Fabiana Cinque è una giovane editor (tra i libri che ha curato anche Delitti & Diletti, la raccolta firmata da Patrizio Pacioni & Lorella De Bon che tanto successo ha riscontrato lo scorso anno) che si sta sperimentando anche nella scrittura. Con successo, a giudicare dai consensi raccolti (si è aggiudicata tra l’altro lo scorso anno il primo posto al concorso di scrittura di genere Bovezzo in giallo) e dalla abilità con cui ha saputo dosare humor e tensione anche nello snello quanto emozionante racconto che vi presentiamo oggi. Al momento di andare on line con questo aggiornamento numero 58, Fabiana ci confida che c’è una novità molto interessante, in arrivo. E che non ci sarà da attendere molto Il viaggio di Arianna “Dodici orizzontale: regione collinare ricca di foreste tra Belgio, Lussemburgo e Francia.” Arianna, una biondina esile, non ama le parole crociate, ma il viaggio è lungo, e la rivista acquistata alla stazione di Crasine l’ha ormai letta almeno tre volte da cima a fondo. Ma va bene tutto, pur di non incrociare lo sguardo dell’uomo che le sta davanti. “Se l’Uomo Nero esistesse davvero, sarebbe un tipo così” ha pensato quando il tizio si è sistemato proprio sul sedile di fronte. Eppure di posti liberi ce ne sono tanti in quella decrepita littorina: praticamente tutti. “Ha proprio la faccia da assassino” pensa Arianna, non riuscendo a reprimere un brivido, con l’afa che c’è. “Ardenne, che stupida a non pensarci prima!” realizza trionfante Arianna, e subito scrive. Poi, involontariamente, alza lo sguardo e s‘imbatte in quegli occhi malevoli, rossi di capillari scoppiati. È alto un paio di metri, muscoli da lottatore, cranio rasato a zero, fronte prominente, naso storto da pugile, labbra sottili, volto irregolare e mal rasato segnato da cicatrici rossastre. Indossa una divisa mimetica di tipo militare, completa di pesanti anfibi incrostati di fango, abbigliamento assurdo per la canicolare calura agostana. Senza staccare lo sguardo dal suo, l’uomo pesca da una tasca della giubba una mela color ruggine, e dal fodero cucito nei pantaloni un lungo e affilato pugnale, con cui comincia lentamente a sbucciarla. Bloccando una smorfia Arianna prende la borsa da viaggio, recupera la busta di stoffa con la bottiglia d’acqua che ha riposto sul sedile accanto al suo e si allontana in fretta (“Accidenti, ma non c’è proprio nessuno?”) per rifugiarsi nell’altro vagone. Dai finestrini aperti entra aria calda odorosa di fiori, fieno e letame. Raggiunge la cabina di guida della motrice. “Magari il controllore fa compagnia al macchinista” ipotizza, sistemando le sue robe nella nuova postazione. “Però questo viaggio non finisce mai. Chissà quale sarà la prossima stazione?” s’interroga, sollevando il capo per dare una sbirciata al paesaggio. Un ombra incombe su di lei: quella di un uomo alto quasi due metri. Lui, che l’ha subito seguita, Lui che le si sta sedendo di nuovo davanti. L’uomo dalla faccia sfregiata e cattiva. L’uomo col coltello in tasca. Si rannicchia sulla poltrona lisa, tirando le ginocchia a sé. Un sobbalzo più forte degli altri spalanca per un attimo la porta della cabina di guida, giusto il tempo perché Arianna si accorga che non c’è nessuno, accanto al macchinista. Niente controllore, dunque. Quell’uomo potrebbe avere ragione di lei in pochi secondi anche a mani nude. Picchiarla, immobilizzarla, spogliarla, abusare di lei e poi…. … buttarla fuori, violata e sporca, liberarsene come se fosse un sacco di spazzatura da far schiantare sulla massicciata arroventata dal sole. Inutile urlare o cercare di difendersi vista l’evidente disparità di forze. “Devo solo far finta di niente, concentrarmi sul maledetto cruciverba e alla prima stazione, quando questo ferrovecchio finalmente si fermerà…” Il treno, rallentando, attraversa un paio di passaggi a livello, mentre la campagna riarsa lascia il posto a basse case di mattoni. “Fosso del Traglio” annuncia una scritta bianca su un cartello azzurro-sbiadito. Arianna raccoglie febbrilmente le sue cose: lo zaino, la borsa di stoffa con la bottiglia. Percorre a ritroso il vagone, perché l’uscita, maledizione, è rimasta là dietro. Lo stridio dei freni, e quando il treno non è ancora fermo ha già girato la maniglia per aprire lo sportello di discesa. Ha il piede sul primo gradino, quando una mano forte e grande, l’afferra per la spalla e la riporta su. -Mi perdoni signorina- l’apostrofa una voce rauca e profonda. -Quand’è salita a Crasine, ho dato una sbirciata al suo biglietto: Montarcigno non è questa fermata, ma la prossima.- Un’esitazione breve, ma non abbastanza. Quando Arianna fa per divincolarsi e saltare giù, la chiusura automatica delle porte è già scattata e il treno s’è rimesso in moto. -Non torna ad accomodarsi?- s’interessa lo sconosciuto, avventurandosi in un sorriso che che si risolve in un ghigno malevolo, buono solo a scoprire i denti marci. -Che fortuna che l’abbia fermata appena in tempo, eh?- insiste, inclinando il capo, le palpebre abbassate a lasciare due sottili fessure attraverso le quali scintillano quelli che a lei sembrano lampi di ottusa crudeltà. Resta immobile a braccia conserte, ciondolando pigramente il capo mentre la scruta da capo a piedi con spudorato interesse e le sopracciglia aggrottate. “Torna subito al tuo posto, stupida!” è la traduzione mentale di Arianna. “Non ci provare nemmeno!” Non può fare a meno di immaginare la lama del pugnale che le lacera la carne tenera, la pelle, i muscoli e tutto il resto, dopo che Lui l’avrà… l’avrà… Però è viva, almeno per il momento, e intende restarlo il più a lungo possibile. È così breve la vita e ogni secondo, ogni minuto guadagnato in più le sembra, ora, proprio a lei che del tempo non ha mai compreso il valore, che l’ha bruciato, lasciando che si consumasse in cenere di noia e d’inedia, il più raro e prezioso dei tesori. Senza contare che ha ancora qualcosa d’importante, da portare a termine. La prima autentica scelta che le sia capitato di fare, la prima vera avventura in cui abbia avuto il coraggio e la forza di impegnarsi a fondo. Le occorre tempo. Ancora un po’ di tempo, per respirare, per “sentire”, per fare ciò che va fatto. Perché possa succedere qualcosa. Allora gli sorride. Incredibile a dirsi, ma gli sorride. -È stato gentile, signore. Grazie infinite. Se fossi scesa chissà quanto tempo avrei perso: queste sono stazioni dimenticate da Dio e con l’orario estivo ridotto, poi…- È la sua voce ad aver pronunciato quelle parole. Senza traccia alcuna d’apprensione, le pare. Deve rassicurarlo, fare in modo che si senta sicuro che la vittima, non immaginando ciò che sta per capitarle, si lasci sgozzare come un agnello o tirare il collo come una gallina. Che inerme, paralizzata dal terrore che Lui le susciterà, sia disposta a concedergli tutto ciò che vorrà, prima di… di… Prima, insomma. “La domanda vera è: quando” si chiede Arianna, tornando a sedersi all’interno del vagone. Lui è subito lì, naturalmente. Con le gambe accavallate, a fissarla col suo sguardo di ghiaccio. Sorride vago, comodo e perfettamente a suo agio, neanche una goccia di sudore sulla fronte, nonostante quell’assurda tuta mimetica, nonostante il caldo africano. “Quando mi aggredirà?” si chiede, soffrendo di quell’attesa crudele più ancora della minaccia. “Ma a Montarcigno ci saranno Beppe e Gomez ad aspettarmi, e questo Lui non lo sa di certo. Quando li vedrò sulla banchina, e loro vedranno me, griderò, cercherò di raggiungere l’uscita, e se questo bestione proverà a fermarmi, allora sì che verranno ad aiutarmi e…” -Se posso permettermi: a Montarcigno l’aspetta qualcuno?- le domanda gentilmente Lui. Intanto si protende in avanti e, adesso che è più vicino, Arianna nota quanto siano strani i suoi denti. Piccoli, appuntiti e affilati come quelli di uno squalo. -No, nessuno.- risponde, girandosi verso il vetro del finestrino, perché non venga colta la menzogna nel suo sguardo smarrito. Quando torna a voltarsi, la prima cosa che vede è la lama affilata che le riverbera un raggio di sole dritto negli occhi. A stento riesce a reprimere un urlo. Incredula, lo vede insinuare la punta acuminata del coltello sotto l’unghia del pollice sinistro, cercando di mondare la sporcizia che la lista a lutto. Poi ripete l’operazione con indice, medio, anulare e mignolo, senza distogliere l’attenzione dal volto sempre più cereo di Arianna. -Cosa c’è, signorina? Le fa impressione? Vuole che riponga il coltello?- le chiede Lui, alzandosi per andare a occupare proprio il sedile accanto a quello di Arianna. -Sì, per favore- risponde lei, e stavolta lo sente perfettamente che quel poco di determinazione che sperava di avere in qualche modo recuperato, sta rapidamente evaporando. -Scusi, lo riprenderò quando servirà.- -Quando servirà?- lo interroga Arianna, in un soffio, rivolta più a se stessa che a Lui. -Sì, certo: quando servirà- ribatte lui con un ghigno. Poi un buio improvviso. Il nero assoluto di una lunga galleria. Un cigolare di vecchie molle, accanto a lei. Una specie di fruscio. Il contatto del gomito di lui che si muove contro il suo. Come se stesse facendo il gesto di sguainare… Urla, Arianna, con tutto il fiato che ha in corpo. Chiude gli occhi, e con tutti i muscoli tesi, stringe i pugni e grida, aspettando che Lui la colpisca, la tagli, la uccida nel più orribile dei modi. Luce, oltre le palpebre serrate. “Siamo fuori della galleria e Lui non mi ha ancora ucciso.” è il primo pensiero coerente, dopo lo shock. -La spaventa il buio?- le chiede Lui, porgendole il lurido fazzoletto che ha appena tratto di tasca.- -Stia tranquilla, finché ci sono io nessuno potrà farle del male.- aggiunge, passandola di nuovo in rassegna dalla cima dei capelli alla punta dei piedi, come uno scanner. -Sì, in effetti non me lo aspettavo, così all’improvviso.- balbetta lei, rifiutando quel lercio moccichino. -Stiamo arrivando a Montarcigno- commenta Lui, annuendo con lo sguardo triste, come se invece di un viaggio stesse per finire una vita. E in effetti il treno di nuovo rallenta. Stavolta sono ordinate vigne e rigogliosi frutteti a ritirarsi di fronte al progredire di un altro paesetto. La stazione è una macedonia di vecchi binari ed erbacce, fiancheggiata da un brutto edificio di cemento. “Deserta” realizza con un crampo allo stomaco Arianna, passando in rassegna il malconcio marciapiede che si fa incontro. “Beppe e Gomez non ci sono ancora, accidenti. Stringe gli occhi, per scrutare meglio nel biancore abbacinante del mezzodì. E li vede: sono sotto la tettoia del casotto dei cessi, seminascosti nella penombra. Con uno stridio di freni il treno si arresta. Con la coda dell’occhio Arianna percepisce che l’attenzione di Lui è rivolta verso l’esterno. Afferra l manico della borsa da viaggio che penzola dalla retina e si lancia verso la porta. -Ehi!- grida lui. -Fermati!- “Ah, ora mi dai del tu, bastardo?-“ pensa mentre, col cuore in gola, tira in fretta la maniglia dello sportello, pregando il primo Dio di passaggio di non fare scherzi, e di farla aprire al primo colpo. Salta giù e riprende a correre a perdifiato verso gli amici che intanto, sorpresi, cominciano appena a venir fuori dall’ombra. -Torna qui!- le sembra di sentire ancora, poi… È Gomez ad abbracciarla per primo. -Todo bien, querida?- -Sei pallida come un cencio- aggiunge Beppe, prima che Arianna trovi la forza di parlare. -Attenti! Lui è pericoloso! Ha un coltello!- esclama, prima di voltarsi e… … vedere il treno che riparte, sferragliando penosamente. -Lui chi?- chiede Beppe, scandendo adagio le sillabe, come se parlasse a una malata. -C’era un tipo che… voleva… forse avendo visto voi… - -Estas tranquila, paloma.- l’incoraggia Gomez, carezzandole i capelli. Arianna avverte un brivido. Avevano già fatto l’amore, con Gomez. Anche con Beppe se è per questo. -Dammi la bottiglietta.- sibila lui, sostenuto. Probabilmente geloso. -Sì, eccola…- risponde Arianna sollevando la borsa. -Oh no! È rimasta sul treno!- -Cosa? L’hai lasciata su? Ma lo sai che lì dentro c’è un veleno capace di uccidere migliaia di persone? Dovevamo versarlo nell’acquedotto, cazzo! Sono mesi che abbiamo preparato questa cosa, e tu…- -Pronto! Vamos a l’automovil! La siguiente estacion es Sassorotto!- esclama concitato Gomez, e simultaneamente si mise a correre, seguito dai due complici delle Brigate Anarchiche del Nuovo Domani. “Ho appena fatto in tempo a risalire sul treno.” pensa Antonio, onesto bracciante, marito amoroso e padre di tre frugoletti. “Certo che è strana, quella ragazza lì. Ho provato a darle il sacchetto che si è dimenticata sul sedile, ma sembrava invasata.” Si passa il dorso dell’enorme mano da contadino sulla fronte. “Mi guardava con quegli occhi da pazza…. da far venire i brividi, ecco. Per fortuna non mi capiterà mai più di incontrarla.” Fruga nella borsa di tela, ne cava fuori la bottiglia d’acqua. Svita il tappo. “È calda come piscio, ma piuttosto che niente…” bisbiglia, e comincia a berne a grandi sorsate. ATTENZIONE! 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