Il vero nome di Auguste Le Breton
(nato a Lesneven il 18 febbraio 1913 e deceduto a Parigi
il 31 maggio 1999 era Auguste Montfort. Rimasto orfano
a un anno fu portato in un orfanotrofio dal quale evase
ben due volte prima di finire in un riformatorio. Logico
che, con queste premesse, abbia poi trascorso un’adolescenza
burrascosa, che lo portò a frequentare brutte compagnie
e a macchiarsi di numerosi piccoli crimini. Rififi,
suo primo e grandissimo romanzo, uscì nel 1953. è universalmente
considerato un antesignano e uno dei più grandi esponenti
del genere noir francese e mondiale.
-Gaetano, la vuoi
finire o no? È tutta la mattina che vai rompendo l’anima
con questa storia del Moulin Rouge.-sbottò Cardona.
-Commissà, vuol
farmi credere che non ci ha fatto un pensiero pure lei?-gli
rispose Gargiulo, in un disperato quanto inutile tentativo
di difesa.
-Guarda che una
bella donna nuda attizza anche me, che ti credi? Peccato
però che siamo venuti qui a Parigi per ben altri motivi,
nel caso te lo fossi dimenticato.-
-Messaggio ricevuto,
dottore.-
-Bravo. Però adesso
vediamo di allungare il passo e di darci una mossa:
l’ispettore Bové ci sta aspettando.-
-Lei mi vuole uccidere!
Con la camminata che m’ha fatto fare ieri, in giro per
tutti i monumenti di Parigi, tengo i piedi che già chiedono
misericordia.-
-Ah! Farti uscire
dal baratro dell’ignoranza è davvero un’impresa impossibile.-
Così discorrendo,
i due uomini si fecero strada attraverso una marea di
gente che percorreva rue Montmartre in entrambe
le direzioni: parigini e turisti come formiche impazzite,
diretti chissà dove e a velocità variabili, alcuni con
il naso per aria, altri con gli occhi piantati nelle
vetrine dei Café storici della capitale. A Cardona
venne in mente un quadro di Pisarro, raffigurante il
boulevard sul finire dell’800, gremito di gente
e di carrozze.
-Alla prima occasione
darò una rispolverata ai miei libri d’arte.- si ripromise,
allorché una squisita fragranza di caffé e croissants
appena sfornati gli si intrufolò all’improvviso
nelle narici. Un aroma che, come spesso accade, si portò
a rimorchio un vivido ricordo: quello delle colazioni
clandestine consumate con Diana, nudi tra le lenzuola
della “loro” camera al Motel del Poggio.
Peccato che stavolta
la sua “Venere Desnuda” non avesse potuto seguirlo,
precettata all’ultimo momento da quel bastardo del suo
capo per un misterioso reportage urgente.
-Sento un certo
languorino.- l’informò Gargiulo, distogliendolo dai
suoi pensieri.
-Languorino? Ma
se a colazione hai ripulito il buffet dell’albergo?-
lo rimproverò Cardona, innervosito da tutte quelle lamentazioni
mattutine.
-Ma non ha visto
quanto ben di Dio in queste…-
Si interruppe, cavando
di tasca un minuscolo vocabolario turistico e sfogliandolo
freneticamente.
-… patisseries
e boulangeries?- proseguì, con pronuncia e accenti
da denuncia penale.
-Che devo dirle,
dottore: io non so resistere alle tentazioni.-
-Ah, vedo che anche
tu hai letto Baudelaire.- si complimentò Cardona.
“Finalmente un barlume
di cultura anche nella bestia.” pensò tra sé e sé, piacevolmente
sorpreso.
-Bollér? E chi è?
Un altro suo amico parigino?-
-Come non detto.-
mormorò a fior di labbra il “Leone”, alzandosi il bavero
del soprabito.
*°*°*°*°*°*°*°*°*°*
Il Commissariato
centrale del secondo distretto è situato all’inizio
di Rue du Croissant, storica sede dei più importanti
giornali francesi, vicino alla Borsa di Parigi.
Quando arrivarono
Cardona e Gargiulo, la facciata a vetri rifletteva l’immagine
dei palazzi di fronte. Il portone d’ingresso, spalancato
sulla via, lasciava intravedere il pavimento chiaro
dell’atrio, sul quale una giovane donna era intenta
a passare un grosso mocio.
Il commissario,
in un accettabile francese, le domandò dove si trovasse
l’ufficio dell’ispettore capo Bové.
-No sabe nada.-
rispose la donna.
-Ma possibile che
con tutti gli stranieri che vivono qui, dovevo proprio
beccarne una che non spiccica una sola parola di francese?-
sbottò il Leone, cercando qualche indicazione utile
nella mappa degli uffici appesa alla parete.
-Vediamo un po’.
Ecco qui: ispettore Bovè, primo piano, stanza 34.- esclamò
soddisfatto dopo qualche secondo, picchiettando il dito
sulla piantina.
-Andiamo, Gaetà:
smettila di contemplare le chiappe della spagnola e
seguimi.- sollecitò poi il suo agente, dirigendosi a
passo spedito verso le scale.
Quando furono davanti
all’ufficio di Bové, si fermarono un istante. La porta
era chiusa e dall’interno giungevano voci concitate.
-Merde! La
vuoi dire la verità, sì o no? Sono stufo di sentirti
ripetere sempre le stesse cazzate!- tuonò una voce baritonale,
accompagnata dal clamore di un pugno sbattuto sul tavolo.
-Io dico la verità.
Allah mi è testimone.- replicò un’altra voce, per nulla
intimorita, anzi alquanto strafottente.
Cardona e Gargiulo
si scambiarono un’occhiata di traverso: sapevano fin
troppo bene come andavano le cose in quelle occasioni.
-Con certa gente,
piuttosto che alzare la voce, è molto più efficace alzare
le mani.- fu il commento del Leone.
In quel preciso
istante, la porta si spalancò. Ne uscì un agente in
divisa da flic, che si tirava dietro un maghrebino con
le manette ai polsi. Il prigioniero lanciò un’occhiata
veloce a Cardona, dopo di che emise una specie di grugnito
e seguì il suo carceriere.
Poi, fece la sua
comparsa Bové.
L’ispettore Hector
Bové, era una montagna di carne che tracimava da tutte
le parti, un corpo enorme perennemente sacrificato in
una divisa troppo stretta, i cui bottoni minacciavano
da un momento all’altro di schizzare via come proiettili.
Un faccione rubicondo e un folto paio di baffi “sale
e pepe” completavano un quadro che, per i sfortunati
malviventi che gli capitavano tra le grinfie, doveva
risultare quantomeno inquietante.
Bové stese il braccio,
stringendo in rapida successione le mani di Cardona
e di Gargiulo con una presa da lottatore.
-Bienvenu, mon
ami! Che piacere rivederti dopo così tanto tempo.-
esclamò poi con sincero slancio.
-Piacere mio. Ti
trovo in gran forma, Hector! Neanche un etto in meno,
eh?- replicò il “Leone”.
-Avete fatto buon
viaggio? L’hotel è di vostro gradimento?-
-Tutto perfetto,
come sempre, quando salgo a trovarti: anzi, mi sono
sempre chiesto come mai tu abbia scelto questo mestiere,
invece di mettere su un’agenzia di viaggi.-
-Ma io lo faccio
già!- ribatté quella specie di gigante, strabuzzando
gli occhi.
-Hai mai fatto il
conto di quante escursioni ho organizzato per i nostri
amici delinquenti? Da casa al carcere, comodamente seduti
in un cellulare con le sbarre ai finestrini!-
Poi, liberato un
sonoro sghignazzo, con un inequivocabile gesto della
mano, più pelosa di una zampa d’orso, invitò i due ospiti
a precederlo nel suo ufficio.
Una volta che Cardona
e Gargiulo si furono accomodati, Bové sprofondò nella
sua poltrona king-size, probabilmente ordinata su misura,
ansimando leggermente.
-Donc, prima
di ogni altra cosa voglio ringraziarti per avere accettato
di collaborare con la polizia francese. Leonardo, sei
la prima persona che mi è venuta in mente quando abbiamo
arrestato Adriano Bossari al Roissy-Charles de
Gaulle.-
-Merito delle nostre
lunghe chiacchierate a Milano, dopo il convegno sulle
tecniche di repressione del traffico internazionale
di droga.- osservò il “Leone”, annuendo.
-Chiacchierate e
abbuffate!- precisò il buongustaio Bové, con gli occhi
che gli si illuminavano al ricordo delle specialità
culinarie italiane.
-Puoi dirlo forte,
ma soprattutto da parte tua. Non mi era mai capitato
di cenare con qualcuno che, come te, fosse capace di
triturare sei cotolette alla milanese e tracannare un
litro e mezzo di vino in meno di mezz’ora.-
-Mais oui,
sono una buona forchetta, effectivement. Ma veniamo
al motivo per cui ti ho chiesto di raggiungermi qui
a Parigi. Tu hai una notevole esperienza nel campo del
narcotraffico internazionale e sei abbastanza elastico
per non lasciarti intrappolare nelle maglie della burocrazia
che regola la cooperazione tra polizie nazionali.-
-Ti ringrazio per
la stima che mi dimostri, Hector. D’altronde, come ti
ho anticipato al telefono, la questione mi coinvolge
direttamente, visto che recentemente a Monteselva sono
morti un paio di ragazzi per overdose. Nel loro sangue
abbiamo trovato una mistura micidiale di cocaina e stricnina.-
-Già, e quando l’abbiamo
beccato all’aeroporto, quel Bossari aveva addosso robaccia
simile. Talmente tanta che per poco i cani non davano
fuori da matti.-
-Per telefono mi
hai accennato che state già battendo una pista.-
-Sì, pare che la
droga fosse diretta in Italia, proveniente dall’Olanda.
Il Bossari, messo sotto torchio, si è lasciato sfuggire
un nome: Auguste Montfort, meglio conosciuto come Le
Breton.-
-Lo scrittore, giusto?-domandò
Cardona, che come sua abitudine si era già informato
al riguardo.
-Scrittore e presunto
boss della malavita locale, a quanto sembra: un “mafioso”,
come lo chiamereste voi in Italia. Pare che sia lui
a gestire tutta la droga in transito a Parigi.-
-E dove si trova
adesso questo campione?-
-Qui in città. Lo
stiamo pedinando giorno e notte, ma senza bisogno di
spremere eccessivo sudore. Gran parte del suo tempo,
infatti, lo trascorre al New Morning, un famoso
jazz club in Rue des Petites Ecuries.
Roba da buongustai, direi.-
Cardona si sfregò
le mani e si lasciò andare a un sorriso da orecchio
a orecchio.
-Gaetano, stasera
ti voglio in giacca e cravatta. Ci aspetta la vita notturna
della Ville Lumière!-
*°*°*°*°*°*°*°*°*°*
Erano da poco passate
le ventuno, quando i due poliziotti vennero fuori dalla
linea 14 del metrò. Nei pressi della Gare Saint-Nazaire,
sulla rive gauche, nel cuore del decimo distretto,
senza esitazioni si misero alla ricerca del locale notturno
indicato da Bové.
-Strano, però: un
boss della mala parigina che passa quasi tutte le sue
serate in un quartiere così elegante.- mormorò tra sé
e sé il Leone, mentre Gargiulo camminava come se avesse
sotto i piedi un tappeto di uova fresche.
-Qui visse per qualche
tempo anche il grande Paul Verlaine.- disse poi a voce
più alta, rivolgendosi a Gargiulo.
-Vernel? Ma non
è un detersivo?- fu la candida risposta dell’agente,
-Gaetà, si può sapere
dove le vai a pescare certe fesserie?- lo rimproverò
il commissario, sforzandosi di non scoppiare a ridere.
-Passiamo alle cose
serie, piuttosto: oggi pomeriggio, mentre ti rincoglionivi
davanti alla tv, io leggevo l’incartamento che ci ha
consegnato Bové.-
-Dottore, c’era
la partita Marsiglia-Lione, e lei lo sa quanto mi piace
il calcio. Ma mi diceva del fascicolo…-
-Sì, c’erano parecchie
notizie sul nostro amico, anche se diverse le conoscevo
già. Un uomo piuttosto sfortunato, con una vita costellata
di disgrazie e di personaggi loschi. Se, invece che
in un elegante jazz club, avessimo dovuto recarci a
stanarlo nella più sordida delle bettole, ti confesso
che non mi sarei meravigliato più di tanto.-
-Allora buon per
noi, commissà: vorrà dire che, male che vada, ascolteremo
della buona musica!- si rallegrò Gargiulo, meritandosi
un’occhiataccia da parte del superiore.
Il New Morning si
trova nel Quartier Vert, in una via interdetta
al traffico automobilistico, vicino alla stazione ferroviaria
di Saint-Lazare e a Place de la République.
Grazie alle indicazioni di Bové e alle numerose locandine
disseminate ovunque, i due riuscirono a individuare
il locale con estrema facilità.
All’esterno, un
muscolato buttafuori di colore regolava una lunga fila
di persone in attesa di entrare. Dopo avere sbirciato
i distintivi forniti da Hector, si fece da parte per
far passare i due poliziotti italiani, non prima però
di avere indirizzato verso di loro uno sguardo schifato.
Cardona e Gargiulo, pur costretti per motivi di opportunità
a ignorare il fortissimo prurito che entrambi avvertivano
alle mani, lo ricambiarono con altrettanta muta schiettezza.
-Mamma, che posto!-
commentò una volta dentro Gaetano, che pareva proprio
un bambino al luna park.
-Raffredda i bollenti
spiriti e ricordati che siamo qui per lavoro.- lo ammonì
il commissario, afferrando per un gomito il primo cameriere
di passaggio.
Seguì un breve conciliabolo
a bassa voce, al termine del quale Cardona infilò un
paio di banconote nella tasca della giacca dell’agente.
-Eccolo laggiù,
il Bretone.- annunciò poi a Gargiulo, accennando discretamente
un settore appartato della sala. Lì, seduto a un tavolino
d’angolo, con una Gauloise tra le labbra, c’era
un uomo sui settanta, intento a osservare i movimenti
nella sala. Era vestito completamente di nero, coi pantaloni
stirati di fresco e un foulard color panna che faceva
capolino dallo scollo della camicia. Abbassando lo sguardo,
Cardona notò le scarpe tirate a lucido, col davanti
a punta e tacchi troppo alti per non suscitare curiosità.
All’avvicinarsi
dei due poliziotti, il tizio piantò gli occhi in quelli
di Cardona, studiandolo attentamente.
-Lei è Messieur
Auguste Le Breton?- chiese il commissario, sfoderando
un sorriso che avrebbe allarmato chi lo conosceva più
da vicino.
-Così si dice in
giro.- fu la laconica risposta.
“Che buontempone!”
commentò mentalmente Cardona “Uno di quelli che per
risparmiare usano le parole col contagocce. Il che non
necessariamente è un difetto, purché dietro ci sia un
pizzico d’intelligenza.”
-Siete due flic,
n’est-ce pas?-
Cardona scambiò
con Gargiulo un’occhiata interrogativa, poi tornò a
volgersi verso il Bretone.
-Sbirri, per la
precisione. Mi sembra che nel gergo della mala, da queste
parti, si usi dire così.- rispose serafico.
-N’est-ce pas?-
aggiunse con malcelata ironia.
-Simpatici, voi
italiani! Non vi smentite mai, a quanto vedo.-
-Che gli italiani
siano “simpatici” è un luogo comune, pari a quello secondo
cui i francesi sarebbero i più eleganti del mondo.-
ribatté il Leone.
-Quindi Gaetano,
per rinnovare il tuo obsoleto guardaroba, dovresti chiedere
a questo signore di farti un corso accelerato di stile.-
aggiunse, dando di gomito al suo collaboratore.
-Dottò, ma lei mi
vuole mandare ai pazzi.- protestò l’agente, che non
aveva colto al volo l’ironia.
-Insomma, siamo
venuti fino a quassù per stroncare un traffico internazionale
di droga o per farci una gita di piacere?- sussurrò
poi all’orecchio del commissario.
Messieur Monfort,
che era anziano sì, ma non certo sordo, trattenne a
stento un sorriso.
-Ho due carissimi
amici a Napoli, vous savez?- si premurò di informare
Gargiulo, dopo aver aspirato dalla sigaretta una profondissima
tirata.
-Davvero? Pensavo
che avesse dei contatti nel “Clan dei Siciliani”.
In quel suo romanzo ne scrive con tanta cognizione di
causa e così in dettaglio, che parrebbe quasi che se
la sia fatta con loro.- osservò causticamente il “Leone”.
La risposta del
Bretone fu solo una smorfia insofferente.
-Dunque, i suoi
amici napoletani come si chiamano?- insistette allora
Cardona.
-Salvatore Caltagirone
e Mimmo Lo Cascio. Li conosce anche lei?-
-Solo di nome e
di fama. Per loro fortuna non sono venuti mai a spennare
galline dentro al mio pollaio.-
Il commissario schioccò
le dita, come se gli fosse venuto all’improvviso in
mente qualcosa.
-A proposito di
“carissimi amici”, per caso ne ha qualcuno anche nel
Nord Italia?-
-Oh, “amici”…- osservò
pensoso il Bretone, soffiando verso l’alto una nuvola
di fumo.
-“Amici” è una parola
grossa. Conoscenti, sarebbe meglio dire.-
*°*°*°*°*°*°*°*°*°*
In sottofondo, il
suono della tromba di Louis Armstrong si mescolava
al brusio della gente e al tintinnio dei bicchieri.
Quella sera niente musica dal vivo, contrariamente al
solito.
Una certa arsura
“tattica” si era nel frattempo impadronita della gola
di Cardona.
-Gaetano, vammi
a prendere qualcosa da bere, per favore. I soldi ce
li hai.- ordinò Cardona.
-Messieur Monfort,
cosa posso offrirle?- chiese poi, prima che Gaetano
si avviasse.
-Un bicchiere di
bianco, grazie.- accettò di buon grado Le Breton, levando
in alto il pollice destro.
- Che sia buon
vino francese, mi raccomando.- ricordò a Gargiulo, che
intanto già gli aveva voltato le spalle e si stava avviando
alla volta del bar.
Non appena l’agente
si fu allontanato, Cardona spostò una sedia e si accomodò
al tavolo dello scrittore.
Guardando da vicino
e con gli occhi ormai abituati alla penombra del locale
appena rischiarata dalle luci soffuse, notò che il volto
del francese rivelava una fitta ragnatela di rughe.
In particolare, due “solchi” correvano lungo le guance,
segno di una personalità votata alla menzogna, secondo
i principi della fisiognomica che il commissario ben
conosceva.
-A essere sincero,
pensavo di incontrarla in qualche locale equivoco di
Pigalle, piuttosto che in un ambiente elegante come
questo.- attaccò subito, sfoderando una nonchalance
degna di un aristocratico francese d’altri tempi.
-Smisi di frequentare
Pigalle quando cominciarono ad arrivare i primi acciacchi
della vecchiaia.- disse il Bretone, con un velo di malinconia
nello sguardo.
-Ma lei, per sua
fortuna, è ancora troppo giovane per comprendere di
cosa sto parlando.- si riprese immediatamente, dopo
essersi schiarito la voce con un colpo di tosse.
-Posso immaginare:
vita notturna, belle donne, affari importanti… deve
essere davvero una fatica immane.- insinuò il commissario
con provocante ironia.
-Sappia che non
rinnego nulla del mio passato. L’uomo che sono oggi
è il frutto delle mie esperienze, che ripeterei tutte,
una per una.- ribatté Monfort con un moto di orgoglio.
-Il fatto è che
quello che lei definisce passato, secondo quanto
mi dicono i colleghi della polizia francese coinciderebbe
tuttora col suo presente.- incalzò però il Leone,
senza lasciarsi minimamente impressionare.
-Lei si sta riferendo
all’ispettore Bové, c’est vrai? Davvero un personaggio
squallido e incompetente, per come la vedo io.-
-Per come la vede,
lei, appunto.- fu l’indispettita reazione del “Leone”,
che invece aveva una grande stima delle capacità professionali
del collega francese.
-Ma, tralasciando
questo, resta il fatto che, come ben saprà, la polizia
ritiene che lei sia a capo di una vasta organizzazione
che gestisce il traffico di droga a Parigi e che probabilmente
vuole conquistare una fetta di mercato nel Nord Italia.-
-Bové si sbaglia!-
-Qualcuno ha cantato
e ha fatto il suo nome.-
-Quel qualcuno mente!-
-Difficile crederlo,
quando i peggiori malviventi di Parigi vanno e vengono
da casa sua come se si trattasse di una panetteria in
stagione di saldi.-
-Perché? Cosa c’è
di strano? A lei non capita mai di invitare qualcuno
a cena?-
-Gente dalla fedina
penale talmente sporca da…-
-Si risparmi la
paternale, commissario: tanto con me non funziona.-
sbottò Le Breton, aggrottando le foltissime sopracciglia
nere che contrastavano con un’incipiente calvizie.
-Ho trascorso la
maggior parte della mia giovinezza tra orfanotrofi e
case di correzione: di che tipo di amicizie si aspettava
potesse circondarsi uno come me?- proseguì, in tono
strafottente.
-E, a proposito
di amicizie, dove diavolo è andato a cacciarsi il suo
tirapiedi? Non si sarà mica perso tra le cosce di qualche
entraineuse?-
*°*°*°*°*°*°*°*°*°*
Man mano che la
sera cedeva il posto alla notte, il New Morning si riempiva
sempre di più. Il locale brulicava ormai di avventori,
in parte seduti ai tavoli, in parte appollaiati nei
pressi del bancone del bar su slanciati sgabelli neri,
laccati come i tavolini e il pianoforte a disposizione
degli artisti per le serate dal vivo: uno splendido
Hermann c172 sistemato sopra un palco leggermente
rialzato rispetto alla sala, talmente lustro da riflettere
le luci del locale e da riuscire a catturare l’attenzione
della gente anche quando non c’era nessuno che lo stesse
suonando.
Il rosso dominava
incontrastato ovunque: dalle pareti, tappezzate con
i poster dei mostri sacri del jazz, che contribuivano
a creare un’atmosfera intima e a tratti surreale, ai
morbidi tappeti stesi sul pavimento per attutire i rumori
e lasciare il giusto spazio alla musica.
Il colloquio tra
il Leone e il Bretone, iniziato in modo amichevole,
stava progressivamente degenerando in un’aspra scaramuccia
verbale, nonostante la malinconica dolcezza de “La
vie en rose”, cantata in sottofondo dalla
voce d’usignolo di Edith Piaf.
-Io non ho tirapiedi.-
fece presente Cardona, accompagnando le parole con una
torva smorfia di disgusto. -Piuttosto… lei cosa mi dice
di Tony il Lionese?-
Un colpo tirato
con la precisa intenzione di fare male, che arrivò a
segno, smuovendo qualcosa in quella maschera impassibile
che era il volto di Montfort.
-Tony era un carissimo
amico dei tempi di Pigalle. È morto in carcere qualche
anno fa. Ma perchè mi fa questa domanda?-
-Perché mi interessa
il suo passato, tutto qui.-
-Pigalle è un capitolo
chiuso della mia vita, come le ho già detto. Tuttavia,
visto che ci tiene tanto, sono disposto a soddisfare
la sua morbosa curiosità. Quindi, se ha altre domande…-
-Chi gestiva all’epoca
il traffico di droga?-
-La droga non era
l’affare più importante. A quei tempi, per la mala,
la merce più preziosa era rappresentata dalle donne.-
-Per favore, Montfort,
non cerchi di scantonare.-
-Si calmi commissario.
Le ricordo che lei qui è solo un ospite.-
-Ma sono anche un
poliziotto, io. Lei, invece? Chi è davvero?-
-Uno scrittore.
Dovrebbe saperlo.-
-Sì, ho letto il
suo Rififi: una storia avvincente, molto movimentata,
ma al tempo stesso costruita in modo piuttosto sommario,
disseminata di luoghi comuni e, soprattutto, di personaggi
alquanto inverosimili.-
-Non pretendo certo
che i miei romanzi possano piacere a tutti.-
-Guardi che stiamo
parlando solo di gusti personali. Tra l’altro devo ammettere
di avere molto apprezzato altre cose scritte da lei:
La legge della strada, Raffiche sulla città, La Malagrossa.
E un Rififi a Praga davvero niente male: a quanto
pare le “indagini in trasferta” sono un toccasana per
il detective Mike Coppolano.-
-Oh, un lettore
attento, finalmente!-
-Ma lasciamo perdere
i libri e torniamo alla domanda di prima: allora, chi
gestisce…-
-Le ripeto che negli
anni di cui stiamo parlando erano le donne a costituire
la fonte di guadagno più importante per la malavita
locale. Vede, non c’era ancora stata l’invasione delle
nere e delle slave, dunque la maggior parte delle prostitute
era costituita da ragazze francesi: se una di loro si
permetteva di disobbedire, le venivano spianati i seni
col ferro da stiro… Tanto c’era subito qualcun’altra
pronta a prenderne il posto. Una più docile e remissiva,
s’intende.-
-Interessante nota
di costume, ma …-
-Francesi erano
pure i magnaccia che, oltre a dedicarsi allo sfruttamento
della prostituzione, gestivano le loro case da gioco
clandestine e si dedicavano alle rapine e alla ricettazione.-
proseguì imperterrito Le Breton, vanificando sul nascere
il tentativo di Cardona di riportare il colloquio sui
binari giusti.
-Poi però arrivarono
gli algerini e iniziarono i guai.-
-I guai?-
-Sì, esattamente.
All’inizio si pensava che si potesse coesistere semplicemente
restando ciascuno nel suo, cioè con i “caffelatte” che
si impegnavano solo ed esclusivamente nel traffico di
stupefacenti, mon ami. E infatti per un po’ si
andò avanti in pace. Ma alla fine, inevitabilmente,
qualcuno pestò i piedi a qualcun altro, e tra i due
clan scoppiò una guerra all’ultimo sangue.-
-Mi faccia capire…-
lo interruppe il “Leone”, che si era fatto improvvisamente
più attento. -… vuole forse dire che farei meglio a
cercare la persona che mi interessa nella comunità algerina?-
-Voglio soltanto
dirle dove non cercarla. Dopo gli algerini arrivarono
gli albanesi, seguiti a ruota dai romeni. Ebbene sì,
commissaire, ormai anche la malavita si è globalizzata,
o meglio imbastardita.- puntualizzò il Bretone con una
punta di nostalgia per i bei tempi andati.
-Lei che ruolo aveva
nella malavita dell’epoca?-
-Ero un assiduo
frequentatore delle case da gioco e dei bordelli. Le
mie dita passavano dalle regine delle carte da poker
alle donne in carne e ossa, purché fossero giovani,
belle e disponibili. Un semplice cliente del sistema,
insomma.-
-Ma dico, lei vuole
prendere per il culo proprio me? Un semplice cliente
non avrebbe in nessun modo potuto raggiungere la popolarità
e la fama di boss della mala di cui lei gode ancora
oggi.- contrattaccò il Leone, alzando considerevolmente
sia il tiro che la voce.
-Una fama legata
alla mia attività di scrittore, evidentemente: si vede
che qualcuno dei miei lettori mi apprezza al punto di
pensare che certe cose non avrei potuto mai scriverle,
se non le avessi già vissute in prima persona.-
-Anche la polizia
francese l’apprezza molto, visto che il suo nome compare
in svariati rapporti e verbali ufficiali.-
-Io amo vivere dove
c’è vita. E per questo sono disposto a correre dei rischi.
Altrimenti, che uomo sarei?-
“Almeno la filosofia
vorrei risparmiarmela, stasera.” pensò Cardona, con
un moto di disappunto.
-Tony il Lionese,
Jo lo Svedese, Mario l’Italiano… sono tutti morti ammazzati.
Adesso chi fa parte della sua organizzazione?- incalzò
allora secondo il suo stile, diretto e deciso come un
tir in autostrada.
-Senta, signor sbirro,
forse farebbe meglio a preoccuparsi di Bové il Maiale
e dei suoi poco ortodossi metodi d’indagine. Qualcuno
mi ha detto che quel Bossari, il suo connazionale fermato
all’aeroporto, è stato malmenato brutalmente.-
-Visto che è così
informato, cosa mi dice di una partita di cocaina “condita”
con la stricnina che ha seminato di morti le strade
della mia regione?-
-Roba proveniente
da Amsterdam, “lavorata” a Parigi e poi ripartita con
destinazione Nord Italia. Ma immagino che questo lei
lo sappia già.-
-So che a Monteselva
quella merda ha ucciso un ragazzo di diciassette anni.
Una morte atroce, che non augurerei al peggior nemico.-
-Quindi neanche
a me.-
-Non si monti la
testa: non c’è certo lei, in cima alla lista dei miei
problemi. Piuttosto, si ricordi di andare al Sacre
Coeur ad accendere un paio di candele al suo santo
preferito: la fama ha spesso bisogno di una spintarella.-
-Senta, dottore,
tanto per dare un taglio a questa assurda pantomima
e lasciarla tornare a sbrigare faccende più importanti...-
sbottò il Bretone.
-Sono tutto orecchi.-
-Non voglio certo
convincerla che sono uno stinco di santo, dottor Cardona.
Ammetto di avere commesso un mucchio di errori nella
mia vita. Qualcuno anche grave. Da bambino difficile,
e poi da adolescente disturbato, non potevo che diventare
un adulto incazzato con il resto del mondo. E infatti
il mio percorso di vita ha sempre rasentato il sottile
confine che separa il lecito dall’illecito, sconfinando
spesso nella parte proibita.-
-Ma questo non è
solo il passato: lei sta tuttora prendendosi
gioco della Legge, caro il mio artista!-
-Vraiment?
E in che modo?-
-Tanto per fare
un esempio, ho letto nel suo dossier che, nei giorni
precedenti alle gare ippiche, si infittiscono oltre
misura le visite che riceve nel suo appartamento in
rue Pasteur. Ce n’è abbastanza per supporre che
lei continui a esercitare la professione di bookmaker
clandestino, non crede?.-
-Sa com’è. Al giorno
d’oggi, arrivare alla fine del mese solo con la pensione…-
-Se è per questo
anche con uno stipendio da piedipiatti non c’è molto
da scialare.-
-Toh! Un poliziotto
dotato di autoironia. Mi piace, sa? Senta, sono davvero
desolato per la morte per overdose di quel giovane.
I ragazzini non si toccano, l’ho sempre pensato, detto
e ripetuto.-
-Davvero un galantuomo,
perbacco. Ma allora come le spiega tutte queste “coincidenze”
che portano a lei?- chiese con foga Cardona, che non
era davvero tipo da lasciarsi intenerire con poco.
-Alors, per
quel che ne so io è che, durante l’interrogatorio in
commissariato, quel Bossari si sia effettivamente lasciato
sfuggire un nome. Ma quel nome, che gli è uscito storpiato
dalla bocca massacrata dagli sganassoni e dalle manganellate
dei suoi amici flic, non era “le Breton”, cioè
il sottoscritto, ma…-
-Ma?-
-Ma Levreton.-
concluse l’uomo, con uno scintillio d’arguzia nelle
pupille.
-E chi è questo
Levreton?- chiese Cardona, aggrottando la fronte.
-Un francese di
origine ucraina, soprannominato “Liski”, che
gestisce lo spaccio a Parigi. Un tipo pericoloso, spietato
con chi sgarra, in confronto al quale i rais
dei miei tempi avrebbero fatto la figura di timide educande.
Se vuole incontrarlo si faccia un giro a Pigalle, al
Sexodrome in Boulevard de Clichy. Mi dicono
che bazzica spesso quei paraggi.-
-Grazie dell’informazione,
la passerò senz’altro a Bové.- si limitò a commentare
il commissario, che sapeva distinguere la verità dalla
menzogna.
-Incrociamo le dita,
allora. Come le ho detto non ho molta fiducia nelle
capacità di quel…-
-Ora scappo, ma
prima di andarmene farò meglio a recuperare Gargiulo.-
tagliò corto Cardona, guardandosi intorno, prima che
il Bretone avesse il tempo di spalare altro fango sul
suo collega della Gendarmerie.
-Se gli occhi non
m’ingannano, sarà meglio che si sbrighi, dottore. Sembra
che il suo giovane agente stia prendendo fin troppo
sul serio l’interrogatorio cui sta sottoponendo quella
brunetta tutta burro e pepe.- non si risparmiò di osservare
Le Breton, indicando il bancone del bar.
-Altrimenti, a giudicare
da come sta guardando… la “teste”, credo che lei rischi
davvero di tornarsene in Italia da solo, domani.-
Il “Leone”, strozzato
sul nascere un sorriso spontaneo, si alzò dalla sedia
e squadrò dall’alto in basso il suo interlocutore.
-Non faccia l’errore
di molti suoi connazionali, sottovalutando la serietà
degli italiani quando sono al lavoro: quell’uomo laggiù
è un ottimo elemento, che non si lascia certo confondere
da un paio di occhi dolci e da un po’ di carne scoperta.
Sarebbe una leggerezza piuttosto banale, soprattutto
per uno scrittore come lei.-
-Ah sì?-
-Oui, monsieur.
Quello che sta facendo il mio buon Gaetano è solo ed
esclusivamente un’ottima azione di mimetizzazione.-
Detto questo, Cardona
volse le spalle e mosse un paio di passi.
Poi si bloccò.
E tornò a girarsi
verso lo scrittore.
-Piuttosto, non
so se la stessa cosa si possa dire del vostro Presidente,
nei confronti di una certa modella italiana.-
Il Bretone restò
per un attimo interdetto, guardandolo con gli occhi
sgranati, in silenzio.
Ma quando il commissario
fu definitivamente lontano, si lasciò andare a un clamoroso
e irrefrenabile scoppio di risa.
*°*°*°*°*°*°*°*°*°*
-Andiamocene, Gargiulo.
Strada facendo faremo il punto della situazione.-
-Non poteva arrivare
prima, commissà? Quella specie di femme fatale
mi si voleva appolipare. Ma io tengo famiglia…-
-No, non potevo
arrivare prima, Gaetano. Dovevo lavorarmi come si deve
quel tizio.-
Dopo avere fermato
un taxi ed essere saliti in tutta fretta, Cardona si
fece riferire da Gargiulo quanto fosse riuscito a sapere
al bar.
-Dottore, ho finto
di essere interessato ad acquistare una dose di cocaina,
come mi aveva detto lei.-
-Taglia corto, Gaetano.-
-Roxanne non ha
resistito al mio fascino latino e ha detto di chiedere
in giro di un certo Pierre Gruter.-
-Uno spacciatore,
Bové me ne aveva già parlato. Nient’altro?-
-Aspetti, commissà,
adesso viene il bello: quando ho iniziato a farle un
po’ di complimenti, beh, è saltato fuori il nome di
un certo pezzo grosso. Pare che lei sia stata la sua
donna qualche tempo fa.-
-Fuori il nome.-
-Liski, un
russo mi pare.-
-Ottimo!- mormorò
a fior di labbra il “Leone”, schioccando le dita. -Si
tratta dello stesso nome che il Bretone ha fatto a me.
Adesso una bella dormita non ce la toglie nessuno.-
-Una dormita? E
lo strip al Moulin Rouge?-
*°*°*°*°*°*°*°*°*°*
Cardona, una volta
rientrato nella propria camera d’albergo, s’infilò sotto
la doccia per togliersi di dosso le scorie che gli aveva
lasciato appiccicate addosso l’aria pesante del New
Morning.
Il telefono squillò
proprio quando era tutto insaponato.
Con Luisa e i bambini
aveva già parlato, dunque…
“Può essere soltanto
lei.” pensò, uscendo dal bagno per correre alla ricerca
del cellulare, completamente bagnato e nudo come un
verme.
-Pronto?-
-Leonardo?-
-Diana! Che bella
sorpresa! Scusa se ti ho fatto aspettare, ma ero sotto
la doccia e…-
-Tutto bene lì a
Parigi?-
-Sì, tutto bene,
amore. Sono un po’ stanco, ma soddisfatto. Ho raccolto
elementi molto importanti, e…-
-Ci tenevo tanto
a sentirti.- sussurrò morbida la voce al telefono, e
il freddo che Cardona aveva avvertito sino a quel momento
si trasformò in calore, tutto concentrato però nelle
reni e all’inguine.
-Sarebbe bello che
tu fossi qui.- mugolò lui, con voce roca.
-Sarebbe bello,
sì.- gli rispose lei.
Silenzio.
-Dove sei, Diana?
A casa?-
-No.-
-Allora dove?- insistette
lui, che cominciava a sospettare… a sperare…
-Qui, nella hall.-
Silenzio.
-Mi metto addosso
qualcosa e scendo giù.- disse lui, parlando velocemente,
nel timore che si trattasse solo di un bel sogno destinato
a dissolversi da un momento all’altro. Oppure, nell’ipotesi
assurda che fosse realtà, che Diana potesse ripensarci
e allontanarsi.
-No, resta così
come sei.- bisbigliò ancora lei, facendolo morire.
-Sto salendo io.-
Non troppo distante
dall’albergo, le luci chiassose del quartiere più licenzioso
di Parigi ammiccavano, come fascinose e ammalianti sirene
nella notte.
In Place Pigalle
gli sfavillanti sex shop aspettavano con le fauci aperte,
pronti a inghiottire torme di viziosi habitués
e di turisti in cerca di facili emozioni.
Nelle strade laterali,
controllata dagli sguardi voraci dei papponi, era esposta
la carne delle prostitute, in vendita a buon prezzo.