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1. Controcorrente
Mantova e compagnia:
quanto valgono le parole?
di Marina Torossi Tevini



Per poco più di un euro ho acquistato una copia di un quotidiano con inserti superpatinati, carta, tanta, che pesa nelle mie mani e che dopo una veloce sfogliatina getterò. Quanto valgono le parole? Parole che volano sulla nostra testa, parole che circolano nella nostra mente, parole di cui abusiamo sempre, parole che violentiamo quotidianamente, parole per cui non abbiamo il dovuto rispetto, perché la parola dovrebbe essere subordinata a un messaggio disinteressato e autentico, e nel generale depauperamento dei messaggi anche la parola non ha più valore. I surrogati di idee che non insegnano a cogliere la verità, ma ci spostano in un mondo dove la verità non esiste per ipotesi hanno preso tutta la scena.

Noi, gli uomini che ascoltano parole. Tutto ci frulla attorno a velocità tale che non può assumere alcun significato. Così le nostre riserve intellettuali e morali diventano ogni giorno più esigue.

Mantova ogni anno è una delle tante feste della parola. Un luogo dove la parola diventa piacere duraturo o fugace.

Io amo la parola e ogni anno, nonostante le mie riserve mentali, continuo a frequentare i vari Festival. Cos’è il Festivaletteratura di Mantova? È un prodotto dei nostri tempi, una manifestazione straordinaria e straordinariamente rappresentativa della nostra società dell’apparire. Il Festivaletteratura di Mantova è il rivelatore delle nostre contraddizioni, l’indicatore che in un paese di non lettori (o comunque di lettori deboli, molto al di sotto degli standard delle popolazioni del Nord Europa) si riesce, attraverso un opportuno richiamo mediatico, a ottenere presenze incredibili. Mille, millecinquecento persone nelle sedi più vaste (Il cortile della Cavallerizza e Piazza Castello) parecchie centinaia nella altre sedi (Teatro San Leonardo, Chiostro di San Barnaba, Palazzo di San Sebastiano, Casa del Mantegna, Chiesa di Santa Paola, Chiostro del Museo Diocesano e via discorrendo), il che significa che contemporaneamente sul suolo mantovano qualche migliaia di persone si stanno occupando di libri, e questo in modo ininterrotto per cinque giorni, dalle nove del mattino fino a notte inoltrata.

L’edizione di quest’anno offre, al solito, un’offerta molto variegata che va da Nadine Gordimer a Beppe Severgnini, da Paola Mastrocola a Sandrone Danzeri, da Tiziano Scarpa a Roberto Calasso, da Marc Augé a Margaret Mazzantini, da Michele Mari a Luis Sepulveda, da Melania Mazzucco ad Alicia Giménez-Bartlett. Ma,se la concentrazione di molti eventi non permette di seguire tutto quello che si vorrebbe, bisogna anche osservare che è stata proprio la ricchezza del numero delle manifestazioni che ha fatto la fortuna del Festivaletteratura.  Ognuno può scegliere il suo percorso, lo dosa a seconda dei suoi interessi e delle sue forze, e anche delle sue tasche, perché le manifestazioni sono quasi tutte a pagamento.

La domanda che mi faccio ogni anno è sempre a stessa. È un bene o un male spettacolarizzare la cultura? Come sempre la realtà ha molti volti e varie sfaccettature. Viviamo in una società di massa, dove solo la visibilità attira, dove la gente agisce per imitazione, e questo è dimostrato non solo dal Festivaletteratura di Mantova. Mantova porta questo fenomeno all’esasperazione e fa vedere con chiarezza le contraddizioni del nostro mondo. Eppure ci sono - innegabilmente - anche degli aspetti positivi che non possono essere tralasciati. Mantova e gli altri appuntamenti con la cultura(ad esempio Modenafilosofia o Pordenonelegge) bene o male accostano ai libri un pubblico vario ed eterogeneo, danno modo a chi i libri li ama di spaziare in un lasso di tempo ristretto tra moltissimi autori e consentono molti stimoli e sollecitazioni. Costituiscono un sistema di approccio alla cultura più vivace e adatto a quelli che Baricco definisce “i nuovi barbari” rispetto ai contenitori consueti (scuola, musei, quotidiani, dibattiti). “Nel contenitore di un Festival o di un grande evento, si mima quella struttura da sistema passante e da sequenza sintetica che i barbari prediligono su ogni altra”. Nel bene e nel male in tutti i Festival culturali domina la spettacolarità, il movimento, la pluralità di offerta. E questo è ciò che il pubblico predilige.

 

Marina Torossi Tevini
per www.patriziopacioni.it
settembre-ottobre 2009


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