Floriana Grasso chitarrista rock, professoressa di lettere, nonché agitatrice culturale ed editrice indipendente, è nata a Catania ventisette anni fa, ma attualmente risiede in Liguria. Di sé dice: “C’è chi nasce con la camicia addosso, io sono nata con la valigia in mano.” Questo racconto, incluso nell’antologia Logos Narrativa pubblicata da Giulio Perrone nel maggio 2006 (160 pagg. - 15€- ISBN 88-6004-048-5) viene pubblicato su www.patriziopacioni per gentile concessione dell’editore. Dieci La bambina era stata mandata a scuola in un convento di suore domenicane. I suoi genitori non tenevano in maniera particolare ad impartirle un’educazione cattolica (il padre era un forte bestemmiatore a tutte le ore del giorno), ma per ragioni esclusivamente pratiche, lei e il fratello frequentavano una scuola privata in cui potessero restare parcheggiati fino alle due del pomeriggio. Non erano ancora gli anni del tempo pieno, quelli. Aspettavano i genitori nella portineria della scuola. Li aspettarono assieme per tre anni; poi il fratello passò alle scuole medie, e la bambina cominciò ad aspettarli da sola. Tutti gli altri bambini andavano a casa molto presto, certuni a partire dall’una, e verso l’una e mezza era praticamente l’unica bimba presente nell’istituto. Le sue amicizie venivano regolate da questi orari. La sua migliore amica era un’altra bambina che rimaneva come lei fino a tardi. Mai fino alle due, però. A quell’ora chiacchierava moltissimo con la bidella, che sembrava fosse stata infilata per sbaglio in lavatrice durante un candeggio. Gli adulti le davano sempre retta, quando restavano a parlare faccia a faccia. Era una bambina che aveva sempre qualcosa da raccontare, per quanto non fosse mai troppo estroversa. Però si trovava a suo agio con le persone grandi – molto meno invece con le bambine di qualche anno più grande. Le guardava con soggezione – a quell’età le differenze di altezza sono enormi anche tra bambini quasi coetanei. Le bambine di quinta elementare erano veramente altissime, e portavano già i collant. Lei invece indossava delle calzamaglie a costine ruvide, che le lasciavano dei segni orizzontali nel tallone. Il regolamento dell’istituto imponeva la massima cura dell’abbigliamento. Le bambine erano costrette ad indossare una divisa, che veniva quotidianamente controllata dalle insegnanti. La divisa si componeva di uno scamiciato blu con dei bottoni alla marinara, una camicia bianca, un cravattino blu e, d’inverno, una giacchetta di lana blu. Tutti questi capi andavano acquistati obbligatoriamente nelle sartorie della scuola. Costavano molto, la bambina lo sapeva perché la madre ogni anno sbuffava. I bambini crescono in fretta, e le divise andavano aggiornate con frequenza. A lei non andavano mai bene. Spesso mancava un bottone, e i polsini della camicia erano sempre sporchi di grafite. La giacchetta aveva i bordi sfilacciati. Per riconoscere i propri capi, la madre vi aveva cucito sopra le sue iniziali, oppure una coppia di ciliegine rosse. La maestra non era contenta di quella macchia di colore, e glielo faceva notare spesso. Che i piccoli abusi sulla bambina, e su tutti i suoi compagni, fossero all’ordine del giorno, non aveva nessuna importanza. Quando fai la scuola elementare, non ti rendi conto di quello che gli adulti ti impongono, ideologicamente, culturalmente, religiosamente. Ogni primo venerdì del mese la bambina era costretta ad assistere alla messa, celebrata nella cappella dell’istituto. E il giorno prima andava, assieme alle compagne e ai compagni, a provare i canti. Li facevano cantare a digiuno, in modo che la voce uscisse meglio, più limpida, come quella di un coro di angioletti. Per la bambina, non era un abuso. La bambina era contenta di cantare, e di uscire dall’aula. Come tutte le bambine, era una piccola mistica. Le letture della bibbia la affascinavano. I riflessi delle vetrate la traevano in inganno, facendole credere di vedere gli arcangeli che scendevano dal cielo verso di lei, la piccola, per dirle che era stata brava. Ma lei non era brava. Tornando a casa, raccontando a sua madre la giornata, veniva schernita. Il fratellino si prendeva gioco di lei per la sua ingenuità. Ciò che imparava a scuola, e ciò che imparava in famiglia, quasi mai coincideva. Non ne capiva la ragione. Durante le festività natalizie preparavano dei bigliettini di auguri che venivano letti frettolosamente, e subito infilati in un cassetto. Una suora molto anziana si aggirava per i corridoi dell’istituto annunciando la fine del mondo. Sarebbe arrivata, diceva, oltre ogni dubbio entro la fine di quell’anno (era il 1987). Pescando a piene mani dall’Apocalisse di Giovanni, la suora descriveva a dei bambini di sette, otto anni, la pioggia di fuoco che avrebbe preceduto la fine del mondo. I bambini, ovviamente, le credevano. La suora si appostava dietro le porte delle aule, aspettando che le maestre si allontanassero per qualche minuto, e poi entrava. Le maestre ritrovavano le classi in lacrime, al loro ritorno. La bambina, a casa, cercava di avvertire i genitori, ma loro sembravano non crederci. Invitandola a non ascoltare le sciocchezze che le venivano dette a scuola, non facevano altro che aumentare la sua confusione. Quello che più le piaceva, era stare nella cappella a cantare le canzoni. Le ricopiavano in dei quadernetti che conservavano nell’armadietto che c’era in classe. Le sue uniche certezze erano la messa, la merenda alle undici e quell’ora di attesa prima di tornare a casa. In quell’ora, che trascorreva quasi interamente da sola, misurava a grandi passi il pavimento di marmo della portineria. Giocava a mettere un piede in ogni mattonella, prima orizzontalmente, poi verticalmente, poi in diagonale. Parlava da sola, canticchiava. Guardava dentro il rivestimento, anch’esso di marmo, della parte inferiore delle pareti. Il disegno del marmo la affascinava. In alcuni punti sembrava si aprissero delle caverne, in cui, con un piccolo sforzo di immaginazione, la bambina riusciva ad entrare. Una volta le capitò di dover far pipì. Lei cercava, per quanto le fosse possibile, di non fare la pipì a scuola. Era convinta, e certe osservazioni della maestra le rafforzavano questa convinzione, che la pipì le rimanesse addosso, stagnasse nelle sue mutandine, generasse un cattivo odore percepibile da chiunque. A volte se la teneva per ore, senza accorgersi che proprio in quel modo se la facesse impercettibilmente addosso. Ma quella volta era da sola, in portineria, e le scappava sul serio. Sua madre le aveva insegnato di non appoggiarsi sulla tazza perché altrimenti avrebbe preso qualche brutta malattia. Ma quel gabinetto era troppo grande per lei, e la pipì colpì il bordo e schizzò sulla sua calzamaglia a costine, inzuppandola fino alle scarpe. La bambina era pietrificata dalla paura, ma non riusciva a fermarsi. Sussurrava un no! di disperazione, e sentiva il liquido caldo scenderle lungo le gambe. Sua madre non se ne accorse. In quinta elementare fu preparata per la comunione. Le bambine indossavano un piccolo abito da suora; i bambini, dei sai. Tenevano in mano dei gigli (fiori costosi, disse sua madre), e al collo portavano una catenina d’oro con una piccola croce. La bambina aspettava il momento dell’estasi: non ci fu. Forse perché poco prima di andare in chiesa aveva raccolto una fragola nel giardino di casa e l’aveva mangiata, rompendo così l’obbligo del digiuno. Quando ricevette l’ostia consacrata, non provò nessuna emozione particolare, eccetto un fortissimo disagio. Pensava fosse colpa della fragola. Si diede della stupida, e si vergognò di avere sprecato quell’occasione. Le altre volte si accostò all’Eucaristia perfettamente a digiuno, ma senza nessuna conseguenza. Una mattina era andata a confessarsi dal prete che serviva l’istituto. Non sempre la bambina veniva fatta inginocchiare durante la confessione; spesso si sistemava su una piccola sedia accanto al prete, e cercava di raccontare quanti più peccati era possibile per fare bella figura. Quel giorno il prete aveva la faccia stanca. O così parve alla bambina. Pensò che forse aveva confessato troppe persone e aveva sentito troppi peccati. Pensò che forse era contento di confessare una bambina che, per quanto cattiva fosse stata negli ultimi tempi, non avrebbe mai avuto peccati particolarmente brutti da confessare. Era contento, sì, dal momento che se la mise a cavalcioni sulle ginocchia e la abbracciò molto forte. Non fu una vera e propria confessione: fu piuttosto una consolazione, uno sfregamento, qualche minuto di buio profondo. Il prete sembrava fosse sul punto di piangere, quando la congedò dandole due pizzicotti sulle natiche. Uscendo dalla cappella, la bambina non capì se quella era stata una buona azione, o cosa. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato. 1