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Il bruscolo
(nell'occhio)


rubrica dedicato ai disservizi, alle inadempienze, alle ingiustizie e alle cialtronerie varie di un Paese che annaspa pur meritando (forse) di salvarsi

(gennaio/febbraio 2008)


Aspiranti avvocati senza… appello

Melania Di Vara ci parla della prova di abilitazione alla professione forense così come si svolge presso la Corte d’Appello di Milano. Fantasia? Esagerazione? Purtroppo no: si tratta di un’amara realtà che l’autrice dell’articolo ha sperimentato personalmente, insieme a molti altri candidati. Un duro attacco ai perversi meccanismi che disciplinano gli Ordini Professionali.


Tre giorni e quattromila candidati, per una prova della cui serietà e utilità oggi più che mai dubito profondamente. Uscita da uno dei padiglioni della nuova fiera di Milano piena di rabbia e di indignazione ho pensato che l’unico strumento forse efficace a mia disposizione per denunciare quanto visto con i miei occhi fossero la stampa e la Rete.

Da qualunque parte lo si guardi, questo esame è una manifestazione incredibilmente completa delle storture all’italiana che esasperano chi crede nello stato e nelle istituzioni, perché davvero ci si sente presi in giro. Mi chiedo se è possibile accettare, dopo anni di studio, fatica, applicazione, un esame svolto nell’anarchia più totale: non esistono pressoché controlli reali all’ingresso, l’apertura delle borse è una pura formalità che tutti conoscono e accettano, candidati, commissari, forze dell’ordine; non esiste alcun tipo di disciplina dato che ciascun candidato può alzarsi liberamente dal posto assegnato, comunicare con chiunque senza limitazioni, creare assembramenti nelle toilettes per ore svolgendo l’elaborato con il contributo di tutti. Ma ciò che è più grave è che chi dovrebbe essere chiamato a vigilare sul regolare svolgimento dell’esame copre passivamente ogni genere di comportamento scorretto. Ho visto candidati parlare al telefonino, ma in un concorso non sarebbe vietato comunicare con l’esterno? Ho visto compiti svolti a gruppi, ma non sarebbe vietato comunicare con gli altri candidati durante un concorso? Ma ciò che davvero mi ha indignato è stato vedere commissari dettare le soluzioni delle prove ad alcuni candidati, nella più totale indifferenza delle regole di correttezza e serietà professionale.

Come se già non bastasse a rendere vergognosa la gestione dell’esame, a tutto quanto detto si aggiunga che le tracce delle tre prove erano note a buona parte dei candidati prima dell’apertura ufficiale delle buste da parte della commissione. Erano reperibili su internet e comunque un incontrollato (sarai poi vero?!?!) giro di telefonate ha fatto si che molti candidati abbiano potuto svolgere il compito anticipatamente. Mi riesce davvero difficile credere alle affermazioni della commissione della Corte d’Appello di Milano che a fronte delle legittime rimostranze di alcuni candidati hanno negato di essere a conoscenza della circostanza, invitando i candidati a tornare al proprio posto e a non mettere in dubbio l’”eccellente” operato della commissione stessa in sede d’esame! Così come mi riesce impossibile accettare che la mia idoneità professionale debba essere valutata a queste condizioni. Se davvero non si vuole che la professione di avvocato venga svilita ancor più di quanto già non lo sia per gli assurdi meccanismi del sistema giudiziario italiano, ritengo ad oggi indispensabile un totale ripensamento dell’abilitazione.

Oggi, un aspirante avvocato serio, che ha studiato, che lavora e che crede nella professione, deve fare i conti con l’ostacolo dell’esame di stato, reso insormontabile dalle modalità con cui è svolto. Passare quest’esame è pressoché impossibile. Le percentuali di promossi sono stabilite in anticipo e capita che taluni compiti, anche svolti correttamente, siano respinti con correzioni di pochi minuti. Non so quanti esempi potrei citare di amici e colleghi con una solida preparazione che hanno ripetuto l’esame più volte senza capirne la ragione. Ma quello che ho visto e vissuto pochi giorni fa dimostra come la difficoltà sia del tutto falsa: la meritevolezza non conta nulla se i commissari dettano i compiti a candidati da loro scelti e chiudono entrambi gli occhi di fronte agli zaini colmi di fotocopie!

Non ho fiducia che le denunce possano funzionare nel nostro paese, infiniti sono gli esempi di mala gestione, disinteresse, mal funzionamento, di persone che vivono approfittando di privilegi e situazioni, che non compiono il proprio dovere nei confronti dello stato e degli altri cittadini nello svolgimento delle funzioni pubbliche assegnategli, in presenza di sistemi accettati e mantenuti così perché fanno comodo, in barba al principio di uguaglianza. Infiniti ugualmente sono i casi in cui le istituzioni non intervengono ed anzi sono parte sostanziale di tali meccanismi.

Mi auguro soltanto che chi ha i poteri per decidere del mio futuro professionale e di quello di migliaia di persone come me realizzi che gli ordini professionali danneggiano l’Italia e le aspirazioni di chi ha voglia e capacità per fare l’avvocato, il medico, l’ingegnere…non è possibile che chi è già avvocato, tra l’altro per aver superato il genere di esame che ho cercato di raccontare e non per meriti realmente valutati, debba erigere barriere nei confronti di chi nella professione si sta formando e vorrebbe entrare. Tra l’altro in presenza dell’assurda contraddizione che è l’università: migliaia e migliaia di laureati in giurisprudenza ogni anno, che poi giungono alla soglia dei trent’anni per sentirsi dire che non sono preparati e adeguati per diventare professionisti. 

Non sarebbe forse più intelligente, più logico o semplicemente solo più giusto rendere l’università un po’ più selettiva consentendo però poi a chi si è laureato, perché meritevole e capace, di poter accedere liberamente al mondo professionale e lasciare che sia questo a decidere chi vale?



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