Oliggio Rivario, nato e residente in quel di Brescia è già conosciuto per i racconti “Pulcini” e “Parrucca”, storie di fresca e delicata introspezione psicologica. Torna con un racconto in chiaroscuro che affronta le problematiche relative a quel complesso e a volte intricato cammino che segna due fondamentali passaggi della vita di un uomo: dall’infanzia all’adolescenza, alla maturità. Ottavo compleanno Il giorno dopo il mio ottavo compleanno mio padre mi disse esattamente in quale modo ero venuto al mondo. Era la prima volta che si dimenticava quella ricorrenza. Ogni anno era arrivato con uno splendido dono e oramai, iniziavo a sognarmelo settimane prima. Stavolta aveva scordato anche il regalo: si presentava in ritardo l’unico giorno dell’anno in cui potevamo stare assieme. Mi abbracciò senza quel sorriso che gli conoscevo, mi sedette davanti e vuotò il sacco. Credo che decise di aprire quella finestra sul passato per farsi perdonare la dimenticanza. Forse aveva paura che non avrebbe avuto altre occasioni per farlo: probabilmente una mossa ad alleviare il peso, il senso di colpa. Ora ne parlo senza troppo rancore, ma ci sono voluti anni per ripescare dal mio inconscio quell’esatto istante. Vent’anni. Vent’anni per metabolizzare un concetto a prima vista semplice. Vent’anni: una serie impressionante di sedute dallo psicologo, terapia di gruppo, storie d’amore sbriciolate alle spalle. Apparentemente l’avevo presa bene. Adria, la mia tata, mi ha raccontato che non ne avevo sofferto, quando tempo fa le ho fatto visita a casa di Dio. Ebbene sì, ho avuto anche una governante, ma solo fino a ventisei anni. Ma lei, surrogato di madre, mica aveva le idee tanto chiare in proposito. Le ero sembrato più sconvolto un paio di mesi prima, quando avevo scoperto la vera identità di babbo natale. Il mito era crollato grazie all’aiuto del più stronzo dei miei compagni di classe. Davide, l’etichetta di stronzo l’aveva guadagnata già allora, in terza elementare, continuando poi a confermarla nel corso degli studi. Forse chiamarli studi è eccessivo, nel suo caso; diciamo nei lunghi anni in cui l’avrei sopportato in seguito. Papà, mi aveva messo al corrente allo stesso modo, evitando solo di prendermi per il culo, come aveva fatto Davide, mentre lo diceva. Me l’aveva sputato in faccia, nessun alibi a cui aggrapparmi, nessun doppio senso; eppure avevo rimosso ogni cosa. A dieci anni quel senso di smarrimento che mi afferrava spesso e in momenti imprevisti, sembrava aver trovato una risposta: autoerotismo. Un metodo per sentirmi autonomo, autosufficiente emotivamente, apparentemente soddisfatto. Mi ingannavo ed ero diventato anche piuttosto bravo nel farlo: praticamente il signore della truffa. L’illusione era mantenuta languidamente in vita da quell’attimo di benessere precedente il senso di colpa che, alimentato dalla profezia di prossima cecità, durava invece molto a lungo. Ho continuato a colmare quel vuoto, avvertito alla bocca dello stomaco, con tutto quello che poteva alleviare il dolore. Masturbazioni come modellismo, collezionismo, automobilismo, tutte cose che finivano presto col perdere interesse: comunque finivano; finivano sempre in “ismo”. Esistevo semplicemente, senza dare troppo nell’occhio, senza creare fastidio. Senza mai sospettare di avere una piaga proprio sul cuore, che medicavo sigillandola bene, riempiendola con sabbia di mare. Ogni onda bastarda la faceva ribollire come disinfettante sulle ginocchia sbucciate, fino a svuotarla, renderla di nuovo pulsante e viva. Ogni volta riportato a un istante dopo la caduta su quei ciottoli taglienti. Nato dalla voglia di maternità di una donna incapace di sopportare l’idea di una smagliatura. Nato dall’incapacità di un uomo di sapere dire di no a un lavoro pieno di soddisfazioni. Nato da un utero artificiale. Nato senza infezioni, privo di malattie congenite. Nato senza genitori. Non un errore di gioventù. Non un orfano di guerra. Non un atto d’amore. Non un dono. N o n Alla festa per il mio diploma si erano presentati tutti e due: inaspettatamente assieme. Si erano fatti precedere da una competizione di regali tanto costosi quanto inutili. L’unica mia richiesta, a premio del brillante risultato scolastico, era di sapere come era nato in loro il progetto di mettermi al mondo. Mi hanno giurato che alla nascita c’erano entrambi. Al concepimento nessuno dei due. In realtà non ci ho mai creduto; è bastato dare un’occhiata al registro del reparto maternità, per averne la conferma. - Madre presente in sala d’aspetto - - Padre partecipa in videoconferenza – Fortunatamente una dottoressa, l’ostetrico e l’equipe medica erano con me in sala parto, pur obbligati dalla professione. Ah già… la fecondazione: atto dovuto, necessario, incontro di sterili provette. Mamma era sul lago, papà all’estero; una mail del genetista aveva suggellato la riuscita dell’innesto. Gravidanza tranquilla. Parto perfetto. Bimbo perfetto. Venuto al mondo per procura. Mi avevano raccontato che era moderno, far nascere un bambino in un utero artificiale, come se migliaia di anni di metodo classico fossero risultati di colpo fuori moda. Meno di tendenza tirarlo su con asilo nido, baby-sitter, in un crescendo rossiniano di corsi di nuoto, attività parascolastiche, campi estivi. Avevo un sacco di cose che i compagni mi invidiavano, essenzialmente oggetti. Nessun fratello con cui bisticciare. Quanto ne avrei voluto uno, anche più grande, da cui prendere qualche cazzotto, ogni tanto. Davide ne aveva uno di parecchio più grande, a cui rompere le scatole per sentirsi vivo. Era figlio del metodo tradizionale lui, aveva anche una splendida coppia di genitori veri e spesso presenti. Alcolizzato lui, con una passione smodata per le manate a pugno chiuso; lei una vera collezionista di lividi. Lo invidiavo per questo, anche se ogni tanto veniva a scuola con qualche pezzo raro della collezione di famiglia sul corpo. Solo tempo dopo ho avuto i primi dubbi, qualche incertezza; quando nei gruppi di terapia finivo spesso seduto vicino a qualcuno che i genitori li aveva avuti veramente, in mezzo alle palle, tutti i santi giorni. Ho inteso dopo anni di tribolazioni che ero pure stato favorito dalla sorte: un privilegiato per certi versi. Una volta che te ne rendi conto e riesci a pesare le cose, capisci la fortuna. La zavorra che ti regala un genitore sulla bilancia dell’esistenza, spesso fa pendere il piatto da quella parte, facendo scolorire al confronto i vantaggi di averne sempre almeno uno fra i piedi. Il problema è che lo afferri solo molto tardi, se sei fortunato, altrimenti non lo comprendi mai. Quello che voglio dire è che un bambino senza dei genitori, in qualche modo se la cava. Uno con dei genitori mediamente nevrotici rischia di non farcela: in nessun caso. Nonostante queste premesse, voglio dirti, figlio mio, che non ho intenzione di privarti delle mie nevrosi e di quelle di mamma. Si, alla fine una compagna l’ho trovata, non dove l’avevo sempre cercata, ma ho trovato un altro essere umano ricco di ferite simili alle mie. Cercheremo solamente di non fartele pesare troppo, sapendo che non si possono cancellare, che ogni tanto faranno ancora male. Consapevoli del fatto che da genitori si sbaglia, per egoismo, per paura e per amore. La scelta di darti la vita è un dono, un grande dono che abbiamo ricevuto, un regalo immenso ed impossibile da realizzare noi due soli. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato. 3