Rimasto orfano del padre, ucciso in battaglia, il giovane Erin, sopravvissuto alle gravi ferite riportate, incontra la saggia Fea prima di abbandonare il villaggio di Elian. Raggiunta la sacra Torre di Pietra, Erin trascorre due anni a contatto con gli Dei, venendo iniziato da Kala alle delizie dell’amore, da Korak alle tecniche di guerra e da Farot alla magia, poi, dopo aver affrontato vittoriosamente un demone, torna al suo villaggio, venendone nominato capo. L’incontro col druido Dagor rappresenta l’inizio di una nuova impresa: ristabilire la supremazia delle Terre di Brar sulle regioni confinanti. Il destino di Erin di Stefano Ratti capitolo III Il tempo della fioritura era ormai finito e la bella stagione se ne era andata. Era una mattina fredda e umida, con il vento che spingeva la pioggia contro le capanne, dentro le fessure del legno umido. Correnti d’aria fredda provenienti dal nord, filtravano da sotto gli stipiti, rendendo praticamente quasi inutili i fuochi accesi all’interno. Eri si strinse di più nella pelliccia di orso. Guardò il fuoco che ardeva al centro della capanna e decise che vicino ad esso sarebbe stata meglio. Si avvicinò. La ragazza aveva un viso ovale con delle pallide lentiggini sulla pelle chiara, i capelli lunghi, biondi e fluenti, sciolti sulle spalle. Aveva ormai diciotto anni e alla sua età, molte delle sue coetanee erano già mogli e madri, ma lei non si era mai voluta accontentare. Lei sognava solo un uomo, come la maggior parte delle fanciulle del villaggio. Accanto al fuoco c’era Conan, il padre. Sempre più spesso, lei chiedeva a quest’ultimo notizie del suo fratellastro. Avevano vissuto sotto lo stesso tetto, nella stessa famiglia per alcuni anni, ma ora Erin, da quando era tornato dalle montagne, gli era stata data una capanna tutta sua. Ciò che Eri conosceva del giovane fratellastro, arrivava dai racconti della gente, e questi racconti stuzzicavano la sua curiosità, la sua fantasia. Era più che mai decisa a prendere una decisione. Prima o poi si sarebbe presentata davanti a lui e gli avrebbe ricordato la promessa che gli era stata fatta anni prima. Una promessa di matrimonio. Ai tempi di quella promessa erano dei ragazzi di quattordici e tredici anni, ma una promessa era pur sempre una promessa. Conan sapeva di questa debolezza e sinceramente, anche lui sperava che Erin si unisse a sua figlia. A volte il guerriero si lasciava andare ai ricordi e raccontava delle storie sentite da suo padre, paragonando Erin al nobile Alar, colui che per primo dominò le terre dei laghi, unendo tutti i villaggi. Così, anche quel giorno, Conan raccontò le gesta di Alar, ed Eri si sedette accanto al padre, ascoltando in silenzio, affascinata dalle gesta di un uomo vissuto parecchi anni prima. Conan narrava le avventure di Alar, lodando però il proprio figlioccio, quel giovane che aveva preso il suo posto al comando della sua gente. L’affascinate racconto venne però spezzato dall’urlo di avvertimento dato dalla sentinella posta sulla torretta di guardia, all’entrata del villaggio. L’uomo uscì di corsa dalla propria capanna e vide che Erin lo aveva già preceduto. La sentinella indicava con la mano qualcosa al di là della collina. Il giovane capovillaggio raggiunse velocemente la sentinella e, nonostante la pioggia si fosse calmata, con difficoltà vide una nuvola di fumo nero alzarsi all’orizzonte, oltre la sommità della collina. Erin non esitò. Gridò un comando. Immediatamente quattro uomini, tra cui anche Conan, erano già armati e pronti con le loro cavalcature, mentre gli altri stavano ancora preparandosi. I quattro cavalieri raggiunsero subito la collina spronando al limite le loro bestie. Con Erin in testa, Conan al suo fianco, si lanciarono giù per il versante dove le fiamme stavano divorando una capanna colma di paglia, provocando quel fumo nero. Era la stalla dei cavalli di un avamposto di guardia. Una decina di corpi senza vita giacevano a terra, nel fango. Quattro erano delle guardie che abitavano l’avamposto, il resto erano di un gruppo di straccioni, trafitti dalle frecce delle guardie, straccioni che però avevano avuto la meglio, grazie al loro numero maggiore di individui. In lontananza, intravidero cinque figure a cavallo che stavano raggiungendo in tutta fretta il limite della boscaglia. Il giovane ebbe un sussulto. La rabbia sembrò impossessarsi di lui e si lanciò all’inseguimento, seguito a fatica dagli altri. I loro grossi destrieri divorarono la distanza che li separava dai loro obiettivi, e mentre guadagnavano terreno, estrassero le loro spade lanciando un grido di guerra che raggiunse i fuggiaschi, mettendogli in corpo un brivido di terrore. Alllo stesso tempo però, capirono che non sarebbero andati lontano. Così, vedendo il numero dei loro inseguitori, decisero di voltare le loro cavalcature e affrontarli. Erin corse davanti a tutti i suoi compagni, distanziandoli di molto. Fu lui ad avere il primo contatto con il nemico. Caricò con tutto il peso della sua cavalcatura, scaraventandone subito uno a terra, mentre la sua spada si conficcava nel petto di un altro. Poi si avventò contro i cavalli degli avversari. Emettendo un urlo raggelante, la sua spada sibilò esibendosi in un fendente, uccidendo un altro nemico. Si fermò facendo impennare il cavallo a sinistra, roteò la spada e squarciò il petto di un altro avversario, affondando la lama fino all’elsa. Estrasse velocemente la lama e fu pronto a colpire di nuovo. L’ultimo uomo rimasto a cavallo sollevò la spada per colpire, ma l’immediata reazione di Erin lo privò della mano destra. L’uomo rimase come sorpreso e inorridito allo stesso tempo, mentre guardava il suo braccio monco, zampillare sangue. La spada del ragazzo calò di nuovo su di lui ponendo fine alla sua sofferenza. Il corpo inerte cadde sul terreno, schiacciato sotto i zoccoli della sua cavalcatura. L’uomo che era stato disarcionato precedentemente, cercò di fuggire da quel massacro, ma la spada di Erin sibilò nell’aria e colpì il malcapitato alla schiena, con tanta forza da scaraventarlo al suolo. Poi il giovane scese da cavallo, ansimando e grugnendo, come se non fosse soddisfatto del sangue versato. Lo spirito della bestia lo aveva invaso di nuovo, come era successo tempo prima, contro il demone. La rabbia che sentiva dentro di sé però, come era arrivata, sembrò scemare come per incanto, e così com’era venuta, se ne andò. Ritrovata la calma, si avvicinò all’uomo che giaceva per terra, estrasse la spada, la pulì del sangue con la veste del morto, una veste logora, anche se le armi che portava sembravano di ottima fattura, sicuramente rubate. Tutto si era svolto il pochi minuti. Conan e gli altri due arrivarono quando ormai la lotta si era già consumata. Un espressione di incredulità dipingeva il loro volto. Erin ripose l’arma nel fodero come se nulla fosse accaduto e sospirò. Guardò ciò che aveva fatto, avrebbe dovuto sentirsi fiero del suo operato, aveva ucciso cinque avversari senza l’aiuto di nessuno e questo fatto sarebbe stato narrato dai cantori di tutti i villaggi, forse esagerando ancora di più l’accaduto. Guardò i suoi compagni che lo osservavano meravigliati, increduli, con un senso di ammirazione e di paura. Ciò che aveva fatto era giusto, ma stranamente quel pensiero non servì a rendergli l’animo più leggero. finse indifferenza. Intanto arrivarono altri venti guerrieri che guardarono subito il loro capo con un senso di sbalordimento e fierezza, dopo aver saputo dell’accaduto. Legarono i corpi delle guardie sui cavalli e si presero del tempo per seppellire quelli del nemico, poi tornarono al villaggio. Per tutto il tempo, il silenzio regnò tra loro, tranne per qualche frase necessaria. Come per incanto, un sole caldo e brillante, fece capolino da dietro le nuvole, che si aprirono, salutando il l’arrivo del gruppo al villaggio. Erin si congedò velocemente dai compagni, che cominciarono a raccontare l’accaduto a tutta la gente che incontravano. Entrò nella sua capanna, si versò della birra da un barile, in un boccale di legno. Si guardò il braccio destro che gli doleva dallo sforzo che aveva fatto. Una donna entrò velocemente con un vassoio colmo di carne e formaggio e se ne andò subito, come intimorita. Erin si sfilò la corazza e la depose in terra insieme alle armi. Dopo aver mangiato si coricò su un giaciglio di pellicce, ma non riuscì a riposarsi, il mormorio che veniva da fuori gli impediva di rilassarsi, ma non era quello ad infastidirlo. Era il suo animo ad essere inquieto. Si girò e rigirò più volte, poi stanco di quella situazione, decise di uscire dalla capanna. Attraversò il villaggio seguito dallo sguardo ammirato di tutti. Si sentiva addosso gli occhi della sua gente e la cosa lo infastidiva. Si allontanò raggiungendo di corsa il bosco vicino, perdendosi tra il fogliame della boscaglia. Assaporò l’odore, l’umidità di quel luogo. Si sdraiò in uno spiazzo di erba bagnata vicino a un ruscello e cercò di non pensare a niente. Lo sciabordio dell’acqua contro le rocce cullò i suoi pensieri e rilassò il suo animo. Finalmente riuscì ad addormentarsi. Quando si svegliò, sentì delle voci melodiose, delle risate allegre arrivare da un punto preciso del ruscello. Si diresse verso quel suono. Davanti a lui, fra il denso fogliame, gli apparvero dei pallidi visi, come boccioli bianchi in mezzo al verde delle foglie degli alberi. Erano alcune ragazze che si erano allontanate dal villaggio seguendo il corso del ruscello, lungo il sentiero del bosco. Percorrevano quel sentiero molte volte, andando alla ricerca di erbe e radici che mettevano nelle ceste che portavano con sé. In un punto preciso, dove le acque del ruscello frenavano la sua corsa, avevano scavato una pozza, dove poter immergere il proprio corpo e lavarsi con quell’acqua scintillante. Il raggi del sole riscaldavano l’aria e i loro indumenti erano stati gettati su alcuni rami di un albero. A turno, si immergevano nell’acqua fredda che sembrava fargli scorrere più velocemente il sangue nelle vene. Per la verità, andavano al ruscello soprattutto per raccontarsi i pettegolezzi che sentivano dalle loro madri, lontane da occhi indiscreti. Con loro c’era anche Eri. Elgnat, la sorella di Erin, era la più giovane del gruppo: “Avete sentito di mio fratello Erin” disse con tono eccitato alle altre. “Ha ucciso da solo cinque guerrieri. Da solo, vi rendete conto” “ A me hanno detto che ne ha uccisi otto” interruppe Findabar. “Otto?” chiese stupita Mebd “Si otto” rispose Findabar, quasi stizzita, ponendosi le mani sui fianchi e spostando indietro i suoi lunghi capelli con un movimento della testa che mise in mostra tutta la sua femminilità. “Erin è un grande guerriero, diventerà capo di tutti i villaggi, e presto sceglierà una di noi” continuò. “E tu pensi che sceglierà te per caso? Sei un’illusa!” urlò stizzita Mebd. “E chi dovrebbe scegliere? Sono la più bella del villaggio di Elian” continuò Findabar con tono altezzoso. Le altre si misero a ridere. Eri che fino ad allora era rimasta in disparte sembrò esplodere. “Sei una stupida Findabar, una stupida e una presuntuosa” disse con tono alterato. “Che cosa vuoi Eri?” riprese Elnat “Erin non ti guarda nemmeno, per lui non esisti, sei come una sorella.” Eri sembrò esplodere di rabbia: “Non e vero” disse “Voi non sapete… voi non sapete niente.” “Sapere cosa?” stuzzicò la rivale. Eri aveva tenuto sempre per sé la promessa di Erin, ma non voleva darla vinta, così parlò: “Una volta, lui ha promesso che si sarebbe unito per sempre a me, ecco perché non potrà scegliere nessun’altra.” Le altre la guardarono un attimo, stavano per risponderle con una risata, quando sentirono un rumore. Erin le stava spiando dall’altura, dietro dei cespugli e aveva sentito tutto, la sorpresa di quella frase lo fece muovere, il piede gli scivolò sul terreno umido, lo fece cadere dalla sua postazione e rotolare ai piedi delle fanciulle che lo guardarono sorprese e impaurite. Queste, per tutta risposta, scapparono, non avendolo riconosciuto nella sua goffaggine. Eri fece un passo indietro, come per scappare, ma inciampò in una radice che affiorava nel terreno. Sentì una forte mano stringerle il braccio, trattenerla, sostenerla. La ragazza, legata al fianco con una sottile cintura di cuoio, portava un piccolo pugnale dalla lama corta. Lo estrasse. Si voltò, cercando di colpire colui che la tratteneva, ma una mano le blocco il polso. “E’ così che tratti il tuo futuro sposo?” Con sorpresa vide davanti a sé il viso di Erin, imbarazzato e divertito allo stesso tempo. “Hai… hai ascoltato tutto” disse Eri, anche più imbarazzata di lui. Lui non rispose, si limitò a sorridere. Lei si divincolò dalla presa che si era fatta più lenta. Diede le spalle al giovane. “Comunque sappi che è tutto vero, la tua promessa è vera” continuò. “Lo so” rispose. “Sono pronto a mantenerla.” La sua mano si appoggiò sulla spalla della ragazza che si voltò verso di lui. Il giovane sentì il profumo della pelle di lei. La mano seguì la clavicola, per poi scendere lungo il collo, andando a posarsi sul rigonfiamento del seno. La giovane chinò la testa verso di lui che posò le labbra su quelle ardenti di lei, che non si tirò indietro. Erin era il suo eroe, il suo guerriero, il suo grande mito. Fin da piccola, aveva sognato quel momento. Il corpo di lui era un fascio di muscoli tesi e forza. La pelle di lei era come seta e le sue forme eccitanti. La ragazza riusciva a riempire il vuoto che sentiva dentro di sé, diffondendosi nel suo corpo e infiammandogli il sangue. Il corpo di lei bramava quello di lui, il suo contatto. Lei mani di lui si mossero trovando e accarezzando i punti più sensibili. Lei chinò la testa indietro mentre lui le baciava i capezzoli. Si distesero sull’erba. Lei gli avvolse le gambe intorno ai fianchi. Lui scese piano su di lei, premendo dolcemente con il suo sesso turgido ed entrando in lei, penetrando quel canale umido e caldo che gli fece provare qualcosa di più di un semplice piacere. Lei provò un leggero dolore. Affondò le sue unghie nella schiena di lui, inarcandosi, spingendosi di più contro di lui, gridando di piacere. Le ondate di piacere si susseguirono. Lei gridò mentre lui si immergeva completamente in lei, inondandola. (continua) ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato.