Simonetta
De Bartolo
Cari
amici,
dopo
sei anni di collaborazione con www.patriziopacioni.it, impegni inderogabili
mi costringono alla scelta dolorosa di lasciare ad altri
la conduzione di questa rubrica letteraria che grandi
soddisfazioni ha regalato sia ai numerosi scrittori recensiti
che ai nostri affezionati visitatori. Senza nessuna retorica,
dico che non potevano esserci mani migliori di quelle
di Simonetta De Bartolo per raccogliere questa piccola
ma luminosa “fiaccola” e portarla ancora avanti per molto
tempo: dalle ormai numerose sue recensioni che questo
stesso sito ha ospitato, oltre a quelle diffuse e apprezzate
in rete, prevedo (senza paura di sbagliare) che Simonetta
raccoglierà un grande consenso e un grande successo anche
qui.
Grazie
a voi per avermi seguito con tanta costanza e attenzione
sin qui.
Grazie
a lei che rende questo inevitabile distacco un po’ meno
malinconico.
N.M.-–
agosto 2007

Titolo
Libro: Il bravo figlio
Nome
Autore: Vittorio Bongiorno
Casa
Editrice: Rizzoli
Anno
Edizione: 2006
Codice
ISBN: 88-17-01405-2
Pagine:
197
Prezzo:
Euro 17, 00
Alla notizia dell’omicidio del padre di Turi Casablanca,
il suo migliore amico, Nino Scialoja, giornalista, ripercorre
con la mente il suo passato, a partire dal trasferimento,
nel 1986, con la famiglia, dall’amata Bologna all’infida
Palermo, dove “la morte non è mai silenziosa”.
“Il bravo figlio” si presenta, fin dalle prime
pagine, come romanzo fortemente realistico nel suo complesso
e negli espliciti riferimenti ad avvenimenti particolarmente
noti. L’iniziale recupero memoriale di Nino, “Siamo
piccoli e viviamo in un tempo unico e sospeso…”, ci
fa pensare subito al leopardiano senso della felicità
dell’infanzia, ma il discorso narrativo cambia e la tragicità
del vivere, l’inevitabilità di un destino in cui il sangue
chiama altro sangue e l’odio alimenta altro odio, senza
che un deus ex machina scenda a spezzare la spirale
di violenza, ci calano nella difficile realtà della città
di Palermo, incancrenita dalla diffusione della droga,
in un tessuto sociale in cui, attraverso secoli e secoli
di dominazioni straniere, si sono sedimentati modi di
vivere e di pensare improntati alla diffidenza, al servilismo,
alla paura, alla viltà, alla violenza, armi ritenute necessarie
nella lotta per la sopravvivenza; tutto sotto la cappa
plumbea della mafia.
Struttura narrativa semplice, moderna e ben articolata,
non priva di attinenti e qualificati riferimenti al mondo
della musica, al cinema e alla letteratura, tono discorsivo
incalzante, dialoghi a volte intrisi di amara ironia,
spesso veloci “botta e risposta”, frammentati da silenzi
“<<…>>”, resi più caldi ed incisivi da espressioni
tipiche del linguaggio parlato e del dialetto siciliano,
veicolano la trattazione di importanti argomenti, tra
i quali quelli della psicologia dell’età evolutiva: il
difficile adattamento di Nino Scialoja alla società palermitana,
l’inadeguatezza e l’inserimento irto di ostacoli, spesso,
umiliante, nel gruppo di ragazzini che gioca vicino casa,
la ricerca di sé, l’amicizia solidale di Turi, la curiosità
di visitare il “Pirtùso…, rifugio degli ascari”,
l’iperprotezione dei genitori, ciechi alle sue esigenze,
alle sofferenze, alle difficoltà, ecc.; le domande inquisitorie
e le bugie. Il comportamento del padre di Nino, magistrato
della Procura antimafia, figura canonica del servitore
dello Stato, ricorda, soprattutto nella prima parte, un
po’ Roberto Benigni di “La Vita è bella”; il suo autoritarismo,
la graniticità dei suoi convincimenti che non lascia spazio
al dubbio e alla ricerca critica della verità, “se
la verità servisse a qualcosa nella vita”, alimentano
i contrasti generazionali tra genitore e figlio e altri
comportamenti tipici dell’età adolescenziale; le telefonate
di “amici” che non esistono insospettiscono; la protezione
dello Stato genera tensione e nevrosi nella famiglia e
Nino si opporrà all’idea che “i destini dei figli sono
segnati dai padri”, rivendicherà la libertà di realizzarsi
autonomamente. Il padre di Turi, mafioso, losco uomo “d’affari”,
con i suoi viaggi misteriosi, dall’aria impenetrabile,
“raccontastorie” anche lui, ecc. genera nel figlio
interrogativi, dubbi, perplessità. Storie parallele che
coinvolgono i due giovani amici, Nino e Turi, che gustano
l’ebbrezza di essere sfuggiti agli sbirri, delle gare,
delle esplorazioni di luoghi poco frequentati, delle scorribande
con Violenzo, Benuccio , Rataplan e Sciarlò, che provano
l’emozione della scoperta del sesso, che sfidano i professori
di una scuola che ha perduto ormai la sua funzione educativa,
che attuano la loro vendetta con l’incendio dell’edificio
scolastico. Insomma, “un mondo intero di scappati di
casa, affamati…, Tutti contro tutti. O, al massimo, tutti
contro il più debole”. Dietro certi atteggiamenti,
però, si nasconde il desiderio di libertà, l’illusione
atavica dei giovanissimi di poter cambiare il mondo, il
vuoto, la sofferenza, la solitudine, ma… “Non bisogna
avere paura”.
Simonetta De Bartolo
per www.patriziopacioni.it
giugno 2007

Titolo
Libro; Laurent
Nome
Autore: Emanuele Palmieri
Collana:
Biblioteca del Vascello
Casa
Editrice: Robin Edizioni
Anno
Edizione: 2006
Codice
ISBN: 88-7371-185-5
Pagine:
253
Prezzo:
Euro 13, 50
Siamo spettatori di scene teatrali in cui l’attore-protagonista
è il vampiro Laurent, che, attraverso una narrazione
lenta, un lento avanzare del tempo e dell’action, un agrodolce
crescendo di suspense, seguiamo prima in Terra Santa e
dal “cuore del deserto” alla Germania, dove si risveglia
dopo 400 anni; poi nel Sud della Francia al tempo dell’ancien
regime e, successivamente, della Rivoluzione; infine,
a Roma. Ci interessiamo a come prende coscienza di sé,
del suo nuovo status e del passaggio da mortale a immortale,
al suo apprendistato favorito dall’Algul e dalla Setta
degli Assassini, che riporta la mente ad Highlander-L’ultimo
immortale (1986) di Russell Mulcahy; siamo coinvolti nelle
sue difficili, rischiose, insidiose avventure. Laurent
è sempre figlio del suo tempo: nobile gentiluomo, contadino
e, persino, “romantico vampiro”, contro natura, per quanto
gli è possibile, che lascia vivere nel rimorso, piuttosto
che ucciderla succhiandole il sangue, colei che fece tanto
soffrire il cavaliere Alfredo, ma spietato e crudele quando,
cheto e silenzioso, gioca con la sua preda prendendola
tragicomicamente in giro, facendosi credere vittima o
quando, con sadico piacere, non dà la vita eterna a chi,
invece, la desidera. Laurent diviene sempre più
forte, più potente e, come un bambino, ha sempre più fame,
Tanta fame, ma “Il sangue senza vita non è… nutriente”,
E’, a volte, riflessivo, curioso; altre volte istintivo,
aggressivo, feroce. In ogni caso, tenebroso. Ci trasmette
sensazioni forti, emozioni sconvolgenti. Ci manifesta
l’acuirsi delle sue percezioni sensoriali.
La scrittura è chiara, scorrevole. Unitaria la narrazione,
tra momenti storici e fantasia; in equilibrio le parti;
più o, a seconda del contesto, meno sintetiche e realistiche,
ma in ogni caso esaustive, le descrizioni di sfondi storici,
ambientazioni, ambienti, abitudini e abiti. Si coglie
chiaramente la denuncia del satanismo e delle rivoluzioni.
Malinconica e vera la riflessione sulla vita dissipata
e sregolata dei giovani “pallidi pessimisti…, menti
fragili, sfogliate come margherite, Sono lì, ma non ci
sono”, così la nostalgia del tempo che passa e l’irresistibile
desiderio di tornare nei luoghi dell’infanzia.
Molto belli i momenti narrativi, come l’orripilante
risveglio, grazie alla pratica esorcistica di Ulrich,
nella cappella, e l’incontro con il giornalista Camille
Desmoulins, che riflette sul grande incendio, la Rivoluzione
francese, generato da una fiammella, e che, sicuramente,
non vedrà spegnersi. Originale e spettacolare Laurent
che tenta paradossalmente il suicidio, costringendo
se stesso ad attendere l’alba sulla sommità della Cupola
di San Pietro a Roma. Può un non-vivente desiderare di
morire per sempre? Crisi esistenziale? “Non tutto ciò
che si crede fantasia lo è realmente”?
Recensione pubblicata in rete per la prima volta su
www.LaTelaNera.com.