Le
interviste di
www.patriziopacioni.it
dicembre
2008
1
Luigi
De Luca
(intervistato
da Mariella Gori)
Luigi
De Luca é nato nel 1976. Dopo anni di esperienza
in un’emittente radiofonica privata, ha realizzato
il sogno di aprire un’attività indipendente che gli
permettesse di coniugare la sua passione per la lettura,
la scrittura e Internet. Alla fine dell’anno 2000
crea Aphorism.it, oggi uno dei siti di neoletteratura
più visitati della Rete, e successivamente è tra i
fondatori di Ehinet Srl e della holding Gruppo ITER
che sostengono economicamente il progetto culturale.
Nel 2003 frequenta un Master di Ateneomultimediale
a Milano per ottenere la specializzazione in Web Content
Management, e da allora è il Responsabile della Comunicazione
della sua azienda e segue la formazione del customer
care e le attività dell’ufficio stampa. In ambito
multimediale è stato coinvolto in numerose iniziative,
tra cui alcune trasmissioni di RAI Sat. Dopo aver
seguito il “Corso di Giornalismo e Scrittura Narrativa”
promosso dal periodico internazionale Storie, collabora
con la loro redazione che periodicamente gli propone
in lettura libri editi da Leconte. Nel 2004 ha curato
"I Destrieri", prima antologia di racconti
di Aphorism.it, e scritto introduzioni per eventi
culturali e premesse di libri. Con l'Ass. Cult. ToGiCart,
di cui è Presidente dal 2001, ha organizzato mostre,
rassegne di cinema ed eventi di intrattenimento. E’
un appassionato viaggiatore, ha finora visitato mezzo
mondo e non vede l’ora di scoprirne l’altra metà.
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D.
Cominciamo dal nome. Avete pensato a un sito tutto
dedicato alla letteratura, tra poesia e prosa, e l’avete
realizzato con grande passione e professionalità.
Ma, al momento di dargli un nome, avete optato per
un termine piuttosto specifico come “aforisma”. Dunque,
vediamo, il vocabolario italiano definisce l’aforisma
così: «Breve massima enunciante una regola pratica o una verità». L’enciclopedia per eccellenza del web, Wikipedia
recita invece: «Un aforisma
(dal greco aphorismós, definizione) è una breve frase
che condensa - similmente alle antiche locuzioni latine
- un principio specifico o un più generale sapere
filosofico o morale». Per finire, il grande
Giovanni Papini nel suo Dizionario dell'Omo Selvatico
così battezza il termine: «Una verità detta
in poche parole - epperò detta in modo da stupire
più di una menzogna». Fatta questa premessa,
vuoi spiegarci il perché della scelta?
L.D.L.
Considero da sempre l’aforisma come un vero e proprio
genere letterario, l’unico in grado di esprimere grandi
concetti con l’uso di poche e strutturate parole.
Nietzsche, per esempio, affermava: “Chi scrive aforismi
non vuole essere letto, ma imparato a memoria”. E
così anche il nome del sito doveva essere qualcosa
facile da mandare a memoria, e allo stesso tempo rappresentare
l’espressione di un grande progetto collettivo.
Per questo motivo passammo dai soli aforismi di nomi
celebri, all’archiviazione di poesie, racconti e poi
libri anche di autori non conosciuti.
2.
D.
Aphorism è nato nel 2001, quindi, facendo un po’
di scongiuri, ancora poche settimane e il pericolo
della tradizionale e temutissima “crisi del settimo
anno” potrà essere scongiurato. Scherzi a parte, Luigi,
ce la fai a tracciare in 100 parole 100 la storia
di Aphorism?
L.D.L.
Abbiamo iniziato per gioco e siamo ancora on line
dopo otto anni, senza crisi.
Anzi, la nostra crescita è stata costante e dopo
il profondo restyling grafico e tecnico del 2006,
che con la creazione di un’area riservata a ognuno
dei nostri autori ha reso il sito più interattivo,
abbiamo dato nuovo slancio al nostro progetto multimediale.
Il pubblico che frequenta Aphorism.it ci ha accordato
la sua stima e il suo affetto perché siamo persone
serie, appassionate, costanti. Tutte caratteristiche
che sul Web non è facile trovare: in redazione leggiamo
tutto ciò che arriva e rispondiamo a ogni richiesta,
sempre.
3.
D.
Una profonda crisi economica si è innestata in un’altra
prolungata e profonda crisi, quella dell’editoria
italiana. Quando i soldi servono per arrivare alla
“quarta settimana” o risultano indispensabili per
pagare la rata del mutuo, logico che anche le risorse
destinate all’acquisto di libri siano piuttosto limitate.
In più, a dirla proprio tutta, l’Italia non è mai
stata esattamente il “Paese della Lettura“. Alla luce
di queste considerazioni cosa rappresenta e quali
scopi si prefigge @phorism in un momento così difficile
per la letteratura nel suo complesso? A chi esattamente
è indirizzato il vostro messaggio? Agli scrittori?
Ai lettori? Ai cosiddetti “operatori di settore”?
L.D.L.
Aphorism è una vetrina on line, non ha pretese editoriali
né ha mai promesso facili pubblicazioni ai suoi iscritti.
Su questo siamo chiarissimi, senza lasciare spazio
a equivoci, proprio perché conosciamo bene la situazione
critica del settore e sappiamo quanto è difficile
trovare case editrici pronte a investire, a scommettere
sui nuovi talenti.
Però i tanti appassionati di scrittura che ci hanno
scelto conoscono bene il potenziale di Internet, l’unico
media in grado di raggiungere un numero di persone
potenzialmente illimitato.
Noi facciamo proprio questo: offriamo una possibilità,
aumentiamo la loro visibilità, ci impegniamo perché
il sito sia sempre aggiornato, appetibile ai motori
di ricerca e quindi visitatissimo. Il beneficio di
questo lavoro, ovviamente, non è solo per noi ma per
tutti.
Negli anni non sono mancati i frutti di questa politica:
tanti nostri autori hanno poi trovato un editore,
hanno rilasciato interviste, sono intervenuti in trasmissioni
televisive, ecc… proprio grazie alla vetrina che mettiamo
a loro disposizione, gratuitamente.
4.
D.
All’interno di @phorism si va rapidamente creando
una vivace comunità di scrittori. È noto che quando
si incontrano nello stesso “luogo”, anche se virtuale,
artisti di provenienza geografica diversa e delle
più disparate estrazioni stilistiche ed espressive,
prende vita una specie di crogiolo culturale dal quale
possono nascere situazioni originali e interessanti.
È troppo ottimistico e presuntuoso ipotizzare che,
nel giro di qualche anno, possa ottenere identità
e riconoscimento un “Gruppo Aphorism” non limitato
soltanto a una specie di club informatico ma riconosciuto
come movimento creativo dotato di una propria identità?
L.D.L.
Sì, su Aphorism.it scrivono autori provenienti da
ogni regione. Ma non solo, abbiamo creato una comunità
composta da persone di età, origini, sesso e stili
letterari diversi. E’ una realtà che si identifica
molto con il sito: i nostri autori si sentono parte
della “Scuderia” di talenti letterari che li accoglie
ed è a loro che sono dedicati gli spazi principali
dell’home page. Cerchiamo di far sentire i nostri
iscritti i protagonisti della vita del sito, l’anima
del nostro progetto culturale.
Da ottobre abbiamo anche esordito su Facebook, adeguandoci
alle nuove possibilità offerte dal Web 2.0
Il Gruppo dedicato agli “Amici di Aphorism.it” ha
raccolto già centinaia di adesioni e crescerà ancora,
costituendo un nuovo spazio dove autori e lettori
potranno confrontarsi, conoscersi, scambiare idee.
5.
D.
Dove vuole arrivare Aphorism.it? Quali sono le sue
prospettive per il futuro? Il messaggio che lanci
a chi lo frequenta e a chi lo sta conoscendo per la
prima volta con questa intervista?
Allora, Aphorism.it è da sempre un sito completamente
gratuito per i suoi visitatori, siano essi autori
o semplici lettori. I circa 13.000 testi pubblicati
rappresentano un curato database fruibile on line,
semplice da consultare e che non richiede alcun pagamento.
Così come gratuiti sono tutti gli spazi messi e le
funzioni messe a disposizione di chi scrive.
La gratuità del sito è parte fondamentale della nostra
storia, una caratteristica di cui non vorremmo mai
fare a meno.
Ma ciò non significa che il sito non abbia i suoi
costi, che peraltro aumentano man mano che cresce
la dimensione del progetto. E come fa un sito così
grande a sopravvivere se i suoi iscritti non sono
voci attive nel bilancio? A parte gli introiti provenienti
dagli accordi con Ibs.it e con gli inserzionisti pubblicitari,
la principale fortuna di Aphorism è nell’aver avuto
al suo fianco sin dall’inizio Ehinet Srl, una società
che ha sposato il progetto culturale e lo sostiene
tecnologicamente e finanziariamente.
Quello di Ehinet è un ottimo esempio di mecenatismo
del XXI secolo, ed è anche la mia speranza affinché
altre aziende possano permettere a tanti altri siti
simili al nostro di crescere e lavorare in maniera
serena e indipendente, proprio come è successo a noi.
Perché quando parliamo di cultura non esiste concorrenza,
più ne abbiamo e meglio è per tutti.
2
Sacha
Naspini
(intervistato
da Simona De Bartolo)
Sacha Naspini
é nato a Grosseto nel 1976. Ha esordito, nel 2006,
col romanzo “L’ingrato” (Editrice Effequ) e
ha proseguito col tascabile “Il risultato” (Magnetica
Ed.) e con racconti vari, inseriti in antologie. Nel
2007 ha pubblicato, per EIF, il romanzo “I sassi”.
E’ uno degli autori di “Le sette vite di Dalila
e Achille” (7 Racconti dell’UVB, Ed. Il Foglio,
2008). Ha ottenuto significativi riconoscimenti e
prestigiosi premi letterari; nel 2004 è stato finalista
al premio internazionale “Massimo Troisi” con la favola
villana “Marito mio!”. I suoi interessi artistico
– culturali comprendono anche la musica e la grafica.
Le sue interessanti risposte contribuiscono a farlo
conoscere sul piano umano ed artistico.
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D.
Sacha Naspini… Sacha è un bellissimo nome, impegnativo,
stando all’etimologia.
E’ importante la scelta degli antroponimi nel contesto
di una storia? Dare un nome, piuttosto che un altro,
ad un personaggio può influire, in qualche modo, sulla
sua realizzazione?
S.N.
Ciao Simonetta, intanto grazie per questa
bella opportunità. Sì, a mio avviso la scelta dei
nomi è importantissima. C’era qualcuno che diceva
(non ricordo assolutamente chi) che un nome può essere
il “sigillo” di una vita. Un nome già parla da sé,
in qualche modo. Per quanto riguarda il mio, le uniche
notizie che ho sono che mia madre un giorno si è ritrovata
col pancione, e leggendo un fotoromanzo ha detto:
“Sacha, carino. Magari lo chiamo così”, e mi ha marchiato.
D.
Sei autore di musiche e testi, oltrechè “voce” del
gruppo, per i “Vaderrando” (www.vaderrando.it).
Ascoltando musica senza parole, la fantasia galoppa
più o meno in libertà; il testo e il senso, in particolar
modo le singole parole, di una canzone senza sottofondo
musicale le fanno, invece, da guida.
L’aspetto fonico di un nome di un personaggio di
un racconto o di un romanzo, come per es. Corrado
Ascanio nel tuo I sassi (Il Foglio, 2007),
ha una qualche importanza?
Il solo pronunciare “il Greco”, uno dei protagonisti
de I sassi, sprigiona suspense, come da un
nebulizzatore. Effetto desiderato?
S.N.
Sì. Come dicevo prima dare dei nomi opportuni è
un po’ come cominciare a costruire l’anima di un personaggio.
Mi fa piacere che insisti su questo tema, anche perché
ne I sassi uno dei miei obiettivi era quello di affrontare,
a mio modo, la questione delle identità. Capire cosa
significhi veramente questo termine. Come può essere
compromessa un’identità, e come viene letta da fuori,
spesso sbagliando totalmente il tiro. La questione
fonetica di un nome contribuisce, è evidente. In questo
caso la musica per me è un altro modo di avvicinarmi
alla parola. Scrivere un testo da musicare non è come
scrivere un racconto, o un romanzo. È un altro ambiente,
ma offre spunti simili, soprattutto per quanto riguarda
il non detto. Nella scrittura bisogna essere bravi;
nella musica si è aiutati dalle note, che dilatano
le parole. Un la minore messo al posto giusto può
stravolgere un significato.
D.
Nel tuo romanzo I sassi hai dato prova di avere
delle ottime competenze psicologiche, soprattutto
quando hai analizzato il problema adozione attraverso
le reazioni e i sentimenti dei genitori adottivi e
di Eva.
Qual è la tua opinione sull’adozione?
S.N.
Ogni bambino ha diritto a una possibilità concreta
di felicità. Sono a favore di qualsiasi tipo di adozione:
a distanza, da parte di coppie gay eccetera. A patto,
ovviamente, che ci siano i giusti presupposti che
mirino esclusivamente a favore del bambino.
D.
“- Ho sempre amato i libri. Erano l’unica cosa che
sapesse distrarmi dal mio segreto” racconta Eva all’uomo
con cui sta giocando a carte. La lettura allontana
un po’ dalla quotidianità del vivere.
Pensi che possa dipendere dal genere di un’opera?
Secondo te, l’horror e il noir distraggono o inducono
a riflettere di più su certi aspetti drammatici della
realtà?
S.N.
Sono dell’idea che il “nero” di una storia possa
facilitare molto la lettura dell’animo umano. Spiando
l’uomo dalla prospettiva peggiore, per forza di cose
escono allo scoperto tutta una serie di caratteristiche
“malate” che nell’ambito della letteratura e del cinema
sono un po’ come piccole miniere d’oro per chi ama
affrontare la scrittura dalla parte dell’umanità.
Per quanto mi riguarda, l’umanità di una storia, è
importantissima. Per il resto, certi progetti alla
“devo sconvolgere assolutamente” non mi fanno né caldo
né freddo. Bello un film che ho visto di recente,
per esempio. Fanny games. Tensione dal primo all’ultimo
secondo, senza tregua. Apparentemente violenza gratuita,
ma con tutto un fondo non da poco. Segnalo inoltre
un’altra lettura sconcertante: Le madri nere, di Françaix,
edito da Meridiano Zero in Italia.
D.
Hai avuto vari riconoscimenti e premi letterari,
tra cui: nel 2005 vincitore del premio nazionale “Canossa
– Città di Bazzano”, con il racconto “La vita comincia
a quarant’anni”; segnalato al premio “Licurgo Cappelletti”,
con il racconto “I ragni”; tra i vincitori del “Premio
Boccardi”, con il racconto “Serenity Garden”; finalista,
nel 2004, al premio internazionale “Massimo Troisi”,
con la favola villana “Marito mio!”.
Con quale spirito di solito partecipi a concorsi
letterari?
S.N.
Ai concorsi non partecipo più. Lo facevo prima,
per “fare curriculum”, e per confrontarmi. Poi ho
visto chi giudica cosa, e soprattutto come. Posso
sembrare arrogante, ma giuro che non è così. Diciamo
che i concorsi letterari che chiedono la quota e poi
ti fanno comprare copie delle antologie (in cui finiscono
tutti, senza gradi di merito) non servono a niente,
se non a far fare qualche soldo a dei furbetti. Di
bei concorsi che possono offrire a un emergente un
minimo di visibilità ce ne sono una manciata, o poco
più.
D.
Gordiano Lupi, direttore delle Edizioni Il Foglio,
ha elogiato la tua scrittura: “Naspini è dotato di
una grande facilità di scrittura che gli consente
di passare da una narrazione intimista e introspettiva
a una storia cruda e noir…” (dalla quarta di copertina).
Hai avuto modo, attraverso la casa editrice, di
propagandare il tuo libro? Come?
S.N.
Certo. Il foglio si sta affermando sempre di più
nella fascia della media editoria italiana, e questo
grazie a Gordiano Lupi e all’attività di tutta la
redazione. Il foglio ha un buon ufficio stampa in
crescita (con il quale ultimamente collaboro), partecipa
a decine di fiere nazionali, organizza presentazioni,
ha contatti con numerosi giornalisti e professionisti
del settore, fitta presenza nel web… Insomma, non
molla l’osso neanche per un momento.
D.
Ne I sassi, storie differenti e interdipendenti,
del passato e soprattutto recenti, che hanno luogo
in diverse città, formano un tutt’uno omogeneo, che
fa formulare al lettore le più svariate ipotesi su
fatti e personaggi. Credi che, in un noir, una trama
ben articolata sia alla base del successo di un’opera?
S.N.
Sono dell’idea che una trama ben articolata sia
alla base di tutti i progetti letterari. La storia,
per capirci. Anche un romanzo rosa va saputo scrivere.
Gli accadimenti, la scelta
dei tempi verbali, lo stile e tutto ciò che fa
di un’opera un’Opera, è l’alchimia di molte cose,
compresa l’esperienza e la capacità di abbassare al
minimo il proprio narcisismo letterario. Poi ci sono
quegli approcci di genere che richiedono, effettivamente,
maggiore attenzione sulla trama, come il noir, appunto,
o il thriller, il giallo. Richiedono una minuzia quasi
geometrica.
D.
C’è, quasi sempre, in misura molto varia s’intende,
dell’autobiografismo in ciò che viene narrato: schizzi,
sapientemente inseriti, di seguito o sparsi qua e
là. Controproducenti, in un noir?
S.N.
Be’, sempre dipende da come è fatta una cosa, con
quale misura e su che intenzione. Gli schizzi di cui
parli a volte sono anche deleteri per il buon funzionamento
di una storia. Altre volte invece arricchiscono, ma
bisogna farlo con prudenza. Pennellate volanti, senza
calcare troppo la mano… Dico in generale. Poi può
starci di tutto. Ne I sassi, per esempio, ho infranto
un bel po’ di queste regole, seguendo a piede libero
le mie “urgenze”, tenendomi al guinzaglio a stento.
D.
La cronaca nera occupa sempre più il campo dell’informazione
e preoccupa tantissimo, ma sembra godere del proprio
successo e la nostra mente, invece di trovar tranquillità
e sicurezza nell’alcova del Rosa, continua a galoppare
compiaciuta nel noir. Come mai, secondo te?
S.N.
Perché siamo tutti affascinati dalla parte deviata
della mente umana, quella più ingestibile, indecifrabile,
di cui non si possono fare pronostici esatti. Spesso
coincide con la parte più vera, quella sradicata da
fronzoli etici e morali imposti dalla società, dalla
religione, dalla famiglia eccetera. Credo che una
bella fetta del paradosso sia questa: spiare, mettere
il naso su fatti di cronaca nera, è un po’ come confrontare
inconsciamente il nostro personale grado di deviazione.
Nessuno è “normale”, e questo la dice tutta. Ma esiste
una “normalità” che grosso modo accettiamo per quieto
vivere, sul metro della quale ci misuriamo. Questo
a volte deborda, esplode (specie su certe menti che
provengono da imprinting e vite particolari), scatena
dei mostri. Sono gli stessi che abbiamo tutti, nella
nostra misura, ben nascosti nell’armadio. Poi mettici
il lavoro dei giornalisti televisivi, che di ogni
stupidaggine lanciano un caso… Ma questo è un altro
discorso.
D.
Il titolo che dai ad un tuo lavoro è la lanterna
che ti ha fatto da guida o la scritta “traguardo”,
dopo un tragitto durante il quale hai raccolto “pietre”
che porterai sempre con te?
S.N.
Dipende. A volte (come nel caso di una cosa che
sto buttando giù adesso) arrivo in fondo e non ho
la più pallida idea di quale possa essere il titolo.
Altre, come ne I sassi, è il primo “lampo guida”,
su cui stendo il primo plot.
D.
Qual è l’opera di cui Sacha Naspini-scrittore va
più fiero? Perché?
S.N.
La risposta è banale: tutte. Il mio approccio alla
stesura di un progetto è sempre originale, non vado
mai “sull’onda del prima”. L’ho già dichiarato in
varie interviste: altrimenti mi annoierei. Non credo
che farò un altro “L’ingrato”, per esempio, o un altro
“I sassi”. Certo, magari giro attorno a tematiche
simili, ma la sperimentazione ci deve essere. Mi hanno
ripetuto che può essere un passo falso: chi ha letto
una mia cosa e magari ne è rimasto soddisfatto, potrebbe
prenderne un’altra aspettandosi qualcosa di simile.
Spero che non accada mai. Cioè, spero che chi legge
le mie cose possa apprezzare le virate di stile, i
vari approcci con le trame e tutto il resto, che non
sono mai una copia di qualcosa (di mio) che è già
stato pubblicato. Ovviamente “la mano”, quella magari
si nota…
D.
Domanda, forse, un po’ indiscreta: un tuo lavoro,
già fatto, ma non pubblicato, che pensi di farci conoscere
in un prossimo futuro?
S.N.
In questi giorni esce
nelle edicole d’Italia “Diario di un Serial Killer”
per Sered edizioni (www.serededizioni.it),
30.000 copie di prima stampa. Qui mi posso ricollegare
alla domanda precedente, per esempio. Nel senso che
questo romanzo, per me, è stato sicuramente il più
faticoso. L’editore richiedeva una linea editoriale
“popular”, commerciale, per capirci. Mi sono dovuto
scontrare con non poche magagne. In questo progetto
sono stato tallonato da Dea Salinger. Dea Salinger
è lo pseudonimo di una veterana dell’editoria internazionale
che in questo caso si è gentilmente “prestata” a questo
progetto “fiction”, per Sered. Ha collaborato con
riviste italiane di grande privilegio, occupandosi
di editing, adattamento e stesura. Enorme la sua esperienza
di “cucina editoriale”. In questo caso mi ha guidato
a una versione “normalizzata” dell’opera, adattando
con assoluto rigore il testo alla linea editoriale
richiesta dall’editore (già dal titolo – la prima
bozza presentata riportava “L’effetto Kirlian”, opportunamente
rivisto per questa collana con quello in prima di
copertina), e apportando puntuali variazioni alla
trama, in modo da rendere il testo godibile dal grande
pubblico. È stato estenuante, lo ammetto. Non avevo
mai collaborato con un’altra persona che aveva il
potere di fare e disfare, prendendo decisioni fondamentali
e ultime. È stata una bella scuola di “bottega”, in
cui ho dovuto ammaestrare bei bruciori di stomaco.
Alla fine l’editore ha avuto esattamente il progetto
che si aspettava di avere. Io forse un po’ meno, diciamo
che sono soddisfatto al 70 per cento. Ma mi fido dell’esperienza
altrui.
Inoltre a dicembre dovrei
uscire con un altro romanzo per Il foglio (di cui
stiamo discutendo il titolo).
A marzo ne esce un altro
per Voras (www.vorasedizioni.it),
Never Alone. Naturalmente, per ulteriori info, chiunque
può vedere su www.sachanaspini.eu.