Simonetta De Bartolo
Ciao a tutti, amici miei e dello Scaffale!
Per “Fottuti dal Destino” di
Doriana Di Giovanni, presentato a Brescia e
Villafranca da Patrizio Pacioni, avvertivo,
già da tempo, curiosità e interesse. Capita a volte,
come se alla base ci fosse un misterioso disegno…
Nell’antico Olimpo, al di sopra di tutti gli Dei e dello stesso
Giove, al di sopra di tutto e di tutti, imperava il
Destino o Fato, forza oscura e suprema, che sorvegliava
affinché venissero rispettate le leggi fisiche e morali.
Nelle situazioni molto difficili, quando non sapeva
che pesci prendere (beh, sì, di tanto in tanto capitava
anche a lui), Giove era solito pesare le sorti umane
su enormi bilance d’oro.
E voi, che mi seguite costantemente
nelle mie peripezie letterarie, ricorrete di frequente
a tarocchi, indovini, zingari che leggono le mani,
ecc.? C’è qualcuno invece che pensa che sia il caso
a decidere della nostra vita?
Beh, fatemi sapere qualcosa dopo aver
letto, naturalmente, la mia recensione e, soprattutto,
e presto, il romanzo della Di Giovanni.
Buona lettura e alla prossima!
SDB

Titolo: Fottuti dal Destino
Autore: Doriana Di Giovanni
Anno di Edizione: 2008
Pagine: 138
Il sorriso amaro che inevitabilmente accompagna l’ormai celebre
coniata dal compianto Massimo Troisi “pensavo fosse
amore, invece era un calesse” torna a manifestarsi
al solo leggere il titolo del romanzo di Doriana
Di Giovanni, “Fottuti dal Destino”.
Una serie di eventi dolorosi s’intreccia con la storia dell’innamoramento
tra Andrea ed Ilaria, dei loro appassionati incontri
virtuali, che sembrano oltrepassare i confini dell’invisibile
e avvicinare, fino a farle toccare, due vite altrimenti
destinate a restare parallele. I due protagonisti
finiscono ben presto per isolarsi, “come se il mondo
intorno non esistesse più..., in quel nascondiglio
segreto del computer”, in una dimensione paradossalmente
tanto surreale quanto autentica. Il lettore, travolto
“da questa ondata di purezza”, che avvolge i due personaggi,
sperimenta insieme a loro, nello stesso tempo, il
timore di essere nel mirino di un Destino scritto
sin dalla nascita, al quale e a cui nessuno può sfuggire,
contrariamente a ciò che sostiene Anaïs Nin:
“Quello che chiamiamo il nostro destino è in realtà
il nostro carattere, e il carattere si può cambiare”.
“Fottuti dal Destino” mi fa piacevolmente ricordare
il Destino folle e supremo che incombe su Misty in
Diary di Chuck Palahniuk, scritto con
tale forza di suggestione da illudere il lettore di
avere tra le mani davvero e di sfogliare, capitolo
dopo capitolo, il diario di Misty. L’opera prima di
Doriana Di Giovanni, infatti, altro non è che
il diario romanzato d’Ilaria: pur restando nell’ambito
di una ineccepibile essenzialità narrativa, l’autrice
analizza in dettaglio, con grande efficacia che,
pur mirando all’essenzialità del narrare, si dilunga
con perizia su emozioni, sensazioni dei protagonisti.
La scrittura è lineare, chiara, scorrevole, spontanea,
come se “dettata dall’impulso del momento”, senza
artificiosità linguistiche e intoppi narrativi.
Ciò che mi ha colpito, fin dalle prime pagine, è, senza dubbio,
l’acuta sensibilità dei personaggi e della scrittrice,
che affonda la penna, con estrema delicatezza, in
alcune delle piaghe più profonde della società e del
nostro io. Sincerità, altruismo, comprensione reciproca,
solidarietà per chi soffre, sono alla base dell’amicizia
e dell’amore: il sentimento che lega Andrea e Ilaria,
pur se segnato dalle seducenti attrattive dei tempi
moderni, è intenso, soffice, idilliaco. Insomma, una
non comune, tenera e sublime storia d’amore, che la
distanza rinvigorisce invece di indebolire, con l’ebbrezza
e la malizia del “tempo delle mele”.
Ilaria, la protagonista, vive con Elena e l’ama, affronta la vita,
che anche per lei è un continuo divenire, con uno
spirito di adattamento e una forza di carattere che
le continue crisi cardiache non annientano, ma alimentano;
è sempre pronta a cogliere gli stimoli necessari per
ricominciare a vivere, facendo a pugni, di volta in
volta, col Destino, nonostante le frustrazioni, la
sofferenza e il dolore, quasi in contrasto con la
visione piuttosto pessimistica della vita più o meno
scopertamente manifestata dalla scrittrice. Marco
(cardiologo e amico di Ilaria) e Andrea sono fiaccole
di speranza per il suo cuore... anche “in quel posto
dimenticato da Dio”, l’ospedale in cui Ilaria è sottoposta
a terapia.
In alcuni momenti narrativi, riguardanti soprattutto Andrea
e Ilaria, “due persone così diverse con anime completamente
affini e compatibili”, su un sano romanticismo prevale
il sentimentalismo, affidato spesso alla comunicazione
tecnologica (chat, mail e sms) che allontana ogni
sogno prometeico, ma che rafforza la tragicità di
alcuni eventi, e viceversa. La sfortuna perseguita
la protagonista, insomma, il suo fato non le lascia
il tempo di un respiro: Ilaria può gioire, quando
le è consentito, per un lasso di tempo assai breve.
Tra ricordi, speranze, sogni, un’altalena di emozioni
a volte incontrollabili, spesso contraddittorie, quasi
sempre pure e forti, fino alla fine del romanzo, il
lettore non osa dire che il peggio sia passato...
E se, in prima istanza, sembra che
per Andrea, deluso dal suo matrimonio, e per Ilaria,
si tratti di evasione, di momentanea fuga per il gusto
del diverso, una riflessione più profonda suggerisce,
almeno per quanto riguarda la protagonista femminile
della storia (che considera la sua omosessualità
una “diversità scomoda e fastidiosa...”) stia inconsapevolmente
cercando se stessa. La perdita d’identità e lo sdoppiamento
dell’io richiama “Il compagno segreto”, di Joseph
Conrad, in cui il protagonista e il Doppio di
sé, che ha commesso un crimine e lo vorrebbe come
suo complice, interagiscono, ma sono in un conflitto
che avrà fine solo allorché il protagonista avrà completamente
interiorizzato l’Altro.
Come i battiti di un orologio a pendolo,
Ilaria ripete: “Doveva essere solo un pizzicotto...”,
ma, come si sa, “Poca favilla gran fiamma seconda”
(Dante).