Tiziana Soressi sa dialogare
con la solitudine.
Ma anche con la vecchiaia e la malattia, con l’amore, con la morte.
Si intrattiene con i fiori, coi muri delle case e con la luna; dialoga
con le strade, il sole, la notte, la nebbia …
Lei, per dirla proprio tutta, parla fitto-fitto con la propria anima.
Raccontandoci a modo suo le paure, le emozioni,
le disillusioni e i sogni che in quell’anima fanno il
nido, seguendo attenta e attonita i cicli delle stagioni,
l’alternarsi incessante ma mai ripetitivo del giorno e
della notte, del germogliare del grano, dell’ingiallirsi
e del cadere delle foglie, dello sbocciare dei fiori,
del loro languido appassire.
Ci troviamo a seguirla, passaggio dopo passaggio, nostro malgrado,
in un intimo discorrere in cui la voce dell’autrice assume
i toni e le cadenze di quella di mille personaggi, riflessivi
e dolcemente malinconici, diversi l’uno dall’altro, ma
perennemente coerenti con se stessi.
Ci sono soprattutto donne, in La
lunga vita: figure femminili in una misura estrema,
inebriante, quasi dolorosa. Ma anche uomini, inchiodati
con grazia e gentilezza, ma con spietata decisione, come
fossero farfalle da collezione, sotto la lente di un microscopio
rosa che ne indaga le pieghe più recondite dell’anima,
positive o negative che siano, con la lucida analisi che
solo un cuore nobile, una mente complessa possono farne.
In uno stile di scrittura che appartiene a lei e solo
a lei, immediatamente riconoscibile: quello di un poeta
che si presta alla narrativa decidendo di restare come
scoglio tra le onde malsicure di quel misterioso grande
canale racchiuso tra i versi e la prosa.
Un’autrice che attendiamo con curiosità alla prova di quel cimento
narrativo di costruzione e articolazione più complesse
rappresentato dal romanzo.