Progetto Babele (PB), è una rivista letteraria aperiodica dedicata
alla letteratura di intrattenimento. Fondata nel
2002 a Cork (West Ireland) da Marco R. Capelli, P.B. nasce con ‘intento (ambizioso)
di presentare periodicamente una selezione delle cose
migliori realizzate dagli scrittori (più o meno esordienti)
che operano su internet. PB viene diffusa gratuitamente
a mezzo Internet sotto forma di file PDF scaricabile
direttamente dal sito.
Grazie alla
collaborazione con STAMPALIBRI,
PB è anche disponibile in formato cartaceo.
Ad
oggi, hanno già avuto occasione di ospitare sulle loro
pagine scrittori come Isabella Bossi Fedrigotti, Gordiano Lupi, Alda Teodorani, Loriano Machiavelli, Nicoletta Vallorani, Corrado Augias, Antonio Caron, Fernando Sorrentino, Michael Hoeye, Francesco Gazzè, Cinzia Tani, Giuseppe Lippi, Valerio Evangelisti, Stanislao Nievo, Tullio Avoledo, Tobias Jones, Ugo Malaguti e Arturo Pérez-Reverte.
Visitatelo cliccando qui: http://www.progettobabele.it;
Qui di seguito l’intervista a Patrizio
Pacioni condotta nella scorsa estate da
Simona De Bartolo, incontrastata
reginetta delle recensioni letterarie di www.patriziopacioni.it
LE INTERVISTE DI PB
Simonetta De Bartolo
intervista PATRIZIO PACIONI
In questi ultimi tempi si sente parlare
sempre più insistentemente di un certo commissario Leonardo
Cardona, detto il “Leone di Monteselva”. Ho azzardato,
così, un’intervista nientedimenoche a colui che gli
ha dato vita: lo scrittore Patrizio Pacioni. Per chi
ancora non mi conoscesse, il mio punto di vista è che
per conoscere lo stile e il “messaggio” di uno scrittore
ci sono i suoi libri: in questo senso dico da sempre
che è meglio leggerne uno dall’incipit alla parola “fine”
che sorbirsi centinaia di recensioni. Il fine che mi
prefiggo io, invece, è quello di conoscere (e far conoscere)
meglio alcuni aspetti del lavoro e della personalità
degli autori che incontro. (S.D.B.)
Ho da sempre avuto l’impressione che ogni
tua idea sia come il tappo di una bottiglia di spumante
che vola via, lo scocco di una freccia, un tiro al bersaglio.
Sappiamo l’età, ma… come e quando nasce il commissario
Leonardo Cardona? Nel “caos”? In modo estemporaneo?
Nella vita di uno scrittore prima o poi,
inevitabilmente, capita che uno dei suoi personaggi,
ideato in origine per ricoprire un ruolo secondario
in una storia nella quale sono altri gli interpreti
principali, chieda con forza di ricevere maggiore attenzione
da parte dell’autore. È precisamente questo il caso
del commissario Leonardo Cardona che, nel canovaccio
originale di “Seconda B” (il romanzo che uscirà a breve
in libreria per le stampe di Edizioni di Latta), avrebbe
dovuto interpretare una figura piuttosto di contorno.
Col progredire della narrazione, invece, ha finito per
imporsi come protagonista assoluto.
Scusa, Patrizio, ma mi sembra di avere
capito che tu hai appena parlato di “Seconda B” come
se rappresentasse la nascita di Cardona, ma a quanto
mi risulta “Essemmesse” è uscito due anni fa e pochissimi
giorni fa, per le stampe di Sampognaro & Pupi, è
arrivato “Malinconico Leprechaun”.
Hai capito bene. “Seconda B” è un romanzo
di grande respiro, una complessa tragedia corale che
coinvolge decine e decine di personaggi. Ho cominciato
a lavorarlo all’inizio del 2005 e ho scritto la parola
fine nell’estate dello scorso anno. “Essemmesse” e “Malinconico
Leprechaun”, invece, rappresentano qualcosa di molto
diverso: sono sostanzialmente due appetitosi “spin-off”
che, attraverso storie essenziali e molto “veloci”,
oltre allo scopo di divertire (Essemmesse) o commuovere
e far riflettere il lettore (Malinconico Leprechaun),
hanno quello di introdurre alcune caratteristiche personali
e professionali di un personaggio come il “Leone” che,
mi auguro, è solo all’inizio di un lungo sentiero.
Ecco, proprio in Essemmesse un uomo viene
assassinato nei locali della biblioteca a Monteselva,
dopo il ritrovamento “di un antichissimo libro di magia
e sortilegi”. Mi ricorda Ninna nanna (Mondatori, 2003)
di Chuck Palahniuk, in cui Carl Streator, giornalista,
indaga sulla “sindrome di morte improvvisa” e va alla
ricerca dei testi che contengono una nenia africana
che faceva morire dolcemente i bimbi destinati a morte
sicura. In uno dei tuoi racconti diffusi in Rete, Monete
d’oro e fiocchi d’avena, fanno capolino i folletti del
bosco nella moderna Irlanda. Ancora un mix di modernità,
mistero e folklore. Perché, secondo te, il folklore
ha radici più profonde al Sud e tra le classi subalterne?
Consentimi di non condividere del tutto
questo tuo punto di vista. A mio avviso la magia esercita
il proprio fascino, pressoché inalterato nei secoli,
sia a nord che a sud, sia pure in modo diverso.
In meridione l’approccio col “magico” e col “misterioso”
è principalmente proteso a interpretare il complesso
rapporto tra uomo ed entità di altri piani d’esistenza,
primo tra tutti quello dei defunti. Pensa alla frenesia
dei tarantolati, al sudore e al sangue che segnano le
processioni in Sicilia e Campania, così mirabilmente
descritte nella letteratura del primo ‘900, costituendo
una specie di anello di congiunzione tra il magico e
il religioso.
Al settentrione invece è maggiormente legato
alla natura, all’intrico misterioso delle foreste: la
presenza delle fate e dei folletti, degli elfi e delle
ninfe, rende ancora più suggestivi gli scenari costituiti
dai grandi boschi e conferisce ulteriore mistero alle
nebbie e alle brume che invadono le pianure e nascondono
i monti.
Vampiri, demoni, streghe, spiriti, folletti,
timor sacro, leggende, tradizioni, superstizioni hanno
lasciato, come i miti greci, tracce nel sociale. Secondo
te, come mai?
La dimensione “ultraterrena”, per le persone
più semplici, può a volte rivelarsi troppo distante
dal vissuto quotidiano, in un certo senso troppo “astratta”.
Nasce così l’esigenza di domiciliare il soprannaturale
(sia nelle sue manifestazioni più semplici che in quelle
più complesse) in anditi della geografia e della mente
in qualche modo più accessibili. Gli Dei greci abitano
in cima all’Olimpo, lontani sì, ma al tempo stesso raggiungibili.
I folletti e le fate, come abbiamo detto prima, popolano
il folto dei boschi e le fonti, il Vampiro dorme in
una bara colma di terra sconsacrata, dietro alle mura
di un castello, alte ma comunque valicabili, a volere
sprecare un po’ di fatica. Sono lì, abbastanza lontani
da non farci paura (non più di tanto, perlomeno), ma
al tempo stesso abbastanza vicini da poterne almeno
intuire la presenza arcana.
Gli sms, “protagonisti” dell’omonimo romanzo
e del racconto Monete d’oro e fiocchi d’avena, con cui
hai partecipato al concorso L’Irlanda nel cuore, e il
romanzo breve di prossima uscita, Malinconico Leprechaun,
quasi un livre de poche, sono certamente mezzi di comunicazione
più economici rispetto ad altri. E’ una tua scelta per
rispondere alla moderna esigenza di comodità e velocità?
Credo che quella dei cosiddetti messaggini
sia una delle innovazioni che più hanno contribuito
a trasformare il modo di esprimersi -dunque di vivere-
delle nuove generazioni, e non solo di queste. Lasciando
da parte il pur non trascurabile aspetto della rivoluzionaria
accelerazione delle comunicazioni, e delle conseguenti
implicazioni socio-culturali del fenomeno, mi sembra
che, dal mio punto di vista (cioè quello di uno scrittore),
il vero nodo sia un altro. Mi riferisco al limite dei
160 caratteri, oltre il quale scatta la terribile penalità
della “seconda pagina” con conseguente raddoppio della
tariffa; uno spauracchio che ha costretto gli utenti
a ingegnarsi in un’estrema opera di “risparmio” di caratteri
nella costruzione delle parole, con ingegnose abbreviazioni
e sempre nuovi accorgimenti (frequentemente di origine
algebrica, come la x in luogo di “per”, l’uso di segni
grafici come il + e il – in luogo delle equivalenti
parole etc. etc.) accelerando un processo, probabilmente
già in corso, di estrema sintesi comunicativa. Esprimere
un concetto ricorrendo al minor uso di vocaboli possibile
è diventato, più che una facoltà, un obbligo. E, a lungo
andare, questo non potrà non avere incisivi riflessi
anche sul modo di esprimersi di noi “professionisti
della narrazione”. Con “Malinconico Leprechaun”, mi
sembra, si dimostra -ad abundantiam- come non sia necessario
un volume alto quattro dita per intraprendere nell’animo
umano viaggi anche molto profondi e suggestivi.
Di solito mi trovo a chiedere agli autori
che intervisto se siano favorevoli o contrari ai corsi
di scrittura. Per te, invece, che diversi corsi di scrittura
creativa già li hai tenuti, la domanda è la seguente:
scrittori si nasce o si diventa? È fondamentale avere
talento?
Il talento è una premessa necessaria per
avere la possibilità di raggiungere l’eccellenza, ma
da solo non basta. Va educato, raffinato, finalizzato,
e ciò richiede applicazione e tempo, dunque fatica.
È vero però anche il contrario: in mancanza di una predisposizione
naturale non saranno sufficienti tutti i corsi di scrittura
del mondo per trasformare un onesto lavorante della
penna (o di word) in un autore da Nobel per la letteratura
o in una macchina da bestseller.
Un consiglio da Maestro di scrittura e
un altro da… Maestro di scacchi? (ndr: Patrizio Pacioni
ha coltivato per molti anni il gioco, raggiungendo la
non disprezzabile categoria di Candidato Maestro).
Sia l’uno che l’altro, nel momento in cui
si apprestano a entrare in azione devono aver presente
la situazione da cui stanno prendendo le mosse e l’obbiettivo
che intendono raggiungere. Nell’uno e nell’altro caso
poi, probabilmente, gli avvenimenti non si svolgeranno
del tutto secondo quanto programmato: c’è sempre una
mossa non prevista da parte dell’avversario, c’è sempre
una svolta narrativa che viene a sconvolgere il canovaccio
iniziale. Ma se la bussola funziona e l’ago indica chiaramente
il nord, allora il cammino non potrà che essere spedito
e condurre alla giusta meta. O almeno a una delle tante
“giuste mete” raggiungibili nel mondo della fantasia
e della creatività.
Consideri lo stile, cioè “Le Impronte”
(per usare il nome della compagnia teatrale che hai
fondato) digitali di uno scrittore, un tallone di Achille
o un punto forza?
La compagnia teatrale in cui mi diverto
a fare il guitto per prima cosa non è solo puro divertimento,
ma costituisce anche un’ottima disciplina personale
che, oltretutto, in sede di presentazioni, conferenze
o eventi vari, mi consente di affrontare il pubblico
senza alcuna apprensione. In secondo luogo si tratta
di un’esperienza che mi avvicina ancora di più al teatro,
anche e soprattutto come autore; potrei dire che ho
cominciato a scrivere copioni per gioco, ma da tempo
il gioco comincia a evolvere in una autentica passione.
Un’altra che si aggiunge alle numerose altre che già
nutro, ebbene sì. Per ultimo, credo che per un autore
dare personalmente volto e voce a un personaggio, che
egli stesso ha creato, rappresenti davvero un’enorme
gratificazione. Quanto a ciò che per uno scrittore rappresenti
il proprio stile, mi sento di risponderti che, trattandosi
di qualcosa che lo qualifica, differenziandolo da tutti
gli altri, rendendolo unico per il proprio lettore…
Arrivato a questo punto puoi concludere
la mia frase da sola, non ti sembra?
Titoli come La donna che visse due volte
e L’uomo che sapeva troppo, due dei più noti film di
Alfred Hitchcock, hanno già in sé un assaggio di intrigo,
suspense e mistero. Quanto influisce, a tuo giudizio,
a livello psicologico, di prim’acchito, il titolo di
un libro?
Il titolo di un romanzo è come l’ingresso
di una casa: ci si deve passare per forza per arrivare
al salone, e, attraversandolo, lascia comunque addosso
all’ospite un certo imprinting che influenzerà poi il
giudizio sull’intero appartamento. Ti sei mai chiesta
quanto successo avrebbe avuto “Via col vento” se l’autrice
avesse scelto come titolo un pur non menzognero: “La
storia di Rossella”? O se per il film “Titanic” uno
sprovveduto produttore avesse optato per “Un naufragio
nell’Oceano”?
Cosa speri che le interessanti tavole illustrative
di Fabio Follia, in Essemmesse, suscitino nel lettore?
Qualora ancora tu non lo sapessi, ti informo
che le matite di Fabio mi faranno compagnia anche su
“Malinconico Leprechaun”. Anche in questa occasione
si tratterà di 8 tavole in b/n che fisseranno in immagine
alcuni dei momenti più significativi della storia. L’idea
di collocarle in questi primi due “spin-off” destinati
a presentare al pubblico il mio amico Cardona è derivata
da suggestioni legate al periodo della mia personale
“scoperta della lettura”… quindi a diversi anni fa…
Prima il Pinocchio illustrato, che mi fu regalato per
la Prima Comunione, poi le tavole del Dorè che impreziosivano
la peraltro spartana Divina Commedia sulla quale aveva
spremuto i sudori di studente liceale mio padre, ancora
dopo una splendida edizione della Storia d’Italia scritta
da Giusti: ricordo che, non appena mi era possibile,
mi intrufolavo nello studio del mio anziano zio per
trafugare dalla sua biblioteca ora l’uno ora l’altro
dei voluminosi libroni rilegati in rosso. Ricordo ancora
con piacere e con un pizzico di malinconia le sensazioni
forti che suscitavano in me quelle magiche tavole a
colori, con la retorica ma suggestiva estetica popolare
e al tempo stesso marziale propria del ventennio fascista.
Poi, qualche anno più tardi, con la scoperta della letteratura
d’avventura, venne il momento dei romanzi di Salgari,
con le immagini dei thugs, delle belve della giungla,
delle navi dei pirati, e di quelli dedicati ai grandi
detectives, spesso accompagnati da disegni in bianco
e nero che li raffiguravano, puntualmente, impegnati
ad affrontare le situazioni più scabrose. E, subito
dopo, rimasi affascinato da quei disegni splendidi che,
chiusi all’interno di un cerchio, ma protesi direttamente
verso il mio cuore e la mia anima, mi richiamavano irresistibilmente
verso i gialli Mondatori divorati e collezionati dai
miei fratelli.
E’ importante, sicuramente, anche nel giallo, come
nei generi affini, tener conto degli effetti psicologici
sul lettore. Secondo te, nel giallo, è più facile o
più difficile?
A ben vedere un’opera letteraria non è
altro che un silenzioso dialogo a distanza tra chi la
scrive e coloro che la leggono: è dunque inevitabile
che qualsiasi storia susciti nell’anima di chi l’ascolta
o la legge reazioni di ogni tipo, di cui il narratore
non può non tenere conto. Questo significa che, al di
là dei “generi”, che pure rivestono una certa importanza,
l’unica distinzione che io ritengo valida nel mondo
della letteratura è quella tra buoni romanzi e romanzi
mediocri. Quanto al giallo, così come per ogni libro
d’avventura o comunque di “movimento”, una storia che
riesca ad appassionare realmente il lettore facilita
il “passaggio” di emozioni e concetti anche non strettamente
funzionali alla trama. Io la chiamo la dottrina dello
zuccherino, attingendo a un ricordo della mia infanzia:
per farmi inghiottire il vaccino antipolio mio zio medico
metteva una goccia di medicina (amarissima) su una zolletta
dolce.
“Linea diretta con il crimine e il mistero”:
così è stato definito nel lancio pubblicitario della
scorsa estate, l’originale e interessante blog http://www.patriziopacioni.com/cardona.
Sei tu, Maestro, che dirigi ancora una volta l’orchestra?
Il tuo programma di partenza? Il tuo obbiettivo? E,
considerata anche l’esperienza di www.patriziopacioni.it,
il tuo sito personale che si è trasformato ormai da
anni in un vero e-magazine, cosa rappresenta la Rete
per te?
Potrei dirti che, una certa sera, Cardona
si è presentato a casa mia dicendomi più o meno così:
“Caro Pacioni, siamo nel terzo millennio e tutti hanno
un blog. Tutti tranne me, però: le sembra giusto?”.
E, siccome il commissario era accompagnato dall’agente
Gaetano Gargiulo, un colosso di quasi due metri con
due spalle larghe così e la faccia non precisamente
da cherubino, non me la sono sentito di rispondere picche.
Scherzi a parte, l’idea alla base del blog di Cardona
è stata fin dal primo momento quella di trasformare
i fans del commissario in attivi attori e animatori
della oscura città di Monteselva, alla cui costruzione
possono contribuire inventandone gli abitanti e facendo
loro vivere nuove avventure. Quanto a www.patriziopacioni.it
direi che hai perfettamente centrato il problema: l’aspetto
promozionale del sito si è ormai ridotto a componente
marginale, ma, tutto sommato (checché ne possa pensare
il mio editore), a me non dispiace affatto: attraverso
il continuo contatto con i miei visitatori ho la possibilità
di tastare il polso sia ai lettori che già mi conoscono
che, cosa ancora più importante, a quelli potenziali,
dai quali ricevo precise indicazioni (a saperle leggere)
sia sul gradimento del mio attuale percorso artistico
sia su ciò che ci si aspetta da me per il futuro. Tutto
questo per dirti che l’utilizzo della Rete, per me come
ormai per chiunque voglia vivere e muoversi in un mondo
al tempo stesso sempre più complesso e sempre più “piccolo”,
non è utile. È indispensabile.
Il giallista e il commissario Cardona vanno
d’accordo quando si tratta di prendere in considerazione
i delitti veri, quelli messi in prima pagina dalla cronaca,
come Cogne, Garlasco, Perugia…?
In effetti distinguere tra la realtà della
cronaca e la finzione narrativa sta diventando sempre
più arduo, e si tratta di una difficoltà a doppio senso
di marcia, purtroppo. Da una parte il lettore, colpito
da avvenimenti effettivamente verificatisi, non riesce
più ad apprezzare le suggestioni di un romanzo. Dall’altra
c’è gente che, bombardata dalle notizie di “nera”, continuamente
rilanciate e amplificate dai media, sembra a volte confondere
la fiction con la vita realmente vissuta. Allora l’assassino
da criminale si trasforma in divo. Il delitto da azione
esecrabile in una scorciatoia seppur distorta per arrivare
alla notorietà se non addirittura alla fama.
Qualcosa di ancora più grave si può purtroppo
verificare allorché chi è chiamato a svolgere o a dirigere
le indagini, magari sotto l’esagerata pressione di un’opinione
pubblica in cerca di rassicurazioni e di certezze, ceda
alla tentazione di fermarsi all’approdo più veloce e
agevole o magari, allorché ci sia un indiziato malvisto,
magari sgradevole, a quello più gradito dalla “gente”
e dalla “stampa”. Tesi ipotizzate e perseguite con cieca
convinzione prima ancora di essere provate, alle quali
ci si aggrappa (in un eccesso comprensibile ma non scusabile
di autodifesa) anche quando l’evidenza dei fatti le
dimostri manifestamente infondate. Di tutto ciò abbiamo
purtroppo avuto di recente inequivocabile esemplificazione
nel caso terribile di due minori scomparsi e poi ritrovati
cadaveri.
Non dimentichiamoci che, se è vero che dietro a ogni
delitto c’è sia una vittima che è stata privata del
bene più prezioso (cioè la vita) sia la sofferenza delle
persone che questo individuo amavano e ne soffrono la
perdita, è altrettanto incontestabile che nell’altra
“metà campo” esistono degli accusati che hanno diritto
a difendersi fino a quando non sopraggiunge la sentenza
definitiva e anche oltre, e che comunque meritano quel
rispetto dovuto a ogni essere umano, anche al più spregevole.
Hai scritto diversi romanzi. Soddisfatto
della critica? Per quale romanzo ti piace essere citato?
Perché?
Pur essendo pacifico che ciascuno di noi
vorrebbe scrivere il “libro perfetto”, un’opera che
soddisfi i gusti di tutti, di ogni sesso, età, razza
e religione, in ogni latitudine e longitudine, che siano
nobili “critici” o umili “lettori”, è altrettanto certo
che un simile risultato non sarà mai raggiungibile da
nessun autore al mondo. Premesso questo, non ho difficoltà
a confessarti che, per quanto mi riguarda, quando scrivo
presto molto più attenzione al lettore che non al critico.
È il lettore che acquista i miei libri, alleggerendo
il proprio portafoglio nella speranza di ricevere qualcosa
in cambio, non il critico, chiunque esso sia. Quanto
alla tua domanda per uno scrittore i libri “so’ piezz’e
core”, direbbe Gargiulo, proprio come i figli. Quindi,
ammesso e non concesso che ce ne sia uno prediletto...
un genitore non dovrebbe mai rivelare quale sia.
Torniamo al tuo “vizietto” del teatro.
Anzi, per il momento della recitazione nei ristoranti.
Sto parlando della tua piece Il pollastro si mangia
con le mani. Autore, regista e attore nel ruolo, che
è ormai tuo, dell’inflessibile commissario Leonardo
Cardona (detto, non a caso, il “Leone”). È difficile
immaginare per chi non era presente come si può svolgere,
in un ristorante, durante la cena, una simile rappresentazione.
Mi rendo conto che ogni novità comporta sempre un rischio,
ma so anche che il tuo motto è “chi non risica non rosica”,
dico bene?
Il fenomeno del connubio tra gastronomia
e intrigo poliziesco è nato e si è sviluppato inizialmente
al nord. Si tratta, per dirla in due parole, di un evento
che associa un buon pasto al ristorante con la rappresentazione
drammatica di un’indagine tesa a smascherare l’autore
di un omicidio. Regola essenziale è di tenere distinti
e separati i momenti conviviali e quelli dedicati invece
allo spettacolo. In certi casi, inoltre, i partecipanti
alla cena, riuniti per tavolo, vengono chiamati a misurarsi
essi stessi con l’indagine in corso, cercando di individuare
a loro volta assassino, arma del delitto e movente alla
base del crimine. Quanto ai rischi, hai ragione tu:
ogni innovazione ne comporta qualcuno, ma rinunciare
ad affrontarlo equivarrebbe -in buona sostanza- a negarsi
al progresso.
Se per il Romanticismo poesia è esternare
i propri sentimenti con immediatezza, per Patrizio Pacioni
scrivere è…
Scrivere è leggere dentro agli altri e
dentro me stesso. Poi elaborare singolarmente le risultanze
dell’una e dell’altra lettura. Poi mischiarle insieme,
cercando di sintetizzare da caratteri comuni quelli
di personaggi di fantasia.
Scrivere è tenere alla corda quel demone
che mi abita nell’anima, il quale, se non lo esorcizzassi
attraverso la creatività letteraria, probabilmente pretenderebbe
di vivere, personalmente e completamente, quelle emozioni
con le quali lo alimento e lo placo da ormai così tanto
tempo.
Scrivere è comunicare a chi legge le mie opere il mondo
infinito che mi sento dentro e soddisfare in questo
modo l’eterna curiosità di verificare come vengano interpretati
dall’esterno le mie fantasie e (a volte) i miei deliri.
Scrivere è la necessità di affrontare e
gestire quella specie di dipendenza che mi spinge a
vivere un rapporto molto intimo con la tastiera del
mio pc o, in mancanza, con carta e penna (ma in questo
caso la difficoltà arriva dopo, quando si tratta di
interpretare quanto è rimasto sui fogli di carta, a
causa di una calligrafia talmente pessima da risultare
spesso incomprensibile anche per me). Una droga della
mente e del cuore di cui, me ne rendo conto io per primo,
ho bisogno di assumere quantità sempre più sostanziose.
Nella tua sempre vivace produzione, è in
arrivo per caso qualche altro… “colpo di scena”?
Al momento i miei “ragazzi del piano di
sotto”, come dice Stephen King, riferendosi agli spiriti,
che prendono dimora nei recessi più profondi dell’animo
umano e che si occupano di inventare le storie e di
elaborarle nella prima fase creativa, mi hanno passato
tre romanzi ai quali sto lavorando. Due di essi a quattro
mani, in compagnia di altrettante scrittrici con le
quali sto lavorando molto bene: Marta Traverso e Valeria
Ferri. Ah, a proposito di “donne che scrivono”, ce n’è
un’altra, la veneta Lorella De Bon, che collabora con
me nella conduzione di due serie di racconti: “Scrittori
alla sbarra - Gli interrogatori impossibili del commissario
Cardona” e “Le notti di Monteselva”, una saga che si
ispira all’attività di volontariato dell’Associazione
Medici Volontari Italiani. L’altro romanzo “in cottura”
è un nuovo episodio della saga di Monteselva, un caso
intricato e torbido che, ancora una volta, sarà chiamato
a risolvere il “Leone”, ma…
Ma?
Oh, di questo “ma” ti parlerò magari nel
corso della prossima intervista. Anche nel più luminoso
degli ambienti, disse qualcuno, un angolo d’ombra non
è mai di troppo.
Figurati in casa di uno scrittore come
me.
Chi è Patrizio Pacioni

Patrizio Pacioni, romano, scrittore
eclettico ma con spiccata vocazione al giallo-noir.
Dopo l'esordio col romanzo breve "Un lungo addio"
(Taurus - 1997) in cui si narra del tragico amore incestuoso
tra fratello e sorella poco più che adolescenti, prende
inizio la trilogia noir “Lac du Dramont” (Nuovi Autori
- 2000) “Chatters” (Nuovi Autori 2001) “DalleTenebre”
(Effedue Edizioni 2002). Dopo una pausa che l’ha visto
cimentarsi col romanzo drammatico-intimista “Mater”
(Effedue Edizioni 2004) e con “Quel ramo del lago” (Effedue
Edizioni 2005 - una delle più sorprendenti, originali
e irriverenti rivisitazioni del capolavoro manzoniano)
l’approdo al giallo d’impianto classico con la creazione
del commissario Leonardo Cardona, scomodo poliziotto
che debutta in “Essemmesse” (Effedue Edizioni - 2006). Nell’aprile
2008 secondo episodio delle avventure del “Leone” con
il visionario “Malinconico Leprechaun” (ambientato in
Irlanda, edito da Sampognaro & Pupi), cui farà prossimamente
seguito, per le stampe di Edizioni di Latta, il cupo
“Seconda B” , un thrilling di ampio respiro che coinvolgerà
l’intera cittadina di Monteselva.
Il suo sito personale www.patriziopacioni.it
costituisce da tempo un frequentato osservatorio
su ogni tipo di produzione artistica, aperto all’informazione
e al sociale, e al tempo stesso un costante riferimento
per gli autori emergenti.
Nel blog
è stato invece creata, in modo virtuale
ma del tutto verosimile e realistico, una suggestiva
città di Monteselva, sito della fantasia in cui possono
prendere libera cittadinanza scrittori, lettori e semplici
curiosi.