Simona De Bartolo
Amici,
vi ringrazio per l’affetto e la cortese attenzione con cui seguite
la mia rubrica di recensioni letterarie. Ci tengo in modo
particolare, nevvero?
“Mangiami” non è di certo un cruento imperativo, ma l’ “Antologia
cannibale” (Magnetica, 2007), curata dallo scrittore torinese
Fabio Marangoni per i più impavidi lettori. Se
volete essere al corrente dei suoi lavori, dopo aver letto
la mia recensione e, naturalmente, il libro, visitate:
www.labitatoredelbuio.blogspot.com
Un avvertimento: “Mangiami …ha fame di te”!
Ehi, siete ancora lì?
Buone Feste e… alla prossima!
SDB

Titolo: Mangiami
Autore: AA.VV.
Casa Editrice: Magnetica Edizioni
Anno Edizione: 2007
ISBN: 978-88-89889-39-8
Pagine: 115
Prezzo: Euro 11, 00
Il lettore è avvertito dal titolo, Mangiami, che
sta per incamminarsi in un percorso di paura, ma proprio
per questo, subito, “la tema si volve in disio” e si addentra
in… piccole perle della letteratura dell’orrido, attratto
dalla descrizione, carica di crudo realismo, degli aspetti
più malati della psiche umana, del putridume morale e
di quello materiale che offendono i sensi e non solo.
Mangiami, già con l’efficace copertina di Fabiano
“Deimos” Zaino, con “Mangia, mangia…”, l’intelligente
premessa di Fabio Marangoni, curatore dell’ “antologia
cannibale”, ci assicura che l’appetito verrà mangiando.
Introdotto da una naturale dolcezza di musica, colori
e profumi, ma in un’atmosfera misteriosa e un po’ fiabesca,
“Il banchetto” di Matteo Gambaro propone un assaggio preparatorio,
durante… un plenilunio.
“Carname” di Fabio Marangoni si distingue per la consistente
impalcatura narrativa e la vis descrittiva, che ci fa
pensare, quest’ultima, ad una forte “presenza” dello scrittore
nella contestualità della narrazione. “La carne non tradisce”
di Marco Cartello fonde in modo ben articolato l’horror
e una puntuale analisi psicologica.
Se “Il sogno di un bambino” di Raffaele Serafini fa nascere
il desiderio di rivalsa di una condizione d’impotenza,
di un senso d’inferiorità e se “Nero è polpa” di Antonio
Favero, breve, ma originale e significativo racconto,
dimostra che la violenza sui minori non si estingue con
la cosiddetta civilizzazione, “Il giusto epilogo”
di Veronica Squizzato, racconto brevissimo, ma efficace,
procede ad un’interpretazione esagerata, in chiave moderna,
di una favola e di “quello che non si racconta ai bambini”,
e, così, l’elemento fiabesco, in “Abbondanzieri” di
Claudio Foti, si carica di esasperati aspetti truculenti.
Se in “Canis caninam non est” di Carmine Cantile l’interpretazione
da parte degli indigeni della parola di Cristo desta nel
lettore sgomento e amaro sorriso e “La cena di Natale”
di Malcom Vallet, attraverso una situazione socialmente
difficile e realmente possibile, progredisce verso una
tragedia familiare di sangue e cannibalismo, in “Carne
di gabbiano” di Alberto Priora, l’antropofagismo,
presente in tanta letteratura e nel cinema, viene trattato,
in relazione agli effetti psicologici, come elemento di
sopravvivenza.
In “La valigia” di Lombello Edoardo, in cui il desiderio del
sacrificio di Cristo come elemento necessario per la vera
vita presenta analogie con lo stesso tema del Vangelo
di Giuda di Antonio Bica, in “Gambe” di
Michele Tosolini e in “Un matto, una mattina” di
Mario Malgieri la psiche turbata disumanizza completamente
i protagonisti. In “Il frigorifero” di Vito Ferro, l’horror
viene introdotto e accresciuto gradualmente, ma poi lasciato,
nell’evoluzione finale, all’immaginazione del lettore.
“Uno di quei giorni gialli” di Alberto Manca è senz’altro originale
ed efficace per la vis immaginifica e, dulcis in fundo,
per la trovata finale.
In “Come noi” di Mario Gazzola l’horror investe la problematica
dell’esperimento scientifico che viola la natura, che,
a sua volta, si vendica.
E’ come se i racconti di quest’antologia tenessero a bada le
nostre ansie e le nostre paure portando agli estremi l’orrore
della più recente cronaca nera. Carichi d’immagini nauseabonde,
ma nitide, realistiche, lontane dalla sfera onirica, ci
fanno rabbrividire, inorridire per l’efferatezza di menti
sofferenti e malate, “…l’istinto dei folli vigila le spalle
dei ragionevoli” (da “Carname” di Fabio Marangoni), ma,
nello stesso tempo, almeno per certi aspetti, richiamano
alla mente i grandi maestri dell’orrido, fra cui, perché
no, Dante Alighieri, che, nel XXXIII canto, vv. 1-3, dell’Inferno,
presenta il conte Ugolino della Gherardesca, che, per
l’eternità, rosicchia il cranio dell’arcivescovo Ruggieri:
“La bocca sollevò dal fiero pasto
Quel peccator, forbendola a’ capelli
Del capo ch’elli avea di retro guasto”.
Simona DE Bartolo
per www.patriziopacioni.it
ATTENZIONE! Questa
recensione è stata pubblicata per la prima volta in Rete
su KULT Underground n.152