notaio, si zittirono simultaneamente. La voce ferma della bellissima Melania aveva un tono che non ammetteva repliche. “Ho avuto istruzioni precise di comunicarvi il contenuto di questi fogli in modo che ne prendiate conoscenza senza la minima possibilità di qualsivoglia fraintendimento. È fondamentale che prestiate la massima attenzione a quanto sto per leggervi. Questa lettera di vostra zia contiene istruzioni precise alle quali sia io che voi siamo strettamente tenuti ad attenerci.” Alberto, che aveva accennato ad alzarsi in piedi, si rimise a sedere sulla poltrona, Augusto borbottò fra sè qualche incomprensibile parola e Pietro rimase ad ascoltare Melania a bocca aperta, come istupidito dal suono della sua voce. In complesso, il Notaio ottenne da tutti e tre un implicito consenso a continuare nella lettura. “Ho ottantacinque anni, un patrimonio immenso e nessun discendente diretto al quale tutta questa ricchezza possa essere destinata in eredità al momento della mia dipartita. Non un fratello, non un marito, non un figlio. Nessuno, tranne voi tre, nipoti miei.” I tre convenuti, seduti in tre poltroncine di pelle piazzate di fronte all’immensa scrivania dal piano di noce, erano posseduti da emozioni contrastanti e nelle loro menti si agitavano pensieri differenti, ma una sola era la domanda che li accomunava in quel momento: “che avrà deciso di farne, la vecchia, di tutti i suoi soldi?” “Ora come ora è assolutamente certo che non ho alcuna intenzione di lasciare questo mondo, e mentre redigo queste mie volontà non penso certo alla morte; cionondimeno durante questi anni (che sono perfettamente cosciente essere i miei ultimi) non ho potuto fare a meno di pormi una domanda: a chi lascerò ogni mio avere, chi erediterà l’ immensa fortuna che ho accumulato durante la mia lunga vita?” Mentre il Notaio procedeva nella lettura Alberto continuava ad agitarsi sulla poltrona, Augusto emetteva ripetuti sordi brontolii e Pietro fissava stranito la giovane donna, incapace di fare qualsiasi altra cosa che non fosse rimanere lì come un allocco, con la bocca spalancata; ad ogni modo, se non altro, ognuno dei tre osservava un religioso silenzio. “Al mondo, ormai, dopo la morte del mio povero Tommy, non mi è rimasto nessuno che mi ami veramente …” “Senti un po’ come lo chiama: ‘il mio povero Tommy’” pensò Alberto “neanche fosse un marito o un fratello…” “…e già questa è una ben triste considerazione, da fare…” “Chissà che tristezza, vivere tutta sola, a parte la presenza di cinque o sei persone al suo servizio, in una villa che è più grande di un castello, occupata tutto il tempo a fare i conti di quanto denaro le sue proprietà e le sue rendite le fruttano ogni giorno che passa!” non potè fare a meno di considerare Augusto chiudendo gli occhi e paragonando la villa della zia con il modesto tugurio nel quale era stato costretto a trasferirsi dopo che gli ultimi dissesti finanziari lo avevano ridotto praticamente in miseria. “… ma ancora più doloroso della morte del mio adorato cagnolino, angosciante al punto da risultarmi insopportabile è stato, in questi mesi, il pensiero che…” “Ecco cosa dovevo fare” pensava Pietro mentre il Notaio proseguiva nella lettura “invece di tentare la fortuna nel mondo della televisione. Dovevo studiare giurisprudenza anch’io, come ha fatto Melania. Se avessi seguito i consigli della zia e fossi diventato avvocato, magari ora non sarei costretto, per campare, a inseguire direttori commerciali di emittenti televisive del cavolo elemosinando contratti di merda. Figurarsi, a un attore come me, all’artista che sono io, si e no gli fanno fare le televendite…” “ … mi piaccia o no, i miei unici eredi, i destinatari del mio intero patrimonio, alla mia morte, sarete voi tre!” A questo punto il Notaio fece come una pausa, una brevissima sospensione nel correre fluido e omogeneo della lettura per volgere un rapido sguardo ai tre cugini seduti di fronte a lei. Potè così cogliere il bagliore di un lampo che aveva acceso, contemporaneamente, gli occhi dei tre uomini, e che nessuno di loro era riuscito a dissimulare del tutto. Alberto, Augusto e Pietro, nonostante stessero facendo, nel loro intimo, lo stesso tipo di considerazioni, rimasero in silenzio, come in attesa di udire, dalla voce della bellissima “notaia”, le conclusioni alle quali era giunta la vecchia zia nel redigere le sue volontà. E la “notaia” continuò. “D’altra parte, ne converrete anche voi, miei amatissimi nipoti, non ho tutti i torti se affermo che l’idea di lasciarvi unici eredi di ogni mio avere non mi piace affatto. Non che siate dei poco di buono, ma il fatto è che, a ben giudicare, nessuno di voi tre, come persona, vale un granchè. “Tu, Alberto carissimo, nella tua vita hai sbagliato tutto quello che c’era da sbagliare: hai sbagliato matrimonio, hai sbagliato studi e hai sbagliato lavoro; così ora, quando ti guardi allo specchio invece di un ricco avvocato in carriera che esibisce la sua bellissima compagna nei ritrovi del jet-set vedi un uomo avvilito e solo, un mediocre e modesto insegnante di scuola superiore che fa fatica a pagare l’assegno di mantenimento alla ex moglie”. Alberto si contorse sulla poltrona, mordendosi il labbro inferiore fino quasi a farlo sanguinare, trattenendo a stento l’imprecazione che la rabbia e la vergogna gli avevano fatto montare in gola. “Ed è perfettamente inutile che ti agiti, mio caro nipote. Questa è la realtà, e non è certo imprecando che la farai diventare meno avvilente. Quanto a te, Pietro, con le tue pose da preteso attore forse potrai avere incantato il mondo intero, ma non certo me. Io ti conosco bene, e so perfettamente chi sei, in realtà: professionalmente poco più di un guitto da avanspettacolo, dal punto di vista umano un borioso narcisista che nasconde le sue insicurezze dietro atteggiamenti falsi e modi di fare posticci. Fondamentalmente un pavido che cela la sua fragilità dietro una serie impressionante di maschere, da indossare di volta in volta a seconda glielo detti il caso, o la necessità. Pietro abbozzò un sorriso stentato, cercando di sostenere lo sguardo che, interrompendo per un attimo la lettura, il notaio non aveva potuto fare a meno di indirizzargli. “Anche il sorriso sforzato che, ne sono certa, stai cercando di abbozzare adesso è falso. Ma il migliore di tutti, voglio dire il pezzo migliore in questa galleria degli orrori che mi è toccata in sorte come surrogato di famiglia, sei certamente tu, Augusto. Di tutti i progetti che avevi in mente non ne hai realizzato nemmeno uno, in tutta la tua vita di adulto non hai saputo fare di meglio che sprecare tempo e danaro perseguendo fini tanto grandiosi quanto fantasiosi, inseguendo un sogno senza avere la minima capacità di trasformarlo in realtà. Non sei cattivo, sei solo sciocco. Ed è proprio per questo, perché sei uno stupido sognatore che ti ritrovi ad essere un fallito. Il Notaio non aveva ancora terminato di pronunciare queste parole che Augusto era già balzato in piedi, seguito quasi nello stesso istante dai due cugini che sedevano nelle poltroncine di fianco alla sua. “Questo è intollerabile!” sbottò rivolto al notaio, mentre il colore del suo volto percorreva tutte le tappe nella scala dei toni del rosso. “Non so voi, ma io non sono certo venuto qui per farmi insultare! Io…” “Lei è venuto qui per assistere alla lettura delle volontà testamentarie di sua Zia, signor Augusto” lo zittì il Notaio. “Lo ha fatto su mio invito ma di sua spontanea volontà, così come spontaneamente e senza alcuna costrizione sono venuti qui i suoi due cugini. Tutti e tre avete risposto alla mia chiamata motivati da un unico fine: il vostro personale interesse. Naturalmente ognuno di voi è liberissimo di andarsene quando e come meglio gli aggrada, ma sappiate che le volontà di vostra zia contengono, espressamente indicata, una clausola secondo la quale se anche solo uno di voi tre non dovesse presenziare alla lettura, tutti i beni della signora Augusta andrebbero, alla sua morte, alla Casa del cane abbandonato, mentre voi non vedreste nemmeno un centesimo”. Nessuno dei tre convitati fece il minimo commento, nè la bellissima notaio se ne aspettava, da loro. Semplicemente, dopo che anche Augusto, seguendo l’esempio di Alberto e Pietro si fu rimesso a sedere nella sa poltroncina disse: “Molto bene, continuiamo”. E riprese la lettura con un che di beffardo nell’espressione del volto. Ma basta, ora, inveire su di voi. Non serve a nulla, che tanto non è mettendovi di fronte alla dura realtà che farò di voi tre meschini dei campioni senza macchia e senza paura. Tutto sommato, se i miei tre fratelli non fossero morti così giovani, se voi aveste avuto il dono di una guida più autorevole, se… Ah, che stupida sono! Con i se e con i ma non si scrive la storia, ed è assolutamente inutile, ora, rammaricarsi per ciò che doveva essere e non è stato, e piangere sul latte versato. No, il motivo per il quale ho deciso di scrivere queste pagine, dando nel contempo ordine al Notaio di leggervele solo e unicamente mentre siete tutti e tre insieme, nipoti miei, è un altro. “Speriamo che non sia che ci vuole tenere qui fino a che siamo morti di vecchiaia anche noi!” Alla battuta di Pietro, Augusto e Alberto non riuscirono a trattenere un sommesso risolino; il Notaio alzò appena gli occhi dal tavolo per fulminare con lo sguardo il colpevole della ennesima interruzione. “Non te ne... non se ne abbia a male, Dottoressa. Il fatto è che mi pare che i fogli che le rimangono da leggere siano ancora parecchi, e non so dove la zia volesse andare a parare con tutta questa storia di rammarichi e rimproveri… ma qui la cosa comincia davvero a farsi un po’ troppo lunga!” Il Notaio non degnò Pietro nemmeno di una risposta. Solo scosse il capo in segno di disapprovazione mentre riprendeva a leggere. Il fatto è, Nipoti miei, che se non posso garantirmi l’immortalità, voglio almeno essere sicura che, dopo la mia morte, i miei averi non vadano a finire nelle mani sbagliate. Soprattutto non voglio che della mia immensa fortuna abbia a godere chi, casomai, avesse agito in mio danno. Ora sui volti dei tre nipoti si andava dipingendo una espressione di curiosità e sorpresa; specialmente Augusto sembrava turbato dalle ultime parole lette dalla bellissima leguleia, mentre Pietro e Alberto avevano decisamente la faccia di chi non ci sta capendo niente. Sì, cari Nipoti, propri così. Non mi vergogno di quello che ho pensato, ed ora ve lo posso dire “apertis verbis”, senza il timore di offendere nessuno. Verrà la Morte, e mi porterà via, questo è certo, e quando questo possa accadere, non è dato di saperlo. Ma quello che mi preoccupa, della mia morte, non è tanto “quando” come “in che modo” essa verrà.” “Hai capito la Zia: ricca e pure filosofa…!” si lasciò sfuggire Alberto, che dei tre sembrava il più stanco e annoiato. Il Notaio gli lanciò uno sguardo ammonitore, e, senza dirgli nulla, continuò la lettura. Con gli anni che ho, potrei morire da un giorno all’altro, oppure, visto che sono diventata così vecchia godendo sempre di ottima salute, chissà quanti anni ancora potrei campare… Ecco, cari Nipoti, è stato proprio questa riflessione, unita al pensiero che ciascuno di voi potrebbe avere, a sua volta, pensato la stessa cosa, a spingermi a scrivere queste pagine, per voi. Sì, perché, visto che siete i miei eredi naturali, chi mi dice che oltre ai doverosi sentimenti di affetto sincero e devota attenzione, in questi ultimi tempi non abbia fatto capolino in uno o nell’altro di voi anche una certa… premura? No, non voglio dire che voi abbiate fretta che io muoia, ma mi sono chiesta quanto utile vi risulterebbe, casomai, una mia repentina dipartita da questo mondo e, ancora di più, quanto dannosa vi risulterebbe, al contrario, una mia prolungata permanenza. Ho preso informazioni su di voi, e certo non mi ha fatto piacere sapere che tu, Alberto, vivi in condizioni economiche per così dire estremamente disagiate, che tuo cugino Augusto è sull’orlo del fallimento e soprattutto che tu, Pietro, sei coinvolto in affari poco chiari con certi tipi che ti hanno prestato forti somme di denaro delle quali ora pretendono con una certa insistenza la restituzione, interessi esosissimi compresi. “Questo è inaudito!”. “È una infamia! Come si permette la vecchia di…” “Signori, silenzio!” echeggiò il Notaio con tono imperioso. “Ci stiamo avvicinando alla fine, ma questo è anche il punto cruciale dello scritto di vostra zia, pertanto vi invito a stare calmi.” Alberto e Augusto si rimisero a sedere, abbassando la testa; Pietro, che non aveva detto una parola, annuì gravemente all’indirizzo del Notaio. “Spero che abbiate compreso. Ad ogni buon conto vi avverto che, qualsiasi cosa ci sia scritta nelle prossime pagine, e qualsiasi sia l’effetto che vi farà sentirmela leggere, siete tenuti ad ascoltare con attenzione e rimanendo in silenzio.” La bellissima fece una pausa, come per assicurarsi che tutti avessero compreso. “Considererò eventuali interruzioni da parte di ciascuno di voi come espressa volontà di abbandonare questa stanza, con le relative conseguenze a vostro svantaggio ed a favore del Rifugio del cane abbandonato.” “Ora” continuavano le parole della zia “se è vero, come dicono, che a pensare male si fa peccato, ma molto di sovente ci si indovina, chi mi garantisce che uno o l’altro, o l’altro ancora di voi tre, nipoti miei amatissimi, non possa, in questa epoca di decadimento morale e di crisi dei valori, avere anche solo valutato il vantaggio che gli deriverebbe da una mia morte repentina, e che motivi di interesse non lo abbiano spinto, per così dire, a immaginare un modo nel quale aiutare il mio destino di “moritura” a raggiungere anzitempo il suo compimento? E, una volta immaginatolo, che non si sia sentito invogliato anche a metterlo in pratica? È un pensiero terribile, lo ammetto, e anche solo ipotizzare, in persone care e a me legate dai sacri vincoli della famiglia, tali intenzioni e tali abietti progetti, non mi fa certo onore. Eppure, il fatto che qualcuno possa pensare di anticipare la mia dipartita da questo mondo mi è sembrato assurdo e fuori da ogni logica per qualsiasi persona di mia conoscenza, tranne che per voi tre. Non fa bene all’anima ammetterlo, ma è così. I tre, nessuno escluso, stavano ribollendo di rabbia e di vergogna, ognuno più dell’altro, se possibile, in preda a un agitato furore interno, la cui esplosione era evitata solo in forza di ovvi motivi legati alla destinazione dell’immenso patrimonio della diabolica vecchia. Tutti tacquero. Oltre a questo ho anche pensato che, nulla essendo più naturale, al mondo, che la morte di una vecchia, con ogni probabilità chi avesse ordito un piano anche solo “credibile” per togliermi di mezzo, e riuscisse a metterlo in pratica senza compiere errori marchiani, avrebbe ottime probabilità di farla franca. Non c’è nulla di più normale, per una persona della mia età, di una morte per cause naturali. O di una morte che tale possa ragionevolmente apparire. Ora, nipoti miei amatissimi, dato che sono mortale ma non moribonda, vecchia ma non demente, buona ma non stupida, ho pensato che, se non posso impedire a uno o all’altro di voi di progettare e, perché no, di mettere in pratica una “accelerazione” dei miei preparativi per l’ultimo viaggio, posso almeno evitare che chi eventualmente si sia dato da fare per favorire la mia dipartita abbia a godere dei benefici che sperava ottenere. Così, per tagliar corto con questa chiacchierata che certo, considerato il piacere che vi avrà dato ascoltarla, è già durata anche troppo, vi dico che queste sono, in relazione alla destinazione del mio ingente patrimonio dopo la mia morte, le mie ultime volontà: “Al momento della mia morte, in qualsiasi modo avvenga e quale che ne sia stata la causa, stabilisco e voglio quanto segue: se uno dei miei Nipoti (Alberto, Pietro o Augusto) verrà smascherato nell’avere ordito e messo in atto un piano per eliminarmi e in seguito a ciò riconosciuto colpevole del mio omicidio, l’intero patrimonio andrà diviso, in parti uguali, tra gli altri due nipoti. Al contrario, in caso di mia morte naturale ovvero (come credo più probabile) riconosciuta come tale in seguito a qualche strano incidente o improvviso malanno, e comunque in mancanza del riconoscimento di una qualsiasi forma di responsabilità direttamente o indirettamente attribuibile ad uno dei miei tre suddetti nipoti, voglio che l’intero mio patrimonio vada al Rifugio del cane abbandonato. Stessa destinazione avrà ogni mio avere nel caso in cui (e questo è ovvio) fosse accertato che la mia morte si deve a un complotto ordito da tutti e tre i miei nipoti insieme (cosa questa che ritengo altamente improbabile, in quanto necessitevole, per realizzarsi, di intelligenza, prudenza, lungimiranza, carattere, fermezza, astuzia e determinazione, doti delle quali nessuno dei tre è, nemmeno in minima parte, dotato). Tutto quanto scrivo di mio pugno mentre mi trovo ad essere in pieno possesso delle mie facoltà mentali, e così redatto in fogli tre più parte di questo quarto consegno e affido alla custodia della qui presente Andrea Melania Vuckcic, Notaio in Torino. “Seguono data e firma” disse Melania, sciogliendo per la prima volta in un abbozzo di sorriso l’espressione seria e compunta del suo bellissimo volto * * * “Ora sì che siamo a posto!” A parlare era stato Alberto, che aveva accompagnato le parole con una sonora risata; Augusto era rimasto impassibile, seduto sulla sua poltroncina mentre Pietro era balzato in piedi non appena il notaio aveva deposto sul piano della scrivania l'ultimo dei fogli olografi della vecchia zia. “Senti, Melania...” aveva cominciato a dire Pietro, avvicinandosi alla bellissima ex compagna di scuola “se questo è uno scherzo ti dico subito che è di cattivissimo gusto e io non intendo assolutamente...” “È stato lui!” La voce di Augusto, profonda e cavernosa, aveva riempito la stanza ottenendo, allo stesso tempo il risultato di bloccare sul nascere la teatrale arringa di Pietro e di attirare su di sé gli sguardi di tutti i presenti. “Come dice, scusi?” Il Notaio aveva dovuto piegarsi un po' di lato per evitare l'ostacolo costituito dal corpo di Pietro che si era tanto avvicinato alla scrivania da sembrare quasi ci volesse salire sopra. “Cosa ha detto?” ribadì, guardando Augusto dritto negli occhi. “Ho detto che è stato lui, Pietro!” “Sono stato io a fare cosa?” esclamò Pietro voltandosi a sua volta verso il cugino che rimaneva impassibile, seduto sulla sua poltroncina. “Ma è chiaro: sei stato tu a fare fuori la vecchia!” “Ma, dico io, sei completamente impazzito, o cosa?” Alberto, che fino a quel momento era rimasto in silenzio, intervenne con modi decisi. “Non è detto che lui sia impazzito. A me sembra più probabile che sia savio, invece, e che stia cercando di mettere le cose in modo da trarne il massimo vantaggio” “Il massimo vantaggio?” gli si girò contro Augusto “Cosa intendi dire?” “Intendo dire che accusando Pietro dell’omicidio della vecchia, ti metti sulla strada buona per incassare una cifra ragguardevole. Il guaio è…” “Il guaio è, cosa?” “Il guaio è che, purtroppo per te, io non saprei come accusare Pietro, mentre avrei ottimi motivi per sospettare di te” “Di me?” “Sì, Augusto, di te. Per anni non ti sei fatto vivo, ed ora, da due mesi a questa parte, ecco che sei dalla zia praticamente un giorno sì e l’altro pure; la vai a trovare a qualsiasi ora, e per i motivi più strampalati…” “Strampalati?” “Proprio così! Cosa credi, di non esserti fatto notare? Me lo ha detto lei di tutte le tue domande sull’appartamento, sugli impianti… e come ci stai qui, non hai paura a vivere così, da sola, in una casa vecchia, fatiscente… ancora ti scaldi con un vecchio sistema a stufe… e non hai considerato il pericolo del monossido di carbonio…” “Brutto bastardo, serpente assassino…” “Ehi, ehi!” si intromise Pietro “piano con i complimenti: qui, fino a prova contraria, a tutt’oggi l’assassino più probabile sei tu…” “Ah, sarei io? L’assassino sarei io? Ebbene, allora chiedi al tuo bel cuginetto Alberto, qui, chi è la sua ultima fiamma” “La mia ultima fiamma?” disse Alberto, chiamato direttamente in causa “cosa c’entra Giulia, ora?” “C’entra che Giulia, la tua bella Giulia che ha vent ‘anni meno di te e che tu ti sei indebitato fino al collo per coprire di regali, la tua Giulia dagli occhi verdi e dalle chiappe d’oro…lo sa, signora Notaio, che mestiere fa? ” Ora Augusto era divenuto paonazzo, aveva gli occhi iniettati di sangue ed emetteva, parlando in fretta, piccole fastidiose goccioline di saliva dalla bocca. Il Notaio taceva, pareva osservare divertita il crescendo rossiniano del concitato scambio di accuse fra i tre cugini. Rivolta ad Augusto, scosse solo un po’ la testa, in segno di diniego. “Lavora come tirocinante in una farmacia!” disse Augusto, quasi urlando. Poi, dopo una brevissima pausa, aggiunse “Ed ecco spiegato tutto!” “Tutto cosa?” lo aggredì Alberto, con gli occhi fuori dalle orbite. “Il movente, il mezzo e l’occasione!” rispose Augusto “Non lo guardi il Tenente Colombo in TV?” ebbe il cattivo gusto di aggiungere Pietro, con un ghigno maligno sul volto. “Ah, è così, dunque? È così! Certo, certo, niente di più facile, per voi due. Vi trovate d’accordo sul fatto che la vecchia l’ho fatta fuori io, con il veleno che mi ha procurato la mia amante che lavora in farmacia. Ma magari non è neanche veleno, quello che ho usato, forse sono stato un po’ più raffinato, un po’ più intelligente… ho usato un sonnifero! Ecco, sì, una forte dose di sonnifero, alla sua età, può anche risultare letale…” “Un sonnifero o qualche altra medicina: alla sua età, come dici tu Alberto, alla sua età sono tanti gli organi che possono ‘andare in blocco’: il cuore, i reni, il cervello…a volte basta poco, qualche goccia in più, con la terapia della sera… ultimamente, andavi a trovarla spesso, la sera.” “Io andavo a trovarla spesso, ma suonavo sempre il campanello per farmi aprire la porta: non è vero, Pietro?” “Cosa vuoi dire?” disse Pietro che, allontanatosi dalla scrivania della bellissima notaia per gettarsi quasi contro ai due cugini, aveva cambiato espressione, e tono di voce. “Cosa vuoi dire?” ripetè quasi ansimando. “Voglio dire che quello che si è procurato una copia delle chiavi di casa della zia, e non saprei in che modo, per giunta, voglio dire che quello sei tu.” sibilò Augusto. “Io?” “Sì, tu!” “Ah,ah,ah, Pietro!” si intromise, Alberto. “Male, molto male! Se è davvero così come dice Augusto, se davvero ti sei procurato di nascosto una copia delle chiavi di casa della vecchia, questo cambia tutto!” “Cosa vorresti dire con ‘questo cambia tutto’? ‘Cosa’ cambia?” “Cambia che, con le chiavi di casa della zia in mano a te, e soprattutto dopo essertele procurate di nascosto, tutto diventa degno di sospetto: una caduta dalle scale potrebbe essere considerata meno accidentale, un cortocircuito non del tutto fortuito, una morte nel sonno per soffocamento non riferibile solamente a un po’ di saliva andata per traverso.” “Sì, bravo! Bravi!” si schernì Pietro “Voi sì che ne avete visti di telefilms gialli di bassa lega!” “Bassa lega o alta lega, un infarto può venire anche per colpa di un grosso spavento, per esempio la vista di uno che ti entra in casa di notte, mentre sei nel pieno del sonno…” “Nel pieno del sonno? A me sembra che voi due siate nel pieno della follia!” “Se la chiave l’hai ancora nel mazzo, può essere considerata come un indizio a tuo carico; se te ne sei già liberato, uno di noi due a caso, quello più dotato di spirito di osservazione, potrebbe facilmente testimoniare che, rispetto a due tre giorni fa, attaccata al tuo portachiavi c’è una chiave in meno… ” “Ma con che razza di bastardi ho a che fare? Io giuro che, se vi azzardate a provare a mettermi in mezzo…” “ Non ti scaldare, Pietro! Alberto non ha tutti i torti. Si sa, la Polizia è molto sensibile a certi particolari, specie in casi complicati come questo, nei quali basta un nonnulla per dare una svolta alle indagini…” “Io non so chi di voi due abbia fatto fuori la zia ” urlò Pietro ai cugini “ma so che vi faccio fuori tutti e due io, se osate dire anche solo un’altra parola…” “Qui nessuno fa fuori nessuno!” si udì gridare nella stanza. Stanza che, a quella voce, piombò di colpo nel silenzio. * * * “Qui nessuno fa fuori nessuno, per fortuna!” Mentre i cugini, ormai esasperati e resi eccitatissimi dal lungo scambio di accuse incrociate, stavano per venire alle mani, una porta si era aperta senza fare rumore, per lasciare entrare nella stanza un visitatore inatteso, alla vista del quale i tre erano rimasti letteralmente paralizzati. “Anzi, no. Non per fortuna…” Alberto era sbiancato in volto, Augusto si era bloccato con la bocca completamente spalancata e Pietro non sapeva più dove dirigere lo sguardo, se sulla bella notaia che stava dietro la sua scrivania oppure… “…per intelligenza. Mia” sulla figura della vecchia zia che, viva e vegeta, li guardava tutti e tre con occhi maliziosi. * * * “Ma…” disse Augusto. “Ma , tu…” balbettava Alberto. “Tu sei viva!” sbottò Pietro, troppo in preda alla sorpresa per rendersi conto di avere detto una ovvietà. “Certo che sono viva!” sbottò la vecchia, più arzilla che mai “E dopo quello che è successo qui oggi, posso sperare di rimanerlo un po’ più a lungo. O almeno credo! Lei che ne dice, Notaio?” La bella Melania, notaio serio e inappuntabile, si era lasciata andare, per la prima volta nel corso della serata, ad un largo sorriso. “Eh sì, penso proprio di sì” Pietro, il primo dei tre cugini a riaversi dallo stupore, le si diresse contro, tempestandola di domande “Cosa significa tutto questo? Come hai potuto prestarti a questa farsa? Cosa volevate dimostrare, tu e questa vecchia pazza…” “Taci, Pietro!” Tuonò imperiosa la vecchia zia. “O, almeno, parla solo quando hai qualcosa di intelligente da dire! Il che, nel tuo caso, equivale comunque a tacere, ma lo dico così, tanto per amore di dialettica” “Ma, zia…” cercò di intromettersi Alberto. “Taci anche tu!” lo bloccò la vecchia, alzando una mano. “Statevene zitti tutti e tre e vergognatevi, sciocchi arroganti e insipienti quali siete, nessuno escluso!” “Ma, noi...” “Voi avete già blaterato a sufficienza per questa sera! Anzi, a volere essere onesti nel giudicare, avete blaterato a sufficienza per tutta la vostra esistenza a venire, e il fatto che dovesse essere una esistenza lunga, non risulterebbe di alcun vantaggio per l’umanità. Siete stupidi, oltre che buoni a nulla, ma pur nella vostra dabbenaggine dovreste avere capito la ragione e il motivo di tutto, ormai.” “Ma, zia” prese a dire Augusto “tu davvero non vorrai credere che io… non puoi pensare che noi…” “Io posso pensare quello che voglio! Sono ricca, vecchia e disillusa, pertanto non c’è più nulla, a questo mondo, che io non mi senta libera di dire e, soprattutto, di fare. Quando poi sarò nell’altro, di mondo…allora si vedrà. Ho pensato che, almeno in via teorica, ognuno di voi tre bellimbusti avesse carezzato col pensiero, se non espressamente progettato, il modo di farmi fuori in modo veloce e…indolore. A giudicare di quello che ho sentito questo pomeriggio, devo dire che non mi sono sbagliata di molto.” “Tu sbagli a giudicarci, cara zia” si fece avanti Alberto, sudato e pallido, “il fatto è che…” “Il fatto è che non ho sbagliato per niente, e che è proprio perché vi conosco bene che mi è venuto in mente di architettare questa specie di commedia, d’accordo con questa ragazza, che è stata così disponibile e buona da accondiscendere al capriccio di una vecchia eccentrica” “No, no” disse Melania “niente di tutto questo. Disponibile e buona è stata lei, signora, che mi ha aiutato a terminare gli studi dopo che ero rimasta orfana. Io non ho fatto altro che dimostrarle un po’ di gratitudine.” “Ah, così eravate d’accordo, eh!” Sbottò Pietro, visibilmente alterato. Poi continuò, rivolgendosi alla ex compagna di scuola “Bella roba! Gratitudine! E mi meraviglio di te, Melania, che al Liceo eri sempre tutta seria e impettita! Non ti ci vedevo, non ti ci vedo proprio: un notaio che si mette a montare delle farse in compagnia di una vecchia sclerotica! E anche falsa, sei, a dirci che la zia era morta…” “Silenzio, ho detto! E vergognatevi! L’ho detto e lo ripeto: vergognatevi tutti e tre, meschini e stupidi che siete! Questa non è una farsa, ma una astuta macchinazione per mezzo della quale vi ho dato una elegante e inoppugnabile dimostrazione di quanto intelligente sia io e di quanto gretti siate voi. Il Notaio non ha mai affermato che io fossi morta: nella lettera che vi ha inviato parlava di “lettura delle mie volontà testamentarie” e i fogli che vi ha letto sono ancora lì, sulla scrivania, se vi prendete la briga di rileggerli vedrete che se pure le parole che ci sono scritte vi hanno portato a crederlo nessuno, ha mai affermato esplicitamente che io fossi morta,. Io e Milena non abbiamo fatto altro che spalancare una porta alla vostra dabbenaggine, e voi l’avete infilata di carriera, a testa bassa, abboccando come tordi. Ora, grazie alla vostra prevedibile e scontata reazione, io posso essere ragionevolmente sicura del fatto che, se mai avete covato idee…strane riguardo il mio stare o non stare a questo mondo, ormai vi siete talmente esposti da non potere nemmeno più ardire il metterle in pratica. Questo pomeriggio, senza saperlo, voi mi avete firmato una polizza di assicurazione sulla vita Devo però ammettere che, tutto sommato, è stato molto interessante starvi a sentire, piccoli pasticcioni del crimine virtuale, molto interessante: il sonnifero, la caduta accidentale, il monossido di carbonio... tutte soluzioni molto ingegnose, davvero. Ne terrò conto, dovesse capitarmi, un giorno, di avere fretta di ereditare da qualcuno. Ora vi lascio, miei cari nipoti: vado a trascorrere i miei ultimi giorni in compagnia di una persona intelligente e volitiva, che stimo e apprezzo, e che sono certa ricambia incondizionatamente questi sentimenti; la migliore che io conosca e l’unica della quale mi possa fidare. Cioè a dire, vado a vivere da sola. In quanto a voi, vi ricordo che il mio testamento, quello che Melania vi ha letto stasera, resta comunque valido, e a tutti gli effetti: quindi, pensateci bene prima di ordire complotti a mio danno, la Casa del cane abbandonato no aspetta di meglio che un vostro passo falso! Con questo, però non voglio lasciarvi completamente delusi nelle vostre aspettative: ancora prima di morire, vi voglio lasciare ciò che vi spetta in eredità. Ecco qui, prendete la lettera. È vostra, come potete vedere appunto dall’intestazione. Leggila tu, Pietro, che sei bravo a recitare. “Nipoti miei, amatissimi…” ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato. 1