La nostra è una
società ecoillogica. Questo neologismo mi
venne in mente mentre respiravo a pieni polmoni…
corroborante catrame lungo una passeggiata
in un’amena località alpina. Il gentile consorte,
che mi faceva compagnia, mi illustrò il fenomeno
ormai invalso di distribuire il catrame frantumato,
che proviene dalla fresatura delle strade,
lungo i bei sentieri di montagna, eludendo
così il danno economico di trasportarlo in
una discarica per materiali speciali.
Le discariche
per materiali speciali sono poche, nessuno
le vuole, anche se servirebbero e se, fatte
in luoghi adatti e con le necessarie cautele,
sarebbero il male minore. Si preferisce disconoscere
il problema, che pure esiste, penalizzando
con costi assurdi e formalità pesanti chi
deve smaltire questi materiali e invitando
così gli imprenditori a liberarsene nel modo
più economico e indolore. Ad esempio su un
bel sentierino delle Alpi. Sembra strano ma
il catrame, che notoriamente è cancerogeno,
può liberamente esser sparpagliato sulle strade
che i turisti percorrono, mentre per sotterrarlo
in qualche tomba sotterranea a tenuta stagna
si muovono mille obiezioni.
È la società dell’ipocrisia
la nostra, la società che “quando cambi il
nome hai risolto il problema”, e allora i
rifiuti non si chiamano più “rifiuti speciali”
e non incorrono in nessuna sanzione se viaggiano
qua e là e vengono spalmati su una strada
perché il nuovo nome è “materie prime” e così
possono tranquillamente girare.
La nostra società
che ha due soli numi, l’economia e l’ipocrisia,
non si è ancora accorta che stiamo arrivando
a paradossi risibili, oltre che preoccupanti.
Dunque d’ora in poi siete avvertiti, quando
passeggerete in montagna e, facendo dei respiri
profondi, sentirete puzza di catrame, nessun
problema, si tratta delle “materie prime”
che conviene di più seminare qua e là anziché
interrare con le dovute precauzioni.
Negare
sembra essere la principale preoccupazione
della nostra società e avviene in molti campi.
E così va a finire che, non volendo riconoscere
l’esistenza di una realtà, per quanto in sé
non pregevole, si permettono danni peggiori.
Così
succede anche col catrame. L’asfalto non è
una cosa meravigliosa, ma serve. Le strade
si corrodono, l’asfalto si fessura col ghiaccio
e bisogna inevitabilmente riasfaltare. Dunque,
per non correre su piste che ci consentirebbero
di raccogliere le pigne più alte degli alberi
è necessario raschiar via l’eccedenza. Saggio
sarebbe concedere che venga fatto in modo
veloce e indolore, interrando con le dovute
precauzioni detta eccedenza, anziché penalizzare
a tal punto il trasporto e il suo interramento
da spingere gli imprenditori alla solita soluzione
all’italiana. Tranquillamente i camion scaricano
qua e là il loro fardello, che è sempre catrame,
ma ha cambiato nome e così può viaggiare tranquillo
arrivando col suo carico di maleodorante pericolosità
alle nostre narici.
Perché
nessuno mette mano a queste contraddizioni?
A
me sembra che la soluzione migliore sia perseguire
il male minore.
È
così difficile farlo?