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<< DICEMBRE 2009 >>



1. Passeggiate eco-illogiche
di Marina Torossi Tevini


 

La nostra è una società ecoillogica. Questo neologismo mi venne in mente mentre respiravo a pieni polmoni… corroborante catrame lungo una passeggiata in un’amena località alpina. Il gentile consorte, che mi faceva compagnia, mi illustrò il fenomeno ormai invalso di distribuire il catrame frantumato, che proviene dalla fresatura delle strade, lungo i bei sentieri di montagna, eludendo così il danno economico di trasportarlo in una discarica per materiali speciali.

Le discariche per materiali speciali sono poche, nessuno le vuole, anche se servirebbero e se, fatte in luoghi adatti e con le necessarie cautele, sarebbero il male minore. Si preferisce disconoscere il problema, che pure esiste, penalizzando con costi assurdi e formalità pesanti chi deve smaltire questi materiali e invitando così gli imprenditori a liberarsene nel modo più economico e indolore. Ad esempio su un bel sentierino delle Alpi. Sembra strano ma il catrame, che notoriamente è cancerogeno, può liberamente esser sparpagliato sulle strade che i turisti percorrono, mentre per sotterrarlo in qualche tomba sotterranea a tenuta stagna si muovono mille obiezioni.

È la società dell’ipocrisia la nostra, la società che “quando cambi il nome hai risolto il problema”, e allora i rifiuti non si chiamano più “rifiuti speciali” e non incorrono in nessuna sanzione se viaggiano qua e là e vengono spalmati su una strada perché il nuovo nome è “materie prime” e così possono tranquillamente girare.

La nostra società che ha due soli numi, l’economia e l’ipocrisia, non si è ancora accorta che stiamo arrivando a paradossi risibili, oltre che preoccupanti. Dunque d’ora in poi siete avvertiti, quando passeggerete in montagna e, facendo dei respiri profondi, sentirete puzza di catrame, nessun problema, si tratta delle “materie prime” che conviene di più seminare qua e là anziché interrare con le dovute precauzioni.

Negare sembra essere la principale preoccupazione della nostra società e avviene in molti campi. E così va a finire che, non volendo riconoscere l’esistenza di una realtà, per quanto in sé non pregevole, si permettono danni peggiori.

Così succede anche col catrame. L’asfalto non è una cosa meravigliosa, ma serve. Le strade si corrodono, l’asfalto si fessura col ghiaccio e bisogna inevitabilmente riasfaltare. Dunque, per non correre su piste che ci consentirebbero di raccogliere le pigne più alte degli alberi è necessario raschiar via l’eccedenza. Saggio sarebbe concedere che venga fatto in modo veloce e indolore, interrando con le dovute precauzioni detta eccedenza, anziché penalizzare a tal punto il trasporto e il suo interramento da spingere gli imprenditori alla solita soluzione all’italiana. Tranquillamente i camion scaricano qua e là il loro fardello, che è sempre catrame, ma ha cambiato nome e così può viaggiare tranquillo arrivando col suo carico di maleodorante pericolosità alle nostre narici.

Perché nessuno mette mano a queste contraddizioni?

A me sembra che la soluzione migliore sia perseguire il male minore.

È così difficile farlo?


Marina Torossi Tevini
per www.patriziopacioni.it
dicembre 2009


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