Simonetta De Bartolo
Ebbene sì, questa volta ho voluto superarmi, cari amici amanti
della lettura.
La recensione che leggerete riguarda addirittura (udite! udite!)
un romanzo che ancora non ha fatto capolino sugli scaffali
delle librerie.
Sto parlando del drammatico, appassionante sorprendente (qualcuno
ha qualche aggettivo da prestarmi per favore?) “Seconda
B”, terza avventura dell’ormai conosciuto e
amato commissario Leonardo Cardona, “Leone”
di Monteselva, personaggio a tutto tondo creato da un
Patrizio Pacioni sempre più in forma.
Quanto all’uscita del libro (per le stampe di Edizioni di
Latta) tranquilli: manca ormai pochissimo tempo…
SDB

Titolo: Seconda B
Autore: Patrizio Pacioni
Editore: Melino Nerella Edizioni
Pagine: 192
Prezzo: 10 €
Anno edizione: 2009
(di prossima uscita
in libreria - acquistabile anche
direttamente on
line, scrivendo a info@patriziopacioni.it
o ordinandolo
sul sito dell’editore www.melinonerella.it)
Se “Essemmesse”
e “Malinconico Leprechaun”, rispettivamente prima e
seconda avventura del commissario Cardona, hanno costituito
due genuini e gustosi antipasti, “Seconda B”,
nuova uscita in libreria di Patrizio Pacioni,
costituisce senza ombra di dubbio un sostanzioso piatto
forte.
Già a partire
dalle prime righe del prologo il lettore è calato a
forza in un “mondo liquido partorito dal sogno” che
a me personalmente ha molto ricordato la forza di dirompente
coinvolgimento esercitata dal primo capitolo di “Cadaveri
senza volto” di Rubert Corbin: in entrambi i casi (e
per tutta la durata della narrazione) si avverte infatti
“la sensazione di stare vivendo l’incubo di qualcun
altro”.
Avviluppato dunque,
fin da subito, in una ragnatela di emozioni, il lettore,
pur comprensibilmente timoroso di inoltrarsi nel groviglio
spaventoso di una trama che non lascia respiro, è sapientemente
indotto a desiderare di raggiungere al più presto, pur
di sciogliere una tensione che, pagina dopo pagina si
fa sempre più insopportabile, il drammatico climax finale.
Il vortice ansiogeno
dello scorrere delle vicende è sostenuto da una struttura
enfatica che si sviluppa in senso verticale verso apici
emozionali sempre più intensi e, in un tale quadro,
la tragedia che si svolge all’interno e all’esterno
della scuola elementare Sandro Pertini appare attraversata
da una consapevole aritmia narrativa.
Quando l’incalzare
degli avvenimenti lo richiede, infatti, la scrittura
si fa quasi sincopata, sia mediante l’accorgimento tecnico
della snella articolazione dei capitoli, sia attraverso
la caratterizzazione essenziale e quasi stilizzata dei
personaggi (giornalisti che si fanno concorrenza per
sfruttare lo scoop, magistrati indecisi, politici ambiziosi
quanto corrotti, delinquenti di bassa lega pronti ad
approfittare della confusione, semplici cittadini colti
nelle proprie miserie).
Quando al contrario
il “respiro” si allarga richiedendo una prospettiva
più meditata, il ritmo rallenta, fiume impetuoso che
si allarga, placandosi, in un’ansa più tranquilla, fatta
di vicende di contorno “a macchia di leopardo” , di
atmosfere oniriche, dell’indifferente fluire della vita
di ogni giorno in una piccola sonnolenta cittadina.
Rimangono, sempre
e comunque, “brevi ma intensissimi bagliori”, tra i
quali emergono, con la forza della suggestione letteraria
spine aguzze di rovo: numeri che un bambino in pericolo
di vita elenca come se stesse snocciolando un disperato
Rosario, disegni sanguinosi che un tossico invasato
incide sulla propria pelle…
Insomma, nel complesso
si tratta di un romanzo che, pur rappresentando un valido
esempio di thrilling corale (“Un film che poi regolarmente
qualcuno proietta nella grande sala della realtà, quasi
sempre un film di paura”), non risparmia momenti di
profonda analisi introspettiva: a questo proposito indimenticabile
la figura lacerata di Carmen, mamma di uno dei piccoli
protagonisti dell’assurda tragedia che colpisce al cuore
Monteselva.
E che in “Seconda
B” ci venga fornita l’ennesima dimostrazione, semmai
se ne avvertisse il bisogno, che ricerca intimistica
e avventura non sono percorsi inconciliabili anche all’interno
della stessa opera, non rappresenta certo una sorpresa:
non dimentichiamo che la bella penna che ha scritto
“Seconda B” è la stessa che tanto efficace e incisiva
si è dimostrata in romanzi pieni di pathos come “Un
lungo addio” (opera d’esordio dello scrittore romano
nel 1997 che affronta lo scottante tema dell’incesto)
e “Mater” (storia tutta al femminile edita nel 2004).
Ambienti, situazioni,
personaggi emblematici, chi più, chi meno, sono curati
dal punto di vista psicologico (in ambito scolastico
anche a livello pedagogico) in modo eccellente, con
naturalezza e verosimiglianza. Alcuni dei protagonisti,
sia principali che secondari, escono scolpiti a tutto
tondo dalle pagine del romanzo. Prima tra tutti l’allucinata
Eva Antonini, la maestra della “Seconda B” (la cui personalità
e il cui comportamento ci fanno pensare ad Edgler Foreman
Vess, il folle omicida, che, in Intensity di Dean Koontz,
tiene prigioniera in cantina una bambina). Il suo è
un metodo d’insegnamento un po’ all’antica (“Alternare
gentilezza e rigore è il modo migliore per tenerli sempre
sulla corda”), mentre una voce pregna di inquietante
maternità le risuona nella “mente avariata” e la perseguita,
amplificando a dismisura l’effetto negativo degli influssi
ambientali, cui non si sottraggono neanche i bambini.
Per esempio il figlio del commissario
che, molto più dei compagni, i quali si credono ostaggi
di chissà quale commando di terroristi, “conosce quale
sia la differenza che passa tra la finzione e la realtà…
larga e profonda quanto può esserlo il mare.” Incredibilmente
suggestiva la figura di Raul, un visionario ribelle
asservito irreversibilmente alla droga (“Non c’è un
vero Dio nel suo universo allucinato e distorto”, bensì
“un’entità malvagia che gode dei dolori del mondo”),
oppure l’attempato don Piero, che supplisce a un’inclinazione
conservatrice e retrograda con la sana energia, prettamente
contadina, del buon senso (incisive le immagini evocate
dalla sua arguta definizione dei peccati “a lunga conservazione”
e dalla concezione del sensus culpae.)
La scrittura,
priva di artificiosità, scorrevole e omogenea, favorisce,
senza dubbio, l’equilibrio tra l’action incalzante e
dialoghi che sprizzano energia da tutti i pori.
Monteselva, immaginaria
cittadina in provincia di Piacenza (cui tra l’altro
è dedicato un sorprendente e fantasiosissimo blog),
appare, con le parole di Patrizio Pacioni, “il cuore
e i polmoni di un unico organismo vivente, che di fronte
alla minaccia che incombe sulla propria progenie, prima
si ferma attonito, poi si commuove, infine si dibatte,
ruggendo minaccioso”. I rapporti sociali, la semplicità
dei costumi, il chiacchierio, il vociferare e lo scambio
di pettegolezzi che serpeggia tra la gente e nelle
strade, prima e durante la tragedia, coinvolgono il
lettore fino a trasformarlo anch’esso in uno degli abitanti,
facendolo sentire protagonista tra i protagonisti. Per
questo tutto, ogni più piccolo dettaglio, ogni seppur
minima variazione dei toni di voce viene colta con immediatezza
al pari dei muti soliloqui, e ci riportano nella mitica
Via del Corno della Firenze di “Cronache di poveri amanti”
di Vasco Pratolini.
E poi ancora e
sempre i bambini (“Anime ancora candide fragili, così
facili da spezzare…” pensa la maestra Antonini, “…un
po’ come i gatti, possiedono un istinto che gli permette
di avvertire il pericolo molto prima degli adulti”)
fragili come le figurine con cui giocano, ma al tempo
stesso capaci di resistere con sorprendente energia
al terribile shock.
Infine lui, Leonardo
Cardona, davvero e più che mai “Leone”, simile in modo
singolare, nell’occasione, a uno degli Uomini Specchio
de “L’eterna notte dei Bosconero” di Flavio Santi. La
missione solitaria che l’Autore gli carica sulle spalle,
estrema e disperata carta da giocare nel tentativo di
salvare il proprio figlio, ci riporta all’eccellenza
di quella svolta da Cyna, ancora nel già citato Intensity
di Dean Koontz. Inoltre, proprio come nelle mie più
segrete speranze, in questo nuovo romanzo della saga
di Monteselva viene finalmente svelato qualche intrigante
particolare in più sulla “affettuosa amicizia” che lega
il rude poliziotto alla bella e affermata cronista di
Tele Radio Farnese, l’affascinante e sensuale Diana
De Rossi.
Al di là del vortice
del tragico evento che si abbatte sulla “seconda B”,
al di fuori e al di sopra della follia della “signora
maestra”, come una marea sale e tracima l’ansia dei
genitori degli scolari, capaci di resistere a lungo,
come accennato qualche riga più addietro, prima di cedere,
comprensibilmente, al più disperato dei panici.
Resta calmo e
gelido il carnefice, mentre le sue prede interiorizzano
un presagio di morte.
Ancora Koontz,
e il paragone tiene perfettamente.
Chiuso il libro,
mentre nel sangue va lentamente pacandosi il flusso
dell’adrenalina, cresce la consapevolezza del messaggio
che l’Autore riesce a far passare, capitolo dopo capitolo:
un amaro esame socio-psicologico di una società in progressivo
degrado (intesa come complesso e strutturato intreccio
tra scuola, famiglia, lavoro e politica) di cui suo
malgrado ogni essere umano è parte integrante, nella
quale Patrizio Pacioni affonda le mani senza però restarne
contaminato.
È forse lui “L’estraneo”
di Lovercraft che, dopo aver spaventato a morte tutti,
allunga le dita verso “la fredda e dura superficie di
uno specchio”.
Simonetta De Bartolo
per
www.patriziopacioni.it
marzo 2009