
rimedi prêt-à-porter per nevrosi
moderne o stagionate
(2 - febbraio
2007)

Per problemi di cuori e dolori
di pancia scrivete senza indugio alcuno a patonsio@tiscali.it
Ma
meno male che c’è il zio Patonsio che vi cura le magagne!
Quando
penso che esistono certi fortunelli, i quali possono contare
sull’aiuto e il conforto di chi si dà pensiero per loro,
gli riaccomoda la variazione ritmica dei processi biochimici,
enzimatici, fisiologici, elettrochimici, comportamentali
e psicologici innanzitutto; quando considero il fatto
che ci sono individui che beneficiano del riassestamento
– ad opera altrui (che poi, altrui, alla fin fine, sono
sempre io…) – dello stato ottimale di efficienza e di
benessere; quando infine medito sulla condizione di taluni
che si ritrovano riparato e aggiustato il destino che
li accompagnerà nel corso della loro susseguente vita,
allora mi dico: “Ah!”.
(Nel
senso: ce l’avessi pure io un zio Patonsio magnificone!)
(Io
vi invidio, pensa un po’..!)
(Cionondimeno…)
E
va beh!
Senti,
senti…
Questa
volta mi scrive l’amico Paolo:
(complimenti variî…) …caro patonsio […] mi è successo un piccolo
incidente, è che mentre mia moglie era uscita a fare la
spesa sono distrattamente entrato nel bagno dove la nostra
colf filippina stava facendo la doccia […] e la carne
è debole, in particolare la mia […] la sfortuna è la sfortuna
[…] solo che poi mia moglie è rientrata senza che io sentissi
lo scatto della serratura […] mi ha trovato con le mutande
alle caviglie […] adesso mia moglie se ne è andata e mi
ha fatto scrivere da suo cugino avvocato – così non paga
neppure niente – che vuole la casa e gli alimenti che
non so neanche che ci fa perché a me sembra alimentata
abbastanza bene […] patonsio mio aiutami tu sennò sono
rovinato […] (etc., etc.).
Caro
amico Paolo, la quale ti ho capito io, io a te, ma che
fai scherzi?
A
parte il fattaccio che Patonsio si scrive col “P” maiuscolo,
cionondimeno, che fai, coglioneggi?
Non
ti devi disperare mica, non ti devi: chi c’è qui? eh?
Chi c’è? Ma c’è il zio Patonsio, c’è, fortunello, tu,
e tutti gli altri come te che avete la benedizione di
essere assistiti da quel gran pezzo di filantropo che
non sono altro.
Senti
che fai, sdisonorato: (non ti preoccupare mai quando c’è
il zio a un tiro di schioppo...) ora tu, ti metti comodo
a casa tua, allontani per il momento quella giovane strascinata
della filippesia, telefoni a tua moglie e gli piangi molto,
molto al telefono.
Ma
molto molto, capisci? Non ti sognare minimamente di separarti
da tua moglie, perché, come dice il mio amico Professor
Incremona Giuseppùlo (di professione professore, a Comiso
e Vittoria, mi pare, datosi che gli hanno diviso le ore,
e ora conosce pure tutte le bestemmie importate dalle
numerose comunità arabe residenti in loco), oggi come
oggi, separarsi è la cosa peggiore che possa capitare
a uno che sta per separarsi!
Mai!
Mai
al mondo!
Non
ti fidare mai di separarti, perché poi, la tua signora,
ti fa mangiare i gomiti!
Che
sei pazzo?
Che
sei?
Essa
comincerà col farti prelevare direttamente i dindini dallo
stipendio, se ne hai uno; poi non ti farà vedere mai (te
lo puoi scordare, te lo puoi) i tuoi figlioli, poi troverà
il modo di farti schifare pure dalla cammarèra (tranquillo,
che ci riesce, tranquillo. O il professor Incremona Peppùlo
conta solo minchiate? Non credo. Non lo crhedo mica...)
e da tutte le popolazioni euro/americo/indo/asiatiche;
infine ti rovinerà per il resto della vita.
(Della
vita tua, ovviamente, non certo della sua).
(Quella
fa la separata, ma no che è scema…).
Oggi
c’è una fortissima specializzazione delle donne separate:
esse nascono già con una grande preparazione e una maggiore
esperienza, accumulata nel corso dei secoli dei secoli
(et in saecula seculorum – lascia fare…).
Che
ti hai messo in testa? Eh?
Esse,
all’occorrenza, sanno cucinare. Sanno benissimo come si
squarta un pollo, un abbacchio, una collega, figurati
come si squarta un cristiano (…è il corredo base…)!
Ora
stai bene attento! Ma benissimamente, mi raccomando!
Telefonaci
a tua moglie e piangi moltissimo! Magari fatti mordere
nelle carni dalla cammarèra filippesia (così ti viene
un dolore bello, autentico, e di molto poetico!) e fai
di tutto, ma proprio di tutto per non separarti mai!
D’ora
in poi vivrai un vero schifo – ah, sì! – per tutta la
vita, ma questo è pur sempre anche troppo bello, in confronto
a quello che passeresti se dovessi separarti dalla belva!
Che
sei pazzo, che ti separi?
Quando
arriverai, nell’aldidopo, là, “all’inferno dei separati”
(che non è, come potrebbe sembrare, un ristorante-dancing-sala
da ballo, anzi!) ancora non avrai ancora finito di pagare
mutui, alimenti e companatico.
Bisogna
bene stare insieme per tutta la vita e schifarsi a vicenda,
ma mai (e sottolineo ma), separarsi da una moglie.
Ti
puoi separare dalle abitudini, del circolo degli amici
(dove fate l’inutile calcetto), dai ricordi, da tutto,
non mai dalla madre (naturale o artificiale poco importa:
sempre pericolosissima è!) dei tuoi figli.
Distraiti
figlio mio, stonati con l’x-box, drogati assai, buttati
nella ricchionaggine, fatti incaprettare come una salamella
e ti fai rompere le coste nei circoli fetish, fai quello
che vuoi, butta sangue dalla coda, parti: partire – è
verho – è un po’ morire. Ma separarsi! È una morte così
lenta, atroce, dispendiosa!
(Poi
devi pure pagare per mantenerti le corna).
Meglio
morti che separati! Che Dio ce ne scampi e liberi, ce
ne!
Cionondimeno.
(Voilà).
Il
zio Patonsio
(vendicatore
degli umili, degli oppressi, e magari dei separati)