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( N E W ! )
Patrizio Pacioni & Enrico Luceri
presentano:
Scrittori alla sbarra
(gli interrogatori
impossibili del Commissario Cardona )
1 - Arthur Conan Doyle
°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*°*
-Dai, vieni avanti, Gargiulo!
Un’altra bussata così e finirai per sfondare la porta.-
sbotta Cardona, seduto al tavolo
che, insieme a un paio di classificatori di metallo e tre
sedie, costituisce lo spartano arredamento della stanza.
Il locale, pomposamente chiamato
“sala interrogatori” è in realtà solo una camera senza finestre
di tre metri e mezzo per quattro, al terzo piano della Questura
di Piacenza. Una lampada con un sobrio paralume circolare
di vetro dipinto in verde pende dal soffitto, un'altra lampada
a stelo è piazzata sul tavolo, accanto al telefono grigio.
Incassato in una parete laterale c’è un largo specchio che
chiunque (primi tra tutti i delinquenti che loro malgrado
si trovano a passare di lì) può immediatamente riconoscere
per quello che è: una specie di finestra attraverso la quale,
dall’ambiente adiacente, è possibile assistere a tutto ciò
che accade nella stanza.
Sulla soglia s’affaccia un omaccione
alto uno e novanta per novanta chili di peso, le spalle
enormi, i lineamenti squadrati, i capelli castani tagliati
quasi a zero.
-E che ci posso fare se le porte
non sono più robuste come quelle di una volta? Il tizio
è qui con me: lo faccio entrare?-
chiede, lasciando il passo all’uomo
che lo segue, un altro colosso, anche se meno palestrato
di lui: uno sulla cinquantina dai baffi bianchi a manubrio
che indossa un completo di lana grigio a quadri, cravatta
azzurra, la giacca con quattro bottoni, i pantaloni abbastanza
lunghi da afflosciarsi sulla punta delle scarpe, lucidate
perfettamente.
-Ma certo, Gaetano. Lasciaci
soli, ma tieniti a portata di voce, semmai avessi bisogno.-
-Agli ordini, dottore.-
risponde solerte il poliziotto,
spingendo avanti l’altro per richiudergli poi la porta alle
spalle.
-Si accomodi qui, davanti a
me, signor Conan.-
-La prego, commissario, non
mi chiami così: sembra una presa in giro.-
obietta il nuovo arrivato, con
forte accenno britannico, mentre si siede tirandosi su i
pantaloni, per non sciupare la riga.
-Cosa? Ah, già, Conan, come
Conan il Barbaro Cimmeriano, il noto personaggio dei fumetti
fantasy.-
osserva oziosamente Cardona,
cavando dalla tasca interna della giacca un pacchetto di
“Nazionali”e un accendino di plastica.
-Un elemento non in linea con
la sua produzione letteraria, mi pare.-
insiste, allungando all’altro
il pacchetto delle sigarette..
-Fino a un certo punto. Anch’io
ho scritto qualcosa di fantastico, se così possono definirsi
certe storie, ma niente a vedere con quella specie di selvaggio.
Quanto alle sigarette, grazie, ma fumo soltanto la pipa
e, disgraziatamente, adesso non l’ho qui con me.-
-Bene, allora fumerò anche per
lei.-
chiude la questione Cardona,
dedicandosi al rito dell’accensione.
-Gradisce un caffè, prima di
cominciare?-
-Semmai un the, con zucchero
di canna e una goccia di latte, per favore.
-Il the del distributore automatico
che abbiamo in corridoio è al limone. Comunque chiamo Gargiulo
e…-
-Lasci perdere, commissario:
nel suo “distributore” c’è tutto tranne che il the, mi creda.
Parlo di the autentico, naturalmente, non di quella specie
di sudicia brodaglia spacciata per tale. Piuttosto, posso
conoscere qual è la ragione per cui sono stato convocato
qui?-
s’informa l’ospite, chiaramente
sulle spine, arricciandosi nervosamente il mustacchio destro.
-Certo, meglio andare subito
al sodo: un letterato come lei sa benissimo che un incipit
troppo lungo e noioso rischia di togliere sapore anche al
romanzo più appassionante.-
-Solo che questo non è un romanzo,
mi pare.-
-Infatti non lo è. Lei è qui
per essere interrogato.-
-Interrogato? Io?-
-Sì, lei egregio signor Conan…-
-Commissario!-
-Conan Doyle, si capisce. O
mi consente di chiamarla semplicemente “Baronetto”?-
chiede il “leone”, non curandosi
più di tanto di soffocare un ghigno.
-Un titolo da me più tollerato
che desiderato, commissario. Un’onorificenza che ritenne
opportuno assegnarmi re Edoardo VII per dare un riconoscimento
ai miei meriti letterari, in particolare ad alcuni miei
reportage di guerra nel corso del conflitto coi Boeri…-
sbuffa l’altro, con altera insofferenza.
-Nato a …-
prosegue imperterrito Cardona.
-A Edimburgo il 22 maggio 1859.-
-Appunto. Di professione abbiamo
detto…-.
-Dottore in medicina. Professione
che, dopo aver conseguito la laurea, ho esercitato per anni…
-Con scarso successo, a quanto
mi risulta!-
ghigna Cardona, giocherellando
con la penna.
-Tanto da aver deciso di appendere
il camice al chiodo per cercare fortuna nella narrativa.-
-Le sue frasi sono false e sgradevoli.
Ma se può contribuire a sbrigarci, diciamo pure che sono
uno scrittore. Romanziere per la precisione.-
-Già.-
annuisce Cardona, aprendo il
fascicolo che gli sta davanti e cominciando a sfogliarlo
con studiata lentezza..
-E proprio alla sua attività
di scrittore si riferiscono i gravi reati che mi trovo a
contestarle.-
-Reati? Io? Io che nelle mie
opere ho fatto sempre trionfare la giustizia? Io che sono
il padre di uno dei più grandi investigatori del mondo?-
-Un padre degenere, visto che
ha fatto di questo suo figlio un tossicomane.-
-Lei sta farneticando.-
-Ah sì? E di cosa si tratta
quando nelle pagine dei suoi romanzi si parla di una soluzione
7% che la sua creatura letteraria, il detective Sherlock
Holmes si trova a consumare con una certa regolarità?-
-Ma per favore. Innanzitutto
all’epoca in cui si svolgono le storie della mia creatura
il consumo di cocaina, d’oppio o di morfina, pur se socialmente
riprovevole, non era considerato un reato.
-Debbo ricordarle che i suoi
libri sono stati letti per l’intero ventesimo secolo, continuano
a essere acquistati e letti anche nel ventunesimo, e saranno
in evidenza sugli scaffali dedicati alla letteratura gialla
chissà fino a quando? Quindi la palese reiterazione attraverso
le pagine delle sue opere vanifica questa sua linea difensiva,
mi pare.-
-Facciamola finita, è ridicolo.
Nessun giudice emetterebbe una sentenza di condanna…-
-Senza contare l’approfondita
conoscenza degli stupefacenti che certamente le è derivata
dalla laurea in medicina di cui tanto si vanta.-
-Cosa c’entra questo con…-
-Guarda caso la sua prima pubblicazione
scientifica riguardava proprio l’auto-sperimentazione su
se stesso di un potente sedativo. Assodato questo, vogliamo
parlare almeno di una certa sua “familiarità” con le droghe?-
-Ripeto: r-i-d-i-c-o-l-o!-
-La farebbe sorridere anche
un’accusa per tentato omicidio?-
-Eh?-
-Ha capito benissimo. Con l’aggravante
del particolare legame affettivo (se non addirittura di
parentela) con la vittima, il sunnominato mister Holmes.-
-Parentela?-
-Yes, Sir: un autore è padre
di tutti i suoi personaggi, e rispetto ai protagonisti principali
lo è ancora di più.-
-Basta. Ho già dedicato troppo
del mio prezioso tempo ad ascoltare questo sciocchezzaio.
Io la saluto e me ne vado, mister Cardona.-
annuncia gelido lo scrittore,
alzandosi e raggiungendo la porta.
Rimbalzando però immediatamente
nella stanza, dopo essersi scontrato con l’ampio e possente
petto di Gargiulo.
-Si accomodi al suo posto, signore.
Credo che il commissario non abbia ancora terminato l’interrogatorio.-
lo apostrofa l’agente, spingendolo
con fermezza di nuovo verso la sedia e tornando a chiudere
la porta.
-Non permetta più a quel bestione
di mettermi addosso le sue zampacce, mister Cardona.-
protesta indignato Conan Doyle.
-Andiamo pure in fondo a questa
pagliacciata, se non se ne può fare a meno.-
aggiunge, sistemandosi la camicia
e la cravatta oltraggiate dalla presa di Gargiulo.
-Chi è che avrei tentato di
uccidere-
chiede poi.
-Suo figlio Sherlock, chi altri?-
-Cosa? Io avrei…-
-Con l’arma più insidiosa a
disposizione di chi fa il suo mestiere, caro Conan.-
-Doyle. Per l’ultima volta,
mi tratti con maggiore rispetto. Non sono indietreggiato
di un passo al cospetto delle zagaglie e delle lance degli
zulu, figuriamoci se mi farò spaventare dalla sua arroganza.-
-Oh, certo, conosco il suo coraggio,
anzi la sua temerarietà. Così come ho ben presente lo straordinario
successo che ottenne attraverso i romanzi polizieschi: non
è da tutti vendere milioni e milioni di copie come ha fatto
col suo Sherlock Holmes!-
acconsente Cardona, accompagnando
le parole con un eloquente movimento del capo.
-Solo che a volte, a mettere
insieme temerarietà e successo, si finisce bcol dare vita
a un cocktail estremamente instabile… e soprattutto insidioso.-
-Va bene: confesso che, tutto
sommato, questo gioco comincia a divertirmi. Poco fa lei
ha accennato all’arma del delitto, commissario.-
-Per fortuna solo del tentato
delitto, ma certo non per merito suo.
-Una pistola? Un pugnale? Un’accetta?
Del veleno?-
-Oh, mister Doyle, lei fa torto
alla mia e alla sua intelligenza. Uno scrittore uccide con
la penna, e sa farlo nei più crudeli ed efferati dei modi.-
-Comincio a capire dove intende
arrivare, commissario.-
mormora lo scrittore, abbassando
il volto e lo sguardo.
-Non ne avevo dubbi: avevo e
ho troppa considerazione dell’acume deduttivo che trasuda
da ogni singola pagina dei suoi romanzi polizieschi. Non
le nascondo che spesso, nelle tante indagini che mi è capitato
di condurre, non ho potuto fare a meno di ispirarmi proprio
al meccanismo logico di Sherlock Holmes.-
aggiunge, spegnendo la sigaretta
nel posacenere di metallo.
-Ma voglio aiutarla a ricordare
prima e meglio, citando il nome del suo perfido complice:
Professor Moriarty, le dice qualcosa?-
-Certo che sì. Si tratta di
un’altra mia creatura, il più grande antagonista di Sherlock.
Dopo una serie infinita di scontri riuscì alla fine ad assassinarlo
nel corso di un duello fatale, nel mio romanzo “Il problema
finale”, pubblicato nel 1893, finendo peraltro per perire
con lui.-
-No, Direi piuttosto che “tentò”
di ucciderlo. Perché il mandante del delitto (cioè lei stesso,
Doyle!) cedendo alla pressione dei lettori di mezzo mondo
inferociti per la morte del proprio beniamino, fu costretto
a farlo resuscitare in un racconto successivo, intitolato
“L’avventura della casa vuota”.-
-Ho capito bene? Mi sta tenendo
una lezione sulla MIA produzione letteraria?
-Eppure mi sembra di averglielo
detto abbastanza chiaramente, Sir: si tratta solo di un
piccolo sussidio per la sua memoria.-
-La mia memoria mi dice che,
quando vidi il protagonista di tante avventure scritte da
me precipitare avvinghiato al suo acerrimo nemico nelle
cascate di Reichenbach, lassù sulle Alpi svizzere…-
Lo scrittore si interrompe,
stropicciandosi con le mani gli occhi annacquati.
-… provai uno dei più grandi
dolori della mia vita!-
conclude poi, in una specie
di rantolo strozzato.
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Nella stanza degli interrogatori
del commissariato di Piacenza è calato un inquietante silenzio,
carico di tensione.
Mentre il poliziotto fuma nervosamente
un’altra sigaretta ormai ridotta al filtro, Conan Doyle
si prende il volto tra le mani per nascondere un sommesso
singhiozzare.
-Finisca di bere il suo the.-
lo incoraggia Cardona, che alla
fine s’è convinto a farsene mandare due tazze dal “Rose
Marie” il bar che c’è giù, di fronte al portone della Questura.
-Allora finirò in carcere, commissario?-
riesce a sillabare dopo un po’
lo scrittore, mentre il “Leone”, a braccia conserte, aspetta
che il culmine della crisi sia superato.
-Per quanto riguarda la droga
vedrò di convincere il Gip a derubricare il reato. Sono
sempre stato un suo ammiratore e poi, detto tra noi,visto
che nessuno ci ascolta, posso dirle che da giovane anch’io
mi sono fumato più di qualche spinello e anche poco tempo
fa…-
-Anche poco tempo fa?-
-Anche recentemente è accaduto
anche a me, per vivacizzare un paio d’incontri con la mia
donna…-
-Con la sua amante. La sua “donna”
ufficiale invece dovrebbe essere sua moglie.-
-Prego?-
-Ho detto con la sua amante,
Cardona. L’ho capito dal suo cellulare, commissario: è da
quando sono entrato qui dentro che ogni tanto lo estrae
dalla tasca, lanciando uno sguardo furtivo al display.-
-Ah.-
-Un’abitudine che si sviluppa
tra amanti clandestini. Del resto la sua propensione all’infedeltà
è testimoniata da quel segno sull’anulare della mano sinistra:
chiaro indizio di una fede che si sfila e si infila a seconda
dei momenti e delle occasioni…-
Cardona si scruta la mano, assorto,
poi, dopo una scrollata di capo, lancia uno sguardo furtivo
alla porta, come per accertarsi che sia ancora chiusa. Poi
si accosta allo scrittore, in modo di poter ridurre il tono
di voce a poco più di un bisbiglio.
-Questi non sono affari suoi,
ma….-
Allarga le braccia, poi le riaccosta
al corpo, battendo i palmi sulle cosce.
-… ma complimenti per il suo
spirito d’osservazione, degno della sua creatura prediletta.-
ammette, stirando un sorriso
a fior di labbra.
-Tornando alla mia donna, le
stavo confidando che mi è capitato, insieme a lei, di tirare
su dal naso un po’ di polvere bianca.-
-Volevo ben dire.-
annuisce pensoso Conan Doyle,
che sembra avere riacquistato un minimo di controllo.
-Chi consuma giornalmente tanti
neuroni, vivendo fianco a fianco coi criminali più incalliti,
assistendo alle conseguenze dei delitti più efferati, ogni
tanto ha bisogno di un minimo di sballo.-
prosegue.
-Già. Quindi non mi scandalizzo
certo che lei abbia deciso di indurre il suo amato Sherlock
a baloccarsi con qualche grammo d’oppio. Sono disposto anche
a glissare sull’accusa di favoreggiamento a vantaggio di
tale Jack, conosciuto come “lo Squartatore”…
-Io avrei…-
-All’epoca circolarono certe
voci su un membro della famiglia reale, e più d’uno dei
suoi contemporanei avanzò l’ipotesi che lei, pur conoscendo
la reale identità del serial killer…-
-Ma per favore, commissario:
non faccia l’americano con me! Ma guarda un po’: “Serial
killer”: scusi, ma nella vostra bella lingua non avete un
termine adatto a indicare un maniaco omicida?-
è la sprezzante replica di Doyle,
in un soprassalto d’orgoglio.
-E poi non c’è prova che io
mi sia mai occupato di quell’indagine: quel borioso di Gregson
e quella specie di furetto di Lestrade non si degnarono
mai di chiedere un intervento a me… e neanche a Sherlock
Holmes, il che è infinitamente più deprecabile. E infatti
“The Ripper” alla fine riuscì a farla in barba sia a loro
che alla legge.-
-Va bene, va bene, lasciamo
perdere. Ma quanto al reato di tentato omicidio…-
Si alza in piedi, torreggiando
sull’interrogato, con l’indice destro in alto, puntato verso
il soffitto.
-… per quello io la farò incriminare
e processare, Mister Doyle! E stia sicuro che mi batterò
perché subisca una dura condanna.-
-By Jove, mister Cardona,
mi accorgo che non vuole capire. Va bene, continuo a stare
al suo gioco. Se capo d’imputazione ci deve essere, non
può mancare il movente del delitto. In questo caso, si tratta
di legittima difesa. Non escludo che possa aver ecceduto
in un eccesso colposo, ma non avevo scelta: o lui o me.
Lo vuole capire che, finché Holmes fosse rimasto in vita,
la mia carriera di romanziere era segnata?-
ribatte Doyle, tutto d’un fiato,
liberandosi finalmente di un bolo acido ruminato per chissà
tanti anni.
-Lei, caro dottore, è un’ipocrita
della più bella tradizione vittoriana!-
esplode il commissario, disgustato,
battendo un palmo sul tavolo.
-Vuole darmi a intendere che
ha strozzato la sua gallina dalle uova d’oro per un puntiglio?-
-Mettiamola così: Holmes mi
aveva imprigionato in una cella dalle sbarre dorate. Una
prigione, confortevole, certo, ma sempre recluso rimanevo.
Così, ho cercato di evadere, e nel farlo mi sono dovuto
liberare del mio carceriere. Con ogni mezzo. Lo ripeto:
era questione di vita o di morte. O io o lui.
-Nessuna corte di questo mondo
l’assolverebbe, caro signore, e vuole sapere perché?
-Se proprio ci tiene, egregio
commissario.-
-Vede, il fatto è che in un
mondo grigio e piatto come questo, dove la disuguaglianza
e l’ingiustizia la fanno da incontestate padrone, la gente…-
Ancora una sapiente pausa, e
l’indice che si inclina di novanta gradi per puntarsi direttamente
verso il petto dello scrittore.
-…il pubblico, i lettori… di
fronte alle lordure di ogni giorno, hanno bisogno degli
eroi! Sissignore, gli eroi come il suo, il NOSTRO Sherlock
Holmes, egregio mister Doyle! Quindi nessuno, neanche un
autore, può arrogarsi il diritto di cancellarne uno tanto
suggestivo e importante dai nostri sogni. Il suo destino
terreno di scrittore non poteva e non doveva avere la meglio
sul piacere della lettura che le avventure di Holmes hanno
dimostrato di poter regalare a generazioni di lettori.-
conclude inflessibile.
-Gargiulo!-
grida, cercando così di mascherare
in qualche modo una commozione che gli riesce quanto meno
insolita.
-Portalo via.-
ordina poi all’agente che con
la consueta veemenza ha già fatto irruzione nella stanza.
-Ma chiedi da parte mia al direttore
del carcere di sistemare il prigioniero nella cella più
decente che riesca a rimediare, e di riservargli un trattamento
di favore. -
gli sussurra subito dopo nell’orecchio.
Lancia un’ultima occhiata all’uomo
che ha di fronte, il quale, quasi accasciato sulla sedia,
respira rumorosamente e ha ficcato una mano in tasca per
cavarne una tabacchiera. Sdegnato, Sir Arthur Conan Doyle
pizzica con due dita una presa di tabacco e l’aspira, prima
di alzarsi e seguire il poliziotto.
Rimasto solo, il commissario
Cardona si passa furtivamente l’indice sotto l’occhio, tira
su col naso, poi con un alzata di spalle torna a sedersi
al suo tavolo.
E ci rimane per un po’, fissando
il muro e scavando a fondo nei propri pensieri
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