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(Rubrica di recensioni letterarie)
Dicembre 2009


 
Simonetta De Bartolo


Amici carissimi, ciao!

Gli indiani d’America e altri popoli credevano (e magari qualcuno di loro crede ancora) che un disegno o una fotografia potessero rubare l’anima di chi era vi era rappresentato.

E se fosse possibile rubarla, allora ci potrebbe essere anche chi è capace addirittura di divorarla... 

Non abbassate mai la guardia, amici miei, perché  Il divoratore di anime” (Massimiliano Bernardiper  Ed. Fermento), potrebbe arrivare da un momento all’altro!

Per saperne di più, leggete questa recensione al thriller del pittore-scrittore romano. Intanto, con l’occasione, un sincero augurio di Buone Feste a tutti voi.


 

Titolo: Il divoratore di anime
Autore: Massimiliano Bernardi
Casa Editrice: Fermento
Anno Edizione: 2008
Codice ISBN: 978-88-89207-62-8
Pagine: 234
Prezzo: Euro 9, 90

 

   A “divorarci” l’anima, inizialmente, è senz’altro il titolo del romanzo, “Il divoratore di anime”, di Massimiliano Bernardi.

   Siamo, poi, a lettura iniziata, catturati dallo stato confusionale di Michelangelo Leonardi, offuscati dai riti della setta satanica, abbagliati, infine, dalle luci, dai colori  delle visioni del pittore e della sua ’”Apocalisse”.

   La narrazione procede per immagini  dalle tinte a volte più, a volte meno accese, e alimenta, passo passo, il sospetto che Michelangelo abbia vissuto realmente le misteriose visioni, mentre  la nostra curiosità e il desiderio di conoscere la realtà dei fatti  montano pian piano…, ma tutto ci verrà svelato a tempo debito.

   Il trovarsi in un orfanotrofio, pur nel conforto dell’amicizia che s’instaura tra i piccoli sventurati ospiti, il dramma della mancanza di un papà e di una mamma e la trepidazione dell’attesa di essere adottati imprimono segni indelebili sulla psiche del bambino e producono effetti sicuramente legati all’onnipresente vicenda biblica di Abramo ed Isacco, mentre gli influssi ambientali  rimandano, per esempio, a Mallory, in “La bambina dagli occhi di ghiaccio” di Carol O’ Connell, che, adottata da un poliziotto, lo diviene a sua volta.

   Più fredde e ad effetto sono sicuramente le frequenti visioni di Michelangelo e di Filippo, riportate in corsivo. Scene che al lettore appaiono lontane nel tempo e nello spazio e che gli danno l’illusione della partecipazione; una specie di trasmigrazione, forse della nostra anima: “E’ come se avessimo attraversato insieme la porta di un’altra dimensione”.

   Nel leggere i primi capitoli, non riusciamo ad individuare la linea d’orizzonte tra il vissuto e gli animi in tempesta dei protagonisti da una parte e il cielo della realtà, inverosimilmente verosimile, coperto non tanto da nubi, ma… da sospetti e dubbi dall’altra.  Le sette teste del drago, i sette angeli attorno al trono di Dio e, secondo la metempsicosi, le sette anime pronte a trasmigrare hanno un significato esoterico. Ed è proprio, guarda caso, dal settimo capitolo che, imbattendoci nella setta satanica, nel Drago Rosso, nel Prescelto, nel vecchio vestito di bianco, nel Lupo e nella scomparsa misteriosa di Elena, la nostra curiositas diviene definitivamente suspense. Non è un volo pindarico che porta il lettore da Roma a Gerusalemme, “La leggenda dice che il vento di questa città è il soffio di Dio”; anzi, è tutto ben costruito e non spezza il filo conduttore: Ariel è il vero trait d’union e, naturalmente, anche L’Apocalisse.

   Molti i momenti narrativi, i fenomeni che alludono alla nostra “pazza società”: setta satanica, terrorismo biologico, ecc.

   Soprattutto al rientro in Italia del pittore, si addensano, anche a cielo terso, atmosfere e chiaroscuri, tipici di un giallo/noir, aumentano action, tensione, colpi di scena, ecc.

   Si impone, al primo nostro sguardo su L’Apocalisse di Michelangelo, la vis immaginifica e diabolica, dominante, ad esempio, nei dipinti di quel misterioso Pittore in “L’eterna notte dei Bosconero” di Flavio Santi.

   Quando Michelangelo non trova il suo quadro e si crea una particolare aura di mistero per il lontano pianto di bambini e di orrore per gli schizzi di sangue, ripensiamo a Marsh e al ritratto di Marceline (che anche noi, come Denis, non avremmo dovuto guardare) nell’indimenticabile “Medusa” di H. P. Lovecraft.

   Il lettore ha, fin dall’inizio, l’impressione di dover giustificare i riti macabri della setta satanica, le cui vittime sono degli ammalati senza speranza, come fa quando, in “ In tenebris” di Maxime Chattam, s’imbatte nel serial killer di killer.

   Costante l’equilibrio tra le parti narrate, tra il vissuto, i continui e adeguati riferimenti biblici e l’onirismo, tra il raziocinio del poliziotto, la sensibilità e le capacità extrasensoriali del prete e la “pazzia” del pittore, mentre il crescendo nell’impegno stilistico rende l’intreccio narrativo sempre più avvincente.

   Solo alla fine del romanzo scopriremo se “L’Apocalisse” è ispirata da un evento tragico o determina gli avvenimenti, altrettanto tragici.

 “L’arte non nasce dalla felicità” (da Soffocare, Mondatori, 2009, di Chuck Palaniuk).

Simonetta De Bartolo
per www.patriziopacioni.it
dicembre 2009



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