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Patrizio Pacioni & Enrico Luceri
presentano:
Scrittori alla sbarra
(gli interrogatori impossibili del Commissario Cardona ) 


 


6 - Gilbert Keith Chesterton




(scritto con Lorella De Bon)


-Mmm.- mugolò Diana.

-Sei sveglia?- le chiese Leonardo Cardona, steso sotto le lenzuola accanto a lei.

Addosso a lei, per dire la verità. Il suo petto nudo contro la schiena di lei.

Nuda anche quella, come tutto il resto.

-Sì, amore. Già da un po’.-

-Sono quasi le sette e mezza. È ora che mi alzi.-

-Allora sei davvero intenzionato ad andare all’appuntamento con quel tipo strano? Quel… Chesterton? Perché invece noi non…-

Così dicendo Diana spinse all’indietro il bacino, aderendo ancora di più all’inguine del “Leone”.

-Tua moglie Luisa e mio marito Tiziano giù a Monteselva, io e te in Inghilterra, da soli: ci capiterà ancora un’occasione come questa?- proseguì, incoraggiata dalla maliziosa constatazione che lui non era rimasto indifferente al movimento precedente.

-Ti ricordo che se sono qui a Londra è solo perché ho accolto la richiesta che mi ha fatto il mio amico Brian Connely, della Garda.- obiettò Leonardo, cercando di non cedere alla tentazione.

-Ma Connely non è irlandese?- ribatté lei, accompagnando la domanda con un altro movimento dei lombi, felino e languido al tempo stesso..

-Sì, di Galway per la precisione. Ma è anche un fervente cattolico, proprio come Mister Chesterton, al quale lo lega una profonda amicizia.-

-Quanto sai essere noioso, a volte.- tagliò corto Diana, scostandosi di colpo.

-Se hai deciso di andare, cosa aspetti? Non vorrai arrivare in ritardo, per caso.-

-Tesoro, c’è ancora stanotte, per noi: l’aereo per l’Italia partirà solo domani in tarda mattinata…- provò a ribattere il commissario, che già cominciava a pentirsi della propria irremovibilità.

Come se gli avesse letto nel pensiero, Diana si voltò verso di lui e, nonostante quella piccola baruffa mattutina, gli regalò una tenera carezza sul volto.

Cardona si alzò e, non prima di avere a sua volta deposto un bacio sulle labbra della bella amante, si diresse in bagno: sì, di tempo ce n’era abbastanza, ma come sempre, in caso di impegni di una certa importanza, il commissario preferiva affrontarli fresco e rilassato.

E l’appuntamento con Gilbert Keith Chesterton era davvero un impegno importante.

Connely gli aveva riferito che il famoso scrittore e giornalista era rimasto coinvolto in qualità di indiziato in una brutta storia: l’omicidio della giovane vedova Emily Pinkerton, ebrea, ricchissima commerciante della zona e proprietaria di parecchi appezzamenti di terreno a Beaconsfield. Un contadino aveva rinvenuto il corpo della donna a pochi chilometri dalla stazione ferroviaria, privo di vita, adagiato sui binari e orrendamente straziato dai treni di passaggio.

L’autopsia disposta dal Coroner aveva però rivelato che la vedova era stata uccisa in precedenza, con un colpo di pistola calibro trentotto che qualcuno le aveva sparato alla tempia. Ridotta com’era, alla sua identità era stato possibile risalire solo grazie alla fede nuziale, ancora infilata all’anulare sinistro, rinvenuto a qualche metro di distanza dalla mano.

Indugiando pigramente sotto il getto della doccia, Cardona non poté fare a meno di pensare all’uomo che avrebbe incontrato di lì a poco: dalle foto che gli era riuscito di reperire in internet, si trattava di una specie di colosso, dall’eleganza tipicamente anglosassone.

“Una montagna che continua ad allargarsi sotto gli occhi di chi lo guarda.” era la suggestiva descrizione fisica fattane dall’amico e rivale George Bernard Shaw, con la sua proverbiale e ironica perspicacia.

“Una personalità esuberante, poliedrica, talmente solida da riuscire a sopravvivere persino a una crisi mistica.” era l’idea che se n’era fatto Cardona, leggendone opere e biografia.

Ma mancava poco, ormai, e il fuori e il dentro di Mister Chesterton avrebbe potuto esaminarli da solo.

Anche alla colazione, a base di uova e pancetta, toast con burro e marmellata, il tutto annaffiato dal caffé annacquato tipico di quelle latitudini, il “Leone” dedicò tutto lo spazio che meritava. Poi inforcò una bicicletta, messagli a disposizione dall’albergo e, lasciato il confortevole Chequers Inn, si diresse verso il centro di Beaconsfield per le cui strade, a detta di Connely, Chesterton era solito passeggiare ogni giorno coll’inseparabile bastone brandito a mo’ di spada. Il collega irlandese aveva fissato il loro appuntamento al “The Royal Standard of England”, istruendo il commissario sul percorso più breve da seguire per raggiungerlo.

Mentre pedalava a ritmo sostenuto per smaltire la colazione, Cardona non riusciva a scacciare dalla propria mente l’immagine di Diana, nuda e invitante sotto le lenzuola.

“Se riuscirò a sbrigarmela abbastanza in fretta, magari ci scapperà anche un gustoso... aperitivo.” pregustò con un brivido di sana lussuria.

“E poi, un digestivo nel pomeriggio… e un lunghissimo, appassionato dopocena.” fu il pensiero immediatamente seguente. Che si attenuò allorché una sgradevole e inopportuna voce interiore obiettasse, non senza un minimo di ragionevolezza, che i vent’anni degli appetiti più smodati (e dei conseguenti eccessi) per quanto lo riguardava erano già passati da un bel po’.

Che fosse semplice affaticamento o eccitazione trattenuta, fatto è che quando arrivò davanti al pub aveva il fiato un po’ corto. Scese comunque con la consueta agilità dalla bicicletta e la parcheggiò negli appositi spazi. Poi, dimenticandosi di sistemare l’orlo dei pantaloni, entrò nel locale.

-Uhm! Un posticino niente male!- sibilò tra le labbra.

In effetti, si trattava di un locale piuttosto elegante, anche se a quell’ora del mattino (si erano ormai fatte quasi le dieci) si presentava pressoché deserto.

“Ma, se anche l’avessi trovato pieno di avventori, non avrei avuto difficoltà a riconoscere il mio uomo!” pensò sorridendo Cardona, dirigendosi a passi spediti verso l’unico cliente presente, intento a consultare certi suoi appunti. Una specie di tricheco, sia per la mole che per i baffi imponenti.

-Buongiorno, mister Chesterton. Sono in ritardo? Mi aspetta da molto?-

-Da quasi due ore, mister Cardona, ma non per colpa sua.- gli rispose Chesterton, accompagnando le parole con una eloquente scrollata di spalle.

-Prego?-

-Il fatto è che purtroppo la mia memoria, che pure non è mai stata portentosa, non funziona più come una volta. Quindi, non ricordando con esattezza quale fosse l’ora precisa del nostro appuntamento, ho preferito anticipare il mio arrivo. Solo che, evidentemente, ho esagerato un po’.- spiegò lo scrittore, continuando a tenere lo sguardo puntato sulle caviglie del commissario.

-Qualcosa non va?- chiese Cardona.

-Notavo che la sua eleganza compete alla grande con la mia memoria.- rispose Chesterton, mentre negli occhi gli si accendeva un lampo di furbizia.

-Ops!- esclamò il commissario, chinandosi a sistemare l’orlo dei pantaloni.

-Sarebbe magnifico se il problema principale da affrontare fosse questo e non una possibile condanna per omicidio volontario e premeditato.- non si trattenne però dal ribattere.

-Oh, questo è un mio problema, Signore. E il comune amico Connely, che Dio lo benedica, mi ha assicurato che questo colloquio potrà giovarmi.-

-Il comune amico Connely probabilmente nutre una fiducia eccessiva nelle mie capacità.- si schermì Cardona, anche se in cuor suo quella stima manifestata nei propri confronti non gli dispiaceva affatto.

-Connely è un poliziotto onesto e un buon conoscitore del genere umano. Quindi… da dove cominciamo?- ribadì Chesterton, fregandosi le mani.

-Mi sembra che lei sia una persona schietta, quindi sarò estremamente sincero e diretto anch’io.- fu la premessa di Cardona, che incassò un palese cenno di approvazione da parte dello scrittore.

-Per l’omicidio di Emily Pinkerton la polizia nutre forti sospetti su di lei, ma da ciò che ho letto nel dossier del caso…-

-Non dovrebbe trattarsi di documentazione riservata?- osservò Chesterton, sottolineando il commento con una strizzata d’occhi che lo fece assomigliare a un enorme polipo tirato a secco.

-Diciamo che per ogni serratura c’è una chiave adatta ad aprirla.- replicò il commissario, incontrando anche stavolta il tacito consenso dell’altro.

-Insomma, se vuole saperlo, la mia impressione è che, per quanto pesanti, gli indizi a suo carico siano poco circostanziati. Mi sembra che, probabilmente per la pressione dei media che reclamano a ogni costo un colpevole, le indagini siano state condotte troppo frettolosamente.-

-Di questo m’ero reso conto anch’io, ma purtroppo…-

-Purtroppo le “impressioni” non vengono accettate come prove in tribunale, lo so.-

-Dunque, cosa posso fare per lei?- insisté lo scrittore.

-Cosa può fare per me? Guardi che non sono io ad avere bisogno del suo aiuto, Mister Chesterton, bensì lei del mio!-

-Commissario, lei crede veramente che questa accusa di omicidio, sordida ed esilarante al tempo stesso, mi preoccupi più di tanto?-

-Dovrebbe. Se non sbaglio, secondo il codice penale del Regno Unito, l’omicidio volontario e premeditato è punibile con…-

-Io sono uno che pensa sempre in positivo, Cardona: il pessimismo è una specie di bestemmia contro la ragione e contro Dio. Inoltre, mi pare del tutto evidente che la schizofrenia delle accuse rivolte contro la mia persona altro non rifletta che i disturbi mentali dei miei accusatori.-  tagliò corto Chesterton, mentre un sorriso sarcastico gli si affacciava sotto i baffi.

“Proprio vero: non si finisce mai d’imparare.” fu la muta riflessione che si concesse Cardona, mentre squadrava da capo a piedi l’ uomo che gli stava davanti.

“La colpevolezza non è mai muta: anche nel più incallito dei delinquenti si manifesta attraverso qualche segnale, che io riesco quasi sempre a intercettare. Ma costui sembra riuscire a mantenere costantemente l’assoluto controllo delle proprie emozioni.”

C’era una punta di ammirazione in quel pensiero? Non solo per lo scrittore?

Il commissario scrollò le spalle, accantonando almeno per il momento quegli interrogativi, come era solito fare nei momenti in cui la concentrazione doveva essere massima e rivolta esclusivamente all’indagine.

Tutto ciò che non ha risposta è degno di essere preso in considerazione da un filosofo, forse. Non certo da un investigatore.” era una delle massime che ripeteva sempre il commissario Donati, che lo aveva preso a balia quello che sembrava un secolo fa, cioè quando il giovane Cardona se ne andava ancora in giro in divisa.

-Il tempo è la più preziosa delle risorse.- si limitò così a osservare.

-Sa perché, Chesterton?-

-Perché è indispensabile a tutti ma al tempo stesso, purtroppo, è inesorabilmente limitato.- gli rispose lo scrittore.

-Risposta esatta. E io non vorrei, solo per concedermi il gusto di questa sottile sfida cerebrale con lei, pentirmi un domani di avere perso l’occasione di aiutarla.-

-E allora mettiamoci subito al lavoro, caro commissario. Per sua tranquillità, ben inteso. Ma…-

-Ma?-

-… vogliamo bere qualcosa, prima di iniziare? Mi piacerebbe chiedere all’amico Connely per quale motivo abbia combinato il nostro appuntamento proprio in questo pub, dove non servono vino.-

-Per me andrebbe bene anche una bella Old Ale.-

-Ottima scelta. La seguirò, commissario, ma non le nascondo che, se fosse dipeso da me, avrei volentieri optato per un fiasco di buon Chianti.- concesse Chesterton, sfoderando un bizzarro broncio da bambino viziato.

-Caro… Gilbert Keith, potrebbe per prima cosa ricordarmi dove si trovava il giorno del delitto?- attaccò Cardona, detergendo con un tovagliolo di carta le labbra imbiancate di schiuma.

-Stando a quanto ho letto nei verbali, sembra che ci siano ben tre testimoni, tutti e tre attendibili, che hanno riferito di averla vista vicino al luogo del ritrovamento del cadavere di Emily verso le ore 10 del giorno precedente: vale a dire luogo e tempo dell’omicidio, secondo il medico legale.-

-Come ho avuto occasione di dirle prima, la mia memoria lascia alquanto a desiderare. Se non fosse per mia moglie Frances, mi dimenticherei persino della messa domenicale. Comunque, Frances dice che quel giorno non è stato diverso da tutti gli altri. Uscii alle 8 per la mia solita passeggiata. Rientrai verso le 12 per il pranzo. Nel pomeriggio, dopo avere riposato un po’, mi misi a lavorare fino all’ora di cena. E mi coricai presto, per concludere la giornata. Può bastare così?-

-Una giornata regolare di una vita regolare: vale a dire l’esatto contrario di ciò che dovrebbe essere un alibi attendibile!-

-Giusto, caro… Leonardo.- convenne Chesterton, restituendo il colpo con un sorriso sornione. A scoppio ritardato, per essere più efficace.

-Un alibi è tanto più valido quanto più l’indagato è in grado di associarlo a provate o provabili circostanze anomale o, perlomeno, non meramente ripetitive.- proseguì, come se stesse leggendo un manuale.

Cardona si concesse un sorriso a fior di labbra.

“Se non altro è uno scrittore che si documenta coscienziosamente su ciò che racconta.” fu la considerazione successiva.

-Non amo rinunciare alle mie abitudini, così come, se posso, preferisco non allontanarmi troppo a lungo dai luoghi che meglio conosco e più amo. D'altronde, ci sarà pure una ragione se il buon Dio mi ha fatto nascere qui, no?-

-Per quanto diversa possa essere la nostra indole, riesco perfettamente a capire il suo punto di vista.- concesse il “Leone”.

-Però, a quanto mi risulta, lei ha viaggiato spesso per tenere conferenze, soprattutto in Inghilterra e negli Stati Uniti. Senza contare le sue non infrequenti discese in Italia, dico bene?-

-Sì, purtroppo mi trovo spesso costretto a viaggiare, e a ritmi frenetici per giunta: con quale riflessi sulla mia salute, credo che lei possa intuirlo da solo.- sbottò Chesterton, battendosi sonoramente le mani sulle monumentali cosce.

-Ma proprio per questo adoro ancora di più Beaconsfield, la tranquillità della mia casa e la compagnia di mia moglie.-

-Già, l’amatissima Frances.-

-Oh sì, amatissima, può ben dirlo, commissario: almeno in questo le sue fonti si rivelano del tutto attendibili.- confermò lo scrittore, mentre un sorriso compiaciuto gli tracimava dalle labbra.

-Lei non può dire lo stesso, vero?-

-Di cosa?-

-Di sua moglie.-

Cardona lo fissò per un attimo a bocca aperta, per una volta sorpreso e spiazzato.

“Chissà da quale indizio questo diavolo d’uomo…- si interrogò, abbassando e rialzando le palpebre un paio di volte, come per schiarire al vista.

Poi si batté la mano sulla fronte.

-Ma sì, stupido che sono. La colonia e il polsino della camicia.-

-Congratulazioni, commissario! C’è arrivato da solo e in fretta.-

-Da una parte ho messo addosso troppo profumo per essere in viaggio da solo, dall’altra il bottone quasi staccato suggerisce che mia moglie non sia qui con me.-

-Non l’ho notato io: è stato Padre Brown!- ammiccò Chesterton, visibilmente soddisfatto e divertito.

-Mi risulta che lei sia anche un giornalista che scrive articoli per diversi quotidiani.- deviò Cardona, che preferiva essere sempre lui a condurre una qualsiasi conversazione.

-Dipende cosa intende lei per “giornalista”.- osservò pensoso l’altro.

-Me lo dica lei.-

-Se fare il giornalista consiste nel dire “Lord Jones é morto” a persone che non hanno mai saputo neppure che Lord Jones fosse vivo, allora no, io non lo sono.-

-Infatti, secondo quanto ho appurato, lei non è “un” giornalista. Lei è “un buon” giornalista.-

-Troppo generoso. Il fatto è che, in un mondo ipocrita e bugiardo come il nostro, il principale compito di un cronista dovrebbe essere quello di descrivere la realtà e di dire la verità, che poi è lo stesso.-

“Ecco una definizione chiara e lampante.” approvò mentalmente Cardona.

“Almeno su questo nulla da eccepire.”

Peccato che molti giornalisti di sua conoscenza non la pensassero allo stesso modo.

Eccezion fatta per Diana, ovviamente.

Sì, decisamente Diana era un’eccezione sotto molti punti di vista.

-Mister, lei possiede un’arma?- domandò all’improvviso, sfuggendo al ricordo ancora vivido della carne calda e morbida di lei che gli aderiva al ventre, poco più di un’ora prima.

-Sì, se si accontenta di un coltellino a serramanico col quale, maldestro come sono, mi è capitato più volte di tagliarmi, mentre sbucciavo una mela. No, se invece mi sta chiedendo se tengo una pistola nascosta dietro lo sciacquone del water.-

-Dove si svolgono di solito le sue passeggiate quotidiane?- l’interrogò ancora il “Leone”, continuando a martellare come un fabbro.

-Oh, lei desidera sapere se frequento i paraggi della linea ferroviaria, ovviamente. Sì, a volte mi è capitato, nel corso delle mie passeggiate fuori città, di costeggiare per qualche centinaio di metri il tracciato dei binari.-

-Come mai? C’è qualcosa che l’attira particolarmente, nell’andirivieni dei treni?- s’informò oziosamente Cardona.

-Sì, in effetti, qualcosa c’è.- gli rispose pensoso Chesterton.

-Una specie di disegno divino… o un intreccio di circostanze così particolari da somigliare stranamente a qualcosa chiamato destino, qualora lei non fosse credente.-

-Vada avanti.-

-Un giorno, ormai parecchio tempo fa, io e Frances andammo alla stazione di Paddington e acquistammo due biglietti, chiedendo quale fosse il primo treno in partenza. Ricordo che l’impiegato al di là dello sportello ci guardò in maniera strana, informandoci che, di lì a qualche minuto, sarebbe partito per Slough l’unico treno della giornata.-

“Ecco che gli si illumina di nuovo lo sguardo.” notò il commissario.

-Una volta giunti a destinazione, capimmo subito perché il bigliettaio si fosse mostrato così colpito dalla nostra richiesta: Slough è paese talmente minuscolo da non giustificare l’esistenza di una stazione ferroviaria.-

-Succede anche in Italia, spesso e volentieri.- non poté fare a meno di osservare Cardona.

-Ovviamente decidemmo di proseguire e, saliti su un altro treno, arrivammo qui a Beaconsfield, dove ci fermammo per sempre.-

Per un attimo al commissario sembrò che a Chesterton si fossero inumiditi gli occhi.

Ma fu solo un attimo, appunto.

-È qui che ho trovato il mio equilibrio. È qui che sono venuti alla luce gran parte dei miei libri, che forse non avrei mai scritto, se avessi deciso di stabilirmi altrove. Se vorrà pregare sulla mia tomba, caro amico mio, dovrà venire a farlo qui a Beaconsfield.-

“Caro amico.” si ripeté compiaciuto il “Leone”.

“Mi ha chiamato così. Nel cuore di una frase pronunciata con la massima sincerità, anziché col consueto sarcasmo.”

-Quali erano i suoi rapporti con Emily Pinkerton?- fu però ciò che gli venne fuori di bocca.

“Se il cane da caccia si concede un solo sorriso, si lascia sfuggire dalle zanne la lepre che già tiene in bocca.” era un’altra delle massime di Peppe Roveda, uno degli istruttori che lo aveva svezzato all’accademia, aiutandolo a diventare un vero poliziotto. Uno sbirro ottuso che sapeva fare soltanto due cose: dare la caccia ai delinquenti, e insegnare ai suoi allievi i sistemi più efficaci per farlo.

Almeno in questo, però, era un vero e proprio maestro.

-Rapporti di cattivo vicinato.- gli rispose Chesterton, con la massima tranquillità.

-La sua proprietà confina con la mia piccola casa in Grove Road. Emily era una donna alquanto irritante, detto tra noi, che mi capitava di incontrare talvolta durante le mie passeggiate in città. Io la salutavo con un cenno del capo, che lei contraccambiava a denti stretti. Il marito era ricchissimo e molto più anziano di lei, un uomo di salute cagionevole, ma decisamente più simpatico della consorte.- puntualizzò lo scrittore, aggiungendo una ciliegina sopra una torta decisamente salata.

-È noto che Sir John Pinkerton, grazie alle sue fortunate speculazioni in Borsa, riuscì ad accumulare un ingente patrimonio, che utilizzò poi per investimenti fondiari e immobiliari. Gira però voce che fosse anche un usuraio, ammanicato con certi delinquenti di Londra…- intervenne Cardona.

-A quanto pare lei conosce i Pinkerton meglio di me, commissario.-

-Sono semplicemente solito prendere informazioni dettagliate, prima di dedicarmi a un caso.-

-Capitalisti, speculatori, usurai. E tra loro anche degli ebrei. Mi rendo conto di criticarli ferocemente, ma a ragione. Stiamo parlando di gente ipocrita e incapace, che vuole dare a intendere di essere competente e filantropa.- osservò lo scrittore, con espressione dura.

-Questi signori non sono altro che venditori di fumo. Io sono fermamente convinto che il capitalismo sia un cancro da asportare con ogni mezzo, se non vogliamo che, attraverso i suoi inganni, finisca per corrompere tutto ciò che di sano e di bello resta ancora in questo mondo.-

Chesterton andava avanti con l’irruenza di un fiume in piena, ma Cardona era la diga più adatta a contenere l’ondata.

-Converrà con me che queste sue posizioni antisemite e populiste, nel caso si arrivasse a un rinvio a giudizio per l’omicidio della ricca ebrea Emily Pinkerton, non costituirebbero certo un elemento a suo favore.- osservò infatti, riportando il suo interlocutore alla dura realtà dei fatti.

-Ci vada piano con le parole, commissario. Dopotutto ha a che fare con uno scrittore.-

-Per vecchia e ormai incorreggibile abitudine, preferisco sempre chiamare le cose con il proprio nome.- si limitò a controbattere Cardona, senza nessuna acrimonia.

-Il legame con suo cugino A.K. Chesterton, per esempio…- proseguì.

-Sì, io e mio cugino siamo sempre stati, e siamo tuttora, in ottimi rapporti. C’è qualcosa di strano in questo? Se poi lei si riferisce all’ammirazione che egli ha più volte manifestato per Hitler, beh, in questo non lo condivido affatto.-

-Mi perdoni, ma questa sua, chiamiamola così, “dissociazione generica”, non terrebbe molto di fronte alla requisitoria di un pubblico ministero agguerrito, deciso ad affidarla al boia.-

Lo scrittore, congiunti i polpastrelli delle mani, chinò il capo, restando un minuto in muta meditazione.

-Sì, comprendo e condivido il suo punto di vista, commissario.- riprese poi.

-Anche se resto del parere che le conclusioni affrettate siano sempre cattive consigliere. Uno più uno non fa due, ma duemila volte uno. Se la gente non si limitasse alla superficie delle cose e delle persone capirebbe che le atrocità perpetrate dal nazismo e da ogni altro regime totalitario riscuotono la mia più totale riprovazione.-

-Perché allora le viene rivolta questa infamante accusa?-

-Beh, non credo affatto che dipenda dalle frequentazioni con mio cugino, se proprio vuole saperlo.-

-Da cosa allora?-

-Probabilmente dal fatto che non ho mai nascosto di simpatizzare per i ceti più deboli e  ho ripetutamente espresso la mia opinione in merito alla diversità tra il popolo inglese e quello ebraico. A suffragio del mio pensiero, gli appartenenti a quest’ultima etnia, in particolare quelli arroccati su posizioni sioniste più radicali, ovunque si trovino finiscono per costituire un vero e proprio “corpo separato”, una specie di enclave talmente riconoscibile da costituire un pericolo, soprattutto per se stessi.-

Si fermò per un attimo, fissando Cardona.

-Non credo che siano un “popolo maledetto”, sia ben chiaro, ma converrà con me che nel loro destino c’è sempre qualcosa che li mette in conflitto con la gente delle nazioni che li ospitano. E l’insediamento in Palestina non costituisce di certo un’eccezione.-

-Un discorso politically correct, Mister Chesterton. A differenza del comportamento da lei tenuto nei confronti dei fratelli Isaacs. Lei fu spietato in quell’occasione.-

-I fratelli Isaacs?-

-Ha capito bene, Mister. Perché finge di non ricordare lo scandalo in cui fu coinvolto suo fratello Cecil? Il rapporto della polizia fa esplicito riferimento a questo episodio per suffragare la sua colpevolezza.- insistette Cardona, pur sapendo bene che, riportando a galla quei fatti, avrebbe riaperto antiche ferite.

-Dunque, Cecil denunciò i due fratelli ebrei Isaacs dalle pagine del “The Eye Witness”, il giornale da noi fondato insieme ad Hilaire Belloc. I due ebrei avevano giocato sporco: l’uno ministro e l’altro capitano d’impresa, stipularono un contratto di fornitura in barba a tutte le leggi di mercato esistenti. Cecil fu molto duro con loro e venne condannato per calunnia. Ma l’inchiesta non portò da nessuna parte e Cecil se la cavò con una multa. Io stavo dalla sua parte, ovviamente, e per questo subii numerosi attacchi da parte di alcuni influenti uomini politici e imprenditori.-

-Mi risulta che in seguito lei scrisse e pubblicò una lettera indirizzata agli Isaacs. Una lettera dai toni non proprio gentili, anzi, quasi minatori a quanto mi risulta.- affondò Cardona.

-Ha ragione. Accadde dopo la morte di Cecil. Io sono un uomo tranquillo e cordiale, poco incline a perdere le staffe. Detesto il litigio perché è un ostacolo alla discussione, anche se a volte mi capita di alzare la voce. La scomparsa di Cecil fece esplodere in me i peggiori istinti e mi gettò in un profondo stato di prostrazione, dal quale riuscii a uscire solo molti anni dopo.-

-Grazie anche alla fede, se non sono indiscreto.-

-Sono diventato un uomo devoto alla Santa Romana Chiesa per liberarmi dai miei innumerevoli peccati, per sentirmi fino in fondo un esperimento del Creatore e ricominciare daccapo alla luce della verità, quella che per anni ho creduto di trovare altrove.-

Chesterton si fermò, tirando un gran respiro di sollievo.

-Ma questo c’entra qualcosa con l’omicidio di Emily Pinkerton?- domandò poi, guardando di traverso Cardona.

-Forse niente, forse molto più di quanto lei possa credere.- gli rispose il commissario.

-Comunque, per quanto riguarda questo argomento credo che possa bastare: mi sembra di essermi fatto un quadro piuttosto completo delle sue convinzioni e della sua natura sostanzialmente pacifica.- fu il commento di Cardona.

-Mi fa piacere. Spero che anche gli inquirenti possano condividere il suo modo di vedere, magari anche attraverso… il suo intervento.-

-In effetti mi sembra che ci sia stato nei suoi confronti un certo accanimento, dovuto più a interessi di parte che a un’onesta ricerca della verità.-  fu l’indiretta risposta del commissario.

-Ma ho per lei un’ultima domanda, che riguarda la sua attività letteraria.-

-Allora “spari” commissario: le risponderò ancora più volentieri.-

-Le è mai capitato, in qualche romanzo, di cercare di vedere le cose dalla prospettiva di un omicida?-

-Ho fatto molto di più: mi sono talmente immedesimato in un assassino, da diventarlo io stesso.-

-Cosa sta dicendo?- lo incalzò Cardona, improvvisamente allertato da quella risposta del tutto inattesa.

-Tranquillo, commissario, la mia non è una confessione. È a Padre Brown e alle sue investigazioni, che mi riferisco: da quando mi sono stabilito qui a Beaconsfield la mia vena creativa ha preso il sopravvento su tutto il resto. Eccetto la mia Frances, ovviamente. Anzi, chissà cosa starà cucinando per il pranzo.-

Già, il pranzo. Un certo languorino si era nel frattempo insinuato nello stomaco di Cardona, mentre nel pub andava diffondendosi un profumo di hamburger e patate fritte.

Cardona gettò un rapido sguardo all’orologio appeso sopra la porta d’ingresso.

Altrettanto fece Chesterton.

-Si è fatto tardi, commissario. Se non le dispiace, io terminerei qui il nostro incontro.-

Ancora una volta Chesterton aveva preceduto a parole i pensieri di Cardona.

-A essere sincero, mi dispiace un po’ che sia finita qui: discorrere con lei si è rivelato davvero piacevole e interessante.-

Dopo un attimo di esitazione, mentre lo scrittore gli porgeva la mano in segno di saluto, Cardona riprese a parlare.

-Perdoni la mia insistenza, ma non riesco proprio a capire come un uomo accusato di omicidio possa essere così tranquillo.-

-Fede in Dio: tutto qui.- fu la serafica risposta di Chesterton.

Nel tardo pomeriggio Cardona fece ritorno al Chequers Inn. Alla reception non trovò le chiavi della stanza 17, per cui dedusse che Diana doveva essere già rientrata. Salì in fretta le tre rampe di scale e bussò alla porta della camera. Lei gli aprì subito, gettandogli le braccia al collo.

-Finalmente sei tornato, amore. È parecchio che ti aspetto.-

-Scusami. Dopo l’incontro con Chesterton mi sono dovuto recare alla centrale di polizia, dove ho lasciato una relazione, del tutto informale, per Connely e per il giudice Swanson. Tra l’altro l’amico Brian mi ha appena chiamato sul cellulare, rivelandomi che le tre persone che hanno testimoniato contro Chesterton si erano stabilite a Beaconsfield solo pochi giorni prima del delitto: non proprio il massimo per essere considerati attendibili.-

 Mentre lo aiutava a togliersi la giacca, Diana gli chiese a quali conclusioni fosse giunto.

-Chesterton è il più improbabile omicida che abbia mai conosciuto.- gli rispose senza esitazioni Leonardo, che già iniziava a fremere sotto il tocco delicato e malizioso delle mani di lei.

-A Connely ho detto di suggerire ai colleghi inglesi di cercare altrove il colpevole. Magari nella City, nelle alte sfere della finanza, dove Chesterton si è fatto numerosi nemici.-

Sebbene si sentisse sempre più sudato e accaldato, non solo per via della pedalata in bicicletta o per le scale salite in fretta, Cardona decise che avrebbe portato fino in fondo il suo discorso, anche se sembrava che Diana volesse fare il possibile per metterlo di difficoltà.

-Oggi ho conosciuto un grande uomo, in tutti i sensi: colto, brillante, profondamente religioso e talmente rispettoso della vita da non poterla togliere a nessuno.- proseguì, cercando disperatamente di non soccombere a un richiamo dei sensi che si faceva sempre più forte.

-Inoltre, la sua salute è molto fragile, compromessa dagli  innumerevoli impegni di lavoro e dal sovrappeso. Chesterton è una fortezza, che difende i propri soldatini dal mondo intero, ma senza imbracciare armi. Ci vuole un enorme coraggio per affrontare i nemici a mani nude!-

-Io non ho paura di sfidarti a mani nude.- sussurrò Diana, rivolgendogli uno sguardo strano e intrigante.

-Nude non solo le mani...- aggiunse con la stessa voce roca, slacciandosi il primo bottone della camicetta.

Poi il secondo.

Poi il terzo.

-Ma io non sono affatto tuo nemico.- la corresse Leonardo, prendendole la mano e conducendola con sé, verso il letto.

Senza incontrare alcuna resistenza, per la verità


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