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(Rubrica di recensioni letterarie)
Giugno 2009


 Simonetta De Bartolo


Vi accorgerete subito, amici carissimi, che in tanti visitate “Lo Scaffale”, che “Malinconico Leprechaun”, di Patrizio Pacioni, di cui vi ho già parlato e che in molti già conoscete, è, ancora una volta, una simpatica presenza che stimola alla lettura, anche di altri romanzi.

Ecco dunque la mia recensione a “Qualunque cosa accada… amala”, romanzo intimista, di Marisa Provenzano, scrittrice calabrese, che, insieme a Sandrina Piras e Patrizio Pacioni, ha condotto con simpatia, cordialità e professionalità la serata (del 31 gennaio 2009) di inaugurazione della sede del “Salotto letterario” a Catanzaro. Ebbene, nell’occasione l’attore Carlo Maruca lesse alcuni brani dell’opera di Marisa e -appunto- altri tratti da “Malinconico Leprechaun” (seconda avventura del Commissario Cardona).

Come sapete ho ospitato, nella mia rubrica, la recensione di Patrizio Pacioni a “Una storia ai delfini” della scrittrice Maria Giovanna Luini, che abbiamo visto, anche in video, nella “Libreria del giallo”, a Milano, presentare “Malinconico Leprechaun” (ancora lui, dispettoso folletto irlandese), della cui prefazione “I folletti? Forse esistono…”  è autrice.  Sono lieta di averla di nuovo con noi con la recensione di F. C. al suo nuovo romanzo “Le parole del buio”. E il commissario Cardona sempre all’opera, mai come in questo caso, su mia richiesta, mi darà qualche informazione in più su F. C., personaggio enigmatico: uomo o donna? Chi sarà mai?

Per finire un altro ospite di questa ricchissima puntata dello Scaffale: Ivo Mugnaini, con la sua nota su “L’ultima possibilità e altri racconti” di Diego Balestri

Buona lettura & buona vita!

SDB


Titolo: Qualunque cosa accada… amala
Autore: Marisa Provenzano
Casa Editrice: Aljon Editrice
Anno Edizione: 2008
Pagine: 114
Prezzo: Euro 11, 00 

   Con competenza psicologica, Marisa Provenzano, in “Qualunque cosa accada… amala”, affronta qualificanti tematiche di grande attualità: i problemi degli abbandoni e delle adozioni, delle disabilità, del bisogno di una palingenesi spirituale, del dolore, della solitudine, della disperazione, ma, soprattutto, dà un’interpretazione partecipata del sentimento materno e del rapporto simbiotico madre-figlio, “…leggere nei suoi occhi le emozioni, i disappunti ed anche la tristezza”, del continuo fidarsi, affidarsi e confrontarsi, in circostanze particolari. 

   La scrittura sempre fluida, elegantemente sobria, agevola la narrazione, che si sviluppa in due direzioni diametralmente opposte: la vita dei protagonisti sulla via di un futuro non prevedibile e il ritorno al passato di Sofia non ripetibile. Il tono narrativo, pacato nella prima parte del romanzo e più teso nella seconda e ultima (“Quei giorni… Frammenti di ricordi”), si adegua garbatamente e magistralmente agli stati d’animo di Sofia, ai cambiamenti d’atteggiamento e di carattere di Andrea e al suo graduale affrancamento dalla iperprotezione materna, messi in luce dalla fine sensibilità della scrittrice, che coglie delicati aspetti della psicologia dell’età dello sviluppo.

   Leggendo, ci ritroviamo bambini intenti ad ascoltare la storia che ci viene narrata, tra un soave lirismo e una semplice, ma profonda, filosofia di vita, venata di malinconia, che ci sembra di conoscere già, ma che seguiamo piacevolmente, confrontandola, facendola interagire, questa volta, con le nostre esperienze di vita quotidiana, avvertendola attuale, tangibile.

  Sorprendendoci ad attuare un processo di autoanalisi per ritrovare, perdonare e amare se stessi e, di conseguenza, gli altri (viene in mente “Puoi guarire la tua vita” di Luise L. Hay), ci immedesimiamo nella protagonista, che, attraverso un elegiaco recupero memoriale, che non è regressione all’infanzia, né evasione, ma desiderio di sogno, di riappropriazione di sé, del proprio mondo, del bello, esterna riflessioni, sentimenti, emozioni, sofferenze e, soprattutto, quasi novello Almustafa , “Il profeta” di Gibran, porge amorevolmente premurosi e saggi consigli al figlio.

   I temi dell’auscultazione di una natura consolatrice ed ispiratrice, luogo dell’anima, del dolore, della morte, della capacità di meravigliarsi e di dare il giusto valore alle ragioni del cuore e alle piccole cose, dell’importanza degli affetti familiari, dell’abbandono e della conseguente solitudine, del mistero della vita, hanno un’impronta fortemente pascoliana e, soprattutto con le incertezze del piccolo Andrea, ci rimandano, per alcuni aspetti, a  “La vita è un sogno”, il dramma di Calderòn de la Barca, mentre l’opinione incoraggiante di Sofia, e, sicuramente, della scrittrice, che la vita è comunque bella, è una continua e incalzante proposizione dell’oraziano “carpe diem!”, nel significato più spirituale, nella consapevolezza della provvisorietà e dell’eterno divenire, dell’azione demolitrice del tempo, della morte incombente, dell’urgenza di trovare il senso della vita; un “Va’ dove ti porta il cuore”, di Susanna Tamaro: “E quando poi davanti a te si apriranno tante strade…, ascolta il tuo cuore, …alzati e va’ dove lui ti porta”.  Ma altri ancora, e sempre calzanti, sono i riferimenti culturali, non ostentati, ma chiamati a testimoniare, ad aiutare la ricerca dei significati dell’esistere, a indagare il subconscio, i sensi di colpa, il sogno, a stimolare all’impegno, come conquista di libertà, che dà forza alla verità e all’umiltà, a diffondere la “filosofia dell’amore” universale, motore del mondo.

   La tensione emotiva parallela, di chi narra in prima persona, attraverso un lungo rimembrar, un dialogo diacronico, distribuito in parti nel discorso narrativo, e una narrazione intimistica, altrettanto efficace, nelle pagine di un diario, e di chi interiorizza, Andrea e il lettore, dipende, in primis, dalla predisposizione dell’animo ad accettare un particolare messaggio universale

   Abbiamo, comunque, l’impressione di percorrere con la protagonista un sentiero in salita “alla ricerca del tempo perduto”, del nostro io, tra virgulti di ottimismo, in un’atmosfera, che irradia silenziosamente del calore nell’animo del lettore, dolcemente crepuscolare, “…dietro un angolo buio può aprirsi  uno spiraglio di luce”, nostalgica, in cui s’intravedono gli ormai tenui bagliori degli “ameni inganni” leopardiani, della speranza di una “quiete dopo la tempesta”, dei sogni, ecc.

   Traspare, nella narrazione, dell’autobiografismo e, decisamente, dell’umanitarismo, si stabilisce familiarità tra i nostri pensieri e quelli di Sofia (“…il silenzio che non trova alibi per il cuore”) e “---la certezza di un amore che va oltre l’esistenza”. Insistente è il tema della sofferenza, del ricordo, che addolcisce e sfuma la tragicità degli eventi ”…l’anima respira immersa nel profumo dei ricordi”, contro la potenza annichilatrice del trascorrere inesorabile del tempo, il tema dell’amore per le piccole cose, che hanno dei “significati che bisogna scoprire” e apprezzare e, in ultima analisi per la vita e, di conseguenza, per la gioia che riusciremo a trarne “qualunque cosa accada…”.

   “L’anima apre se stessa come un fiore di loto dagli innumerevoli petali” (da “Il profeta” di Gibran).

Simonetta De Bartolo
per www.patriziopacioni.it
aprile 2009 



 

Titolo: Le parole del buio
Autore: Maria Giovanna Luini
Editore: Edizioni Creativa
Collana: Piccole storie
Anno: 2008
Pagine: 95
Prezzo: 11 €
Isbn: 978-88-89841-29-7

Silvia è la protagonista dell’ ultimo romanzo di Maria Giovanna Luini, una vicenda raccontata appunto intessendo “parole del buio”, come ne recita il titolo.

Una storia del non amore, del vuoto che genera un abbandono, che sembra immenso ed è certamente incolmabile, che può essere racchiuso nel cuore di una donna ma al tempo stesso è talmente profondo da inghiottire il mondo intero.

Silvia ama.

Il suo amore è come edera che le succhia via la vita e le foglie hanno la forma di mani e labbra, hanno la forma del sesso di Marcello che la prende e la perde, che la sfama e la asseta.

 

Lui è il freddo chirurgo che ha aperto troppi corpi per poter ricordare che il cuore non è soltanto un muscolo.

Lui ha il fascino spietato di chi indossa le emozioni come fossero abiti, le porta su di sé, lascia che si intridano del suo odore e del suo sudore, senza permettere però che gli penetrino all’interno.

 

Silvia e Marcello si conoscono in una chat e attraverso lo  schermo di un pc si scambiano confidenze e scherzi, erotismo e  orgasmi.

Marcello è allo stesso tempo lontano e vicino: è altrove e contemporaneamente le è sopra, le è dentro.

Silvia si inoltra nel mondo della comunicazione senza volto e proprio lei che vive di scrittura, che delle parole ne ha fatto pane e sangue, se ne lascia rapire.

Sente il fiato caldo di lui sulla pelle mentre, a occhi chiusi, si lascia andare.

Abbassa le barriere.

Incapace di resistere Silvia si rende vulnerabile, aprendosi, e lui le affonda nella mente e nell’anima, senza precauzioni.

 

Ma quando il trillo dei messaggi istantanei si ferma e il bianco della chat diventa accecante è allora che si accorge che lui non c’è più, che quel calore è solo l’aria di sfiato che sortisce dal portatile. Perché delle tante storie che nascono nella rete, solo poche sopravvivono nell’inevitabile e spesso troppo severo confronto con la realtà, le altre resistono solo se attaccate all’alimentatore emozionale della virtualità.

 

Silvia e Marcello si incontrano, si vivono,  ma la storia scivola inesorabilmente lungo una parabola discendente, fino a una crudele separazione marcata solo dagli accenti di lui: quando Marcello decide di allontanarsi, lo fa senza una spiegazione, senza un vero addio, con una mossa cieca e vigliacca che non lascia di lui altro che una traccia sul cellulare.

Allora Silvia si trova a fare i conti con l’universo sommerso e oscuro che brulica sul fondo dell’anima di quelle donne che, come lei, dall’inizio dei secoli, si trovano ad affrontare un brusco quanto immotivato abbandono: si impegna allo spasimo nel tentativo di resistere a quel vortice insidioso capace di risucchiare l’anima verso l’apatia e l’abulia, fino alla tentazione anestetica del sonno.

Ma… ce la farà?

 

L’amico psicologo le assicura che un giorno, voltandosi a ritroso nel tempo, si troverà a sorridere di tutto ciò.

Perché tutto passa, tutto scorre via, ma il dolore scivola più lentamente, e quando sei sul  fondo del fiume della vita è come una catena di piombo che ti rende impossibile il riemergere.

Ci prova Silvia, seppure riluttante a rimettersi in gioco, e l’incontro in aereo con Bruno, capelli rossi e sorriso trasparente sembra voluto dal destino: nella parete buia si apre una breccia e lei si ritrova, guardandosi allo specchio, a rivedere l’immagine riflessa di una donna capace ancora di piacere, di sedurre, di godere.

 

Ma come può bastare se,  in fin dei conti, Bruno altro non è che il non pensiero di Marcello?

Da questo punto (che poi è precisamente e contestualmente l’inizio del romanzo e l’inizio di un dopo, vero tema della storia) la narrazione si dipana lungo un sentiero emotivo  che si snoda tra picchi e burroni, tra euforia e depressione.

L’autrice però non ha bisogno di esasperare i toni, né di ricorrere a facili topos di tragicità che falsificano il dolore. Non abusa della sofferenza trasformandola in pathos estremo, non permette alla sua creatura letteraria di urlare contro il mondo, fustigandosi per affogare il dolore nella spettacolarizzazione dello stesso, ma…

… ma le conferisce la dignità che merita.

Silvia vive dentro di sé, in modo intimo e riservato, il proprio patimento, permettendosi il pianto solo dietro lenti scure che nascondono e al tempo stesso proteggono. Il suo è il dolore di chi, pur sapendo di non potersi sottrarre in alcun modo alla sofferenza,  decide di affrontarlo a viso aperto, lasciandolo entrare nella sua vita, ospite sgradito capace di distruggere ogni equilibrio, spargendo cocci aguzzi che lei non ha alcuna intenzione di raccogliere.

 

Sa che, come un figlio inatteso e non voluto, partorito dall’anima, il mostro si nutrirà di lei, ma poi la libererà di sé.

 

Perché l’amore viscerale provato da Silvia è uno di quelli che consuma l’anima e quando finisce lascia campi riarsi e sterili, a volte per sempre.

Il cuore continua a pompare sangue nelle vene, i polmoni ad accogliere ossigeno e a espellere  anidride carbonica, ma l’essenza vitale è quella irrimediabilmente compromessa di chi, una volta depredato dell’altra metà di sé, è condannato a trascinare senza speranza di riscatto ciò che resta della propria esistenza.

Perché, se annullarsi nella passione amorosa non può essere considerato una colpa, si tratta senz’altro di un privilegio che come tutti i privilegi esige di essere pagato.

E a volte si tratta di un conto salato.

 

Nel caso di Silvia è il cinismo di Marcello che colpisce come uno schiaffo: la gelida indifferenza di chi, dopo avere rapito un’anima, se ne allontana senza una spiegazione, senza trovare neanche la voglia e il coraggio di un chiarimento che possa dare un senso al dolore.

Solo un “basta è finita” che, per quanto Silvia possa essere forte e preparata, le affonda dentro con effetti devastanti.

A lei dunque, pur nel tormento di un distacco sempre più lacerante, altro non resta se non aspettare che lui si allontani fino a diventare un punto indistinto confuso all’orizzonte: solo allora la sofferenza cesserà.

 

L’amore di Silvia potrebbe essere quello di ogni lettrice.

Le sue “parole del buio” sono quelle che tante donne hanno scritto in lettere o sussurrato in pianti, ed è questa la forza più grande del romanzo, la capacità di essere uno e allo stesso tempo il riflesso di mille.

È un dolore violentemente normale quello descritto dalla Luini.

Una storia che come un filo lega le coscienze generando al contempo una forte empatia con la protagonista e una sensazione di atavico legame con ogni donna che conosce il male d’amare.

E con una certa sorpresa, alla fine, ci si rende conto che Silvia non è stata altro che un tramite per guardare dentro se stesse.

 

 

F.C. - marzo 2009


 

Titolo: L'ultima possibilità e altri racconti

Autore: Diego Balestri

2006

Editore: Joker

ISBN 88-7536-082-0

pp. 48

cm 15x21

€ 9,00

Nota di lettura di Ivano Mugnaini

Il libro di racconti di Diego Balestri, recentemente pubblicato dalla Joker, racchiude in sé contrasti e ambivalenze significative e fertilmente ironiche, ricche di potenzialità. Si tratta della raccolta d’esordio del giovane autore, ma sulla copertina campeggia l’aggettivo “Ultima”, che, seppure chiaramente riferito ad uno specifico testo, genera un chiaroscuro evocativo e consono, quasi a introdurre il carattere e il tono della materia narrata. Si può anche notare, con scopo augurale ed apotropaico, che anche Niccolò Ammaniti esordì, o almeno si impose all’attenzione di lettori e critica, con un racconto dal titolo “L’ultimo capodanno dell'umanità”. Chissà che l’aggettivo non abbia in sé un potere scaramantico. Lo auguro a Balestri, e proseguo nell’esplorazione del suo testo, sospeso, e si tratta di un’altra significativa tensione tra due estremi, tra un entusiasmo immediato e giovanile, e, dal lato opposto, la coscienza della necessità di analisi delle parole, il passo rallentato della riflessione che prepara nuove rincorse. Balestri dà l’idea di divertirsi molto a narrare, a dar forma e corpo alle fantasie, alle vicende che ha immaginato. Ma a tratti pare accorgersi che per rendere il gioco più gustoso e articolato è bene stare anche alle regole, o provare a darsene di nuove, creando uno schema, una griglia, un filtro geometricamente bilanciato, sia per il flusso delle idee che per l’irruenza naturale del linguaggio.

È proprio sul piano del linguaggio che questo libro diviene per l’autore, e, di riflesso, per il lettore, un interessante laboratorio, oltre che, in primis, un contenitore di storie originali, raccontate con passione e verve. Balestri pare portare avanti attraverso il linguaggio la propria scoperta del mondo, narrativo e non solo. Inserisce nelle pagine dei suoi racconti ciò che sente, vive, ipotizza: le paure e le speranze sulla sorte del mondo, le utopie tenaci, vitali. Il tutto si unisce alle proprie letture, scolastiche ed autonomamente scelte ed assorbite, i modelli e compagni ideali di viaggio, Lovecraft, King, Poe, evocati e in qualche caso chiamati direttamente in causa, personaggi loro stessi, parte integrante della fantasia e quindi compartecipi delle vicende a cui dà vita. A fianco di tutto questo si collocano brani di saggi precisi e documentati, appresi durante gli studi universitari o rielaborati per l’occasione: con un passo e un’impostazione rigorosa, che potrebbero apparire in contrasto con la narrazione più lieve e piana delle storie vere e proprie. Ma tale attrito non c’è, perché Balestri riesce a far comprendere il legame diretto tra questi materiali di natura diversificata: tutto nasce dalla sua mente e ad essa ritorna, ponendosi in dialogo, in ascolto, in comunicazione. Sembra intento a far scorta di parole e immagini, statistiche, dati di fatto, numeri e grafici,  Balestri, per costruirsi un archivio, una dispensa di idee. Per poterle affiancare ai sogni, alle costruzioni più gotiche e ardite della sua immaginazione, ma anche, in maniera non secondaria, per farne barriera, barricata contro il nonsense imperante del mondo. Partendo da una posizione difensiva ben solida e munita, si può anche permettersi il gusto, e correre il rischio, di guardare dritto negli occhi la gente, osservando con divertito e atterrito stupore ciò che succede nelle strade e nelle case, nelle vie, nei palazzi, nelle prospettive scialbe e gelide delle periferie. Il polimorfismo è l’arma che l’autore sceglie, per scelta e per istinto, per difendersi e per attaccare. Con ironia, sempre, ma senza sete di sanguinarie vendette.

L’accostamento dei due aggettivi citati poco sopra, divertito e atterrito, a me pare una delle chiavi per penetrare all’interno dell’originale struttura narrativa del giovane autore. Anche se, alla fine, dovendo immaginare un match di pugilato tra i due termini, direi che “divertito” vince ai punti. L’attrazione per la catastrofe c’è, c’è l’amore l’orrifico, l’elemento spiazzante e inatteso che irrompe generando paura e sconvolgendo i canoni consolidati. Ma direi che il sapore ed il gusto di un sorriso sopravanzano nettamente, nel rettifilo finale, l’attrazione per il sangue, per le ferite da taglio e da arma di fuoco. Anzi, nel libro di Balestri di sangue ce n’è poco. Ci sono delitti, anche truculenti, ma non c’è mai il compiacimento del dettaglio, l’istantanea su membra che grondano liquido rosso, plasma o succo di pomodoro che sia. Gode molto di più, Balestri, nell’indagare le motivazioni mentali che hanno condotto ai delitti, piuttosto che, come uno squalo cieco, a seguire l’odore e la scia rossastra di corpi feriti. Si diverte, ottenendo un efficace effetto di ritorno, a giocare con il lettore a guardie e ladri, al gatto e al topo, o, semplicemente, ingaggiando un duello a distanza tra chi fugge, disseminando il cammino di indizi, autentici o svianti, e chi insegue, con il compito di provare a distinguere gli uni dagli altri. Anche questo aspetto rende chiara l’impostazione classica di Balestri: le radici della sua narrativa sono quelle del giallo, del noir, della fantascienza, del fantasy. Tutto questo mischiato con mano personale, in tinte vivaci. Materiale diversificato ma accomunato dalla provenienza da quadri e da autori di rilievo, i maestri dei generi a cui si ispira.

Moderno, e attuale, al contrario, è il mondo descritto nei racconti. La realtà odierna, fatta di grandi rapidità e altrettanto grandi solitudini e contraddizioni, comunicazioni in tempo reale tra i diversi continenti e tenaci silenzi all’interno di una singola stanza, una casa, una famiglia.  Proiezioni su spazi e tempi interstellari, e ataviche invidie, rancori, odi. Retaggio di epoche preistoriche ancora presente, palpabile. Un mostro a metà tra lumaca e serpente, in costante movimento. Anche questo tipo di ambivalenza è reso percepibile da Balestri. La routine scialba ma rassicurante delle situazioni iniziali cambia di segno tramite un elemento che scardina gli schemi, un incidente, un’azione inattesa, un personaggio che rivela doti e aspetti imprevisti e imprevedibili. Ecco allora che l’asse si sposta ed appaiono prospettive inattese, di sgomento, o comunque di stupore, quella suspense tanto cara agli anglosassoni, alchimia di horror e di humour, un cocktail difficile da miscelare, di sapore agrodolce.

Non entro specificamente nell’ambito delle trame dei racconti, anche perché rivelarne gli sviluppi sarebbe uno scherzo piuttosto sgradevole nei confronti dei lettori interessati alla lettura e alla scoperta autonoma dei risvolti sorprendenti che si dipanano all’interno delle vicende descritte. Non rivelo nulla nei dettagli, anche per timore che l’autore, giustamente, architetti e realizzi ai danni del sottoscritto una di quelle vendette emblematiche e sarcastiche a cui ha dato forma e sostanza nelle storie che ha narrato. Posso però passare in rassegna, a grandi linee, qualche aspetto generale. La raccolta si compone di quattro racconti, il primo dei quali è quello che dà il titolo al libro. Sono storie di diversa lunghezza, accomunate come detto da un linguaggio composito, ricco e documentato come un saggio, in certi passaggi, e piano, discorsivo, in altri. L’idea di fondo, è il caso forse di ribadirlo, è che Balestri desideri sì dare sfogo alla propria volontà di raccontare, lasciando spaziare le dita e la mente, in un galoppo libero e divertito, vale la pena tornare anche su quest’ultimo aggettivo. Ma non gli basta. Sa che con la scrittura si può dire tutto, se la si utilizza nel modo giusto. Allora passa alla fase successiva: quella in cui, pur senza smettere di dire ciò che gli piace, con leggerezza e ironia, aggiunge, come ingredienti asprigni in una vivanda tendente al dolce, ciò che gli sta a cuore: le riflessioni sul destino del pianeta, la biodiversità, i riferimenti alla propria terra d’origine, Vinci, terra natale del genio per antonomasia, e, dulcis in fundo, o forse amarus in fundo, lascia che la scrittura parli di sé, del proprio ambito.

Nel racconto conclusivo, lungo ed avvincente, vengono narrate le vicende di un Premio letterario.  Il nome del Premio già dice molto: Chillinworth. Balestri riflette su questo particolare appellativo. Ci informa che “se fosse stato Killinworth si sarebbe potuto tradurre degno di uccidere. Ma anche così, con la “C”, si poteva intendere degno di raggelare, visto che chill vuol dire raggelare ma anche spaventare. E a chi si prende la briga di sfogliare con attenzione un dizionario di inglese, il prezioso volumetto gli rivelerà che chiller può anche assumere il significato di storia raggelante”. Si potrebbe fare ricorso all’etichetta di “metaletteratura” per definire quest’ultimo brano. Ma forse è imprecisa in questo caso e di sicuro riduttiva. Il linguaggio che parla di se stesso e della sua sostanza è parte integrante, qui, della storia stessa. E rivela, inoltre, seppure per vie indirette, l’atteggiamento e il coinvolgimento tutt’altro che neutrale dell’autore. Scherza, Balestri, ma è ben presente. Tratta di ferite di cui, per dirla con Shakespeare, non ha solo sentito parlare. Sembra invece avere anche coscienza del taglio e delle cicatrici. Non è un caso forse che il racconto dedicato all’ipotetico Premio sia così articolato e ricco. Nell’atto di parlare di un concorso per racconti giallo-horror, l’autore produce un racconto del genere ottimamente congegnato, degno di partecipare al Premio stesso. Ma, quel che più conta, aggiunge un'ulteriore rifrazione ad uno specchio che già di per sé risulta ricco di giochi di luce e d'ombra. Della trama, come detto, non parlo. Se non in presenza del mio avvocato, potrei dire con una battuta. Ma, seriamente, noto in questo racconto una serie di finali possibili, ognuno dei quali appare definitivo, per poi lasciare spazio e fiato ad uno nuovo che ribalta quello precedente e più scontato. A tutto ciò, come detto, si sovrappone la figura dello stesso autore che, con una forma narrativa coinvolta e coinvolgente, diventa parte integrante della storia, vittima e assassino. Notevoli, soprattutto perché credibili, alcuni dettagli determinanti per lo sviluppo della trama, come ad esempio un anello della misura e della fattezza giusta per aprire una grata. La lezione dei maestri scelti e studiati da Balestri, Poe in primis, si dimostra utile qui e ben assimilata.

La corrente sotterranea, il controcanto che emerge alla fine dalla lettura del racconto citato, fa apparire, negli spazi vuoti, nelle zone dedicate alla pausa e al ragionamento, l’inconsistenza e in molti casi la falsità, l’ipocrisia su cui sono basate alcune forma di convivenza. Nel racconto dedicato al famigerato Premio, l’amicizia, e perfino l’amore, vengono massacrate e fatte a pezzi, in modo tutt’altro che figurato, per l’avidità di gloria legata all’affermazione in una competizione. Balestri riesce a far penetrare questo grido d’allarme negli interstizi di una costruzione narrativa dai ritmi serrati e compatti. Anche in altri racconti, con identico metodo, mette in risalto le incongruenze, le fragilità e l’assurdo che non di rado minano le basi della cosiddetta civiltà. Tramite magari personificazioni o allegorie che, dietro l’impulso originario, che è sempre quello di stupire, nascondono preoccupati richiami alla necessità di cambiare. Perfino una lumaca, come nel racconto “L’ombra del genio” può veicolare una minaccia, tanto più micidiale quanto più apparentemente lenta e innocua. Ma è come sempre una questione di proporzioni: se la quieta Limax diviene gigantesca allora si smette di ridere e si cerca un riparo. Ma spesso è troppo tardi. C’è bisogno allora di qualcuno, una ragazzina magari, simbolo della freschezza del rinnovamento, che sappia ritrovare la misura e l’armonia dell’Umanesimo. Una ragazzina in cui, magari, riviva lo spirito di Leonardo da Vinci.

    Un libro d’esordio, questo di Diego Balestri, ricco di potenzialità e di passi già compiuti con gusto lieve ma non inconsistente. Ha avuto dalla sua, a me pare, il merito e l’istinto di parlare di ciò che conosce bene, e, soprattutto, gli sta a cuore. Oppure, con uguale forza, lo colpisce insistentemente al fegato, Entrambe condizioni che per forza e per amore si trattano con passione e coinvolgimento. Si è dimostrato giovane, inoltre, come è giusto che sia, senza lasciare però che l’irruenza diventasse accecante. Ha lasciato da parte i secchi colmi di sangue da gettare sui corpi come in un film splatter, per parlare invece, tra le righe, del mondo che c’è e di quello che, magari, potrebbe essere. E se non ci sarà, se resterà un Premio Chillinworth, degno di raggelare, non importa. Il tentativo di cercarlo è, di per sé, una strada. E magari anche un premio, chissà. Da autoassegnarsi. Senza scordare l’ironia. Ma di questo prezioso materiale Balestri ha cosparso generosamente l’intero percorso di questo suo cammino d’esordio nel mondo della narrazione. Rendendo tutto più scorrevole, anche se, è opportuno confermarlo, non vanamente incorporeo e scivoloso. Balestri ha scritto questo suo libro con gusto, senza seriosità, ma prendendosi lo spazio e lo sfizio per parlare di cose consistenti. Tutto ciò traspare, rendendo la lettura gradevole e scorrevole. Non si tratta, per fortuna e per merito dell’autore, di uno di quei fumetti al cui interno sono contenuti solo puntini sospensivi o punti interrogativi. Ha intrapreso la strada della narrazione con il giusto piglio e un’appropriata leggerezza. C’è spazio per nuove storie e nuove ironie. Il Premio Chillinworth può attendere. Per fortuna.

Simonetta De Bartolo
per www.patriziopacioni.it
marzo 2009



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