Amici carissimi, ciao!
Gli indiani d’America e altri popoli credevano (e magari
qualcuno di loro crede ancora) che un disegno o
una fotografia potessero rubare l’anima di chi era
vi era rappresentato.
E se fosse possibile rubarla, allora ci potrebbe essere
anche chi è capace addirittura di divorarla...
Non abbassate mai la guardia, amici miei, perché Il
divoratore di anime” (Massimiliano Bernardiper
Ed. Fermento), potrebbe arrivare da un momento
all’altro!
Per saperne di più, leggete questa recensione al thriller
del pittore-scrittore romano. Intanto, con l’occasione,
un sincero augurio di Buone Feste a tutti voi.
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Titolo:
Il divoratore di anime
Autore:
Massimiliano Bernardi
Casa
Editrice: Fermento
Anno
Edizione: 2008
Codice
ISBN: 978-88-89207-62-8
Pagine:
234
Prezzo:
Euro 9, 90
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A “divorarci” l’anima, inizialmente, è senz’altro
il titolo del romanzo, “Il divoratore di anime”,
di Massimiliano Bernardi.
Siamo, poi, a lettura iniziata, catturati dallo
stato confusionale di Michelangelo Leonardi, offuscati
dai riti della setta satanica, abbagliati, infine,
dalle luci, dai colori delle visioni del pittore
e della sua ’”Apocalisse”.
La narrazione procede per immagini dalle tinte
a volte più, a volte meno accese, e alimenta, passo
passo, il sospetto che Michelangelo abbia vissuto
realmente le misteriose visioni, mentre la nostra
curiosità e il desiderio di conoscere la realtà
dei fatti montano pian piano…, ma tutto ci verrà
svelato a tempo debito.
Il trovarsi in un orfanotrofio, pur nel conforto
dell’amicizia che s’instaura tra i piccoli sventurati
ospiti, il dramma della mancanza di un papà e di
una mamma e la trepidazione dell’attesa di essere
adottati imprimono segni indelebili sulla psiche
del bambino e producono effetti sicuramente legati
all’onnipresente vicenda biblica di Abramo ed Isacco,
mentre gli influssi ambientali rimandano, per esempio,
a Mallory, in “La bambina dagli occhi di ghiaccio”
di Carol O’ Connell, che, adottata da un poliziotto,
lo diviene a sua volta.
Più fredde e ad effetto sono sicuramente le frequenti
visioni di Michelangelo e di Filippo, riportate
in corsivo. Scene che al lettore appaiono lontane
nel tempo e nello spazio e che gli danno l’illusione
della partecipazione; una specie di trasmigrazione,
forse della nostra anima: “E’ come se avessimo attraversato
insieme la porta di un’altra dimensione”.
Nel leggere i primi capitoli, non riusciamo ad individuare
la linea d’orizzonte tra il vissuto e gli animi
in tempesta dei protagonisti da una parte e il cielo
della realtà, inverosimilmente verosimile, coperto
non tanto da nubi, ma… da sospetti e dubbi dall’altra.
Le sette teste del drago, i sette angeli attorno
al trono di Dio e, secondo la metempsicosi, le sette
anime pronte a trasmigrare hanno un significato
esoterico. Ed è proprio, guarda caso, dal settimo
capitolo che, imbattendoci nella setta satanica,
nel Drago Rosso, nel Prescelto, nel vecchio vestito
di bianco, nel Lupo e nella scomparsa misteriosa
di Elena, la nostra curiositas diviene definitivamente
suspense. Non è un volo pindarico che porta il lettore
da Roma a Gerusalemme, “La leggenda dice che il
vento di questa città è il soffio di Dio”; anzi,
è tutto ben costruito e non spezza il filo conduttore:
Ariel è il vero trait d’union e, naturalmente, anche
L’Apocalisse.
Molti i momenti narrativi, i fenomeni che alludono
alla nostra “pazza società”: setta satanica, terrorismo
biologico, ecc.
Soprattutto al rientro in Italia del pittore, si
addensano, anche a cielo terso, atmosfere e chiaroscuri,
tipici di un giallo/noir, aumentano action, tensione,
colpi di scena, ecc.
Si impone, al primo nostro sguardo su L’Apocalisse
di Michelangelo, la vis immaginifica e diabolica,
dominante, ad esempio, nei dipinti di quel misterioso
Pittore in “L’eterna notte dei Bosconero” di Flavio
Santi.
Quando Michelangelo non trova il suo quadro e si
crea una particolare aura di mistero per il lontano
pianto di bambini e di orrore per gli schizzi di
sangue, ripensiamo a Marsh e al ritratto di Marceline
(che anche noi, come Denis, non avremmo dovuto guardare)
nell’indimenticabile “Medusa” di H. P. Lovecraft.
Il lettore ha, fin dall’inizio, l’impressione di
dover giustificare i riti macabri della setta satanica,
le cui vittime sono degli ammalati senza speranza,
come fa quando, in “ In tenebris” di Maxime Chattam,
s’imbatte nel serial killer di killer.
Costante l’equilibrio tra le parti narrate, tra
il vissuto, i continui e adeguati riferimenti biblici
e l’onirismo, tra il raziocinio del poliziotto,
la sensibilità e le capacità extrasensoriali del
prete e la “pazzia” del pittore, mentre il crescendo
nell’impegno stilistico rende l’intreccio narrativo
sempre più avvincente.
Solo alla fine del romanzo scopriremo se “L’Apocalisse”
è ispirata da un evento tragico o determina gli
avvenimenti, altrettanto tragici.
“L’arte
non nasce dalla felicità” (da Soffocare, Mondatori,
2009, di Chuck Palaniuk).