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(Rubrica di recensioni letterarie)
Gennaio / Febbraio 2008


 
Simonetta De Bartolo

Ciao a tutti!

   Eccoci di nuovo insieme.

   Al timone della mia nave mi sento ottimista perché chiara è la rotta: Lo Scaffale si sta qualificando non solo grazie al mio modesto contributo, ma anche, e soprattutto, a voi, cari lettori, e alla vostra partecipazione.

   Ho letto e recensito per voi Gatti dal Buio (AA.VV.), edito nel 2007 dalla Magnetica, nella Collana I Premi Letterari.

   Il titolo mi ha fatto pensare al Commissario Cardona che mette in gattabuia i colpevoli. Sapete che “gattabuia” deriva da “gattaiolo”, il buco che un tempo si faceva alle porte di casa per far entrare e uscire liberamente il proprio gatto?

   Si è soliti dire: “bella come una rosa”, ma le rose hanno le spine e accade pure che Le rose si vendicano due volte (Effequ, 2006), di Leonard Morava, giornalista in Albania, sua patria d’origine, oggi operaio edile a Grosseto. Non lo sapevate?

   Buona lettura!

Simonetta De Bartolo


Titolo Libro: Gatti dal Buio
Nome Autore: AA.VV.
Casa Editrice: Magnetica Edizioni
Anno Edizione: 2007
Codice ISBN: 978-88-89889-36-7
Pagine: 99
Prezzo: Euro 12, 00

Dal buio delle nostre ancestrali paure? Dal buio della notte in cui due piccoli immobili occhi perseguitano tormentate coscienze, sostituendosi alle torce delle Erinni del teatro classico antico? Dal buio dell’affascinante mistero di una creatura affettuosa e sorniona, pronta a trasformarsi in un’efficacissima e crudele macchina da guerra?

Brevi racconti che si leggono d’un fiato, in cui il personaggio principale è il gatto, vittima e carnefice, giustiziere vindice di se stesso. E’ forse un caso che il “gatto a nove code”, una corda terminante con tre codini “acconciati” da nodi o da sfere di ferro forgiate, sia uno strumento di tortura o di auto-fustigazione? Sì, sto parlando proprio di quella piccola e orgogliosa creatura, tanto venerata nell’antico Egitto da essere portata in salvo dalla casa in fiamme prima delle persone e delle cose più preziose, dotata delle proverbiali  “sette anime”, capace di resuscitare e, quindi, di vivere sette volte, nove nei paesi anglosassoni, oggetto di superstizione se di pelo nero, tanto amata da Baudelaire. “C’è qualcosa, nell’amore disinteressato e capace di sacrifici di una bestiola, che va direttamente al cuore di chi ha avuto frequenti occasioni di mettere alla prova la gretta amicizia e l’evanescente fedeltà del semplice Uomo” (da “Il gatto nero” di E. A. Poe).

Per Lovecraft, ne I gatti di  Ulthar, è il depositario di racconti che risalgono alle città dimenticate di Meroe ed Ophir, è parente dei signori della giungla ed erede dei segreti dell’Africa oscura e misteriosa”. Nel volumetto, inserito nella Collana I Premi Letterari e che comprende i dieci migliori racconti fra quelli partecipanti all’omonimo concorso “Gatti dal buio”, bandito dalla Magnetica,, fluttua onnipresente la suspense, ora lieve, ora in crescendo, ora come onda anomala in potenza. L’ombra e il mistero, in Niki di Pina Varriale, l’atmosfera di collettive crudeltà e di affetto infantile, in Cagliostro di Giorgia Sacco Taz, sono ben calati nel sentimentale recupero memoriale.

In Farìa di Marco Daini, racconto breve, ma efficace, si gusta una sottilissima venatura umoristica, mentre in Grigio di Simone Pera le torture inflitte al gatto e alle persone e la voce umana che si fa tramite dei sentimenti del felino sembrano stabilire agognati, impossibili equilibri tra uomo e animale.

In Nuvole come gatti bianchi di Renzo Saffi una struttura narrativa ben articolata supporta un lavoro di fine psicologia, presente anche, in direzione del sociale, in Cater di Alessio Iarrera, racconto dal linguaggio e dalla trama semplici e lineari.

Fobia di Fabio Marangoni mette a dura prova l’attenzione del lettore per l’intreccio narrativo originale e complesso e per le descrizioni minuziose, tipiche dell’attento osservatore, che, a volte colpiscono  i sensi (vista e olfatto), così come in L’angelo e in La patata ero(t)ica di Patrick McGrath. Sedici gatti, di Marco Marengo e Alda Iadelise, rivela una fantasia stupefacente e imprime nella mente l’immagine nauseabonda di Lui. In Lavori usuranti di Alfonso Mormile lo sguardo del gatto attenua un po’ la tensione narrativa, ma, attenzione, la bestiola “…morde e graffia. È cattiva!”.

Siamo emotivamente coinvolti, infine, da Il concerto d’organo di Guido Marcelli, quasi come quando “ascoltiamo” La musica di Erich Zann di H. P. Lovecraft.

Il gatto, insomma, è il vero protagonista e lo sono anche (inevitabilmente) sia il nostro affezionarsi a lui in maniera morbosa, sia la determinazione di allontanarlo da noi e dalla sua casa, le nostre paure, i sensi di colpa,  “il dolore che genera i fantasmi” (da Farìa di Marco Daini), l’Ombra minacciosa, il mistero che ci avvolge; i miagolii e i silenzi, le fusa, il pelo ritto e lo sguardo, il suo il linguaggio; il suo ritorno da vivo o da morto e la vendetta.

Simonetta De Bartolo
per www.patriziopacioni.it
gennaio-febbraio 2008



Titolo Libro: Le rose si vendicano due volte
Nome Autore: Leonard Morava
Casa Editrice: Editrice effequ
Anno Edizione: 2006
Codice ISBN: 88 89647 16 7
978 88 89647 16 5
Pagine: 151
Prezzo: Euro 14, 00

   “Erion Monaj smise d’essere di questa vita…, Trovammo la lama spezzata di un coltello da cucina ferma tra la quinta e la sesta costola della gabbia toracica”.

   Il “Prologo” di Le rose si vendicano due volte, di Leonard Morava, scrittore albanese che vive in Italia, e il titolo stesso, già di per sé accattivante e che ci fa immediatamente pensare a Il nome della rosa di Umberto Eco, costituiscono una iniziale intelligente spinta alla lettura, addentrandoci nella quale, contrariamente a quanto ci aspettavamo, le tonalità del noir, come la suspense, si affievoliscono via via, pur persistendo fino alla fine, per far posto ad un realismo intriso di lirismo elegiaco, che nasce da uno scontro tra dolorose realtà legate a sconvolgimenti politici nazionali, miseria, viaggi avventurosi per mare, verso esili forzati, e desiderio di vivere sentimenti puri e profondi, di aderire al ritmo gioioso della vita e della giovinezza. Siamo catturati inevitabilmente dal sospettare in modo fulmineo (era nelle intenzioni dello scrittore?) di Teresa Sasaro, la cameriera della trattoria italiana, e di Simona Brun, la pensionante; sospettiamo un po’ di più e più a lungo di Dorata Bardhi e molto di più, poi, di Elvira Kresta…

   Il corpo senza vita di Erion viene portato nella sua terra d’origine dagli amici albanesi, con cui in giovane età aveva stretto un patto di fratellanza con una sostanza fatta con 40 gocce di sangue di ciascuno di loro, polvere da sparo, tabacco, latte. Le usanze, le credenze e il rito funebre, sulla cui descrizione l’autore insiste con una certa compiacenza, ci fanno ricordare quelle meridionali illustrate  ne Il ponte di San Giacomo da L. M. Lombardi Satriani e Mariano Meligrano.

   Il romanzo, dalle forti tinte biografiche, è impregnato di una dolce malinconia, presente soprattutto nel lento recupero memoriale, e di profonde metafore esistenziali. L’ “amore proibito” tra Erion ed Elvira e quello alla luce del sole per le rose e, in generale, per tutti gli altri fiori, alleviano l’atmosfera tesa e le sofferenze causate dal Comunismo albanese, dalla mancanza di lavoro, dalla povertà, dalla mentalità non a passo coi tempi, dalle abitudini arretrate, ecc.  “Querer las flores, se encuentra la vida, querer la vida, se encuentra l’amor ». La Puglia all’orizzonte, la clandestinità, il senso d’inferiorità, la lotta per la sopravvivenza,  l’importazione in Italia della “cioccolata albanese”, l’impossibilità di rinvenire una logica nella tumultuosa ed incalzante casualità degli eventi inducono a conclusioni estreme: “…il mondo è il più grande paradosso del mondo. Lo ami e ti emargina, lo ignori e ti aiuta”. Il linguaggio incline alla poesia e materiato di profondo sentire, la trama semplice, ma ben articolata, del romanzo e la storia di Erion, “orfano dell’anima”, “fan della fatalità”, ci fanno conoscere, sorprendendoci, l’anima dell’Albania e degli albanesi, capaci di sentimenti delicati e di estreme efferatezze, spesso fatalisticamente rassegnati, a cui la cronaca nera, obbediente al principio dell’impassibilità, non è interessata.

Simonetta De Bartolo
per www.patriziopacioni.it
gennaio-febbraio 2008



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