Nuovo graditissimo appuntamento con le storie raccontate da Francesca La Froscia, scrittrice lucana di nascita e bolognese d’adozione. I visitatori di www.patriziopacioni.it stanno imparando a conoscerne il mondo interiore sospeso tra dolcezza e violenza, tra introspezione e sensualità. Il geyser Se una si chiama Tyra, come me, è difficile nascondere che si viene dal nord. Dai fiordi, dagli iceberg, dai tramonti lunghi d’estate e da quelli troppo precoci d’inverno. Dove sono adesso, però, sole e luce entrano solo ogni tanto, da una piccola finestra munita di sbarre: quelle della mia cella, la numero 37 al secondo braccio della casa circondariale "San Giorgio" di Lucca. A parte le tele, i colori, i pennelli e il cavalletto, non ho molte esigenze. La pittura in carcere è la mia vita, ma lo sarebbe stata pure fuori. Dipendesse da quella bisbetica della Fabbri, la direttrice, dovrei dipingere con le dita. Per fortuna c’è Elisabetta che ci pensa, rifornendomi periodicamente degli accessori per la pittura, preventivamente passati sotto l’accurato esame degli agenti penitenziari. La mia amica, puntualmente, aggiunge anche un biglietto, scritto con la sua calligrafia a zampe di gallina - la prossima volta mi farai trovare il ritratto del mio viso, vero? – Adoro Betta, ma il ritratto non glielo farò mai altrimenti il gioco finirebbe. Finora, in tredici mesi di gattabuia, ho dipinto circa trecento tele. Le ho affidate a Betta, con la raccomandazione di riporle, ben incartate, nella soffitta della mia casa vuota. Considerato che ho una condanna a trent'anni... beh, avrò un sacco di tempo per realizzare quadri per i cultori dell'arte nord-europea. Mentre immagino l'espressione dei collezionisti, poso lo sguardo sui miei soggetti... Prima di finire in carcere andai in Islanda. Adoro quei paesaggi e pure il contrasto freddo-caldo. Mi galvanizza. Già in passato avevo girato in gruppo quasi tutta l'isola, ma quella volta, da sola, era stato diverso. Dopo essermi diplomata all'accademia di Belle Arti ottenni una borsa di studio, per approfondire la conoscenza degli artisti islandesi. Presi una camera in una pensione a Keflavik, il paese dove erano vissuti alcuni miei lontani parenti, vicino al geyser Strokkur. Avevo gradito molto la sala da colazione: una veranda con il parquet e tutte le vetrate che, appannandosi un poco, creavano una veduta surreale, da inferi danteschi. Stavo lì, per ore, a guardare le imponenti colonne di acqua bollente. Una mattina, mentre ammiravo quelle meraviglie, mi si avvicinò un ragazzo dai tratti aggraziati, con degli occhi blu che contenevano tutto il fascino di quella terra. Mi chiese timidamente di fare una passeggiata, accettai senza esitare e con entusiasmo. Ci fu subito intesa tra noi. Passeggiammo, chiacchierando, scherzando e giocando come bambini con gli schizzi esalati dalla sorgente. I nostri giochi di rincorse, risate, solletichi, erano così leggeri, fluidi e intimi da intrecciare magicamente i nostri corpi. L'amplesso inatteso si consumò in un vivaio nei pressi del geyser. All'apice del piacere la mia mente si increspò e mi staccai di scatto. - Cosa succede? - disse Erik stranito. - Niente, ho solo bisogno d'aria, andiamo - risposi. Uscimmo. Davanti a me il richiamo di quel maestoso geyser, sembrava reclamasse un dono. I miei soggetti artistici... in realtà è uno solo ma con sfumature sempre diverse. Quando dipingo entro in trance, sudo e borbotto frasi sconnesse. Ritraggo il geyser Strokkur, Erik e Tyra: l'immagine di me che, con una forte e sinistra spinta, scaraventa Erik nel vulcano acquatico. Appena conclusa l'opera, ogni volta, vado in bagno, porto il dipinto con me e lo appoggio alla parete come fosse uno specchio, mi siedo e immaginando un gettito d'acqua molto calda, mi masturbo. Raggiunto l'orgasmo metto la testa sotto il flusso freddo del rubinetto. I pensieri scorrono veloci come l'acqua, veloci e taglienti, si insinuano nella mia mente riportandomi a una fredda giornata d'inverno di tanti anni fa. Mi riportano a quella mano che credevo amorevole, al suo sfregio: quando le mutandine vengono strappate a 13 anni, prima di un confortante bagno caldo, da un patrigno voglioso, i piaceri della carne non possono più essere assaporati. Eppure, il dolce Erik e le sue coccole mi erano piaciuti tanto. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.