La scaltra e disincantata “sicilianità” di Patonsio sta rapidamente conquistando i visitatori del nostro sito, attraverso una singolare miscela fatta di sapido sarcasmo e arguta filosofia di vita vissuta e di antica saggezza popolare. Non è difficile scorgere nei tratti di Carmine e Patonsio i lineamenti della tradizione eroico-comica della Trinacria, che partendo dal Teatro dei Pupi e passando per generazioni e generazioni di cantastorie, arriva ad Angelo Musco e a Franchi & Ingrassia. Spaghettone L’Autore sembra inseguito da larve dispettose (sono, infatti, i famosi fantasmi dei sogni interrotti) Non riesce a prendere sonno. Accende tre sigarette contemporaneamente, per autoincensarsi – vai a capire le fisime degli autistici… – poi apre il coperchio della macchina per scrivere, sputa schifato sul nastro inchiostratore, chiude con cura delicatissima, prende lapis, tovaglia da tavola di carta, e su un angolo, già usato per nettar le labbra il giorno prima – lo spreco, del resto, è una brutta cosa… –, inizia a scrivere: SEMBRANO MINCHIATE, CERTE STORIE, NEL MOMENTO IN CUI VENGONO RACCONTATE, EPPURE, NELLA VITA, DI VERAMENTE CURIOSE NE ACCADONO. TALI DA SOVERCHIARE LA FANTASIA PIÙ FERVIDA. EH SÌ! *** VIGILIA Quella volta, per esempio, che Carmine e Patonsio vollero spingersi in gita nientemeno che sino ai Nebrodi (attratti da resoconti d’oggetto gastronomico e paesaggistico divulgati senza riserbo alcuno, davanti a un tavolo di biliardo, da un perdigiorno più anziano, millantatore, peraltro, consumato – in quanto ben spremuto – di avventure di viaggio di quella sorta da mettere in ridicolo gli esploratori e i trasvolatori meglio nomati), se ne raccolse, di cose da raccontare. E difatti alcune d’esse il lettore apprenderà, se fidato e pur capace di intender fatti strani. *** Decisero di partire in giugno, mese senza la “erre”, effettivamente, ma che possiede sempre un suo qualcerto perché. – Sì, ma come ci dobbiamo andare? – fece Patonsio guardingo – Come? Con la macchina, no? – rilanciò Carmine – Come ci vuoi andare? – Ma unné ’sta mìncia ’e màchina? 1 – Ô Patonsio, uomo di poca fede… la mia, macchina! Eh! Dov’è la macchina, lui dice… – Aaah… – s’arrese, quel rotondo, costernato. *** « …Di motore,2 figlio mio, noi non ne dobbiamo parlare… mai… » – aveva sentenziato, spesso, Manfredo – « …ma quando farai diciotto anni avrai la macchina. E la parola di tuo padre è vangelo ». Ed infatti, in virtù delle paterne scritture sacre, Carmine fu padrone, a diciott’anni 3e due mesi, d’una “600” bella, fiammante, di quarta mano, una cosa – quasi – di lusso, con gli sportelli “a vento”.4 L’autoveicolo vantava non più del quaranta-quarantacinque per cento di ruggine nella carrozzeria, ruote ognuna diversa dall’altra, finestrini regolabili con la molletta ferma-panni infilzata tra vetro e sportello, tergicristallo semi-automatico (nel senso della bottiglia d’acqua con cui aspergere i vetri, e della spazzoletta con cui frizionarli periodicamente), e un inedito color carta da zucchero stinta: gl’interventi ripetuti dei maestri lattonieri avevano consegnato, agli amatori del genere, una irripetibile mistura cromatica degna del miglior genio impressionista. A cercarla, non l’avresti trovata neanche a pagarla un occhio della testa, e quando, qualche decennio dopo, gli alzacristalli elettrici, l’aria condizionata e le altre moderne diavolerie divennero uno standard, Carmine, ormai adulto e disilluso, molto ebbe a rimpiangerla. Si sa: le cose belle non durano per sempre. – Compare Patò, ora, modessstamente, ce ne andiamo in trasferta, a conquistare nuovi popoli, nuove genti: “Fatti non foste per viver come bruti…” – Ah? Come brutti? Mia nonna, veramente, mi dice sempre: « Chi ’sì ’bbéddu Patò, spècciu ’ri ta nànna! »5 E cionondimeno, in un’alba assordante di colori e presagi – l’ostro e il garbino lievemente ronfavano –, partirono. *** Per attraversare la Sicilia, e trascinarsi sino ai sobri rialzi peloritani ci vollero: Litri 14 (quartoddici, secondo la pronunzia patonsiana) di benzina. Costo dell’operazione = lire 1372. Litri 2,5 (« Mìncia, ’tri ’llitra! »6, idem s. p. p.) di olio per motore. Costo dell’operazione = lire 2250. Litri 17 ( « Akkà ’u funtanùne ci vòle..! »7 id., s. p. p. ) di acqua per il radiatore (ebollizione costante, assenza di rilassatezza, frequenti tracolli dei nervi di Patonsio). Costo dell’operazione = rosari 13 di raccapriccianti bestemmie dell’ottimo navigatore curvilineo, (fidente d’ingraziarsi, per questa via – o spaventarli, quantomeno – gli dei superni). Ore 12 ( « Avìssimu fattu prima, ’a péri… »8 id., s. p. p.) di viaggio. Costo dell’operazione = minacce 1 di aborto nell’addome escresciuto di Patonsio; litri 3,6 complessivi di sudore nervoso; soste 8 di rabboccamento acqueo; pacchi 2 di fazzolettini “Tempo” (vago odor di lavanda e di muliebri segreti); 8,5 caffé ( 5 ristretti, 3,5 lunghi); 1,7 pacchetti di sigarette (30% Marlboro dure, 70% MS severe); 1 cambio ruotino liscio vulcanizzato; 2 pani caserecci di Gela + 300 grammi di caciocavallo stagionato, + 30 grammi di “ciappatu” 9, + 230 grammi di cotognata (n° 4 formette). *** La vista del borgo, sovrastato da un castello medievale, e incastonato fra le serpentine altocollinari strappò ai due fuorusciti un moto d’ammirazione, sia per le giocondità geografiche di quella parte dell’isola che non ancor conoscevano, sia per le facoltà geomantiche di Patonsio divinatore: – Ma qua piante ce n’è assai! Da noi un cristiano deve caminàre minimo minimo un quarto d’ora p’attrovare l’altra! Cosa che non mancò di proiettare Carmine nella più profonda meditazione filosofica in materia di: a) mutevolezze sulla distribuzione spaziale dei varî fenomeni della terra connessi con a. 1) la vita umana, a. 2) quella animale a. 3) la vegetale a. 3-bis) (non trascurando quella delle società umane); b) inoltre, in tema di: utilizzazione, da parte dell’uomo, delle risorse del mondo b. 1) minerale, b. 2) vegetale, b. 3) animale; c) di configurazione della terrestre superficie; d) di distribuzione geografica dei fenomeni linguistici comuni ai varî dialetti e lingue affini di un gruppo e d. 1) conseguenze storiche che se ne possono trarre; e) oltre a ciò, in proposito di: costituzione, struttura ed evoluzione della crosta terrestre, e. 1) con le sue implicanze magnetiche e. 2) e geolunari. Il frutto di così minuziosa, ponderata elaborazione non si fece troppo attendere: – Vero è, Patò! – Te lo immagini se qua parlano diverso? Che ci contiamo?10 – Niente ci fa. Io ho fatto studî classici, e sono pervenuto alla conclusione che se un uomo ha avuto scuole buone, può cavarsela egregiamente anche in congiunture impreviste. *** La fame, intanto, bussava alle porte degli esofagi e duodeni, e stava quasi per buttare giù a spallate il portone di Patonsio, il quale, avvistato un pecoraio: – Ragazzo..! Unné 11 che si mancia? – brusco l’aggredì. – Iu mànciu ’a mé casa e ’m’ ni fùttu! 12 – reagì quello. – E se invece ti strafùttu iu a ’ghiancati, che ne pensi? 13 Si stavano dunque già prendendo i caratteri,14 acciò che il pastore – non esperto pur essendo d’alloglotti idiomi strani – posto mano avea al nodoso bacchio suo greve e nocchiuto – baculinum argumentum! – mentre le pecore, tutte in una stringendosi, meravigliate all’unisono commentavano: – Beeeh… Beh? Oh, bèh! Màh! L’ora “dei timpulati”15 era ormai per sonare, ché Carmine soccorrente s’interpose: – Fermi, giovani bestie! O non lo sapete che tremendo cade il castigo sulla mano fratricida? Nulla vi hanno insegnato Abele e Caino? Pazzi! Sìzz! – (come richiamasse alla cuccia il mastino suo) – Patò, stai manso! – A ’mia mi pari che Caino qua c’è solo ’stu gran pezzu ’ri fàngu! 16 Alla carneficina lietamente stavano per ridisporsi, allorché una rabbiosa scimitarrata fracassò il cielo: era un fulmine, tremendo, che rimbombò nei polmoni, e nei cuori. Giù scrosciarono esuberanti secchiate d’acqua all’improvviso. La presa mollò, Patonsio, sul corsaletto di pelliccia caprina del nemico: – Oh coso ’bruttu, puru l’acqua facisti vèneri! 17 Si diedero alla fuga, dal cupo nubifragio sbaragliati, riparando dentro la 600. La quale, muta e attonita, i fanali strabuzzando, giù piegò le estremità del paraurti, con una smorfia che tutta la diceva sull’agnostica sua maraviglia (Oggi però, non ne fanno più: altri modelli… non c’è paragone…). *** S’inerpicarono, con un’ultima sfiancata della 600, alla volta infine del paese di ***, e se una voce vi fosse corsa, a proposito del fatto che due giovani delinquenti fin colà stavano portandosi per stuprar tutte le donne, certo avrebber ricevuti, stando al calcolo – approssimato – di Patonsio, i segnali di maggiore simpatia e cordialità Quasi tutti gl’incontrati, alle domande relative al desinare e all’alloggio, rispondevano con garbo scarsissimo, o evasivamente, come avessero a custodire un segreto imbarazzante. Altri allargavano le braccia, o bofonchiavano con torpida indolenza, senza nemmeno rispondere. Un tizio che presidiava un distributore, scomodato alle sue cure intorno a una vecchia radio gracchiante, fece loro chiaramente intendere, con eloquenti atteggiamenti, che nessuna condiscendenza accordava a chi fin là penetrasse per rompergli le… tasche con importune pretese di rifornimento di benzina. Il trabiccolo “Fiat (voluntas Dei)” quinci, stremato dalla fatica nei tornanti fra il monte Castagnerazza e il fiume Mastropotimo – per giunta in un’atmosfera così rarefatta e difficilmente adattabile all’abitual carburazione – minacciò di collassare: a tossire principiò, ad ansar penosamente, ronchi emise preoccupanti, sputò olio dal motore. E fu la loro fortuna. Infatti. Imbattutisi, a Dio piacendo, nell’unico meccanico per autovetture nel raggio di migliaia d’ettari di noccioleti, seppero che questi aveva vissuto per una quindicina d’anni a Capo d’Orlando – perciò ancor intatta gli restava parte degli organi preposti alla conversazione con i forestieri (lo iodio marino fa miracoli in questo campo!) – che in quel paese – egli ripeteva: « di buzzurri con la scorcia 18» – il suo talento incorrotto d’artista della tecnica manutentiva mai s’inquinerebbe con esecrande mescolanze nuziali, e che, provveduto d’un buon scialagogo purgativo, lo stento macinino a trazione posteriore raggiungerebbe una certa “Barracca ”19(in contrada ’U Vaddùni ), dove masticar bocconi, ma dei buoni, e fors’anche dormire, se la padrona si fosse accomodata. Poco mancò che all’artista, serrate in una stretta calorosa le guarnizioni del mezzo e le mani degl’integri nostri, la commozione d’intrattenersi con “gente di mare” non procurasse commozione ancor più esplicita degli abbracci con cui li congedò, quando giunse il momento della separazione, tra affabili auguri e amichevoli promesse d’incontri futuri, come spesso suol accadere a persone che mai più, in vita – fuorché nel ricordo –, si ritroveranno *** Rintracciarono la “Barracca ”: – Mìnciakaticriàu! Ecchè ’ci vòsi, l’aiùtu ’ro Signùri..! 20– “powered by ” Patonsio. Entrando in una saletta buia, burberamente odorosa di barbaforte, d’eteri guaiacolici, mosto cotto, cagli salmastri e d’avventori antropomorfi – pressoché alterati da vino feccioso e cremortartarato –, ebber prima conoscenza di quel remoto cantuccio d’isola, speco meglio affine all’antro delle cicalanti capre appartenute al ciclopico figlio di Posidone, che piuttosto a rifugî montani – Buona sera… – esordì Carmine, globe-trotter delle due Sicilie, presso un pezzo di carne (un individuo, quasi certamente, forse un oste della malora) fornito d’occhi, affagottato dentro una lercia maglietta – Noi avremmo intenzione di dormire… – Cammèelo, – sparò un dei beoni – ’ci parìsti ’u duttùri ’pì ’l’insonnia! 21 Oscene, sguaiate risatacce crepitarono nella caverna. Bramiti ilari si rincorsero, come sparse onde gettate in quintana: più d’uno dei tavoli verdechiari in formica sbreccata s’andava spensieratamente pomellando di goccioloni di viscoso catarro, strepitaron gli sgabelli, dai convulsi deretani dimenati Sprovvisto, ancorché, d’armi bianche o tetre (in genere), Patò ultore voleva far eccidio, sterminio – aere perennius –, depurazione etnica; Carmine (cui non troppo mai piacquero le guerre di religione) ebbe quindi il suo bel da fare per rattener la passata antiseptica del suo scudiero imbufalito, e se vi riuscì, questa volta, fu soltanto per l’ingresso, provvidenziale e risolutivo, della tenutaria, una matrona butirrosa, folta di sterpi piliferi sparpagliati sul grugno – qua e là concentrati, ma nell’impareggiabile irsuto monosopracciglio e negl’ispidi favoriti soprattutto – : essa, verbi, non ne proferì, ma fè spiccio cenno con una zampa di seguirla. E li menò attraverso un turpe passaggio interno muffo, sempre col medesimo arto sfarfallante, come promettesse un castigo giusto, più avanti, quando la tenebra li avesse inghiottiti per sempre. « Qua ci scannano come le pecorelle… » – pensava Carmine, confortato dalla filosofia, mentre Patonsio indietro ogni poco indagava l’oscurità ladra, paventando nel cuor suo illetterato che i Tartari aggressori precipitassero dal Deserto alle lor terga. L’orchessa trascinò ancora, col suo perentorio gesto punitore, per una ripida scala frusta e gracidante, lo spaurito picciol gruppo, i cui passi esitanti disturbavano, ad ogni crocchio, il malvagio sonno effimero degli spiriti silvestri trattenuti, per mezzo di stregoneria, nel legno tarlato degli scaloni altissimi, fetenti di nitriera, di cianogeni, di malsani topicidi « Qua ci lasciamo la pelliccia… » – meditava, sconfortato da filosoferia, Patonsio, il quale, con una mano, con la scusa dell’orientamento, tasteggiava Carmine per sincerarsi che il compagno fosse fin’allora vivo, e con l’altra, più febbrile e ansioso, diteggiando consultava – ad ogni buon conto – il diletto suo “cavallo dei pantaloni ”, per accertarsi, rudimentalmente, che fosse vivo lui stesso. Non alla mattazione furon menati tuttavia, ché stella clemente vegliava lor soave citrullaggine, in un angusto stambugio bensì: sovraffollato da due seggiole spaiate, un gemente doppio lettuccio a castello (equipaggiato di disomogenei lenzoli sepolcrali giuntati da esperta man di zitella, guanciali vilmente imbrattati da putrescenti, dispendiose deiezioni spermatiche, e riempiti da pelame di bestia seviziata, deliberatamente suicida), uno stipo miserello in funzione d’armoire (vetusto ossario di vibrioni e spirilli), una bacinella in metallo – prevalentemente (ossidi consentendo) – smaltato da toeletta (già riempito per tre quarti d’acqua tofana, allegramente popolata da ditischi e ditiscidi festanti), due sdruciti canovacci da bidet (per l’occorrenza promossi sul – graveolente – campo al grado d’asciugamani), e, infine, uno specchio nell’unica parete ortogonale al piancito d’incoerenti tavoloni. Ma: non uno specchio qualsiasi. No. Quell’esemplare, mai si sarebbe piegato a riverberare l’esteriori fattezze: non l’avrebbe permesso la caliginosa superficie lugubre; mai si sarebbe baloccato a riflettere raggi luminosi (imprigionarli, piuttosto, nel sinistro suo gorgo abissale eccedente i limiti della conoscenza sensibile); mai avrebbe lusingato o rattristato gli umani, parvenze terrene restituendo Lo specchio – non atterrisca il lettore! – altro non era, dissimulato – incredibile dictu – che un portale. Con l’aldilà. Mai, mai – Dio perdoni – se lo confessarono appresso, nonpertanto udirono, in un par d’occasioni perlomeno, dolorosi fiati, pispigli agghiaccianti, inquietanti fremiti, rugli spaventosi provenire dal varco del regno inimmaginabile dei morti, situato, proprio, nel bel mezzo della loro – per comodità (e solo a tal criterio) la chiameremo – stanza. La maîtresse quindi, con zampate selvatiche (corroborate da vaporazioni roride d’ascella acereta cedua) li pigiò dentro ambedue, non senza prima aver loro fatto intendere, a gestacci offensivi, che potrebber far giaciglio (separatamente! Se no: apriti cielo! ) e nanna nel bipartito dispositivo – del resto già (obiettivamente) collaudato incubatorio di forme altre di vita. Per pochi, introversi istanti credettero, in quell’oscurità – arruffata d’indefiniti afrori, di incubi ermetici, di misteriosi presentimenti – d’esser fatti prigionieri dai Mau-Mau antropofagi, poi Carmine circospetto e intrepido girò la maniglia, facendosi lume dell’accendino preso in prestito dal padre (ignaro), e lentamente, molto lentamente, silenziosi come fosser fatti di ricordi anziché carne, dal negro bugigattolo evasero, passi ovattati e cauti disponendo sull’impiantito instabile, tacitamente – ma non meno temerariamente – comunicandosi con terribili occhiate, nel chiaror spettrale della fiammella, che entro poco ritornerebbero… a riveder le stelle. *** A questo punto l’Autore, inaspettatamente prende in mano un violino, e non dandosi il menomo pensiero delle corde assenti, ispirato e commosso prende a zigar penosamente, come vergine immalinconita: Ridiscesero infatti, quatti quatti e clandestini, alla pugna malparati, e però giù ritrovaron, nell’androne ad aspettarli, di clienti, elenco scarso – ma quei tutti sogghignanti con acidule smorfiette, appropriate, si direbbe, a imminente tradimento od a grama truffa forse –, e il tarato bettoliere, che in lor mani consegnò, rugumando in lingua estinta (ed al modo di chi a parte li mettesse di segreto intrasmissibile), un pesante chiavistello di ferraccio – qual s’adopra per gli unghioni dei cavalli – rugginoso, con cui aprir l’uscio indicato, se essi fosser ricomparsi ad un’ora tarda alquanto. Vale a dir dopo le nove della sera alpigiana, quell’orario in cui il paese entrerebbe, tutt’intero, nella vita potenziale, ipotermica e latente, dell’oblio e l’ibernazione *** Deposto l’inutile violino, l’Autore asciuga una lacrimuccia blandula sul ciglio, scassa a calcagnate l’istesso stromento, accende una sigaretta (questa volta dalla parte sbagliata, notando che il sapore è… come dire… insolito), poi fa quattro pallottole della tovaglia epigrafata, e le nasconde dove pensa di poterle ritrovare (ciò non accadrà mai: la moglie-badante, ossessionata dall’ordine e dalla pulizia, spedirà, più tardi, gli olografi nel cimitero di tutti gli appunti estemporanei – e di tutte le cicche sfragnate sui muri –, vale a dire la pattumiera). Indi leva il coperchio dell’ordigno scritturale (per sicurezza, sputa con cura sul nastro e sulle leve), e stramazza fulminato, vittima di una cospicua stoccata di narcolessia, a causa dell’eccessivo dispendio psichico. Dopo neanche quattro minuti accende un’altra sigaretta e finalmente si sveglia allorché il tizzone comincia a tostargli le dita, subito infilandole nel bicchiere delle gocce (per l’iperestesia) che la donna – incidentalmente – gli sta portando. Figgono intensamente lo sguardo l’uno negli occhi dell’altro, dopodichè l’Autore furiosamente inizia a ticchettare sulla sua vecchia Remington – a carbonella: La 600 intirizzita, fremente attendeva nello stradale già fasciato di vespertine iridescenze, e quand’ebbe i nostri in pancia, li portò tutta contenta a zonzo per nessun dove, attraverso morbide montagnole venate di faceti torrentelli, umide forestaglie ficaie, intricati boschetti fitopietrosi, grassi orti piantonati da fichi d’India profumati e aguzzi, il Esattamente nell’istante in cui la lettera “l” sta per asciugare sul foglio, un immane scoramento si impadronisce dell’Autore, che non ricorda più qual mai sostantivo debba accompagnarsi ad un articolo talmente contegnoso. Ricorda in compenso che la vita è breve, soprattutto a danno di chi egli amò – e più non è presente – e di chi non sarà più, nel giro vorticoso (anni? mesi?) di un tempo difficile da stabilire, ma sempre troppo scarso per la definitiva rassegnazione. È infatti l’unica – per lui così scombinato di cervello (e pertanto così giovane, così immaturo, impreparato, a prescindere dall’età) –, l’idea della insopportabile violenza dell’annientamento, della suprema umiliazione, quella capace di tenerlo ben desto, di togliergli ogni appetito, gusto, capriccio d’assopimento e di riposo. Lasciamolo quindi, per qualche poco, a combattere in santa pace con l’intransigente falange oltranzista dei demoni maligni personali. Passerà. Non durerà molto. Anche quando son cattive, le cose, non durano per sempre. Si consumano e finiscono anche quando fanno schifo... (e comunque, l’alba, è già vicina). NOTTE PRIMA Dopo essersi persi un po’, d’attorno per campagne ignote girellando e ciondolando, il timone delle ruote volsero a la via del paese foraneo al mondo, e per il tempo tutto della perlustrazione, malgrado le sobrie rassicurazioni di Carmine il saggio, Patonsio mai scacciò dalla mente l’idea che ben potrebbero trovarsi nel bel mezzo d’un film terrifico, dove i protagonisti sono minacciati da una foresta stregata – sottomessa agli ordini di un empio incantatore – che vuol nutrirsene vivi dopo averli stretti in un abbraccio mortale: – Eh sì. Sfardàmu benzina, ’na paùra! 22 Una volta ritornati, rovistò, Carmine, col chiavistello nel portonaccio, mentre ciuffi di rigogliosi rampicanti, spuntando fra muri di pietre scure incastonate, lo sorvegliavano pettegoli. La “stanza” – come s’è, ormai, deciso di chiamarla – loro destinata era buia, inospitale – tranne, forse, che per un bambolotto di pezza caduto in disgrazia presso un mostro feticista –, ma i nostri eroi riuscirono a trovare, poi che l’ebber brevemente perquisita, tre moncherini di candela, recanti all’estremità opposta allo stoppino un ripugnante odore di provenienza quantomeno dubbia – ahiloro, tuttavia supponibile. Li fecero brillare, e a quello sparuto lume si volsero a prender giaciglio nella doppia piazza d’arme dove già l’adunata, per ogni germe infettivo valido, era solennemente sonata, ma senza toglier di dosso neanche le scarpe: la testa e il collo, anzi, avvolgendosi con magliette e camiciole, d’istinto intuendo pericoli indeterminati, sì, ma certo in corrispondenza con funghi saprofiti, muffe parassite, licheni deuteromiceti, o, più in generale, con il più incantevole parco delle meraviglie per gli acari in vacanza premio che vagheggiar si possa. – Ma che dici, dormiamo? – chiese Carmine scarsissimamente persuaso. – E che possiamo dormire? Qua pure un cadavere, stapesse 23 scomodo! – obiettò Patonsio (il qual annaspando s’aggrappava ad ogni oggetto o mobiletto nei paraggi, acciò che la persona sua sferoide giù nella brace non rotolasse, dalla padella del lettuccio troppo piccolo) – malirìtta ’a sbintùra baiàscia! 24 Quando gli parve d’aver raggiunto un benché precario ancoraggio, il campanile della Chiesa Madre scandì dieci rintocchi che si accaparrarono, da quel pavimento d’assi sconnesse sino al tramezzo del soffitto rappezzato a canne e gesso, la cassa armonica più favorevole e reboante del circondario. – Bastardùni e ’nfàmiu! – grugnì Patonsio. Poi però, la stanchezza prese il sopravvento e li vinse entrambi. Il sonno li rapì. Sogni angosciosi e visioni mostruose infine, uno per volta, separatamente, li presero per mano e s’incaricarono, coscienziosamente, di dedicar loro ristrutturate molestie. *** Undici rintocchi. Potenti come i precedenti. – Ma cose r’ammincialìri! 25 – eruttò Patonsio, blasfemo contro il cattolicesimo e contro tutti gli altri oppiacei conosciuti. Ritornò presto, cionondimeno, ai familiari sogni oppressivi. Ma, il perfido batacchio del campanone, non era tipo da mettersi a dormire, lui. *** S’addormentarono insomma, com’a Dio piacque. Per questo il campanile, che bislunga la sapeva, rintronò dodici colpi. – Iétta sàngu ’ra carìna! 26– lo salutò Patò l’apostata. Anche Carmine, sbatacchiato dai contorcimenti del sottostante coinquilino, preda di una violenta cokefazione, comprese che stavano passando “una mala Pasqua ”, e debolmente si lamentò. Per pochi istanti però, poiché udirono, da una camera accanto alla loro, una conversazione. Prima distinsero una voce femminile: – Via, siete andato via, come un fantasma, come un ladro. Perché? Senza avvertirmi. Senza un messaggio. Siete fuggito nella notte… eppure mi amavate! Dovevate sposarmi! L’avevate promesso! Poi una voce – e quanto poderosa! – impostata, virile: – Perché? Perché me n’andai, mia cara Teresa, senza sposarvi? Io vi amavo, è vero. Vi amavo molto. Vi amavo davvero… ah, se vi amavo… I picari nostri, trasaliti, balzarono dal letto, e scambiandosi occhiate che dichiaravano la più sbigottita maraviglia, macchinalmente s’appressarono al sottile tramezzo divisorio, curando di respirare il meno possibile, e in ogni modo con la massima silenziosità. – Ah! Mi amavate! – riprese la voce femminile, che qualcosa avea di ricercato, di manierato – E questa sarebbe dunque la ragione per cui m’abbandonaste? – Io vi amavo, Teresa, e vi ho molto desiderato. Ma sposare voi, ah! Sarebbe stato, compresi, come catturare un usignolo per imbalsamarlo… Vi ho molto desiderato, mio infinito amore, ma giudicai stupido cercar di possedervi, perché ciò avrebbe edificato (allora credetti) un muro intollerabile in torno alla mia, e alla vostra libertà Credetti (povero me!), che avrei esposti entrambi ad una sicura, immancabile delusione! Ma Dio m’è testimone: quanto vi amavo, mio tesoro! – Allora, mio caro sventurato, voi mi amavate, e nonostante questo, siete scomparso come un malfattore… – Sì, cara. Il mio amore mi avrebbe fatto rinunziare alla mia arte… allora credevo ancora ch’essa fosse importante, che fosse la ragione della mia vita… Quanto mi sbagliavo… e quanto n’ebbi a soffrire! – Quando pensavo a noi due… ero così… inquieta… Mi dicevo: « Sarà questo l’amore? È questo il tormento con cui scelgo di straziare la mia piccola anima? È questo il veleno che deve darmi il più prepotente dolore e la consolazione più struggente? ». Pensavo: « Egli è troppo buono, le persone buone non possono essere intelligenti! », e mi difendevo così da voi, dal desiderio sconsiderato delle vostre braccia forti e violente… – Era una farsa, mio povero amore lontano! Una ridicola farsa ambientata in un corridoio buio! – No! Disgraziato! Non poteva essere una farsa! Io mi diedi a voi come ci si dà a un marito… di più… a una nobile speranza! Io… io, in un attimo, vidi… morire… il mio… pudore. E il mio passato. Ricordate? Vi chiesi: « Dove siamo? Dove mi portate? È un paese, questo, inventato da voi? Un paese creato perché io mi ci perda? ». e voi mi rispondeste: « Sì ». Ricordate? Ricordate? Carmine e Patonsio, oh! Patonsio e Carmine erano esterrefatti, impietriti. Non riuscivano a veder nulla, dal buchino della serratura della porta comunicante, ma tutto sentivano chiaramente, e d’ascoltar credevano, cattivati, avvinti, più che a un dialogo reale, una tristissima melanconica musica, in prò della quale, gli strumenti, eran accordati dal di dentro di lor stessi. Udivano una magica melodia, in cui gli archi riprendevano, imperiosamente, il tema annunciato – con la libertà d’un tenero preludio – dal pianoforte, drammatico e angoscioso nel suo impercettibile stridor d’apparecchio le cui corde vibravano gravate di polvere antica, e d’inestinguibile tristizia insieme; poi, ancora, il nuovo ingresso del virtuoso solista, imbolsito, amaramente sostenuto dall’eco petulante dei corni in un’area nella quale il suo lirismo contrappuntava la splendida, sublime cupezza dell’insieme, mentre la tensione narrativa veniva più volte ripresa e spezzata da scale e trilli, in un’aspra convivenza inspessita e drammatizzata dalla corsa folle verso l’abbandono, il cedimento, la resa. Non frasi, né parole percepivano, increduli, ma note. Emozionanti, lacrimevoli note provenienti non si sapeva più se dalla loro o dalla stanza accanto: – Ricordo tutto, tutto. Ogni immagine accresce la mia pena, il mio castigo. Adesso vi aspetto, cara e buona Teresa. Vi aspetterò. Sempre. Andate, non fermatevi. Voglio piangere da solo. Non conosco miglior modo di tormentarmi. Andate, mia povera amica. Ho un appuntamento imperdibile, ora. Sta per farmi visita, puntuale come ogni notte, il dolore. Conoscete il dolore, mia cara? Sì, conoscerete il vostro… certamente. Il mio compagno, sapete, nello stesso tempo in cui mi logora, pure si occupa, per non lasciar le cose a metà, d’aumentare il mio orgoglio vuoto Il nemico (tale è il mio inconcludente privilegio), pensate, cara, s’incarica della mia difesa. *** Per Dio! Le domande avvolgevano i nostri giovani scimuniti come aspidi e sibilanti vipere, ch’essi tuttavia non sapevano incantare. Chi? Perché? Proprio là..? E come..? L’amore, addirittura, in quel posto di capre olive e salami? Carmine si chiedeva: « Chi sarà mai la sventurata creatura condannata – forse da se stesso… – a scontare qui, adesso, rimorsi, amarezze tormentose? »; Patonsio postulava: « Ma ’che n’avièvumu pìcca ’ri pène e ’ddisgràzî… oh, Signùri! E come putìssi ròrmere ’n’ cristianu? »27 Ce n’era di che non dormire per un bel pezzo, tra rispettivi desiderio di sapere e uggia sommaria. E difatti, tornati in branda, Carmine non incespicò nel sonno prima di due ore. Patonsio non ronfò se non dopo minuti sette e diciotto secondi (diciruòttu, secondo la pronunzia patonsiana) *** L’indomani si levarono tardi. Patonsio s’era talmente aggrovigliato nei sordidi lenzoli, che, quando Carmine lo trasse alla luce, durò fatica ad estrar di bocca l’intero pugno che egli aveva infilato in bocca durante la notte, per teneramente ciucciarselo, in luogo del pollice – come qualsiasi altra mite creaturina del Signore farebbe. Incendiate due cicche, con queste ebber tosto prima colazione, e completarono la refezione nell’antro al piano inferiore, ingollando due equivoci caffé, somministrati dal locandiere che li guardava – essi esibendo volti bugnati ad arte, e appariscenti cisposità agli occhi malconci – con la medesima degnazione che rivolger si suole al rinvenimento di una ragade nell’orifizio terminale dell’intestino retto Il resto della giornata, lo dispersero (fra scampagnate amene, abbondanti commenti congetturali sul colloquio origliato, e contatti pochi con la sospettosa fauna locale), ma del minuto resoconto d’esso n’otterrà defalco utile il lettore impaziente di conoscere i fatti relativi alla NOTTE SECONDA Satolli di ghiotti bocconi, dacché il clima del luogo li avea ben bene sfidati e sobillati a ciò, si ricoverarono nell’accampamento notturno loro assegnato, evitando, quanto più fosse possibile, di ricambiar lo sguardo allo specchio infernale che, insistentemente, con mugolanti gelidi refoli e gemiti sospirosi, li reclamava nel suo perfido abisso d’osceni spettri. Patonsio gli passò accanto – ché era l’unico modo di passare, in quel bivacco sì angusto e disagevole – schermendosi con uno sgabelluccio zoppo e, esacerbato, frisse soffiando, minacciosamente, qual inasprito felino o torva bertuccia, per sevizie ammattita. L’autore, a questo punto, fedelmente imita sibili e rantolii, per imprimere nella pagina il segno inconfutabile del sacro terrore di Patonsio. La moglie corre a preparare altre gocce in sospensione. Allorché gli porge il bicchiere, capisce dalle soffiate spasmodiche che è meglio (sì, è meglio, come l’ultima volta maledetta), lasciar passare la crisi. Egli è lì. È ancora vivo. Saperlo ancora vivo, sebbene confinato talvolta in un buio universo arcigno e impenetrabile, è conforto. Conforto e pena nel tempo istesso, ma pena dolce, grata; irrinunziabile penitenza: se avesse, il disgraziato, patimenti anche maggiori, ma sempre accanto vivo le restasse – vecchio, e rotto, e inservibile, poco importa –, così forte e violento nella sua coinvolgente vacuità, allora… pazienza! Il fiammeggiante egoismo, la splendida avidità d’affetto pel suo piccolo mostro, autorizzano la donna a tollerar per ambedue altri castighi, purché lui mai voli via lontano, altrove. In altro luogo che non sia accanto al fianco suo, e al suo cuore, viziato d’amore e d’adorazione disperata. Pietosa la fronte madida gli accarezza, e quando sembra più calmo, asciugatolo con il lembo della sottoveste, gli lascia in deposito, con triste dolcezza, un bacio silenzioso e mesto. Cade sopra il foglio, sfuggitale involontariamente, una lacrima quasi invisibile sulla parola “infernale”, cosicché un poco ne scioglie l’inchiostro. Una piccola macchia s’allarga, e questo non è un bene. Tuttavia, con quel poco di nobile liquido, i diavoli acquattati sotto la parola rischiano di affogare, cosicché fuggono via e se la accolgono (una volta tanto), in quel posto risaputo. E questo, di sicuro, non è un male. Sonno? Poco, pochino, in verità, ché ripensavano al colloquio della notte precedente. – O Patò, ma ci pensi? Chi ce lo doveva dire che… – ma d’un subito dovette arrestarsi: – Chi altri pensate di dover incolpare – una voce di donna miagolò dietro la porticina – se non la vostra stupida ambizione, la vostra smania di rincorrere chimere, se non voi stesso, in definitiva? Era una vocina stridula un poco, con alcunché di sgradevole, bilioso; quel timbro – tal quale correttamente s’addirebbe ai rimorsi – ricevette, dopo qualche istante, risposta dalla bella voce maschile, ai nostri –da curiosità vieppiù divorati – già nota: – Ho finito per accorgermene, Signorina Marcella. Oggi credo di sapere chi devo incolpare. Me, naturalmente. Ma non sono stato l’unico responsabile: ah, no! Eravamo almeno in due a dividerci questo bel peso… eh sì! La mia sorte… era con me, e non si è mai distratta un attimo, quella miserabile. Ha voluto sempre stare al mio fianco, tenermi d’occhio, dirigermi, attendermi dietro l’angolo, quando io mi fossi nascosto per un momento… Mi ha piantonato, vigile, senza mai stancarsi, annoiarsi, nausearsi di una compagnia tanto assidua. Ha voluto non perdermi mai di vista, non ha mai cessato di “sovrintendermi”… ma io (io e nessun altro) le ho permesso tutto questo. Ci fu un tempo in cui mi decisi a combatterla, e per tal motivo dovevo starle accanto, controllarla, farle, a mia volta, buona guardia. E affrontarla, sì, contrastarla, darle del buon filo da torcere! Se non l’avessi attaccata e messa costantemente sotto accusa, come avrei potuto adattarmi ad essa, abituarmici, continuare a subirla? Mai ho smesso d’incriminarla, di rinfacciarle i nostri torti. Continuo dunque a farlo. Non per inerzia, per viltà. Per istinto di conservazione, piuttosto. Per interesse. Per egoismo. Ci teniamo in vita a vicenda. Ci disprezziamo, è vero. Sputiamo per terra alla vista l’un dell’altra. Ma ormai siamo, in modo reciproco, tanto parassiti che più non potremmo vivere senza lo sgradito ospite di cui abbiamo noia, disgusto, nausea. – Certo, certo, Signor Spaghettone! Certo, grande artista! – Rispose la vocina crocidando, così rivelando ai due, paralizzati dietro la sottile porticina, il nome (e che bizzarro!) di quell’eccellente infelice. Né si contenne nondimeno quel berlicche: – Come no? La sorte, il destino! Fu la sorte (non c’è dubbio), a spingervi in ogni occasione ad angariarmi, a perseguitarmi! Non voi… la sorte! – Avete tutte le ragioni, Marcella adorata. Non fu la sorte infame. Era soltanto farina del mio sacco. Anche in quello sfortunato periodo, credevo (sbagliando ancora una volta!) di far bene. A modo mio volevo… curarvi, aiutarvi, redimervi… io vi amavo, Marcella. Dio lo sa quanto vi ho amato! – Redimermi! Povero sciocco! – rispose, beffarda e berlingante, l’accidiosa satanassa – Però… mi amavi! Mi amavi, e mi rendevi la vita un inferno! Che credi? Pensi che io abbia sofferto poco a contenere la mia natura? Ho provato (e con che sforzo!) ad essere diversa, per amor tuo. Sì, caro, ce la mettevo tutta, per cercare di non darti troppi turbamenti. Mi sforzavo. Ottenevo solamente di fare violenza a me stessa… Dì un po’, mio povero illuso: credi ancora all’amore che redime? Eh? Ci credi, bambino? Allora sentimi bene: non c’è offesa peggiore che un uomo possa fare a una donna! Che idiozia! Tentare di redimerla..! Volevi salvarmi! Pensa tu! Mi opprimevi, grande artista! Mi soffocavi, nient’altro. Non lo sai che l’ultimo scalino al quale una donna vuole arrivare è proprio la redenzione? Che volevi fare? Volevi forse purgare un ammalato? Volevi disintossicarmi? Proprio non so se sia peggio iniziare una persona sana ai piaceri delle droghe, oppure voler togliere, ad ogni costo, la droga ad un tossicomane… – Avete ragione, Marcella. Non ho scusanti. Volevo cambiarvi… Ho imparato. Arrivato a questa età ho imparato, finalmente, che nessuno cambia nessuno. Ora che ho appreso tante cose, me ne sto qui, solo come un cane. E mi torturo benissimo, con tutto quello che ho acquisito. Addio Marcella, scusatemi. Se ci riuscite, perdonatemi, vi prego. Io vi amerò lo stesso, anche se non riuscirete ad assolvermi. Ora andate, tesoro mio… *** Carmine e Patonsio, cosparsi sul magro diaframma della porta di collegamento dei due loculi, rivaleggiavano nel far le facce più adeguate alla stupefazione del momento, giù sospingendo le mandibole con il miglior impegno, e gli occhi con egual cura sgranando, affaticati nel vano cercar di indagare attraverso la serratura il buio disonesto, a pena rischiarato da un incerto lumicino, al fin di scorgere alcuno de’ personaggi colloquianti Null’altro, eppur, giungevano a distinguere, se non penombra taccagna, gravida, ed ancor tuttavia insondabile. Come pure percepivano, indistintamente, con velata infantile coscienza, il soffio modico del tempo indifferente al mondo: tempo puro, esaltato poiché sgombrato di eventi dinamici, di cose, di grida, di ebbrezze o di passioni. Fiutavano dunque, senz’accorgersene, quel tempo che il suo alito viziato manifesta soltanto in certi momenti della notte, quando è più probabile ch’esso voglia incedere determinandosi, unicamente, a strascinare gli uomini e i loro affetti verso un completo, splendido disastro. Poi, i tre superstiti (la donna Marcella – uscita chissà come, senza un rumore – non c’era più, di sicuro!) sul pianeta stamberga, alla sicilitudine notturna rassegnati, si avviarono ai letti. Sognarono, chi più, chi meno. Patonsio grufolò prillando il suo fuso. Carmine ruzzolò nel buio a modo suo: si procurò raffinati delirî. Il Signor Spaghettone, a giudicare dai rumori cigolanti, si distese sul suo giaciglio e vi rimase abbacinato, arreso. *** Se non fu sogno, quello di Spaghettone, fu perlomeno visione. All’incirca questa: « Pura e gioiosa follia incontrollata: una specie di paese dei balocchi, ma più spaventevole e comico a un tempo. Danze, caroselli, trombe squillanti che padroneggiano ritmi sfrenati e antichi. Ehi mister? Ma davvero passeggi così solo in un paesaggio a tal punto chimerico e ricco? Chi o cosa aspetti? A chi confidare quel che esprimere non sai, anche se nelle viscere forte ti vibra coinvolgendo le fibre tutte dell’essere e, soprattutto, della coscienza – questa bestia che appare non invitata, e quando prevederlo non si può? Va tutto bene. Va tutto bene. Va tutto bene? È una musica di immagini che si rincorrono, delimitano con perizia consumata i silenzi in partitura, compiono algebrici calcoli di pesi e misure statuite da un orchestratore segreto. Oh, oh, la madre, trapassata da sempre (quasi), qui è ancor viva, ma più giovane e più bella, più intelligente e abile, come vivesse lei e tutto quel che intorno c’è, in un atmosfera triste e pur consolante. Non c’è denaro, non esiste. Come mai? Solo emozioni, percezioni, affetti e smodate passioni, ardori e amori inoltre, idee, tenerezze e indifferenze terribili. Qui non c’è aridità. Ci sono odi, antipatie, avversioni istintive, ma non ci sono torpori e sterilità come in quell’altro mondo di cui, qui, può sopravvivere solo un ricordo trasfigurato e più vero. Qui non c’è siccità di vita, qui non esiste secchezza di cuore o inefficacia d’impulsi. Qui si vive la vita distillata ed eterna ». *** Lo stupore dei due speciali fessacchiotti ricevette nuova stuzzicante vettovaglia quando l’indomani, sul far del giorno, furon destati da una nuova conversazione: – Hai mai riflettuto – diceva la nuova voce (questa volta maschile), la quale era origliata dai nostri con vera cupidigia (« …ma, a quest’ora acerba? E da dov’è entrato costui? Dalla finestra? Come si materializzano gli interlocutori del Signor Spaghettone? C’entra forse lo specchio del demonio schifo? », infatti rimuginavano) – sul fatto che la tua vita era indirizzata verso altri scopi? Ci hai mai pensato, mio piccolo “Spaghettone”? (Che nome, poi, ti sei lasciato scegliere..!) Hai creduto davvero di essere un “artista”? Più che un artista (ma forse, in fondo, lo sei, se vogliamo considerare… le ristrettezze e i disinganni che ti sei imposto…), mi sembri, una specie di filosofo tristanzuolo! Quante me ne hai fatte vedere! – Sì… sì. Avete ragione da vendere, padre! – rispose, dolente, Spaghettone – È tutta da ridere, la mia vita d’artista del divertimento altrui! Mi sono comportato come uno scolaretto scappato da scuola che fa baldoria sino a che non lo coglie la tristezza della sua falsa libertà. Credevo di inseguire i miei sogni, ed invece fabbricavo quelli degli altri. Dei bambini soprattutto, e magari, per questo, non sono stato un uomo del tutto cattivo… – No, no, mio povero figliolo. Non sei stato di certo un uomo cattivo. Impietoso sì, però. Arrogante ed impietoso, nei confronti di te stesso. Ah, sì! Non puoi negarlo. Cosa hai perseguito, difatti (riflettici!) con lena mai esausta? Eh? – D’essere accettato, amato… no? – Ma no! Non è questo il punto! Tu hai sempre avuto una particolare inclinazione verso una forma (ti dirò: secondo me un po’ scellerata) di… come potrei dire..? di “ricerca interiore”, ecco. Ma qualcosa è andato storto, nella tua intelligenza, poiché hai condotto la tua, diciamo, “ricerca” inseguendo, al di sopra di tutto, ed in modo invincibile, il fallimento! – Ho sempre cercato, dunque, il fallimento… – Forse inconsciamente, da giovane, te lo concedo. E però, poi, nel corso degli anni, quando ti facevi adulto lontano da me, ti sei affezionato sempre più… alle sconfitte. Per giunta, guidato da un nobile ideale morale: svelarti a te stesso, esser capace di vederti… (hum!) come se non fossi immerso in questa vita! E non è da dire, in ogni modo, che qualcosa di fondato non c’era, nella tua fede. Io so dirti, precisamente (avendo ben conosciuto la realtà opposta), che invece, il successo nel mondo, anche troppo spesso allontana da quanto c’è di più intimo, di eccellente, di generoso in noi stessi. – Che cosa mi consigliate di fare adesso, padre? – Ti darò un altro di quei consigli di cui non potrai (o non vorrai) servirti: oggi sei nascosto qui (in questo posto sul quale non dirò neanche una parola, né buona né cattiva) a ricordare. Già, sei bravo, tu, a ricordare. Ma è esattamente il contrario, quel che dovresti fare: dimenticare. Senza il meraviglioso privilegio di perdere gran parte della memoria di quel che appartiene al passato, il peso di ciò sarebbe così prevaricante, così insopportabile, che la vita presente ne risulterebbe spodestata, esautorata La vita, figlio mio, è tollerabile soltanto agli spiriti superficiali. Quelli che non ricordano granché… *** A furia di spingere – insino a slogarsi gli occhi – lo sguardo oltre la serratura questa volta, Carmine e Patonsio qualcosa discersero. Non tutta la scena, né ambedue i protagonisti di quel dialogo, ma uno sì, perbacco! Ah, uno sì, e tutta l’aria aveva d’esser proprio Spaghettone. *** Chi era mai questo Signor Spaghettone? Era, tal gigante a mezzo, un individuo corpulento, erculeo, e lento – uno poco – nelle movenze: rigido anzi, quasi immobile, come d’animale in agguato. Sul collo avea caricato un gran testone, con una mascella potente e – se è possibile dirlo – rassicurante. Sul viso e sul collo portava l’ombra dell’età, e negli occhi umidi – di quell’azzurro degli uomini belli e desiderati a lor insaputa dalle donne – come il vello d’una lontra che furbesca a pel d’acqua diguazzi, l’austero fremito del rimpianto e della fine di una speranza mandavano i riflessi azzurri e freddi dell’acciaio indifferente. Ben fatto e proporzionato, quantunque appesantito lievemente e stanco nei gesti, aveva decisi lineamenti virili – un che di fanciullesco, forse, ancor tradivano – posati ad ingenuità e all’arrendevole indulgenza dell’uomo che ha molto praticato il sacrificio, il perdono, la rinunzia. Il nomignolo – ché il nome suo vero era Giuseppe (Maria Salvatore) Ranieri – gli veniva da una vecchia, bizzarra gran parrucca da scena. Il buffo risultato, l’avresti detta, del rovesciamento, come per feroce burla, d’una capiente zuppiera d’intricati vermicelli di pasta lunga sul capoccione di quegli; un’improbabile capellatura gorgonica, per farsi breve, di moderna Medusa, con la quale Spaghettone per gran tempo aveva lavorato, fino a pochi anni prima, in uno di quei vecchi circhi itineranti dove tutti i componenti, industriosi scavalcamontagne – spesso assediati da robusto appetito (quando non da vera… fame) –, si alternano, in più ruoli, a far quel che si può: l’equilibrista è anche giocoliere; la (più o meno bella, più o meno sciupata) cavallerizza è anche ammaestratrice di candide colombe ed assistente dell’illusionista; il clown è anche funambolo e trapezista; la contorsionista diventa, con altro costume, cassiera financo più attraente e scodellatrice di minestre famose; gli stessi quattro acrobati e mezzo, col ridondante trucco predisposto già per lo spettacolo, spizzicano i biglietti all’ingresso del pubblico nel tendone. Quest’era, appunto, Spaghettone il forzuto: giocoliere, mago, ventriloquo e gran clown d’antica semenza La sua arte era semplice, a chiunque immediata e comprensibile, impastata d’una comicità alla buona e familiare, sempliciotta quasi, di quella sorta però da nulla togliere al divertimento pronto del pubblico. *** (Rinunceremo, forse, a tacer del fatto che, senza una prescritta misura di convenzionalità, di banalità addirittura, non si fa arte vera, buona e commestibile, per la ragione che se si rifila con frequenza insistita l’insolito e l’originale, ben presto ciò viene a noia, non essendo troppo ben sopportabile, ai più, la persistenza dell’eccezionale? Non questa volta. Sebbene, l’occasione, si presentava, a dire il vero, formidabile). *** Ma uomo di fatica era soprattutto, insostituibile durante gli spostamenti e negli attendamenti, di regione in regione, di provincia in nuova – supponente – provincia, di paese – a casa di Cristo – in sperduto altro paese, di periferia in – dimentica – periferia, di campagna in campagna. A lui ricorreva il gruppo dei compagni quando c’era da tirar fuori i muscoli “veri” (quelli cioè fucinati da soffrimenti e sforzi fisici fuor del comune), ogni volta che c’era da andare a cavar via dagli impicci un camerata troppo briaco, o nelle occasioni in cui c’era da spartir compagni litigiosi, ché Spaghettone, come fosser modeste festuche, sull’enormi spalle se li tirava, e fin da allora eran distanti tanto dal tiro degli sganassoni, da potersi soltanto offendere a parole, ma presto passava lor la voglia, di poi che Spaghettone elargiva sui culi persuasive pacche ch’eran badilate belle piene e sonore. E a lui – così buono, e bello, e forte – sempre si rivolgevan le donne in uzzolo di ricompensa consolatoria appresso a una baruffa fra innamorati, perché nelle sue braccia c’era vigore sufficiente per andare a riprendere di peso anche più d’un fidanzato alla volta, e gravarsene col metodo consueto le spalle grandi, su cui c’era dell’altro spazio – come diversa soluzione – persino per accomodarsi a piangere, sfogarsi e ottener conforto, dispensato con paterne carezze talvolta, talaltra con baci, paterni meno, ma più rinfrancanti d’un tot, neanche tanto scarsotto. Quando si hanno – pur a vario titolo – molte donne intorno, altre tante se n’attira, e Spaghettone ebbe a che fare con una quantità di femmine tale da sottoporre a soverchia fatica il suo cuore grande sì, ma delicato e fragile come quello d’un fanciullo. Tante n’ebbe quindi: molte di costoro, di tra una lacrima e un’istanza di consolazione, con quelle sue labbra morbide e carnose impararono la strada verso il refrigerio confacente alla loro urgenza di maschio forte e protettivo, così, dopo averlo eletto a personal ricovero dei cuoricini in convalescenza, lo promuovevano alla carica – è il caso di dire… – di stallone incursore delle proprie carni bisognose di cure altrettanto sollecite. Alquanti amori ebbe, sicché; forse troppi. E tutti questi l’avevano, ognun per parte sua, strapazzato – quale parcamente, un altro per l’abbastanza, altri ancora: a sazietà – sfasciandogli or questa, or quella difesa, finché il torrione Spaghettone, col peso degli attacchi ripetuti, del tutto franò, deluso e diroccato si ritirò “dalle scene”, e una volta per tutte si eclissò, a leccarsi – se Dio vuole, a rappezzarsi – le ferite, lontano dall’occhio di bue che ancor lo cercava – ignorando ch’egli si fosse nascosto in quel paesotto – per la pista e sotto il tendone, dove i bambini ridevano sempre meno e i genitori, per non dir loro che non c’era proprio più, raccontavano che il colosso era andato a cercare un costume più bello, per sé o forse per il suo spassoso e ciarliero partner. Adesso se ne stava rintanato, occultato al mondo, e i pochi contatti che gli erano rimasti eran quelle curiose visite che i nostri egregi, curiosi anche di più, apprendevano con stupore e crescente desiderio di sapere. *** – Le sarei riconoscente, pregevole Signora – con tali parole, un pizzico discostandosi dalla candida sincerità, Carmine abbordò la gattamammona – se volesse darci informazioni sul nostro vicino di camera. Mi sembra un tipo, come minimo, originale… – Pare la casa del Sindaco – rilanciò Patonsio – di quante visite ci vengono a trovare ’stu maravìgghia! 28 La portentosa barbablù allora spiegò – più convincente con gesti villanzoni piuttosto che con le malmostose espressioni della lingua maleopolinesiaca (o di quella mande?) con cui guaiolava penosamente – ai due indiscreti che assai meglio farebbero ad occuparsi dei fatti proprî, costituendosi irremovibile mallevadrice del signore in questione e della di lui imperturbata tranquillità innanzitutto. Non riuscendo quindi ad ottenere di più dalla puteolente megera – che già Patonsio in cuor suo aveva acclamata come madre di tutte le orribili creature provenienti dal lago Averno – tramarono un piano atto a dar soddisfazione alla propria incoercibile curiosaggine. NOTTE TERZA (ED ULTIMA) Ancora un giorno, ciondolando, attesero nuove. Discesa la sera, nella lor nicchia sepolcrale s’ingabbiarono, pronti ad individuare ogni più insignificante suono che dall’avello attiguo provenisse. Patonsio, spazientito per i sospiri indecenti che traspiravano dallo specchio maledetto, ad un tratto lo zittì perentorio con un’occhiataccia disumana (una con il gesto tipicamente minaccioso di chi sta per impartire gli olî consacrati dell’educazione mediante definitivo manrovescio), e con un grugnito che tutta conduceva la mefite delle due cartucciere di sigarette scialacquate durante la giornata Ma, tant’è, nulla accadeva. Non un fiato, né un susurro, né un pio pio. Poi, senza preavviso, l’atteso prodigio. – Proprio così, Signor Spaghettone! – dichiarò una voce nota non ancora – Lei (mi dispiace dirglielo), è uno sventurato, che tirerà le cuoia in solitudine! Senza famiglia! Senza amore! ( ! ) Istantaneamente i due, sintonizzandosi con tutte le possibili orecchie sulla frequenza portante, si spalmarono sulla porticina, e sguardi investigatori fissero nella serratura, sino a scorgere uno strano omarino seduto sul giaciglio, e quello soltanto poteron distinguere, neanche troppo chiaramente. – Ah, sono d’accordo con lei, caro Signor Spaghettino! – (« Spaghettino? Come, come? Le stranezze non mancano di certo… Spaghettino! » scimunivano a puntino nel fornetto confinante) – Nella mia vita ho divertito un numero incalcolabile di persone, in Italia, in Europa, nella Russia sovietica per giunta! Eppure, con tutto ciò, non ho mai trovato moglie. Niente. Manco uno straccio di compagna. Però, però… me ne dissero, di « amore » e « tesoro » e « caro », e questo e quello! – Caro Spaghettone! Lei è stato, per tutti, una risata garantita … lo spasso a colpo sicuro. Lei, povero amico, è stato (devo proprio confessarlo), per tutti (e dico tutti!) il divertimento in persona, la distrazione, il diversivo al terribile tedio della vita. Lei è stato quello che, al solo apparire, faceva morir dal ridere grandi e piccini. Si rende forse conto di questo? Mi dica, mi dica, prego, se ne rende davvero conto? Quella sorta di nano era strano anche nel modo di parlare. Immobile restava con tutto il corpo, la sola mandibola – pareva –, insieme alla testa tentennante, facea beccheggiar vistosamente, come il respiro avesse a mancargli o canzonasse un chiacchierone. – E non sono, queste, buone qualità per conservarsi qualcuno accanto? – Ma caro amico! Lei non sa, grande e grosso com’è, che tutto ciò è… è troppo per una donna?! Quel che può valere per tutti, proprio a causa della sua enormità, spaventa l’individuo considerato a sé, separato dagli altri… le donne, poi… una ragazza, mischiata con il pubblico, certamente poteva ridere e divertirsi… insieme a tutti gli altri, ma star da soli… e parlare d’amore… eh?! Non è la stessa cosa. No. Spaghettone Spaghettone! Una donna, sappia, insieme a cento altri ride, ma a guardarsi da vicino negli occhi… – (sospiro) – … lei le suscita… una tristezza grande, grande e inspiegabile – Ah! È così allora! – Sì amico mio, è così che gira il mondo. – Quindi nessuno mi sarà mai accanto? – (sospiro) – Sa, caro Spaghettino, da un lato, son contento che è proprio lei a dirmi tutto questo. Lei non mi ha mai tradito. Anzi, lei è l’unico che non mi ha mai tradito. E io le credo. E sa cosa farò? Guardi! Ecco cosa farò! – … – (silenzio) – (adesso taceva, sbigottito, quasi privo di vita, anche il piccolo Spaghettino) – (silenzio, di tomba) Si faceva, difatti, troppo insistente, ostinato, il silenzio. Assillante. Per i due ineffabili spettatori, soprattutto, ma anche tutt’intorno per quei lugubri stambugi, che all’improvviso, parvero essere isolati come sotto metri e metri d’acqua. Carmine e Patonsio – ci fu un attimo – credettero di sentire, vago e lontano, lo strido metallico (uno zirlo, un riverberato fischio radiotrasmesso) come d’un richiamo di grosso cetaceo. E poi ancora silenzio. Sempre silenzio, acutissimo. Insopportabile! Infatti non lo sopportarono più. Carmine bussò alla porticina. Prima discretamente. Poi, un pochino meno. Niente. Bussarono in due: Patonsio ritenne d’avere più maschia percossa. Il nulla. – Signor Spaghettone..? – Spaghettone! Signor lei! Attraverso il forellino della serratura si poteva ravvisare solo il piccoletto, ma ora era sdraiato sul letto. Sdraiato? E perché? – Signor Spaghettone! – O Spaghettone! – O Spaghettino! – (poi con tono più basso) – Magari questo risponde… – Secondo te che sta facendo? – chiese Carmine preoccupato – Forse che gli è successo qualcosa? Perché non risponde? – Certo, – fece Patò – come strambo, è strambo forte. Tu che dici? – Mmàh! Passavano i minuti e il mistero, strafottente, s’infittiva. Carmine, di essere, era pensatore, e se la pensò di aprire la porta comunicante. Che però era chiusa a chiave. Frugarono nei cassetti luridi. Trovarono alcune differenti chiavi: una, nella toppa, girò Si fecero coraggio ed entrarono contemporaneamente. Se avessero visto coi loro occhi la moltiplicazione dei pani e dei pesci, avrebbero mostrato meno sorpresa e intronamento. *** EPILOGO (COSÌ È…) I due giovani, tracimati nel bugigattolo – del tutto simile a quello da cui provenivano – trovarono modico disordine, qualche vestito (comunque ben piegato) qua e là, gli avanzi di un pasto, un par di scarponi grossi e lucidi di fresca cera, buste e lettere, un vasetto di brillantina “Linetti” e, eccettuato un valigione aperto con camicie ed abiti (anche qui tutto ben in ordine), poco altro ancora. Tra cui il “Signor” Spaghettino, naturalmente, ma rigido e inanimato sul lettino, steso con la bocca spalancata e gli occhi dilatati a dormire il sonno inquietante – e imperscrutabile insieme – dei burattini e dei fantocci. Giovani erano, un poco citrulli – com’è giusto – e non sapevano spiegarsi il come e il perché Spaghettone fosse svanito senza lasciare altra traccia che la risata, sardonica e mostruosa, e l’inverosimile parrucca gialla del pupazzo (appartenuto al singolare ventriloquo) ormai privo – se non d’anima negromantica – di sensi. Essendo ancor tanto giovani e citrulli, non seppero che dire o pensare. Solo dopo molti anni spostarono nel cassetto del cuore quanto quel giorno inventariato con la vista e con le orecchie soltanto, e forse, forse – ma non è detta l’ultima parola – talvolta ripensando a quell’inspiegabile enigma di Spaghettone ierofante, più vicini andarono alla comprensione del fatto che, per quante disillusioni si possa accumulare, senza una speranza, almeno una – pur se minuscola e nascosta nella coscienza addormentata –, non è possibile vivere, e che quell’una, inconscia, risarcisce tutte l’altre, note, che siano state consumate o messe in fuga. ATTENZIONE! Questo testo è tutelato dalle norme sul diritto d'autore. L'autore autorizza solo la diffusione gratuita dell'opera presso gli utenti di questo sito e l'utilizzo della stessa nell'ambito esclusivo delle attività interne a http://www.patriziopacioni.it . L'autore pertanto mantiene il diritto esclusivo di utilizzazione economica dell'opera in ogni forma e modo, originale o derivato. 1 Ebbene, dove la troveremo, noi, di grazia, questa benedetta autovettura? 2 Motocicletta, motorino (N. d. C.) 3 Subito dopo le avventure equine che l’appassionato lettore rammenterà… (N. d. A.). 4 Che si aprivano cioè ruotando su cerniera montata al contrario delle moderne autovetture (N. d. C.). 5 Come sei bello Patonsio, specchio (= gioia) di tua nonna! (N. d. C.) 6 Perbaccolina, ben tre litri! (N. d. C.) 7 Ma qui occorrerebbe una fontana! (N. d. C.). 8 Se avessimo intrapreso a piedi questo viaggio, certo l’avremmo portato a termine in un tempo assai minore! (N. d. C.) 9 Pomodoro seccato al sole (N. d. C.). 10 Come potremo mai interagire con i nativi del luogo? (N. d. C.). 11 Dove. Vedi nota 1 (N. d. C.). 12 Prendo bene i pasti nella mia dimora, io, senza d’altro curarmi (N. d. C.). 13 Perché non vagli l’ipotesi che ti foraggi io a suon di sonori schiaffoni? (N. d. C.). 14 Conoscendo più da vicino (N. d. C.). 15 Degli schiaffoni (N. d. C.). 16 Uno soltanto, credo, qua sia il Caino, ed è quest’individuo inqualificabile! (N. d. C.). 17 O malfatto, hai provocato finanche il diluvio! (N. d. C.). 18 Zotici, cafoni con la (spessa) buccia (N. d. C.). 19 Locanda rustica, ristorante campagnolo, che, con qualche stanza annessa ad ostello, oggi si direbbe: “Agriturismo” (N. d. C.). 20 Perbacco, s’è reso necessario l’interessamento divino, alla riuscita dell’impresa! (N. d. C.). 21 Carmelo, ti hanno preso per un medico che cura l’insonnia! (N. d. C.). 22 Ma sì, sprechiamo dunque benzina tranquillamente, che problema c’è? (N. d. C.). 23 Starebbe (N. d. C.). 24 Deh, sorte – … diciamo… – avara! (N. d. C.). 25 Roba da restar scemi! (N. d. C.). 26 Espelli fluido biologico dalla parte posteriore del torace! (N. d. C.). 27 Non ne eravamo forse già ben provvisti, per conto nostro, di guai e difficoltà… oh, Dio del cielo, in che modo potrebbe, in simil frangente, una persona addormentarsi serenamente? (N. d. C.). 28 Questo tipo strambo (N. d. C.) ?? ?? ?? ??