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Mariella Gori presenta:



il mondo visto e interpretato dalle donne
febbraio 2007


Ritorna Susanna Gianpistone che, prendendo spunto da un viaggio introspettivo, si cimenta in una sintetica e lucida analisi sulla percezione dell'ambiente in cui viviamo, di ciò che ci circonda, di noi stessi e degli altri. La prostituzione come volontà autodistruttiva attraverso il più estremo degrado: ce ne parla alla sua maniera Fabiana. Sul tema della spirale anoressia/bulimia torna invece Floriana Grasso.


 Susanna Gianpistone, figlia d’arte, ha esplorato la danza per approdare al teatro di prosa e di figura, passando attraverso lo studio della musica, lavorando, dalla creta al plexiglass nei lunghi anni di apprendistato allo studio del padre. Debutta a 15 anni nel ruolo di Giulietta, manifestando un talento naturale per le scene. Nel 1980 è già membro attivo della cooperativa Studio Arte Equipe ’66, diretta da Gianpistone padre. Centinaia di manifestazioni culturali promosse e create dal padre attraverso la cooperativa, sono il suo pane quotidiano. Questo crogiolo ne forma la personalità, eclettica e versatile. Lavora con la N.O.B. compagnia di  fama internazionale e gira il mondo per 3 anni. Riceve applausi a scena aperta come marionettista, nel Piccolo Principe di Exupery. Ha successo anche al Teatro  Argentina, quando muove il pupazzo di Ghetanaccio, nell’allestimento omonimo dal dramma di Roberto Bruni, dedicato a questo storico burattinaio romano. Tutte le creature che muove, nascono dalle sue mani esperte. La sua drammaturgia un urgenza per dar voce alle tante anime che si affacciano dalle sue valigie di teatrante. L’ironia, il grottesco, il surreale, l’immaginifico, le sue chiavi di accesso al mondo delle scene.

La vocazione alla scrittura, l’amore per la musica e la danza, l’uso intelligente della voce trasformista, delle mani, del corpo, dà vita ai suoi personaggi, facendone un’artista unica nel suo genere. Dirige laboratori teatrali, training per attori, propedeutica al rapporto con la macchina da presa. Prossima alla laurea al DAMS.


L'idea delle cose

La prima idea di una cosa esistente oltre me e in modo indipendente credo di averla avuta maneggiando una grande collana all’età di otto, dieci mesi. Sono ritratta in alcune foto mentre la possiedo adorante, con un sorriso sdentato e bavoso da cui si evince la conquista della cosa, della collana appunto.

Ebbi un mostruoso pupazzo di gomma dal colorito terracotta e gli occhi di vetro sporgenti, un orsetto di pezza marrone morto di lavaggi.

Entrambi mi apparivano bellissimi e indispensabili a vivere. Diversi anni più tardi, con sudatissimi risparmi, mi comprai un meraviglioso registratore di cassa. L’avevo desiderato per mesi, rosso, premendo il tasto bianco con su scritto “cassa”, con un magico suono di campanelli si apriva il cassetto, pieno di vari bottoni, divisi per diametro. Vendevo pane fatto di acqua e farina cruda, impastata quel tanto per non appiccicarsi alle dita, oppure, sempre con la stessa materia prima, fabbricavo falsi tagli di carne. La “cliente” chiedeva “Che avete oggi?” ed io lesta, “ Si, signora, abbiamo bistecche, petto di pollo e fettine, cosa le serve?” E dopo aver tagliato il numero di bistecche richiesto dall’affezionata acquirente, le confezionavo con la carta e davo resto in bottoni di madreperla. Mia madre, senza chiedermene il permesso, la regalò a qualche sconosciuto bambino, e nonostante fossi sazia di quel gioco ne provai un certo disturbo.

Di rado mi sono affezionata ai vestiti, ne ricordo uno, bianco, tagliato anni settanta, con la gonna svasata, acrilico, con fiori variopinti e lunghi gambi verdi intrecciati, dentro a quel vestito mi sentivo una principessa delle favole, crescendo, anche lui partì, per più non ritornare.
Ebbi una bambola, Mariannina, che nella schiena aveva un vero giradischi, per dischi di vinile, che ripeteva sempre le stesse cose, una chitarrina di legno vero che non si riusciva ad accordare, una bicicletta con i ruotini che tolsi solo sui dodici anni.

Da adolescente mi comprai Big Jim. Mi piaceva il fatto che fosse snodato come una marionetta, lo facevo danzare e lo torturavo, doppiandone i lamenti da martirizzato e sovrastandolo sempre con la mia voce da “super cattivo”.

Un vestito di velluto verde, stivali col tacco e messa in piega, furono il biglietto d’ingresso e la mia prova per entrare nel mondo adolescente tramite la festa a casa del mio primo ragazzo.
Ma il motorino col casco, obbligo di mio padre, era fonte di grande ilarità fra i miei compagni di scuola.

Arrivò anche un pianoforte a casa, ma divenne presto un pezzo d’arredamento.

Gli fece compagnia un sax contralto, comprato con i miei primi sudati guadagni. Avevo letto tonnellate di fascicoli Mondadori sui jazzisti e mi ero infatuata dell’infelice Charlie Parker.
Associai presto al concetto di arte, quello di sofferenza. Un luogo comune, certo, che per creare si debba soffrire, che all’arte si giunga per vocazione, come per chi veste l’abito talare. Di sicuro a soffrire erano i vicini, quando stavo ore a strimpellare il piano o a soffiare nel sax.
Tuttavia non posso fare a meno di desiderare strumenti musicali, film di tutte le epoche e libri. Ma ognuno di questi argomenti, merita un paragrafo.

L'idea del mondo

Gira e non ce ne accorgiamo. E’ pieno di persone. Di alcune abbiamo notizie solo quando muoiono.
È piccolo eppure in tutta la vita non potremo mai conoscerlo tutto.

E un granello di sabbia nel deserto dell’universo eppure non riusciamo a vederlo tutto insieme neppure da un’astronave. E’ pieno di grida e guerra, morte e dolore eppure non ne siamo quasi mai consapevoli o fingiamo di non esserlo, altrimenti sarebbe impossibile continuare a respirarci sopra.
Noi siamo animali effimeri e il mondo è solo una nostra visione temporanea e soggettiva.

E’ cinema. E’ vita, prima e dopo di noi, anche quando era lava e ghiaccio. Anche quando sarà un riflesso nell’occhio di Dio.

E noi piccole cavallette insensate lo abitiamo dissennatamente.

Vorrei poter essere roccia dilavata per vedere più a lungo possibile i suoi scenari, i tramonti e le albe boreali un giorno di più. Ma la bellezza incondivisa è nulla, come l’amore senza oggetto si fa malata astrazione.

Così annuso gli orizzonti a pieni polmoni e guardo il più lontano possibile dentro di me, trovandolo nei disegni dell’iride, nel palmo della mano.

Descriverlo non riesco. Denso e complesso, intricato e allucinatorio sogno di incantate favole infantili.
Il suono del mondo mi colma d’ira e d’amore e in solitudine gli offro il potere di illudermi ancora.

L'idea dell'anima

La più antica di tutti i migranti. Viaggia. Probabilmente ci abita. Vive nello spazio tra la conoscenza ancestrale e la coscienza immateriale. Non tutte pesano ventuno grammi.

Ve ne sono di così grandi da non poter occupare un solo essere, così trovano dimora nelle foreste e nei territori inesplorati del pianeta e di altri respiranti.

Farsi pervadere dalle profonde e pure, quando la materia che le veste svapora, è tenue conforto.
La casa di sangue e umori può esserne priva, l’aspetto sarà grigio ma le fondamenta ugualmente stabili.
Nella quiete che s’inerpica tra foglie e cicale improvvisamente mute le sentiamo inspirarci.
Dispersi enigmi, restiamo presi, arresi, risolti.

 


Di Fabiana potrete trovare nelle pagine elettroniche di www.patriziopacioni.it numerosi interventi sia nell’ambito di Boudoir che in versiDI versi, la nostra “stanza” dedicata alla poesia. Dopo aver interpretato a modo suo problemi come la violenza sessuale e i disordini psicologico-alimentari (in proposito vedi anche, in questa stessa edizione di Boudoir, l’approccio diverso che ne fa Floriana Grasso), per la giovane scrittrice campana è venuto ora il momento di interpretare con l’indiscutibile freschezza e originalità che la contraddistinguono il disagio di una donna caduta nella spirale della prostituzione.

Preghiera profana

Ti ricordi com’ero?

Distesa su un marciapiedi, col corpo delirante in preda all’epilessia dei ricordi.

La testa contro il cemento, sangue e capelli, pupille riverse per non vedere e piogge di saliva a riempire la nebbia di un pantano.

Ci sono posti dove non conti.

Ci sono vite in cui non esisti.

Semplicemente perché nessuno aveva scelto di averti.

Ti ricordi com’ero?

Gli occhi appannati di sperma e le unghie mangiate e i preservativi strappati.

Panico che puzza di benzina.

Decine di farfalle agonizzanti appese ad un lampione: ali che bruciano pian piano mentre squallidi bastardi affilano i coltelli.

Lucciole fulminate col culo sui tizzoni ardenti e una lama alla gola.

Falene che sbattono contro i fari di un’auto e carcasse che si ammassano al cimitero dei perduti, al cimitero delle zoccole morte nello schiacciasassi.

Maria zoppicava.

Non aveva età, solo un ginocchio maciullato, solo una dignità masticata e sputata via.

Sta al suo posto, con le cosce aperte e la gamba storpia.

Costa un po’ meno lei, è il buco dei poveri, con le pareti scrostate.

Te la ricordi?

Aveva i capelli sbiaditi e la voce stonata.

Stonata come il resto della sua vita.

Era nata per sbaglio, come il lamento di un violino scordato.

Non so più dove sia.

Qui nella tua casa senza spigoli, dove regna l’ordine delle bambole, tutto sembra lontano.

Ma tanto non c’è fuga.

Li è tutto uguale: cazzi, morsi schiaffi….tutto uguale….sempre lo stesso sapore di vomito, di bile e di birra.

Sapore di letame, di una vita che affonda nella fogna.

Ti ricordi?

Ricordi come spingevo giù forte?

Semplicemente per morire, per sentire l’anima riempirsi fino a scoppiare in minuscoli brandelli.

Logorare la vita per distruggere il corpo…

Ricordi?

Ricordi com’ero?

Allora salvami.

Regalami una collana di perle, uno specchio capovolto che possa scambiare l’abisso col cielo e portami via con te.

Salvami.



 Con questo brano Floriana Grasso, recente esordiente nel nostro sito col racconto “Dieci” comparso nello “speciale Narrativa” di Natale, si riallaccia al tema del rifiuto del cibo già trattato da Fabiana in occasione dell’aggiornamento precedente (34 - dicembre 06) di www.patriziopacioni.it.

Il cibo e la ragazza

La notte che precede il primo giorno è piena di litigi, pianti e disperazione. La ragazza non trova pace. Le scoppia la testa, le dolgono le mascelle, gli occhi le si sono gonfiati a dismisura. Accanto a lei, un corpo pieno di gelo, che non riesce ad asciugarle le lacrime.

L’alba del primo giorno passa in silenzio. Ritorna a casa propria (una casa piena di bianco e di colori pastello), e decide di restarci, perché ha bisogno di silenzio, ovvero di musica, ma ha bisogno di stare in silenzio giornate intere. Non vuole aprire la bocca se non per necessità, e le necessità per aprire bocca sono davvero poche. La ragazza sa che in casa propria nessuno controllerà se mangia, o no. Sa che i suoi ritmi ritornano ad essere suoi. Non è portata per la convivenza, questa ragazza – a meno che il prezzo da pagare non sia pari al benessere che se ne trae. Gli anatemi familiari prendono corpo: chi le prospettava una vita immersa nell’incomunicabilità a causa del suo pessimo carattere ha dimostrato un ottimo intuito. E lei ne è quasi felice, non ha mai amato la comunicazione convenzionale dei sopravvissuti, o dei sopravviventi. 

Digiuno prolungato in assenza di droghe. Un po’ per espiare, un po’ per farsi venire i brividi. Ogni mattina la ragazza si sveglia con la lingua bianca – come se avesse bevuto alcolici tutta la notte. Quando si alza le vengono i capogiri. E’ la fame – il digiuno. Potrebbe andare avanti fino a quando non diventa debole debole, e, se possibile, ancora più pallida. Il digiuno è la droga meno costosa che esista – anzi, è una droga che fa risparmiare. In ciò è vantaggioso. E non è nemmeno illegale. E’ una droga che ti mette di fronte alla banalità dell’esistenza: devi nutrirti per sopravvivere, e anche più volte al giorno. Preparare il pranzo, preparare la cena, a lungo andare diventa noioso se tocca sempre e solo a te farlo. Diventa noioso fare la spesa quotidianamente, sporcare le pentole, lavare le pentole. Diventa noioso scendere per strada e comprare del cibo già pronto. Diventa noioso tutto, e quindi la ragazza si prende una vacanza dalla vita e dalle sue noiose incombenze.

Il punto è capire, una volta raggiunta la consapevolezza che la vita è merda, o meglio, andando per eufemismi, deludente, transitoria, ingrata e così via, il punto, insomma, è capire se conviene abbandonarsi alla disperazione o acquisire sicurezza proprio in ragione del fatto che tanto si sa come va a finire. Nel suo inguaribile ottimismo, di cui la ragazza ignora le ragioni, si convince che la tristezza non è un sentimento da coltivare, perché è un’inutile perdita di tempo e di energie. In un mondo di plastica, in cui tutto il resto non è che scenario e sfondo, basta tagliare i fili e abbandonare la condizione di burattini. Che altro c’è, a parte questo? Che altro ancora? Ha bisogno di liberarsi di alcune cose. Delle aspettative, innanzitutto. Della paura della solitudine. Delle lacrime facili, quando esercitano un potere ricattatorio sulle altre persone. Della pigrizia, che le divora il tempo e le esperienze. Della suscettibilità alle opinioni altrui, che a volte sono importanti, ma spesso la portano fuori strada. Dell’oscillare senza fine tra l’aggressività e la remissività. Ha quasi imparato a non angosciarsi per le telefonate che non arrivano. Ha quasi imparato a non cercare negli altri la sua immagine riflessa. Ha quasi imparato a separare il suo destino da quello degli altri. Ha quasi imparato a riflettere prima di agire.

Cos’altro ancora?

Da qualche tempo le capita meno spesso di osservarsi dall’esterno. Ha capito di esistere nel mondo reale, di occupare una porzione di spazio ben definita, e non può ignorarlo. Ha capito che le sue parole hanno un peso, e i suoi gesti altrettanto. Ha capito che non vuole ritrovarsi tra dieci anni con la sensazione di aver mancato un appuntamento importante. Ha capito che il gioco è qui e ora. E che nessuno, per nessuna ragione, deve segnare il confine entro cui può muoversi.

La ragazza ha bisogno di scrivere. Il digiuno dalla parola detta le pesa – come sempre, nei primissimi giorni le diete fanno stare male. Generano crampi, ci vuole del tempo prima che la fame si sublimi. La ragazza sa che nel silenzio i sentimenti vengono rispettati. La ragazza sa che la parola svilisce se non arricchisce. E sa che certe parole non vanno più dette. La ragazza sa che le storie immaginate, così come la masturbazione, soddisfano più di qualunque esperienza reale. La ragazza non crede che possa accadere più nulla. La ragazza non si aspetta granché, dalle sue giornate. Ha trovato dei vuoti nella sfera del suo spazio: dei vuoti che non andranno riempiti. Decide di non prendersela con chi dovrebbe farlo; decide di non inseguire chi potrebbe farlo. Decide di non avere aspettative superiori al normale rispetto quotidiano. Decide di ritornare ai suoi amori immateriali, o fin troppo materiali.

 

(il silenzio è la cura. ogni parola è uno sforzo)

 

E’ stata a scherzare al negozio di dischi. Dovrebbe farlo più spesso. Riprendere il suo tempo, i suoi amici e le sue relazioni. Le propongono di andare ad una festa. Lei ne gioisce – da quanto tempo non va ad una festa? Sarebbe un modo per riprendere in mano le redini della sua esistenza. Un pretesto per lavarsi approfonditamente, togliere tutta la pelle vecchia e i pensieri cattivi. Pregusta, mentre sale le scale, il momento in cui. odorosa e luccicante, uscirà dal suo appartamento per andare incontro al mondo. La ragazza si trucca e si fa bella, ma sa che non ci sarà nessuno sguardo d’amore a covarla. Le sembra così fuori luogo la gonna, se nessuno le sbircia le ginocchia. Si sente sola, in certi momenti, in altri tira sospiri di sollievo, poi si rattrista nuovamente. E’ il solito up and down di emozioni, il solito sciorinare dialoghi immaginari mentre si osserva allo specchio, e decide che la sua giovinezza finirà quando le occhiaie non le doneranno più. Anche qui c’è rassegnazione, e una punta di fierezza nel sentirsi comunque così poco dipendente dalle ansie dei belli. La ragazza vorrebbe dire a chi fugge di essergli grata per averle insegnato la cura del proprio aspetto, ma anche questo è un dialogo immaginario. Ha promesso di non scrivergli, di non telefonargli, e pare ci stia riuscendo. Forse un silenzio prolungato risolverà le contraddizioni – o forse servirà solo a dimenticare. Sono dei rischi che bisogna correre. Il resto è sopravvivenza.

Adesso vorrebbe restare qui, non fare nulla di ciò che ha detto che avrebbe fatto. Non andare alla festa, struccarsi, mettere il pigiama. Di mangiare, non se ne parla nemmeno, per oggi.

Rimanda tutto a domani, se va bene, o a mai più.



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